Il latte andato a male. Parte 7 di 7

Dove vai pensiero?

  • Sirrah. Io ti prego di perdonarmi, cara Almach, ma quel tuo “Vai avanti!” mi riconduce su un piano che sa più di mistico che non di scientifico, allora vorrei ritagliare un piccolo spazio nel tuo discorso, per portare alcune idee che ho scoperto nel filosofo martire Giordano Bruno. È questo pensatore a sostenere l’esistenza di un’anima o forma universale, che è una sola in tutte le cose, persino in quelle inanimate, ponendosi come il principio formale costitutivo dell’Universo e di tutto ciò che in esso si trova. A capo di tutto esisterebbe dunque una sola forma sostanziale, eterna e incorruttibile, che si definirebbe come l’anima del mondo. E allora Dio, sebbene Giordano Bruno sia assai cauto nel nominarlo, è “Quello che è tutto che può essere, è uno… è tutto quel che è e può essere qualsivoglia altra cosa che è e può essere”. L’Universo, il grande simulacro come lo definisce Giordano Bruno, è tutto ciò che può essere, ma si riduce a un’ombra soltanto del primo Atto e della prima Potenza. Secondo questo principio ogni forma la cui esistenza sia possibile nel mondo già si trova attuata in esso, pertanto è esclusa la possibilità che appaiano nuove specie oltre quelle ivi contenute. Come dire che l’elemento materiale in cui siamo immersi, e per questa via il nostro stesso esistere come persone individuali, contiene in sé la totalità possibile e assoluta della dimensione e, nel particolare, la trae fuori da se stessa. Gli stessi astri diffusi nel cielo immenso possiedono un principio di movimento intrinseco, un’anima e un’intelligenza. Nessuno li muove, muovono di per sé, in grazia di una forza intrinseca. Addirittura nelle cose più piccole, pensiamo alla calamita che per sua natura è portata ad attirare il ferro, ma fa questo in forza di un senso che è come “svegliato da una virtù spirituale, che si diffonde dalla calamita”, per dirla con Giordano Bruno.
  • Almach. A puntino il tuo inserimento, Sirrah, sebbene tu abbia sfiorato un argomento che affronteremo in altra sede nelle sue implicazioni più profonde. Ma ci hai posto di fronte a qualcosa di grande che ci fa percepire una volta ancora il nostro essere così piccoli. E noi che crediamo d’essere padreterni! Avete mai pensato di che cosa riempiamo questo nostro percorso esistenziale? Sì, perché è giocoforza cercare di riempirlo. Perché la mente umana è terrorizzata dall’idea del vuoto, di fronte al vuoto si perde, il vuoto è inconcepibile, deve scomparire e lo si fa scomparire colmandolo, con qualsiasi cosa, foss’anche spazzatura se non si avesse altro a disposizione. Il vuoto ci mette addosso ansia, ci scuote, ci preme, ci schiaccia, ci stritola, ci sbriciola. Prendete una scena in cui si svolgano un dibattito o una conferenza o una declamazione oratoria e immaginate l’attimo in cui l’oratore, di punto in bianco nel bel fluire delle sue parole, si ferma, resta immobile, non parla più. Non occorrono più di cinque-dieci secondi perché si generi disagio nell’assemblea. L’oratore questo lo sa bene e affronta i momenti di preavvertito vuoto curando tempestivamente di riempirli con prolungamenti e strascinamenti di suoni finali di sillaba, con qualche brontolio sommesso, con tossicchiamenti, con interiezioni, con qualsiasi tampone reperibile al momento pur di ricucire quella frangia di vuoto/silenzio che tanto fa stare in pena gli astanti. Il lettore del telegiornale, tanto per cambiare scena, quando in televisione annuncia l’immissione in onda di un documento filmato, si pone subito all’erta se il documento non parte appena siano trascorsi due o tre secondi dal suo annuncio e si dà frettolosamente da fare per rassicurare gli spettatori che il reportage sta arrivando, non si tema, non ci s’innervosisca, non si perda la calma, per favore! Se il lettore del telegiornale non proferisse parola per una decina di secondi, si coprirebbe della grave colpa di non aver saputo ovviare all’incidente con brevi battute di circostanza quasi a creare una protesi psicologica istantanea per colmare quel vuoto insopportabile. Perché il vuoto/silenzio fa paura.
