Dove vai pensiero?
- Almach. È un’ondata di pessimismo che sta invadendo il mondo intero. Io credo in quella catastrofe a cui hai accennato tu, Mirach. Credo che tutto un insieme di cose, rimarcate e rese più concrete, più vicine a noi nel tempo e nello spazio, concorra a ingenerare panico. Guerre, minacce nucleari, radiazioni, proiettili cosmici, malattie che non perdonano, stravolgimenti nell’ordine degli eventi naturali, politiche nazionali e internazionali, pressioni prepotenti da parte del mondo che muore di fame alle porte delle isole del benessere, delinquenza, pazzia dilagante sono solo alcune delle sfaccettature di un drammatico mosaico che va, a ritmo incalzante, sgretolando le speranze, demolendo le aspettative, deteriorando energie e forza di volontà. Nelle ultime generazioni abbiamo assistito a una caduta impressionante dei valori. La fede in una ripresa dei fondamenti di una civiltà vivibile vien sempre meno. Si fa strada, dopo l’allarmismo, dopo l’incertezza, dopo il panico, la più temibile indifferenza su un procedere ormai pressoché automatico lungo il pericoloso sentiero del fatalismo accettato. Verrà presto il tempo in cui il padre e la madre non sorrideranno più di gioia alla nascita di un nuovo figlio. Nascita che sarà un segno funesto di sofferenza, tanto che si avvererà quanto il Poeta aveva cantato attorno alla culla di un neonato[1]: “… e in sul principio stesso / La madre e il genitore / Il prende a consolar dell’esser nato.” – Neonati che porteranno impresso, dal primo attimo della loro venuta al mondo, il volto della morte. E genitori impotenti, accasciati dopo aver dichiarato la resa di fronte a un futuro che non potrà essere guardato negli occhi. D’altra parte, e lasciatemelo dire ancora con il Poeta di Recanati, “il buon padre e la buona madre hanno il dovere di sminuire il danno che hanno arrecato ai figli con la procreazione. Perché dunque nasce l’uomo? E perché genera?”[2]
- Tiziano. Non possiamo partire a spada tratta per caricare i genitori di ogni responsabilità. “Così fan tutti” è la giustificazione a buon mercato che si leva dalla voce del volgo. Ma non pensano a possibili alternative educative. Come possiamo attribuire loro le colpe di una cattiva educazione pervenuta ai figli, se nessuno ha insegnato loro l’arte di essere educatore? Chi ha mai parlato ai genitori di “ortopedagogia”, di responsabilità verso il singolo e verso la società in generale? Ma, poi, bisogna lasciarli fare i nostri figli, lasciare che si esprimano, liberamente, senza ingenerare in loro castrazioni psicologiche, traumi evolutivi, sensi di inferiorità o di inadeguatezza. Devono fare esperienza, ecco tutto.
- Mirach. Lasciarli liberi! Bella espressione! E la guida non serve più? A furia di concedere libertà su libertà abbiamo visto a quale punto siamo arrivati. La soglia dell’età delinquenziale si è andata abbassando paurosamente, ma non basta. La gravità dei crimini adolescenziali ha preso la mano in un crescendo di mostruosità e di atrocità. Non sai più se sono bimbi innocenti o baby-killers, non sai più se sono bravi ragazzi o criminali potenziali.
- Tiziano. Non è questo, via, non esageriamo ora. È, piuttosto, che la vita, soprattutto la vita di relazione, s’è fatta di una complessità tale che ne sono derivate confusione e tensione a tutti i livelli. Se tu restringi ancor più il tenore di vita dei bambini, con una pletora di regole e di imposizioni, non fai che portare all’esasperazione le tensioni già di per sé insopportabili. Va a finire che ottieni il risultato di far perdere loro il controllo del proprio comportamento. È sicuramente più consigliabile eccedere in concessioni che non in proibizioni. Questo è il punto. Se tu non sei capace di gratificare in qualche modo tuo figlio, verrà presto il giorno in cui lo perderai, s’allontanerà da te e ci sarà tutto un mondo in agguato pieno di deviazioni minacciose, dalla fuga alla droga, alla delinquenza che ci penserà a prenderselo e a portarselo via.
- Mirach. Ah, la vedi in questo modo, dunque. Bene, conosci anche la storia della bilancia a due piatti?
- Tiziano. No, ma che c’entra ora una bilancia?
