Appesi a un fil di seta. Parte 2 di 6

Dove vai pensiero?

  • Almach. Paura della morte. Non credo che la morte sia qualcosa che fa paura. È il pensiero della morte nel suo lento incedere verso di noi a incutere paura, è udire poco presso alle spalle il sibilo della sua falce che fende l’aria a colpi impietosi, è il terrore di fronte a un’esperienza annientatrice, della quale ci sono state lasciate testimonianze, il terrore dell’ignoto.
  • Tosco. Credo di capire. D’altra parte succede anche certe notti, nel momento di prendere sonno: ci sorprende una strana e sorda preoccupazione, che si fa timore, poi paura; temiamo di addormentarci, di perdere il controllo vigile della realtà e del nostro io, di correre il rischio di non svegliarci il mattino seguente. Ma succede in modo molto più marcato a qualche paziente in attesa di un intervento che richieda l’anestesia totale. C’è chi va tranquillo in sala operatoria, s’addormenta quieto e non s’accorge di nulla; anche il suo risveglio in seguito all’operazione è abbastanza sereno. Ma c’è chi affronta il momento con forte tensione nervosa, quasi opponesse resistenza all’induzione di quel sonno forzato e offensivo di una volontà che vuole continuare a essere cosciente di se stessa. Se, per giunta, poco prima di entrare in sala operatoria ti hanno fatto sottoscrivere una scheda sulla quale dichiari di essere stato informato dei rischi probabili legati al trattamento in anestesia totale e di assumerti ogni conseguente responsabilità, allora un buon pizzico di panico ti aiuta a fare il resto. Poi non vedi mai in volto il momento in cui ti addormenti, ed è un momento dolce. Ma, nel tempo in cui sei cosciente, e nelle piene condizioni di soffrire, gli infiniti attimi dell’attesa ti sprofondano in uno stato emotivo che diventa assai presto terrore.
  • Almach. Ed è questo terrore che spinse il Poeta che amo a porre sulle labbra del medico olandese Federico Ruysch[1] la fatidica domanda alle mummie che parlavano con lui: che cosa si prova nel punto di morte? Così interroga Ruysch le sue fredde interlocutrici, poiché egli teme, e crede, che la morte si presenti per ciascuno nella forma di un evento violento, dolorosissimo e tormentoso senza confronti.
  • Tiziano. Il vecchio della montagna diceva del suo vicino appena trapassato, facendo eco con le sue parole al suono mesto della campana del villaggio: “È come se non fosse mai nato”. La vita di quest’uomo, una scintilla di consapevolezza che, come un meteorite nel suo impatto con l’atmosfera, s’accende, percorre un breve tratto, poi si spegne nel nulla. Un breve tratto di consapevolezza, per l’uomo.
  • Mirach. Per questo ricorriamo a formule consolatorie, alla speranza di una sopravvivenza spirituale, al prefigurarci una qualche continuità della consapevolezza, è questo che ha valore. E, se così fosse, allo spegnersi della mia fiamma vitale sarà come se io …
  • Tosco. Perché ti esprimi in questi termini, se quell’io non c’è più?
  • Mirach. Parlo per assurdo. Ammettiamo che io, sostanza spirituale, sopravviva alla mia parte organica. Anche se non ne abbiamo certezza alcuna. Ma proseguiamo per pura ipotesi. Io, anima, dunque, sciolta dai vincoli materiali, entrerò in una dimensione che mi farà scordare chi sono stata in vita terrena, che dissolverà ogni traccia di quella che mi ero fissata in mente come la mia propria e unica individualità.
  • Tosco. Scusa, scusa un attimo. Ho tutta la sensazione che stiamo collezionando metafore. Prima il destino, ora l’oblio, e con ciò non ci resta che affidarci a un processo deduttivo e spiegare tutte le nostre perplessità. Non ce l’ho con te, Mirach, ce l’ho con questo vezzo mal comprensibile di voler spiegare tutto a ogni costo e, quando non ci si riesce, di ricorrere all’invenzione di qualche metafora protesica da incastonare al posto giusto per rimettere tutte le idee in ordine.
