Il latte andato a male. Parte 6 di 7

Dove vai pensiero?

  • Ottero. Hai tutte le ragioni. Le conseguenze delle nostre scelte le paghiamo purtroppo: frenesia di correre senza vedere una meta, deterioramento dei rapporti sociali, scarsa disponibilità e dubbia qualità dell’apporto educativo per i nostri figli e, per usare le parole di Bertrand Russel, lo squallore, la preoccupazione, la povertà che sono lo scotto da noi dovuto come compenso ai benefici illusori del profitto a tutti i costi.
  • Tosco. Non disdegno affatto le prospettive di un assetto sociale come quello che Bertrand Russel preconizza. Soltanto mi chiedo: in che modo incominciare?
  • Ottero. Con la persuasione, come suggerisce Russel, non certo con l’imposizione, con la forza, con la violenza di una dittatura.
  • Tosco. Persuasione… Persuadere chi, un singolo, un gruppo, un popolo, l’umanità intera? Perché, qualora si arrivasse a tanto, basterebbe che uno solo si ergesse a proclamare “e a me non basta, io posso avere di più e voglio avere di più” per far scattare la molla. Se, per giunta, questo tizio riuscisse nel proprio intento, non dirmi che gli altri lo starebbero a guardare acclamando “bravo, bravo!”; si sentirebbero a dir poco gabbati e si darebbero a loro volta da fare per non sentirsi inferiori, e la catena tornerebbe ad allungarsi. Inoltre chi si prenderebbe la grave responsabilità di diventare persuasore? Poiché la gente non si persuade per un moto spontaneo dell’animo: occorre qualcuno o qualcosa di estremamente significativo, di sconvolgente, di miracoloso. Ma neppure; Cristo è stato appeso alla croce proprio dalle genti che egli aveva guarito in modo miracoloso. In aggiunta a questo ti dirò un’altra cosa: chi è predestinato a persuadere gli altri su una determinata materia deve essere egli stesso, in anticipo, fermamente persuaso su tutti i punti che quella materia comporta. Può essere un missionario, un filantropo, un benefattore? Oppure un arrivista, un lestofante, un politico bagnato fino al collo da interessi personali e da corruzione? E, comunque la vogliamo mettere, gli effetti dei suoi tentativi di persuasione avrebbero veramente breve durata: ci sarà sempre chi ha in testa di creare profitto aggiuntivo per sé; persone di tal fatta finiranno inevitabilmente per fare la parte della locomotiva che si tira appresso un treno sempre più carico di gente. E più allarghi la cerchia dei gruppi interessati più le difficoltà aumenterebbero a livello esponenziale. È la storia dei popoli a insegnarcelo. Quali vantaggi per i nostri figli? Non stiamo forse girando attorno a un’illusione, a un miraggio, a una chimera che tutto ha dell’utopistico?
  • Almach. Illusioni, sì, quelle che stanno alla base del ridursi del reale al nulla, come si esprime il mio Poeta, tanto che non vi sarebbe altro di reale né di sostanza al mondo al di fuori delle illusioni.
  • Tosco. Tu, mia amata Almach, mi trascini sempre in un mare di difficoltà con il tuo rispettabilissimo Leopardi. E tuttavia mi rendi curioso, tanto che voglio chiederti di aprire una parentesi e di spiegarmi come considera il tuo Poeta la “noia” che invaderebbe i viventi dotati di intelligenza e il cui termine è apparso così frequentemente sulle nostre labbra in queste ultime disquisizioni.
  • Almach. Oh, con immenso piacere, distintissimo Tosco! Come potrei incominciare… bene, “la noia, la più sterile delle passioni umane, è figlia della nullità e pertanto è madre del nulla. Padre del nulla è il troppo”. Essa non si identifica con un male o con un dolore particolare che noi potremmo avvertire, ma consiste nella semplice vita pienamente sentita, provata, conosciuta, pienamente presente a ciascuno di noi. Ecco il paradosso: per i requisiti che ho appena detto, essa è un male. Ma Leopardi va più in là: “Tutto è male… il fine dell’Universo è il male… L’esistenza è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone dell’infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla”. La noia non è altro che l’assenza del piacere o di qualche cosa che ci procuri distrazione nel momento in cui cadiamo preda del desiderio di procurare piacere. In questo senso potresti anche definirla come il vuoto dell’anima. Tieni presente, sono sempre le parole di Leopardi, che lo scopo della natura è solamente quello di conservare lo stato attuale dell’universo, e questo essa fa obbedendo a una legge necessaria fondata sulla distruzione e sulla riproduzione, ciò che la rende persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui di ogni genere e specie che da lei sono generati. E siccome un simile modo d’agire sopravviene come necessaria conseguenza dell’ordine attuale delle cose, da quell’agire non è possibile formarsi una grande idea dell’intelletto di chi è o fu autore di tale ordine.[1]
