Il latte andato a male. Parte 2 di 7

Dove vai pensiero?

  • Sirrah. Condivido, e dirò di più, se mi permettete di vestire per un attimo i panni dell’insegnante e di esprimere un punto di vista che ho avuto modo, a mia volta, di ascoltare in svariate situazioni. Studenti che non sanno più ragionare, che non vogliono ragionare, che sono demotivati, rinunciatari senza riserve, che hanno smarrito dal loro vocabolario termini come sforzo, fatica, rinuncia, perseverazione, sacrificio, ma anche come orgoglio, ambizione, amor proprio, desiderio di conquista culturale. Per fortuna non tutti, sarebbe un disastro! Ma il fenomeno di anno in anno va prendendo spazio, in modo seriamente preoccupante. Gli esiti scolastici nei giovani lo stanno a dimostrare. E, quand’anche gli esiti scolastici lascino intravedere una definizione non proprio scoraggiante su base statistica, ci pensa comunque il livello reale di cultura e di pensiero a fare infine cattiva mostra di sé. Avete presenti quelle inchieste così chiamate “OCSE-PISA”[1] che, da qualche tempo in qua, valutano le competenze degli adolescenti in alcune materie forti del curricolo scolastico? Bene, per parlare solo dell’Italia, l’attribuzione di cui la nostra Nazione godeva ultimamente su una scala di 104 Paesi, in un solo anno è scesa dal 28° al 45° posto[2]. Brutta scivolata davvero! All’interno dell’ambiente scolastico, come pare constatare, si va parlando con sempre maggiore insistenza di un declino dell’impegno osservato da lungo tempo ormai in una fascia sempre crescente di popolazione scolastica. Mi riferisco, più concretamente, al fattore “energia individuale” che ogni singolo studente metterebbe a disposizione nella ricerca di progresso lungo il percorso culturale che la scuola prevede e organizza sulla scorta dei Programmi didattici. Un complesso di atteggiamenti nel quale convergono la volontà, la determinazione, la chiarezza d’intenti, la fiducia nel sistema educativo in genere, la ricerca del significato, l’ambizione personale per la formazione di una mentalità critica e aperta, ma anche il superamento dei traguardi raggiunti per puntare a mete di realizzazione culturale più gratificanti: è la grande assenza che pare vada affermandosi con una progressione costante fra i giovani. Più che mai, oggi, si fa urgente volgere gli sforzi verso la creazione di itinerari interattivi capaci di favorire una presa di coscienza di validi motivi sia culturali sia socio-esistenziali sia etico-morali per approdare a una consapevolezza, all’indirizzo di tutti e di ciascun alunno, del proprio essere e del proprio ruolo in una prospettiva di incremento per quanto possibile ottimistica verso la realizzazione e la stabilizzazione di una realtà aperta alla convivenza, alla collaborazione, al rispetto reciproco.
  • Mirach. Già, e sta di fatto che nelle regioni italiane della Campania e della Calabria ben tre su dieci studenti non arrivano a conseguire un diploma di scuola superiore. Molte le cause, se vi pare, ma se vogliamo limitarci a quelle istituzionali veniamo a sapere che i fondi per gli interventi sociali dello Stato alle Regioni hanno subìto una drastica riduzione, pari, all’85%, tra il 2008 e il 2011. Per quanto riguarda le spese stanziate e utilizzate in materia di educazione, stando a quanto rivelano le fonti Ocse, l’Italia del 2011 si trova al 29° posto su una scala di 34 Paesi[3]. Ma lasciatemi fare ancora una considerazione che tocca da vicino chi nella scuola lavora a contatto diretto con gli studenti: quella che può essere tradotta nel dualismo ossimorico sempre presente “onnipotenza/impotenza” della Scuola. I nostri Programmi nazionali sono ottimi nell’enunciato, ambiziosi negli obiettivi e nei contenuti. L’istituzione Scuola pare godere di una autorevolezza che consente a tutti gli effetti di svolgere il ruolo educativo-formativo e di alfabetizzazione che le è assegnato. È doveroso, è necessario perseguire i grandi obiettivi, portare a realizzazione e a forme di concretezza fruibile le grandi finalità: formazione dell’uomo e del cittadino, alfabetizzazione culturale, sviluppo armonico e integrale della personalità; punti di arrivo che in alcuni casi, ultimamente in sensibile crescita, restano, almeno per alcuni aspetti, pure utopie. L’insegnante si guarda attorno, guarda se stesso, scruta dentro se stesso e incontra l’ansia della risposta non trovata: faccio del mio meglio e il riscontro che riesco a ottenere è un comportamento deludente sul piano dell’affermazione culturale. Poi i fatti gli spiegano, a poco a poco, che la responsabilità di questo insieme di defezioni non è neppure interamente ascrivibile agli