  • Mirach. La tua reazione è comprensibile. Tuttavia se faccio ricorso alla dottrina dell’oblio e dell’anamnesi di platonica rimembranza è perché desidero sviluppare un concetto a me particolarmente caro, che riguarda proprio la fallibilità della coscienza. D’altra parte, anche in vita, la mia coscienza che cosa ne sa di ciò che accade in me? La coscienza è tutto per noi, non è vero? Una persona senza coscienza non ha più rapporti, non è consapevole, perde ogni facoltà. Mentre dormo sogni tranquilli dopo una giornata di lavoro, nel mio organismo avvengono trasformazioni a livello biochimico spettacolari, meravigliosamente misteriose. Ho consumato con appetito una cena gustosa, ora il metabolismo si mette in moto trasformando i componenti organici e inorganici in componenti nutrizionali che, all’interno dei miei sistemi e apparati corporali, prenderanno vie precise secondo una pianificazione impeccabile: qualcosa si trasforma in cellule ematiche, altro in tessuto osseo, altro in cellule epiteliali, altro ancora verrà bruciato e si trasformerà in energia, calore e scorie da eliminare. Che ne sa la mia coscienza di tutto ciò? E quand’anche rimanessi sveglia e mi facessi tappezzare di elettrodi collegati a macchine che rivelano lo svolgersi di tutto questo complesso lavorio, potrebbe la mia coscienza impedirlo? Noi campiamo, nonostante la vigilanza o meno della nostra coscienza. Nel corso della nostra vita impariamo a dare forma a una sorta di sensazione, ciascuno di noi, di essere un io, di essere vivi. Impariamo, sì, perché prima di nascere come corpo-individuo la nostra esistenza era priva di ricordi, priva di intenzioni volontarie. Eravamo inglobati in un “Sé-tutto” indifferenziato, assolutamente spoglio di ogni contrasto o polarità.
  • Sirrah. Sto pensando a un “Sé-tutto-universo” vibrante, pulsante, formato di luce e buio, di tutto e nulla senza distinzioni. Sto pensando a un Sé che produce una sequenza di onde dove perenni pulsazioni di luce si alternano a depressioni di buio. È in queste depressioni che io incontro l’oblio. È nelle pulsazioni di luce che io so di essere viva. Ogni essere che nasce rappresenta l’esperienza dell’io che risale alla luce, lasciando alle spalle, nella fossa buia, le rimembranze del passato. Ora che possediamo la vita crediamo di essere nella condizione di osservare l’universo che ci circonda. Non è questo il punto di vista. È l’universo, infatti, che osserva se stesso attraverso la nostra speculazione e attraverso il Sé-tutto.
  • Almach. Osserviamo l’universo, l’universo osserva se stesso. Sarà così, ma io mi sto chiedendo a che serve tutto questo po’ di osservare e di osservarsi se poi, più andiamo a fondo, più incontriamo dolore e sofferenza. Che senso c’è in tutto ciò? Non andiamo troppo lontano, non occorre. Basta guardarsi poco poco attorno: vita e morte si alternano in una danza dai turni prestabiliti; fin che c’è vita non si riesce a osservare altro che guerra. L’uno contro l’altro, per vivere e continuare a vivere, come individuo, a scapito e a costo della soppressione dell’altro. Il Poeta che ha l’animo oppresso da un dolore universale conosce il dolore e l’infelicità anche nelle loro contenute manifestazioni. La descrizione che ne fa è eloquente e drammatica[2]. Ascoltate. Tutto accade in un giardino, quello che dovrebbe essere luogo di profumi e di colori allietanti. Guardate: una rosa offesa dal sole, un giglio succhiato crudelmente da un’ape, un albero infestato da un formicaio, altri da bruchi, da mosche, lumache, zanzare. Su un altro ancora si sono aperte ferite che hanno colpito la corteccia, il tronco, le radici. Poi uno con tante foglie secche, un altro roso, morsicato nei fiori, un altro ancora trafitto e punzecchiato nei frutti. Eccessi di caldo o di freddo o di luce o di ombra o di umidità o di aridità provocano sofferenza a molte piante. Poi c’è la lotta per crescere e farsi spazio nel fitto della vegetazione, per trovare appoggio. Volgi lo sguardo attorno e scorgi rametti spezzati dal vento, fiori e foglie strappati via. Intanto che cammini nel giardino stai straziando le erbe sotto i tuoi piedi, le stritoli, le sevizi, le uccidi. Mani all’apparenza gentili spezzano la vita ai fiori, troncano gemme e virgulti. E, nonostante tutto, le piante trovano ancora il modo, almeno alcune fra esse, di sopravvivere. Tu entri nel giardino e ti senti invadere l’anima da lieta ammirazione, ma non percepisci le grida di una vita infelice come quella che vi è ospitata, non ti accorgi che la desolazione che vi regna è peggiore di quella che potresti avvertire in un cimitero. Certo è che per quelle piante ed erbe, se sono dotate di un’anima, sarebbe meglio non essere mai nate piuttosto che vivere sopportando un dolore così bruciante.
