Il latte andato a male. Parte 4 di 7

Dove vai pensiero?

  • Sirrah. Se appena poco fa si andava parlando di disponibilità, di presenza, di interazione, tutti atteggiamenti di cui un padre fa dono spontaneo al proprio figlio, va da sé che questo è amore. L’amore sta qui, quando si consuma il tempo con il proprio figlio, in un’attività condivisa, senza che passi per la mente la benché minima parvenza di noia e senza avvertire la costrizione di produrre uno sforzo per scacciare o superare la noia. Perché, quando la noia si fa sentire, segno è che non c’è spontaneità, non c’è amore. E, se si fa sentire, vuol dire che era lì già dapprincipio, muta soltanto perché tenuta artificiosamente a bada.
  • Tosco. Insomma, uno la buona disponibilità non se la può dare, o ce l’ha o non ce l’ha. È drammatico, ma è così purtroppo, inevitabilmente così da come si vede star su il mondo. Gli adulti hanno imparato a sfruttare i beni, le fonti di energia, gli spazi di profitto, le opportunità di acquisire prestigio e potere. Hanno imparato a essere egoisti e questo è ciò che insegnano ai loro figli, anche senza proferire parole.
  • Sirrah. Ma tu, Mirach, lo chiami ancora normale, anche se una generazione intera se ne andasse alla deriva?
  • Mirach. Eh, sì, è una corrente, un fiume in piena, e noi siamo esili ramoscelli. Non possiamo fare nulla contro la corrente: ci travolge e ci trascina dove vuole lei. Una generazione dopo l’altra, con impeto sempre più rovinoso. Forse un gran numero di genitori sta presentendo l’approssimarsi di una catastrofe dalle dimensioni incontrollabili, e per questo ha tirato i remi in barca. Meglio vivere intensamente quel poco che resta da vivere e non pensare troppo al futuro, ché un futuro forse non ci sarà. È saltato l’anello forte dell’educazione nella sua espressione di dedizione completa e competente, di costruzione di coscienze e di personalità. È saltato perché il benessere imperante e le chimere del bel vivere felici godendo tutto il godibile possibile hanno eroso alla base il senso della indispensabilità di una vita di fatiche costruttive da dedicare alle future generazioni. Sono subentrati lo stile della giustificazione a oltranza e un certo atteggiamento fatalistico di comodo, buoni soltanto a scaricare sulla società in genere le colpe della defezione genitoriale e a confezionare deleghe deresponsabilizzanti per quanto concerne le cure da assicurare all’infanzia, specialmente quando ci si accorge che questa sta andando alla deriva. Una fascia non certo sparuta di genitori ha assaporato il fascino irresistibile che il benessere economico fa accompagnare a facili promesse di felicità, non ha saputo né voluto resistervi, si è lasciata travolgere completamente. Precisiamo: non è il benessere in sé a costituire un male sociale; è piuttosto il cattivo uso che se ne fa. Trattato in modo intelligente il benessere non nuoce, anzi rappresenta una potente fonte di progresso sociale e umano. Ma per arrivare a tanto occorre usare l’intelligenza e, per poterla usare, occorre prima possederla. Possedere intelligenza costruttiva presuppone, a sua volta, una disposizione educativa profondamente vissuta. E il cerchio si chiude. L’intelligenza, sfruttata a puri fini di tornaconto personale, ha finito per spezzare il cerchio, e i valori sono volati via con il vento maligno del correre per avere, senza nulla dare. Con essi si è dissolto lo stesso investimento educativo rivolto al futuro.
  • Tosco. Caspita, che razza di logica: stringente, ferrea, risolutiva, fatalistica fin che si vuole, ma sempre di comodo, e che comodo!
  • Mirach. Anche. Ora che i valori si sono dissolti nello scetticismo più bieco e nel negativismo più distruttivo, fare i genitori, mettere su famiglia non è più un’aspirazione sociale, non è più un’ambizione personale; è qualcosa di molto faticoso, di estremamente rischioso, svuotata di significato. “Carpe diem” pare essere l’unica formula che resiste ai colpi dell’indifferenza dilagante. “Carpe diem” a ogni costo, anche sulla pelle degli altri, l’importante è godere il presente, finché si può, accettando persino che questo significhi terminare l’esistenza su un mucchio di spazzatura, sommersi da veleni, colpiti ai fianchi da insidie di varia provenienza, non ultime quelle che ci proverranno dalla nostra stessa progenie. È chiaro quel che intendo per normalità?
  • Tosco. Chiaro, ma avvilente!