  • Ottero. Forse abbiamo rischiato di andare un po’ troppo nel vago oppure stiamo andando troppo lontano, e prematuramente credo. Proporrei dunque di riprendere il discorso dalla sua parte centrale dalla quale ci siamo scostati alquanto. Torniamo dunque al problema dei figli e della loro educazione e, come voi ormai sapete che amo fare, affidiamoci a un paio di opinioni espresse al riguardo da Bertrand Russel[2], opinioni alle quali mi rifaccio per il motivo che esse sono anche le mie. Dunque se vogliamo che i nostri figli crescano sani, intelligenti, sereni, buoni e onesti dobbiamo dirigere loro un insieme di cure educative e queste ultime devono essere contemplate all’interno di una previsione teorica fondata su basi assai robuste. In primo luogo si dovranno avere sempre ben presenti quali scopi noi andiamo attribuendo alla nostra esistenza, dobbiamo sapere dove vogliamo andare, per quali vie e con quali mezzi. Ma poi è necessario per noi un equipaggiamento conoscitivo, anche questo piuttosto solido, per quel che riguarda le dinamiche dello sviluppo mentale, dobbiamo cioè porci nelle condizioni di capire come i nostri figli pensano, perché coltivano queste o quelle credenze e per quali motivi sarebbe utile e consigliabile rivedere e modificare determinati stili di comportamento mentale che non conducono a esiti costruttivi. La nostra presenza, come è stato detto e ribadito, è fondamentale per assicurare ai bambini l’acquisizione, l’interiorizzazione, la padronanza e una saggia duttilità d’uso di una necessaria dotazione di valori mentali e morali, nella consapevolezza che senza il nostro aiuto ciò non potrebbe avvenire. Si diceva, poc’anzi, della disputa sull’affidabilità da accordarsi alle concessioni libertarie oppure a un controllo rigido nei confronti del comportamento dei figli. Russel di per sé rigetta certi estremismi e preferisce portarsi oltre, per scongiurarlo, ciò che sia un atteggiamento remissivo sia l’insorgere della ribellione potrebbero promettere. Tutto ciò che egli si attende da un approccio educativo fondamentalmente e saggiamente umano è, nei ragazzi, un buon carattere insieme a una certa simpatia per le persone e per le idee innovative divulgate in seno al progresso culturale. I bambini devono poter vedere quello scopo di cui dicevo prima, devono anche poter vedere la via che percorreranno per acquisire familiarità con i mezzi che saranno loro dati per procedere. Ma in tutto questo non dovranno perdere una convinzione importantissima, quella di sentire che i propri desideri, da loro valutati all’apice di una scala di gradimento, sono apprezzati dal contesto umano di appartenenza. A questa convinzione sarà necessario che essi possano coniugare la sensazione di essere soggetti ricchi di personalità e di autonomia, pienamente considerati come esseri umani con una propria dignità e responsabilità, chiamati a fare cose per le quali valga la pena di produrre sforzo, fatica e impegno. In quanto a rifuggire dagli estremismi, sarebbe errato sia rapportarsi al bambino in maniera tale da incoraggiare, in lui, il germogliare di un ingannevole senso di onnipotenza sia il formarsi di aspettative irreali, per la convinzione innaturale che gli adulti siano lì soltanto per dare ai figli ogni piacere e soddisfazione e per liberarli da ogni contrarietà o fastidio.
  • Mirach. Tutto ciò che stai affermando, Ottero, richiede fermezza da parte dell’adulto, chiarezza di propositi, determinazione nelle richieste rivolte ai figli. Da qui all’assunzione di uno stile autoritario e impositivo, lesivo dunque della libertà personale, il passo potrebbe essere breve. Da fonti pedagogiche attendibili sappiamo, d’altra parte, che non l’autoritarismo è l’atteggiamento più efficace per far crescere bene i nostri figli, quanto piuttosto l’autorevolezza.
  • Ottero. Sì, autorevolezza che non esclude la presenza di un’autorità che conservi sempre in sé il pieno rispetto per la persona e che non tradisca il bisogno di affetto esistente in tutti i rapporti umani. Si è parlato anche del termine “NO!” che pare sia caduto abbondantemente in disuso ai tempi nostri. Proferire una negazione nulla ha a che vedere con l’ambizione di imporre un’autorità indiscussa e indiscutibile, tanto meno si lega a deleteri bisogni di liberare impulsi sadici mal controllati. La negazione fa parte di un atteggiamento d’amore, se è ben ponderata, e per questo deve essere discussa, negoziata, motivata in presenza degli scopi che si vuol raggiungere. Un minimo di autorità, nel