  • Tosco. Non capisco. Per quale motivo dovrebbe far paura?
  • Almach. Il vuoto/silenzio è quella condizione, indispensabile, che viene ricercata dai pensatori nell’atto di fare introiezione, di scrutare dentro se stessi. Chi più chi meno tutti sentiamo, coscientemente o inconsciamente, l’angoscia che ci minaccia e che ci invade se appena ci attardiamo sulla soglia dalla quale inizia la discesa verso la nostra intimità profonda. Temiamo fortemente di cercare in noi, temiamo di scoprire qualcosa che avvertiamo pericolosa per quell’equilibrio psico-affettivo che siamo riusciti a costruire sulla superficie esterna del nostro io in modo tanto illusorio quanto distorto e fallace. L’eco lontana della verità che potremmo trovare in noi stessi diffonde una voce così terrificante da farci tremare i polsi; meglio seppellirla con tonnellate di scorie, e farla tacere.
  • Tiziano. Non potevi dire meglio. Hai anticipato molti degli aspetti che desideravo affrontare. Uno di questi è quello che riguarda l’accidia negli animali e tutto quello che le sta attorno. Mi spiego. Sto pensando che, nel caso degli umani, le cose stiano un po’ diversamente; tuttavia non credo di andare errato se sostengo che pigrizia e necessità possano essere individuate come due estremi di una lunga sequenza di fattori capaci di condizionare i comportamenti di tutti i viventi animali. L’animale appagato, sazio, soddisfatto ama impigrire e, se può, alla pigrizia dedica buona parte del suo tempo di veglia. Sino al momento in cui subentrano, ora l’una ora l’altra, numerose necessità di per sé indilazionabili ai fini della sopravvivenza: la fame, la paura, l’estro se vogliamo limitarci ad alcune fra le principali. Se avverte i morsi della fame, l’animale non può scegliere di scordarsi del cibo. Se ha paura non può fare a meno di fuggire o di attaccare. Se l’estro dà una scossa alle sue esplosioni ormonali, non può fare a meno di cercare un partner per accoppiarsi. Per l’uomo, come ho detto, le cose vanno un po’ diversamente. Anch’egli ama impigrire, ma ciò che lo distingue dagli altri animali, su questo versante del comportamento, è che l’uomo non si gode la pigrizia quando è soddisfatto, per il semplice fatto che la sua soglia di soddisfazione non è determinata soltanto da una scala di necessità sul piano biologico, ma è spostata continuamente in su e in giù dall’intensità delle sue aspirazioni e della sua volontà creativa. Ecco che, allora, l’uomo si dà da fare e si agita più del necessario per accumulare beni che gli consentiranno di vivere più a lungo e più in profondità la pigrizia che lo trae in agguato con le sue lusinghe più allettanti. Attributi come “avido, prepotente, malizioso, prevaricatore, ingannatore, mentitore, traditore, violento, tracotante, sprezzante, indifferente, insensibile, amorale, scandaloso” e via a volontà di questo passo, ben si adagiano sulla qualità di gran parte, e pare una parte in vigorosa crescita, del comportamento umano. Il desiderio di accumulare diventa così, a opera di un condizionamento onto e filo-gentico, una componente distintiva della natura umana.