  • Ottero. Avvilente e drammatico. Assistiamo a un intensificarsi dei problemi, delle tensioni, delle difficoltà relazionali, dei casi di depressione e di crollo della fiducia. Sono fenomeni che colpiscono i ragazzi, i loro genitori, i loro insegnanti. Il secondo anno del millennio ha visto affiorare in forma crescente questi malanni. Non possiamo ignorarlo, se soltanto andiamo a considerare l’incrudelire degli episodi di aggressione bestiale che la cronaca ci riporta. Cogne, Imola, Sondrio, Milano sono soltanto alcuni dei palcoscenici passati alla storia dei delitti più atroci.
  • Mirach. Per completare la triste panoramica, Natale 2005, manca circa una settimana: in Sicilia, nei pressi di Enna, un ragazzo di tredici anni trovato con il cranio fracassato. Un figlio di buona famiglia, rispettato, stimato, senza precedenti e non sfiorato da ombra di dubbio circa la sua serietà di vita. Si fanno le solite supposizioni, da una lite fra coetanei a insinuazioni di implicazioni pedofiliche. Non basta, ancora una notizia tragica, l’ultimo giorno dello stesso anno: un’anziana signora, rincasando dopo aver preso parte a una gita organizzata, viene aggredita, barbaramente trucidata da un gruppo di balordi per pochi spiccioli che portava con sé nella borsetta. Siamo alla disperazione, in tutti i sensi! Sulla testata di un quotidiano si legge una dichiarazione che pressappoco suona in questi termini: succedono cose inspiegabili, che fanno risalire a qualcosa che non funziona più tra i ragazzi e gli adulti che ne hanno cura; si è creata una spaccatura nel salto generazionale, uno strappo che al momento mette in luce ferite insanabili, pericolosissime in una prospettiva educazionale a medio termine.
  • Ottero. Come se non ce ne fosse abbastanza, a fronte di tanti casi di manifesta pazzia infanticida, si è pensato a riformulare il Piano sanitario nazionale allo scopo di arginare le efferatezze che hanno coperto dell’ombra di tragedia l’apparentemente serena vita di famiglie che tutti consideravano normali. Lavoro assicurato per psicologi e psichiatri, ai quali sarà richiesto con urgenza di ricucire le falle e di rimettere insieme i cocci per arrestare al più presto le troppo frequenti emorragie di buon senso comune. Senza andare a quei pochi sventurati, accecati dalla droga e dalla disperazione, che non ci pensano neppure tanto a sgozzare genitori e fratelli per assicurarsi il denaro necessario al lento suicidio.
  • Tosco. Già, ragazzini killer e bambini vittime di abuso, una bella prospettiva davvero! Volete sapere qualcosa in più delle sevizie a cui sono sottoposti un gran numero di bambini? Ecco, allora. All’inizio di novembre del 2012 i mass media affermavano che nel giro di sei anni erano più che triplicati i casi di abuso fisico su minori. Era quanto emergeva dai dati raccolti dalla linea 114 gestita da Telefono azzurro e diffusi in un convegno tenutosi in Senato. Dal mese di gennaio 2006 all’agosto del 2012 le richieste di aiuto per percosse e maltrattamenti subiti erano passate dal 5,2% al 17,1% (+ 3,9 rispetto al 2011): quasi una denuncia su cinque era legata a casi di abuso fisico. Raddoppiate nello stesso periodo le denunce per trascuratezza grave (dal 5,7% al 10,4%) e aumentati i casi di abuso psicologico (dal 8,3% al 12,9%), di “inadeguatezza genitoriale” (dal 6,3% al 10,2%), di violenza tra i genitori e di disagio emotivo comportamentale. Nel 2012 giungevano al servizio 114 di Telefono azzurro circa quattro richieste di aiuto al giorno, 115 al mese. In sei anni furono seguiti 10.526 casi. Era il Nord Italia l’area in cui vennero gestiti il maggior numero (42,8%) dei casi di emergenza, mentre per quanto si rifaceva alle regioni il primato negativo veniva raggiunto dalla Lombardia (15%) seguita dal Lazio (14,5%) e dalla Campania (12,6%). Prevalevano le richieste d’aiuto per bambini fino ai dieci anni (64,2% dei casi) e il pericolo per i minori proveniva soprattutto dall’ambito familiare (63,1%).
  • Tiziano. Non sarà anche, Tosco, che una nuova cultura abbia preso il sopravvento, quella dell’informazione e della progressiva assuefazione all’uso del telefono, ma non meno l’inibizione crescente nel trasporto a confidare i propri disagi, tutte cose che hanno dato ai bambini molte opportunità di farsi più presenti sulla scena del sociale?