- Mirach. C’entra come esempio, per intenderci meglio. Dunque, abbiamo paura che i nostri figli crollino sotto il peso delle tensioni e facciamo qualcosa per controbatterne l’influsso maligno, qualcosa che serva da compensazione, ma questo è un modo che reputo assolutamente errato dal punto di vista educativo. Le tensioni pesano su uno dei piatti della bilancia. Per controbilanciare metto un peso sull’altro piatto. Compro a mio figlio il motorino. Poi mi accorgo che le tensioni si sono probabilmente allentate ma sono state repentinamente sostituite da altre di diversa natura, più pesanti delle prime; in sostanza sono aumentate anziché essere state risolte. Emergono nuove esigenze, il ragazzo fa i suoi bravi confronti con i pari, è insoddisfatto. Si fa strada nuovo malcontento, il piatto torna a scendere. Per ristabilire l’equilibrio aggiungo peso sull’altro piatto: concedo a mio figlio di star fuori fino a tardi, di frequentare i bar, magari fingo di non essermi accorto che ha iniziato a fumare e non intervengo, per non ingenerare tensioni ulteriori naturalmente. Ma queste, a tutto dispetto delle mie speranze, crescono ancora in peso, l’insoddisfazione del mio pupillo si gonfia, il piatto ridiscende, il malessere riaffiora. Metto, allora, ancora altro peso sul secondo piatto: gli riempio le tasche di soldi, perché davvero sarebbe insopportabile fare la figura del tapino di fronte ai compagni. Così sarà sicuro di sé, non gli mancherà nulla, diventerà più autonomo e imparerà ad autogestirsi.
- Tiziano. Ebbene?
- Mirach. Ebbene, se tale continuo compensare la crescita del peso su un piatto con ulteriori sovrapposizioni sull’altro va avanti di questo passo, ben presto succederà l’inevitabile, sarà la stessa bilancia a patirne: uno dei bracci che sorreggono i piatti, o entrambi, si può piegare, si può spezzare; il centro che fa da fulcro può logorarsi e deteriorarsi. A lungo andare sarà l’asse portante stesso della bilancia a cedere, proprio a causa delle compensazioni addizionali che ho puntualmente fornito.
- Tiziano. Bene, così è che tu la pensi. Io, no. Io credo, invece, che le concessioni offerte in forma di rinforzo abbiano l’importante compito di scaricare la tensione. Prova a negare tutte quelle cose che hai elencato per ristabilire l’equilibrio. Primo: tuo figlio sarà considerato un handicappato sociale dal clan dei pari e scacciato dal branco. Secondo: il ragazzino perderà fiducia in tutti e, alla fine, anche in se stesso.
- Ottero. La ragione del discorso sta nella qualità dei rinforzi, io dico, e nel loro significato sul versante umano e della dignità personale. Non sono certo motorini e soldi ad accrescere l’autostima nei ragazzi. Semmai servono soltanto a edificare un falso sé, un colosso d’argilla vuoto e fragile. Non lo nego, ognuno di noi, come genitori, vive nel terrore di una possibile devianza dei propri figli durante il delicato periodo della crescita puberale e adolescenziale soprattutto. Prendi l’esempio del fumo. Prima qualche boccata dalla sigaretta di un amico, poi il primo pacchetto acquistato con l’incertezza e la curiosità di chi affronta l’ignoto, poi l’erba, la marijuana e…
- Tiziano. Ma, andiamo. Allora in tuo figlio, fiducia, manco un po’, non è così? Il terrore del buon padre perfetto: lo spinello altera la personalità e crea dipendenza. Perché, fumare trenta sigarette al giorno no? Dove sta il limite oltre il quale c’è alterazione della personalità? Chi lo stabilisce tale limite? E, inoltre, è scontato che chi prova a fumare l’erba si vada subito dopo a buttare nella droga pesante?
- Ottero. Eppure una soluzione ci deve essere a queste situazioni di estrema conflittualità, tale persino da evitare di sovraccaricare ora di qua ora di là la nostra paziente bilancia.
- Mirach. Hai trovato una soluzione?! Sei un mago. Rivelacela, allora.
- Ottero. Sta in una parolina, tanto breve quanto semplice e risolutiva. È la parolina “NO”. I genitori, se sanno bene quel che si fanno, devono dotarsi di tanta autorevolezza e di tanta ponderata determinazione da saper dire “no” al momento giusto.
- Tiziano. Più facile a dirsi fra noi che a farsi con i figli. Non trascuriamo di valutare il contesto. Qualora un genitore accorto decidesse di ricorre a un no pienamente motivato, quel no sarebbe simile a un fiammifero acceso sotto una pioggia scrosciante di “sì” provenienti dalla massa di altri genitori e dal sistema propagandistico manipolato con estrema facilità dai maghi della persuasione. Ditemi voi se quella piccola fiammella avrebbe mai la forza di sviluppare un fuoco più grande!