  • Almach. Condivido. Tuttavia sto modificando in parte il mio metro di giudizio sulla perfetta innocenza degli animali e sul loro presunto criterio di “necessità” in quanto ad azioni cruente per sopravvivere. Va bene che il predatore si divori la preda, va bene anche che se la divori quando quella è ancora mezza viva, se vi va di accettarlo. Lo fa per sopravvivere, per mantenere e allevare la prole, i fini giustificano i mezzi, non c’è norma etica che tenga, “lex, dura lex!”. Ma la malizia no, non il furto, non l’inganno, non la corsa al profitto senza esclusione di colpi, quelli appartengono soltanto alla nostra razza, direte voi. Eppure no. Si sa, infatti, delle sule che ispezionano le acque marine per cibarsi di pesci. Fin qui, tutto nella norma. Ma poi il quadro cambia: una coppia di fregate affamate sopraggiunge all’improvviso e, fidando nella forza e nella velocità di volo che le contraddistinguono, rincorrono le sule reduci dalla pesca fortunata, le agguantano, le scuotono, le malmenano sino a costringerle a rigurgitare il bottino, per poi afferrarlo a volo[1]. E guai alle sule che si sognano di opporre resistenza, che non mollano la preda: possono passare un brutto momento o anche lasciarci le piume. Non è forse furto premeditato, sopraffazione, soggiogamento? Che ci sia scarsa o nulla consapevolezza poco importa. Qui c’è competizione pura con i requisiti caratteristici della nostra razza, quelli in negativo come tu hai elencato, Tiziano. Certo, vien da pensare, quando avranno lo stomaco ben pieno le fregate non tormenteranno più le sule e queste potranno banchettare senza timori: non hanno, questi volatili, alcuna ambizione a fare incetta di beni in sovrabbondanza, a superare i propri simili in ricchezza acquisita. Noi, invece, sì. Accumulare è consistito, sempre, nell’uso degli attributi da te elencati “avido, prepotente…” e dei loro correlati comportamentali, nell’invenzione di nuove e più efficaci strategie volte a spostare da un luogo all’altro beni e risorse: uno spostamento che può oscillare all’interno del binomio lecito/illecito e uno decisamente illecito. Il primo tipo di spostamento concerne lo sfruttamento delle risorse energetiche e l’invenzione, la messa a punto e l’applicazione di tecnologie sofisticate. È uno spostamento lecito quando è effettuato in chiave ecologica e tiene conto sia della conservazione degli equilibri naturali sia delle pari opportunità di accesso e di fruizione da parte di tutti. Può diventare più o meno illecito se non tiene nel dovuto conto le condizioni appena accennate. Decisamente illecito diviene allorché la miopia sconsiderata deliberatamente imposta dall’avidità, dalla brama di potere, di protagonismo, di primazia perviene a sanzionare intere popolazioni privandole del diritto a partecipare al bene comune che la natura mette a disposizione di tutti gli uomini. Il secondo tipo di spostamento proviene dall’ultimo fra gli atteggiamenti che ho riferito poco fa e riguarda il deprivare sempre più chi vive nell’ignoranza, nell’indigenza, nella minaccia incombente di malattie o catastrofi naturali. Già, perché non approfittare di costoro. Miserabili, tanto non avranno energie né forti spinte motivazionali per reagire. A un livello di gravità ancor più diabolico pongo quei benpensanti sedicenti portatori di civiltà, giustizia, democrazia, libertà, pace, che giocano di proposito sull’ignoranza della massa per trasformare quest’ultima in mulo da traino, in carne da cannone. Anche questo è un motivo ricorrente della nostra speculazione, per questo mi ci riattacco. È così facile approfittare di contrasti cosiddetti religiosi, di discordie cosiddette etniche per dimostrare quanto gloriosamente si può aver ragione dell’avversario, soltanto che si impugni e si azioni un’arma automatica di potenza competitiva.