  • Tosco. Sarà anche così, Tiziano, ma la cosa importante è che tutto ciò sia emerso e fatto oggetto di nuova consapevolezza. Stiamo parlando della famiglia, non è vero? La famiglia che dovrebbe essere la culla della formazione, della crescita armoniosa, della serenità di spirito, dell’apprendimento di atteggiamenti morali positivi, prosociali e via di questo passo! Ma pensa che nel 78,3 per cento dei casi, stando alle valutazioni dei mass media, il presunto responsabile del disagio ravvisato nei minori veniva identificato in uno dei genitori. Dice poco questo? Solo marginalmente farò notare che il 19,5% delle segnalazioni era riferita a un bimbo straniero.
  • Mirach. C’è stata qualche reazione più vibrata del solito in alcune situazioni. S’è capito, ultimamente, che la matrice di quella che sarà la persona con una ben definita personalità si stampa in seno alla famiglia, nei primi mesi e anni di vita dei bambini. Questi ultimi, è stato detto e ridetto, insieme al latte materno succhiano un latte affettivo che non ha odore né colore né sapore, ma che lascia impronte indelebili per il corso che sarà successivamente impresso alla vita emotiva e affettivo-relazionale del bambino diventato ragazzo e poi adulto. Il latte è un elemento di straordinario significato nell’economia evolutiva dell’individuo. Non è soltanto un caso che il latte materno sia l’unica sostanza escreta dal corpo umano a essere desiderata e apprezzata. Per tutte le altre, sudore, orina, feci, muco, sangue, sperma, saliva, forfora, squamosità, cerume, emanazioni gassose, persino capelli caduti, alito e lacrime si prova, in diversa misura, schifo. Il latte, invece, piace, è dolce, gustoso, profumato, tiepido, nutriente. Non sempre è la stessa cosa per il latte affettivo, con la differenza che il bambino riottoso può rifiutarsi di succhiare il latte organico, ma nessuno riesce a respingere il latte affettivo; quello entra per i pori, per tutti i canali di senso, per gli invisibili recettori dell’anima. E se non è buon latte affettivo assume tutte le caratteristiche del latte andato a male. Non c’è nulla di più repellente che il puzzo del latte andato a male o il lezzo del latte bruciato sulla fiamma. Con questo sono anch’io a rimarcare la fondamentale importanza e l’enorme responsabilità della famiglia dal momento in cui si trova a far crescere e a educare un essere umano sin dai primi giorni di vita. Ciò che sarà più tardi dipende in larga misura dal tipo di latte – mi riferisco in particolare al latte affettivo – che il bambino avrà succhiato e metabolizzato. Lo sanno bene gli insegnanti i quali, occupati nel proseguire e completare a scuola l’opera educativa della famiglia, si trovano talvolta a far fronte a casi pregnanti di drammaticità, resi ancor più problematici dalla relativa impotenza avvertita nel tentativo di inserire i propri sforzi educativi in una trama i cui giochi sono ormai ampiamente fatti. È in terra di Gran Bretagna che sono per la prima volta scattati formalmente provvedimenti comminati per contrastare un nuovo tipo di reato, quello di omissione di educazione: se i figli non vanno a scuola, i loro genitori finiscono in prigione. Non si tratta neppure di un fenomeno isolato e lo dimostrano le voci di preoccupazione che si levano un po’ da tutte le parti del mondo. Le cose sono andate avanti, in modo errato sul piano dell’educazione, per troppo tempo. Siamo giunti al punto in cui sta prendendo piede una diffusa difficoltà nella gestione dell’età evolutiva all’interno della quale vanno insediandosi con disarmante disinvoltura atteggiamenti di devianza che costituiscono un forte motivo di pericolo sia individuale sia sociale, ma anche un motivo di pesante timore per quelli che dovranno o potranno essere la struttura e i valori portanti della società di domani. Non è di epoca remota la notizia degli “F4”. Così si facevano chiamare i componenti di una di quelle “baby-band” che fanno impazzire ragazzi e adolescenti. Più famosi quasi dei “Beatles”, grazie al potere informazionale di un mondo globalizzato, hanno lanciato dal loro paese, Taiwan, un messaggio molto gradito ai loro coetanei di ogni colore o etnia: parlare con le corde di una chitarra, occuparsi di belle ragazze e lasciare ad altri il fastidio dello studio e della scuola. L’età della noia, della resa, dell’interesse per il sesso, dell’irrisione, dell’insensibilità, dell’intolleranza, della ribellione si sta abbassando sempre più. Sarà emblematico? Ha da essere questo il modello vincente di “teen-agers” che le ultime generazioni di educatori hanno prodotto?

Immagine di Copertina tratta da Wild At Heart.

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