  • Mirach. Tanto pessimismo mi deprime. Lasciamo il tuo giardino alla sua sorte naturale, vorrei dire, e torniamo a noi. Domanda: L’uomo ama più la vita o la morte?
  • Ottero. “Mors tua, vita mea”, è chiaro. L’uomo ama la vita, sicuramente per tutto quel che attiene alla sua propria vita, poi a quella della propria famiglia, poi a quella dei suoi parenti, amici, conoscenti, connazionali, ma con un’intensità e una convinzione via via sfumate. Della vita di persone lontane nello spazio e nel tempo non gliene importa un gran che. Ci commuoviamo e proviamo dolore alla presenza di sofferenze o di perdite che colpiscono persone a noi affettivamente vicine. Non ci scomodiamo più di tanto per stragi o genocidi perpetrati in Paesi lontani e di cultura diversa dalla nostra. Le guerre lo hanno sempre dimostrato.
  • Tosco. Sono migliori gli animali. Quelli, almeno, non si fanno guerra.
  • Tiziano. Non si fanno guerra ma neppure soffrono per la morte di loro simili. Ribadisco un concetto già visitato, nonostante tutto quello che s’è detto sull’altruismo dei gruccioni.
  • Tosco. Questo non lo sappiamo con certezza. Alcuni segnali di sofferenza li possiamo intercettare. Vedi la femmina di scimpanzé che per giorni e giorni si portava dietro, tenendolo per una mano, il cadaverino ormai maleodorante del piccolo. Vedi altri animali che si prodigano vicendevole aiuto nella necessità di difendere uno dei membri del branco dall’aggressione sferrata da un predatore.
  • Ottero. L’uomo è un condensato di contraddizioni. Soffre perché la sua consapevolezza gli para dinanzi tutto l’orrido spettro del dolore, della disperazione, della recisione inferta ai legami di affetto. E, al tempo stesso, inventa le guerre e spinge intere generazioni nella sofferenza.
  • Mirach. Ma la guerra, se vogliamo, ha un fondamento giuridico per così dire, è un male necessario per difendere il diritto di integrità nazionale.
  • Ottero. Dovrebbe essere un confronto, allora, un confronto per stabilire una gerarchia di supremazia, ma senza spargimento di sangue. Come avviene di regola, per gli animali, nelle battaglie fra i maschi per il diritto sul territorio o sulle femmine del branco. E invece le guerre sono state, sempre, scontri all’ultimo sangue, volute per aggredire, conquistare, annettere e dominare. Violenza, ferocia, impulso a devastare, sono questi gli aspetti che fanno delle guerre umane qualcosa di diverso dalle dispute fra animali. In queste ultime l’avversario perdente se la dà a gambe, qualche volta riportando ferite più o meno gravi; raramente succede che perda la vita nello scontro. Nelle guerre umane il sacrificio plurimo della vita è scontato in partenza. E questo è di per sé diabolico, indegno o, per meglio dire, degno dell’animale più sanguinario. Un decadimento della razionalità, ecco tutto. Dove c’è razionalità, dove gli uomini sanno usare e mettere a frutto questa loro grande dote, là non ci sono guerre. Ma l’uomo potente si affida all’irrazionale per consolidare il proprio potere. Mi è di conforto, ancora, Betrand Russel quando afferma che la ragione è impersonale ed è la base della cooperazione universale, mentre l’irrazionalità, della quale si vestono i singoli uomini, è generatrice di conflitti. Comprensione, pace, benessere possono discendere soltanto dalla razionalità che è un bene impersonale e universale. Ma purtroppo siamo capitati sul pianeta della stupidità universale. I governanti che si sono succeduti ai vertici più alti sono sempre stati stupiti, per dirla con Russel, ma per nostra cattiva sorte oggi detengono un potere immenso e sono incoraggiati dal fatto che nel nostro mondo la stupidità sta dilagando ad ampio raggio come mai s’è visto nel corso dell’evoluzione umana.