- Ottero. Non ho dubbi sull’efficacia del “no”. Eppure, se c’è una cosa che manca nel rapporto educativo, e la cui assenza produce spesso effetti devastanti, è il senso del limite. Saper dire no significa porre dei paletti alle pretese, alle domande, alle risposte, ai gradi di libertà creati all’infinito dalla società dei consumi a portata di chiunque abbia quattro soldi in tasca. No perché non è indispensabile, no perché non è necessario, no perché non serve, no perché le conseguenze prevedibili me lo sconsigliano, no perché in tal modo sottrarrei parte di un bene che viene negato ad altri, no perché ubbidirei unicamente a un bisogno indotto, no perché non ha senso fare le cose soltanto perché tutti gli altri le fanno, senza riflettere sulle motivazioni delle nostre scelte e sulla validità degli scopi che desideriamo raggiungere. La catena dei no potrebbe continuare ancora. E, se guardiamo bene, il cenno che sta a indicare “no” ha pure un suo corrispettivo comportamentale di privilegio: non è di poco conto se con i movimenti del capo possiamo trasmettere un segnale di assenso o di dissenso, ma non così con gli arti; muoviamo l’indice della mano da sinistra a destra e da destra a sinistra per indicare “no”, mentre non esiste alcun movimento opposto per indicare “sì” con un dito.
- Sirrah. Erano i nostri padri o, meglio,i nostri nonni e bisnonni che si sentivano buttare addosso quei no come se si trattasse della cosa più naturale al mondo. Perché i vecchi sapevano, prima, imporre i dovuti no a se stessi. I genitori che non sanno dire di no a se stessi come mai potrebbero trovare la ragione, e la faccia, per dire di no ai propri figli?
- Ottero. E così si crea uno strano connubio tra genitori e figli per cui, agli ostentati diritti dei secondi si sposano le licenze dei primi. Non solo, ma certi genitori giocano addirittura la carta dell’arrendevolezza qualora, avvertiti del comportamento inadeguato dei loro figli, poniamo, a scuola, rispondono con quanta disinvoltura posseggono in corpo: “Oh, ma anche a casa è così, non riusciamo a comandarlo”…
- Tosco. Ottero dei paradossi! Eppure tu conosci almeno una via d’uscita a questo inghippo, tu che ci avevi abituato ad affrontare questioni assurde, come quella dell’ozio e del lavorare meno che mi aveva impressionato assai.
- Ottero. In vero troverei qualcosa in merito andando a pescare nei pensieri di Bertrand Russel. Il mio filosofo parla di una soluzione di taglio organizzativo-sociale che ricorda molto da vicino i kibbutzim. Oh, non allarmatevi, non voglio ghettizzare nessuno. Penso, tuttavia, che la critica portata da Russel all’autosufficienza in cui si va crogiolando compiaciuta ogni famiglia, ma anche all’isolamento in cui le famiglie vengono costrette dall’attuale sistema sociale, lasci trasparire il peso del danno che i bambini devono sopportare a motivo delle tensioni che si possono creare all’interno del nucleo familiare senza possibilità di elaborazione in un contesto che goda di più ampio respiro inter-relazionale. Il rimedio? Drastico, senza dubbio, e impopolare: la rinuncia all’abitazione privata e la sostituzione di questa con un complesso comunitario e partecipativo, compresa ogni provvidenza assistenziale garante, in aggiunta, dell’estensione a tutti i bambini di un progetto educativo a tempo pieno che offra grandi spazi per il movimento, per le esperienze conoscitive, per l’esercizio della creatività. Ci sarebbero i momenti di riunione e di vita insieme fra genitori e figli, naturalmente, tanto da mantenere quel sano rapporto affettivo che tanta parte ha nel costituirsi dell’equilibrio socio-emozionale e della fiducia in sé dei bambini. Calerebbero di certo i pericolosi tassi di tensione, di stress, di spossatezza che oggi affliggono la maggioranza delle coppie con figli in età evolutiva.
- Mirach. Non so. Ma penso che sarebbe proprio la più gran parte delle persone a opporsi a una simile rivoluzione. C’è la rincorsa a un benessere sempre più promettente, ci sono usi, abitudini, consuetudini e soprattutto un’architettura non solo edile che non si possono smontare da un momento all’altro. Ma, cosa assai più importante, c’è la smania di prevalere; si potrebbe mai toglierla dalla testa della gente? Ci vorrebbe una rivoluzione culturale, o un miracolo; ma la prima non si rispecchia in buona luce da quanto ci dice l’eco degli eventi storici che ci hanno preceduto; il secondo sta bene solo nei miti.
- [1] Giacomo Lepardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
- [2] Giacomo Leopardi, Zibaldone di Pensieri, pag. 2607.
Immagine di Copertina tratta da Studenti.it.