alunni che gli sono stati affidati. Si chiede ancora perché e che cosa stia succedendo che egli non riesca a comprendere. Poi, ancora, qualche informazione di taglio sociologico gli svela una realtà calcificata e amara, epilogo delle dinamiche incorse da un paio di generazioni in qua: il crescente benessere economico, la disponibilità materiale di acquisto, la crescente tecnologia dei consumi e delle comodità, quando non dell’illusorio e del superfluo, ma anche un pericoloso allentamento di un certo rigore morale passato di moda e rimpiazzato da più comode impostazioni permissiviste, tolleranti o impaniate addirittura nell’assuefazione al degrado, hanno indotto un modo di pensare profondamente mutato e hanno dato vita ad atteggiamenti inattesi nei confronti di una realtà in rapida trasformazione. Da una parte genitori poco oculati e piuttosto distratti che, per non incappare in inusitati sensi di colpa agli occhi della società, danno tutto il possibile ai propri figli, non fanno loro mancare alcunché, spianano loro la strada e abbattono ogni benché minimo ostacolo; genitori che, talvolta, concedono anche il troppo e il non necessario ai propri figli, pur di essere lasciati in pace a godere delle opportunità che la vita è ancora in grado di offrire loro; genitori, ancora, ambiziosi ed esigenti oppure incapaci e sprovveduti, latitanti di fronte alle proprie responsabilità ma sempre pronti nel delegare alle strutture sociali ciò che essi non sanno fare o, peggio, l’oneroso compito di porre tardivamente riparo ai danni spesso pesanti arrecati a un promettente sviluppo personale dei figli già dalle prime fasi dell’esistenza. Dall’altra bambini avvezzi alla logica del “carpe diem”, male equipaggiati nel far fronte ai grandi temi attinenti alla vivibilità sociale, alla cooperazione, alla creazione del proprio futuro; bambini che crescono per lo più disorientati, privi di saldi punti di riferimento, ignari, accecati da un falso ottimismo di facciata e a loro volta irresponsabili, incapaci di produrre quella minima quantità di sforzo e di fatica che la conquista dell’esistenza richiede loro; bambini abituati ad avere sempre ragione, disinvestiti da qualsiasi senso di colpa o di vergogna, liberati da inibizioni, pronti nell’avanzare pretese e facili alla perdita del rispetto umano fondamentale; figli, infine, sempre più soli e incompresi, avidi di risposte che rincorrono senza potersene impadronire.
  • Sirrah. Non è una bella considerazione quella che hai appena delineato, Mirach, e nemmeno molto coerente con quanto le altisonanti declamazioni profuse dalla politica dell’istruzione vanno ribadendo, se vogliamo. Ma non possiamo nasconderci dietro un dito quando vediamo molto chiaramente che il compito della Scuola, in questa panoramica, assume connotazioni sempre più vicarianti e mirate al recupero di qualcosa che, in molti casi, ha smarrito le occasioni per affermarsi in veste di struttura di personalità. Oggi, soprattutto, nella scuola sta emergendo il bisogno di passare da un’educazione in funzione dell’apprendimento a un’educazione in funzione del pensare, enfatizzando le abilità che rendono possibile l’acquisizione di nuove abilità. Il bambino dovrebbe raggiungere la padronanza di buone capacità di pensiero: in quanto tale egli non è semplicemente un bambino che è cresciuto, ma anche un bambino la cui capacità di crescita ha subìto un incremento. Che cosa significa questo? Significa che la scuola, secondo me, dovrebbe soprattutto aiutare i bambini a scoprire il senso della vita, a cogliere il senso delle cose, a scoprire le proprie risposte in merito agli argomenti importanti della vita, a scoprire la coerenza, a scoprire situazioni, a realizzare il piacere della riscoperta, a ricercare significati, a inferire i significati, a renderli manifesti, a pensare da se stessi, a migliorare la capacità di giudizio. Vogliamo avviarci per questa via? E allora incominciamo a far nostre alcune convinzioni, e sono queste: non è vero che i bambini sono apatici per loro stessa natura; è più probabile che apprendano a divenire apatici; essi, in realtà, vogliono imparare, ma in modo significativo; sentono la necessità di riflettere sugli aspetti chiave della loro esistenza, di trovarvi un senso; provano interesse per le parole degli adulti, ma più ancora per le opinioni che di tali parole si rivestono. La scuola, in tutto questo discorso, occupa una posizione di indubbio rilievo nell’insieme di risorse che concorrono a formare gli individui, le persone, ma non è tutto. Anzi, non è neppure la componente principale della storia educativa della persona. C’è la famiglia, innanzitutto.