  • Ottero. Basti por mente, se mi consenti di interromperti, cara amica, agli intrighi in grande stile operati da alcune multinazionali del petrolio, consenzienti numerose nazioni “civilizzate” che da tale politica traevano enormi vantaggi economici, sulla pelle di intere popolazioni terzomondiste, una fra tutte il Congo. Con il denaro in mano, unico vero dio dei destini del mondo, queste multinazionali davano forma a climi politici, etnici, religiosi, facevano e disfacevano governi sfruttando fino all’osso le risorse del sottosuolo, fomentando guerre e ribellioni, incoraggiando la proliferazione del mercato d’armi, generalizzando in modo vergognoso la corruzione politica, esportando ingenti quantità di disponibilità finanziarie nelle banche dei paesi ricchi e super-produttori. Ma, come se tutto ciò non bastasse, si aggiungono i paradossi. Eccone uno fra i più stridenti: quelle stesse nazioni progredite che si prodigano a cantilenare discorsi di pace e a dare a intendere di fare sollecita opera di mediazione perché cessino i massacri e gli scontri armati all’interno dei Paesi belligeranti sono anche quelle che hanno rifornito di tutto punto gli arsenali di questi Paesi e che continuano ad acquisire le loro commesse per la fornitura di armi fra le più sofisticate e micidiali. Come se un padre, dopo aver scoperto che il figlio adolescente s’è dato al fumo, fatto dono al figlio di un pacchetto di sigarette, gli raccomandasse amorevolmente di non fumarle!
  • Tiziano. Prevedibile conseguenza, torniamo a dire: dimostrazioni di potenza e, a seguire, una pletora impressionante di bancarelle, stands, mercati, multinazionali della produzione e dello smercio di armi. Lavoro diabolico che avvelena speranze, incrudelisce i cuori, intorpidisce le menti, genera autoalimentazione e autoriproduzione di tensioni, di odio, di vendetta, di violenza, di stragi e… di smercio d’armi. Affari d’oro, complimenti all’intelligenza umana affogata nel proprio rovinoso orgoglio! Non vado oltre, e torno al punto. Accumulare, dunque, accumulare a vantaggio, solitamente, di una minoranza, di un gruppo sempre più ristretto che consuma e gode della fetta sempre più grande dei beni elargiti dalla natura.
  • Tosco. “Ah, se avessi conservato con cura gli albi a fumetti che noi si divorava ai tempi della nostra infanzia: Dick Fulmine, Mandrake e il suo fortebraccio Lotar, Pecos Bill, Ciclone, Tex Willer, Gordon!”, si sentiva esclamare di tanto in tanto da chi, al volgere del millennio, aveva superato la sessantina o giù di lì negli anni. Rammarico per non aver accumulato? Perché un simile rammarico? Perché, probabilmente, oggi quelle persone sentirebbero, crederebbero di essere qualcosa di più rispetto a quel che percepiscono d’essere, perché quei rotocalchi potrebbero oggi valere una piccola fortuna sul mercato delle anticaglie? Eppure non facciamo altro che accumulare, collezionare, mettere insieme, ammonticchiare. Ai tempi della loro infanzia quei buoni vegliardi facevano incetta dei tappi metallici delle confezioni di birra, poi si collezionavano le figurine dei calciatori; più tardi andarono di moda le raccolte su raccoglitori prestampati: animali, eroi del Risorgimento – forse ci sarà ancora chi ricorda la figurina di Ciceruacchio o quella che riproduceva l’immagine della sindetociste, chissà… Era l’avvio della commercializzazione dei beni di svago, l’insorgente spinta al movimento consumistico. Non è finita. Ora c’è chi colleziona farfalle, chi francobolli, chi armi bianche, chi vini pregiati, chi idee, ma anche chi si occupa di costruire castelli colmi di parole, consensi, apparenze. È tutto un gran subbuglio. Io stesso, che sto buttando al vento tante parole, in questo momento sto forse sforzandomi di collezionare tentativi, tentativi di capirci qualcosa in questo gran vuoto risuonante, rimbombante, angosciante che ci sovrasta. Tentativi che, l’uno a ridosso dell’altro, hanno già formato un bel mucchio, ma di null’altro che di un mucchio si tratta… Servirà a qualcosa?
  • Almach. Sta imbrunendo. Forse è consigliabile affrettare il nostro ritorno.
  • Tiziano. Saggia risoluzione. Ah, ecco laggiù, ci stanno inviando segnali luminosi. Motore in azione, dunque, e virata di timone. Saremo al battello per la cena.

    [1] Informazione diffusa da RAI-Edu 1, il 16-12-2006.

Immagine di Copertina tratta da Everything Is Scary.

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