Il latte andato a male. Parte 3 di 7

Dove vai pensiero?

  • Tosco. Non comprendo il nesso tra il sentirsi amato e il giocare. Forse che un bambino, in camera sua, con tutta una dovizia di comfort e di trastulli, non si mette a giocare? E con questo non si sente amato?
  • Sirrah. Parlo del gioco interattivo, del gioco in presenza, dove il genitore partecipa alle attività del figlio. Ma vi partecipa perché gli piace dedicare quel po’ di tempo al figlio, senza sentirvisi costretto, senza dar segni di sforzo o di noia. Ciò che il bambino recepisce è l’essere egli, in quel momento, oggetto degno dell’attenzione di una figura parentale, sentire senza equivoci che il genitore si interessa a lui e lo fa lasciando trasparire genuino piacere.
  • Ottero. Io credo che si debba cercare di stabilire un minimo di equilibrio nelle nostre aspettative rivolte all’educazione dei bambini. Il problema risiede soprattutto, a mio modo di vedere, nel creare un rapporto di armonia fra ciò che noi intendiamo per libertà di espressione e di comportamento nei bambini e la necessità di stabilire delle regole, cioè quel po’ di disciplina morale che sappia conservare al senso di libertà una accettabile dimensione interattiva-sociale. È una politica di investimento educativo che si gioca quasi interamente nel periodo che precede la frequenza scolastica e che imprime segni indelebili nella struttura di carattere dei piccoli. Pare evidente che è lì che stanno le più significative opportunità di scelta le quali saranno determinanti per il futuro vissuto dei figli. I bambini, in ogni caso, come anche ci suggerisce Bertrand Russel[1], devono poter coltivare l’impressione che i grandi preposti alla loro educazione stanno lì per aiutarli e fanno questo in un modo che essi, i bambini, ritengono giusto. Devono essere messi nelle condizioni di poter assaporare, in ogni momento della relazione, un insieme di cordialità e di simpatia. La formula starebbe nel creare la genuinità di un atteggiamento, quella genuinità che sola proviene dal sentire di provare piacere, da parte degli adulti, di condividere un po’ del loro tempo con i bambini. E non sarebbe neppure una formula di difficile applicazione, a sentire Russel quando asserisce che, qualora noi siamo capaci di avvertire un senso di simpatia per i bambini, nella misura almeno in cui certe persone – e sono molte – proverebbero il medesimo sentimento per animali da compagnia o da diporto, gli stessi bambini sarebbero indotti ad accettare quanto noi consigliamo loro e quanto invece rientra nei nostri divieti. Non ci devono essere altri scopi; soltanto l’interesse lucido e trasparente che proviene dal piacere spontaneo di stare insieme ai bambini. Non c’è altro che valga nel tentativo di rendere accettabili le nostre soluzioni educative rivolte ai bambini, all’infuori dell’affetto non disgiunto dalla delicatezza del tatto.
  • Sirrah. Il momento del giocare con il proprio figlio costituisce, per un genitore, una risorsa impareggiabile di opportunità educative che si realizzano non già per un tramite didattico, ma per empatia, per assorbimento più o meno inconscio di valori, di competenze sul piano mentale, affettivo, relazionale. Io credo che le maggiori garanzie di riuscita a beneficio della formazione personale sarebbero date proprio da questo tipo di atteggiamento genitoriale, che, attenti bene, non è ossessività, non è presunzione, non è autocostrizione, non è pianificazione pura, non è neppure dedizione in assoluto. È riuscire a star bene con il proprio figlio per alcuni momenti della giornata, è fargli pervenire il messaggio senza parole che recita: “Mi interessa e mi piace partecipare a ciò che fai e che dici”, è provare serenità e pienezza.
  • Almach. Credo sia importante. Da una parte un genitore che interagisce con il figlio dimostrando piacere e senza dare segni di noia. Dall’altra un bambino che legge questi atteggiamenti senza ombra di equivoci. Si crea sintonia. Ma non sempre il genitore è ben disposto. Può trattarsi che giochi con il figlio, interagisca in compresenza perché sa che è questo ciò che deve fare per il bene del figlio, anche se si sente stanco, anche se la sua mente è oppressa da altri pensieri, anche se sta producendo sforzo per dissimulare la noia che sta provando. Credo che al bambino non sfugga neppure un particolare di questo originale linguaggio e credo che egli sappia leggere con estrema trasparenza il grado di disponibilità affettiva che sta dietro al comportamento manifesto del genitore e riesca a cogliere nel suo insieme tutta la sconcertante contraddizione che la scoperta delle vere tensioni affettive relative al padre ha messo a nudo. Questo è un doppio segnale, responsabile diretto di una caduta di sostanziali punti di riferimento. Una caduta che potrebbe risolversi in un danno per lo tesso bambino perché, come ammoniva Leopardi, “il fanciullo è sempre franco e disinvolto… Se però non è alterato dall’educazione”[2]. Succede anche questo, ci sforziamo forse per fare del nostro meglio, ma qualche volta sono proprio i metodi educativi di cui siamo tanto convinti a indicarci la strada sbagliata.