  • Tosco. Stupidità anche di morire per una causa che non è tua. Non guardatemi così di brutto, so di aver fatto irruzione in un concetto ardito, ma lasciatemi spiegare. Dunque un ragazzo di vent’anni ancora da compiere è sradicato dalla sua terra, strappato alla famiglia che viene gettata in gravi difficoltà perché quel ragazzo vive in una borgata d’alta montagna e le sue braccia sono la risorsa più importante per la sopravvivenza in un’epoca di ristrettezze economiche e di fame. Va, parte, perché è giunta l’ingiunzione del Comando militare, va e non sa perché. La sua vita era lì, alla baita, due mucche e una dozzina di capre, i campi da coltivare, il fieno da accumulare per la stagione fredda, così la legna per riscaldare l’ambiente, i suoi vecchi ormai poco abili ai lavori pesanti che l’ambiente alpestre richiede, e una ragazza dagli occhi di fuoco che vorrebbe presto portare all’altare… Tutto nulla. Al fronte, un ordine, all’attacco! Un sibilo e qualcosa di caldo gli trapassa la gola, la giugulare interna recisa, pochi attimi ancora e poi il buio, il silenzio assoluto. Una menzione al valor militare, poi ancora silenzio… Il lavoro, i vecchi da sostenere, la bella dagli occhi di fuoco, le speranze, i sogni? Morire per chi, per che cosa? Un eroe, è morto per la Patria. Magari una Patria che l’aveva costretto a mettere piede in terra d’altri per cercare di sopprimere chi stava difendendo il proprio suolo, la propria casa, i propri vecchi, la propria fanciulla con gli occhi lucenti! Credo che sia soltanto un feroce inganno, perché sappiamo tutti che le guerre vengono decretate da potenti oligarchie alle quali stanno a cuore enormi interessi di capitale, di supremazia. Non ci sono guerre sante, non ci sono diritti da difendere quando ci si spinge oltre confine e si recita la parte dell’invasore. La causa, la causa politica, che non ha bisogno di spiegazioni, volontà esibita e imposta, ecco cos’è che conta! Ma il poveretto che ha lasciato la vita su un campo martoriato da vicende di sangue era venuto al mondo per vivere una sua propria vita, per costruire un suo proprio futuro, per vedere coronati di successo le proprie speranze e i propri entusiasmi giovanili. Tutto nulla. Come se non ci fosse mai stato, lassù, alla baita, fra le nevi… Capite cosa ho in mente? È difficile spiegarlo, ma credo che se un solo essere umano è stroncato nei suoi attimi di maggior vigore vitale, il motivo che ha prodotto questa esecrabile tragedia è come minimo diabolico. È lui che conta, capite? È lui e la sua piccola porzione di mondo e il suo universo impenetrabile di affetti ad avere valore. Altrimenti nulla sarà mai esistito. E credo sia giusto che, morendo, il giovane ingannato e tradito si porti dietro, con sé, l’intera realtà, il cosmo intero riducendolo nell’immediato a un’idea immateriale, illusoria, destinata alla cancellazione eterna.

    [1] Giacomo Leopardi, “Operette Morali”, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.
    [2] Giacomo Leopardi, dallo “Zibaldone”

Immagine di Copertina tratta da RaiNews.

Lascia un commento