senso che ho cercato di illustrare, non guasta. Anzi, sono gli stessi bambini a volerlo, ne sentono il bisogno, per loro è come un argine che impedisce di andare fuori rotta, come una fune a cui aggrapparsi nel momento di superare un passaggio difficile, per domare il senso di insicurezza, la paura per la possibile liberazione dei propri impulsi distruttivi, il terrore di essere lasciati soli di fronte all’apparire di mostri minacciosi. Ai bambini non ci vuole molto per valutare e capire chi è dotato di fermezza di propositi, al quale poter accordare la propria fiducia. Sentono per istinto, non per ragionamento, se sono amati o meno. Se percepiscono dall’adulto un sano affetto, per loro sarà spontaneo accettare anche forme di verità che siano comunque associate al conseguimento di una giusta educazione.
  • Almach. Io non vorrei intromettermi per sostenere l’una o l’altra delle posizioni espresse in merito al modo di educare i figli. Tuttavia debbo dire che l’esempio della bilancia ha suscitato in me certe idee che, forse, portano un po’ fuori dall’argomento, ma che valuterei ugualmente interessanti. Sono idee circa il possedere gratificazioni materiali, consensi, rinforzi. Sono idee che riportano in auge una dibattuta contraddizione, quella fra l’avere e l’essere. Quel che s’è detto, per un certo verso, va a rimarcare la necessità dell’essere, ma la morale del secolo ci riporta precipitosamente al concetto di “avere”, gli esempi che ci giungono dall’etica del vivere comune conducono tutti lì, nel grande e nel piccolo della convivenza umana. Mi attarderei alquanto sull’avere, se me lo concedete, e sulla corsa che questo termine scatena nella sua accezione semantica di possesso, di accumulazione, verso la bramosia, verso l’avidità. Oggi si può ottenere tutto ciò che si vuole: basta avere soldi, non è una novità. Ce lo insegna la pubblicità martellante con i suoi slogan melati e i suoi indoramenti attorno a una realtà virtuale ingannevole e nello stesso tempo stramaledettamente avvincente. Il problema sta tutto lì, in due sole parole: far soldi. E con questo risolvo ogni altro problema. Entriamo allora nel centro della questione. Accumulare. Bene! Se siamo dei robot non abbiamo neppure gran che scelta o libero arbitrio a disposizione. La nostra vita di umani, per altro verso, è disseminata di alternative fra le quali ci è concesso operare scelte. A ogni passo incontriamo una varietà di direzioni possibili, ci imbattiamo in diramazioni e crocevia che pretendono da noi un atto di risoluta determinazione. Ognuno di noi, stabilendo un ricamo all’interno di queste ramificazioni di possibilità, finisce per creare un tracciato tortuoso che, al termine dell’esistenza individuale, è tale e non sovrapponibile a qualsivoglia altro. Prima domanda: era predestinato? Questo tracciato l’abbiamo scelto, voluto, creato noi stessi nella nostra natura di individui capaci di volizione? Oppure la nostra scelta appare tale soltanto nel nostro immaginario, mentre abbiamo intrapreso un percorso fra tanti in quanto “per noi” quel percorso era necessario e non poteva essere diverso? Domanda di secondo tipo: diverso da che? Ma dall’unico percorso per il quale io sono confacente, che diamine! Necessario a che? Questo non me lo chiedete; chiedetelo a un Lui o a un suo simile, ammesso che siate più fortunati di me nell’incontrarlo, almeno una volta, seppure di sfuggita, sulla vostra strada. Ecco, ora sto riprendendo un punto sul quale ci siamo già in precedenza soffermati; il collegamento è necessario. Ognuno di noi, a quanto pare poter supporre, vive una vita che era già disegnata in precedenza. Disegnata non nei suoi dettagli o nelle sue peculiarità, ma in forma di bozza, da un artefice attento al suo evolversi nello spazio e nel tempo. L’artefice, o Altro, o Lui, o chiamatelo come più vi piace, sapete cos’avrebbe potuto fare? Ecco, esattamente questo: abbozzare un progetto evolutivo, inserirvi leggi generali che contenessero in sé, intrinsecamente connaturati, ordini e informazioni più particolari e un principio autoregolativo che, nel corso del processo evolutivo, avrebbe svolto la funzione di smistare, regolare, modificare, innovare e forse stravolgere, all’occasione, questi ordini e queste informazioni. Quindi avrebbe detto “Vai avanti!”, senza pensarci più, perché in quel progetto avrebbe continuato a vivere, in una dimensione parallela, la sua stessa intelligenza.

    [1] Giacomo Leopardi, Zibaldone di Pensieri, pag. 4498, 4 maggio 1829.
    [2] Bertrand Russel, L’elogio dell’ozio, cit.

Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

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