  • Almach. Innanzitutto, nel senso che viene prima della scuola, ma poi, vuoi mettere quanto tempo i bambini trascorrono a scuola e quante opportunità educative incontrano in quell’occasione?
  • Sirrah. Non è questione di tempo, e neppure di quantità. Ciò che ha maggiore attinenza al rapporto educativo riguarda l’incisività e la qualità dei rapporti che si stabiliscono al suo interno. Ma non finisce qui. La famiglia, nei confronti dell’educazione dei bambini, agisce nel volgere della fascia temporale più favorevole in assoluto, in forza dei periodi critici che la sequenza evolutiva va attraversando nei primi anni di vita dell’individuo e in forza della estrema plasticità con la quale il sistema nervoso centrale si va organizzando in quello stesso periodo. È lì che si costruiscono le fondamenta della persona, è lì che si dà forma ai tratti di personalità, è lì che vengono stabiliti schemi di pensiero, di affettività e di comportamento sociale secondo un’impostazione che sarà determinante e veicolante del successivo comportamento per tutto il resto della vita dell’individuo. Tutto questo in linea generale, tengo a sottolinearlo, perché a ogni cosa si accompagnano le dovute eccezioni, ma comunque su una scala previsionale di gran lunga significativa.
  • Almach. Vuoi dire che la famiglia costruisce lo zoccolo dell’edificio, e quel che verrà edificato sopra dipenderà dalla consistenza e dalla struttura di quel basamento?
  • Sirrah. In gran parte, così almeno suggeriscono certe correnti di studio psicoevolutive, quelle psicoanalitiche in particolare.
  • Almach. Come dire che quello dei genitori è un mestiere fra i più importanti!?
  • Sirrah. Il più importante, direi, e il più delicato, il più determinante e anche il più compromettente. Sono numerosi gli studi della psicologia dell’età evolutiva a convergere verso questa convinzione. 
  • Mirach. In che modo sarebbe il mestiere più importante?
  • Sirrah. Posso portare uno fra una nutrita serie di esempi: la presenza. Tutto sta in questo termine. Essere genitori significa essenzialmente essere presenti.
  • Mirach. E che cosa significa essere presenti?
  • Sirrah. Mi farebbe piacere conoscere la tua opinione al riguardo.
  • Mirach. Ah, bene, ecco, credo possa consistere nello stare molto tempo con mio figlio, proteggerlo, seguirlo, insegnargli tante belle cose, non fargli mancare nulla.
  • Sirrah. E giocare con lui.
  • Mirach. Giocare?
  • Sirrah. Giocare, sì. Il gioco per un bambino piccolo è la sua stessa vita, il suo modo di essere, di esprimersi, di pensare, di immaginare, di creare legami affettivi, di costruire il proprio sé. Le cure dettate da preoccupazione o da senso di responsabilità soltanto non sono sufficienti. Il malanno, o malessere, più diffuso e più ansiogeno fra i bambini è quello del sentirsi soli. Magari circondati da ogni attenzione, dalle cure più assidue, da oggetti di gratificazione d’ogni genere, i bambini, si dice, hanno tutto. Ma spesso manca loro la cosa più importante, infinitamente più grande anche della somma di ogni cosa che già possiedano, e insostituibile: l’amore. Sentirsi amato, per un bambino, è l’equivalente del non sentirsi solo quand’anche sia fisicamente solo, è come un rispecchiarsi continuo in un’identità personale in costruzione che riassume in sé e riflette le sicurezze innestate su una serie confortante di identificazioni fondamentali.
  • [1] Paesi OCSE; europei ed extraeuropei con lo scopo comune di attuare la massima espansione dell’economia, dell’occupazione e del tenore di vita. – P.I.S.A.: “Programme for International Students Assessment”.
  • [2] Notizia diffusa da “Leonardo” – RAI3 del 09 marzo 2005 e sulle prime pagine dei giornali del 10 marzo 2005.
  • [3] Da Televideo del 1° ottobre 2011.

Immagine di Copertina tratta da Medium.

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