  • Sirrah. Ed è così. Il mestiere di genitore si può apprendere, anzi lo si dovrebbe apprendere in quanto regna ancora molta ignoranza sia nei giovani che si preparano a diventare madri e padri sia in genitori di consumata esperienza che credono di poter andare orgogliosi di quelli che non sanno essere stati i loro sbagli educativi. Ma non è sufficiente. Non si tratta, infatti, di studiare, esercitarsi per diventare pilota o chirurgo o archeologo. Queste attività richiedono conoscenze tecniche, scientifiche, richiedono acquisizione di perizia. Sono, tuttavia, mestieri o professioni che trasmettono segnali a senso unico, non tutti nella stessa misura, evidentemente. Perché? Perché ci sono un emittente di ordini e un esecutore di ordini. Persino nel rapporto clinico, sebbene il paziente ci metta del suo con l’investire il proprio stato patologico di una evidente volontà di guarire, le conseguenze veicolate dall’intervento chirurgico o profilattico faranno silenziosamente il loro corso e porteranno, nella maggioranza dei casi si spera, alla scomparsa dei sintomi indesiderati e al debellamento del morbo. In ambito educativo ciò non vale del tutto. Possiamo addestrare alla perfezione una coppia di sposini ad affrontare il compito di essere genitori, ma, quando sarà il momento, gli sforzi pedagogici che i due prodigheranno si scontreranno inevitabilmente con una doppia problematica. Da una parte avranno a che vedersela con le reazioni del piccolo ai loro interventi. Il bambino, soprattutto se in età molto precoce, non coltiva interessi particolari a essere istruito ed educato. Potrebbe persino manifestare opposizione, rifiuto, ribellione e vanificare gran parte delle fatiche dei genitori. D’altra parte il messaggio in partenza potrebbe mancare di trasparenza, essere parzialmente inquinato. Mi spiego meglio. Ammettiamo che i genitori siano stati ammaestrati per bene, ammettiamo che facciano di tutto per realizzare i buoni propositi con i quali hanno deciso di partire nel compito delicato e difficile che hanno scelto. Dopo tutto questo, chi ci assicura che la certezza nei buoni propositi, partita dai genitori, venga letta dalla mente del bambino nello stesso codice di interpretazione? Il bambino potrebbe avvertire una sensazione allarmante, derivata dalla inevitabile osservazione di particolari atteggiamenti mal dissimulanti una disposizione non del tutto genuina: “Guardati bene, l’affetto che ti danno è vestito di dovere e di autoimposizione morale, di fedeltà a princìpi sanciti socialmente. Sembra che venga dal cuore, ma non viene dal cuore, viene dalla loro razionalità. È freddo, ti farà del male!” – Questo, secondo il codice di lettura cognitivo. Secondo il codice governato dal cuore, il bambino capirà a volo il sapore della situazione e si sentirà gettato lontano, in una solitudine dove cadono parole vuote e gelide, battenti come chicchi di grandine nel frastuono di una tempesta. Io credo in una cosa: l’amore che viene dai genitori, e che il bambino percepisce, è un sentimento scaturito da un inconscio e diretto a un inconscio. Non è possibile offrire educazione, e neppure istruzione, senza amore. Amare, educare, istruire rappresentano una trilogia di capacità e di competenze che vanno ben oltre il senso che solitamente si assegna a un “dovere”. Sono sinonimo di creazione, e di creazione operata da un artista. Non avrete mai sentito dire, credo, di un grande poeta o pittore o compositore che abbia costruito un piano perfettamente architettato dal quale far nascere la propria creazione. Nessuno di loro ha pensato “Ora mi metto a tavolino e fabbrico un’opera d’arte”. No, hanno dato mano a penna, pennello, tastiera come d’impulso, senza troppe razionalizzazioni, perché c’era qualcosa di estremamente bello che premeva dal profondo del mondo sentimentale, qualcosa che esaltava e voleva emergere alla coscienza, qualcosa che doveva essere espressa, comunicata, trasmessa, fatta conoscere. Da queste pressioni arcane hanno preso vita canti, rappresentazioni, sinfonie di ineffabile bellezza. Così per chi educa un bambino. Si impara a essere genitori, siamo d’accordo, si apprendono le tecniche e le strategie più efficaci per educare e per istruire, ma non si apprende, o non sempre si riesce ad apprendere, la musica sulle ali della quale il messaggio inviato verrà recepito, riconosciuto, apprezzato, accettato e interiorizzato. È questo il volto che desidererei assegnare a quell’essere in “presenza” di cui andiamo argomentando.
  • Tosco. Le statistiche dell’inizio millennio, se ben ricordo, non erano molto confortanti in merito al senso di tale presenza e al genuino valore evolutivo che essa potesse sprigionare. L’anno 2002 segnava il formarsi di una vasta consapevolezza attorno al problema. Si diceva che, da stime e da interviste effettuate, i padri europei concedevano ai loro figli un tempo giornaliero di interazione che si aggirava sulla mezz’ora, poco più poco meno. In testa alla classifica della latitanza genitoriale stavano i padri italiani, disposti a riservare una media di appena quindici minuti di tempo al giorno per stare con i propri figli.
  • Mirach. È normale.
  • Tosco. Lo chiami normale? Non poni mente alle conseguenze che una simile disposizione falso-genitoriale ha scatenato? Bambini sempre più soli e disorientati, personalità in rapida evoluzione su un’impalcatura fragilissima, personalità che prima o dopo crollano appena si trovano ad affrontare problemi per i quali non sono state attrezzate. E lo chiami ancora normale?
  • Mirach. Nel senso che così sono andate le cose, e così vanno oggi. Non potrebbe essere diversamente. Anzi, i padri italiani dimostrano una migliore capacità di adattamento al mutare degli eventi; sono più flessibili, più pronti a interpretare le necessità emergenti.
  • Tosco. Continuo a non capire.
  • Mirach. Senti, pensi forse che i bambini di oggi e delle ultime due generazioni siano veramente stati educati a crescere come persone dotate di autonomia di giudizio?
  • Tosco. Ho dei dubbi.
  • Mirach. Fai bene ad averne. Sino a un paio di generazioni dopo l’ultima grande guerra coloro che decidevano di diventare genitori accettavano anche di affrontare una vita relativamente gravida di sacrifici, di rinunce. Si può credere che non l’accettassero proprio con esultanza, ma ne facevano un imperativo categorico, una componente sì dura, ma nello stesso tempo nobilitante della funzione genitoriale. Guardati in giro e dimmi: vedi molti candidati genitori, oggi, pronti a scegliere una vita di abnegazione? Perché di questo si tratta.
  • Tosco. Ne vedo pochi, pochissimi, a fatica.
  • Mirach. I nonni e i bisnonni erano autorevoli, severi, insegnavano a consumare con parsimonia, insegnavano a risparmiare in previsione del futuro o di impegni da assumere. Insegnavano il rispetto umano. Costruivano e insegnavano a costruire.
  • Sirrah. Oggi invece consumiamo e insegniamo a consumare.
  • Mirach. I vecchi, ai loro bei tempi, credi tu avessero molti svaghi, molte occasioni e molte possibilità di divertirsi?
  • Tosco. Credo di no, non ne avevano il tempo; il lavoro assorbiva la maggior parte della loro giornata. Inoltre, non avevano denaro in tasca, occorre denaro per divertirsi.
  • Sirrah. Stiamo parlando in generale, resti inteso. Le eccezioni ci sono state e sempre ci saranno dall’una all’altra parte della scena. Comunque hai detto bene: il denaro e, di conseguenza, il benessere, il tempo libero, l’apertura di orizzonti ad ampio raggio nella vita di ciascuno. Oggi si pensa ad altro. I figli non sono più un investimento per il futuro dell’azienda familiare, non costituiscono più l’occupazione o la preoccupazione dominante.
  • Tosco. Questo sta a significare che un tempo si amavano di più i propri figli e che oggi questo tipo di amore va decadendo?
  • Sirrah. Non proprio, ma potrebbe essere un’altra delle infauste conseguenze ora in agguato, o un effetto collaterale collegato a una stessa catena causale. Diciamo che gli attuali genitori sono più distratti, più svogliati. Sanno di esserlo e gli va bene così. Perché dovrebbero sacrificarsi? Non ce n’è motivo, ci sono tanti mezzi provvidenziali a disposizione, tutti finemente pensati per tenere i figli al loro posto. La struttura del progresso sociale è impiantata in modo tale che stare a perdere molto tempo con i figli significa seppellirsi vivi. Io, genitore, ho diritto di vivere la mia vita. Perché dovrebbe essere mio figlio a impedirmelo? Io gli offro tutto ciò che gli occorre e, in quanto a me, voglio godermi la mia libertà. E cosa ci starei a fare le ore con mio figlio? Lui si annoierebbe con me che amo altre cose che non siano i suoi giochi e a me nessuno ha insegnato che cosa dovrei fare, tanto meno me ne hanno insegnato il motivo, se un motivo c’è.
  • Mirach. Bello, questo ragionamento, vero? Fa molto comodo parlare in codesto modo… già… tanto qualcuno ci penserà, perché proprio io?
  • [1] Bertrand Russel, L’elogio dell’ozio, op. cit.
  • [2] Giacomo Leopardi, Zibaldone di Pensieri, pag. 1063.

Immagine di Copertina tratta da Medium.

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