Il latte andato a male. Parte 1 di 7

Dove vai pensiero?

“Maledetto sia il sapere che non si muta in amore”

(San Francesco d’Assisi)

  • Mirach. Non è che ci siamo allontanati un po’ troppo?
  • Tiziano. Non direi. E, comunque, non preoccuparti, abbiamo le radio portatili sintonizzate sulla frequenza della ricevente. Possiamo richiedere le coordinate per tornare, ogni momento che lo desideriamo.
  • Mirach. Va bene, dunque lasciamoci andare, per una volta! Su questa scialuppa si sta da pascià, il tempo è sereno e promette gran bonaccia. L’oceano è grande, non minaccia agitazione alcuna e l’assenza di punti di riferimento a trecentosessanta gradi richiama suggestioni incantevoli dal profondo di queste acque brune.
  • Tosco. Sul battello ci conoscono bene, perdiana, sanno che non ci perdiamo, anche se ci perdiamo. Ossia, non ci perdiamo d’animo neppure se perdiamo l’orientamento; è questo che volevo dire? Sta a vedere che ho perso il filo.
  • Tiziano. Ti abbiamo capito, ti abbiamo capito, nonostante la tua insalata di parole. Il sunto di tutto è che non ci preoccupiamo, ma proprio per niente, così va bene?
  • Almach. Io sono affascinata dal trovarmi qui, circondata dalle acque, galleggiando sopra un abisso salato profondo un migliaio di metri, lontano da qualsiasi eco di civiltà. Ci starei per una vita!
  • Mirach. Per quanto conserveresti in te questo fascino? Potresti godere a lungo della pace proveniente dalle acque decantate senza rimpiangere un attimo la vecchia civiltà che ti sei lasciata alle spalle? Non ti mancherebbe, prima o poi, se non altro per le condizioni di vita agiata che essa può offrirci?
  • Tosco. Vediamo, la civiltà, i paesi civili, le nazioni portatrici di civiltà, i codici civili, i comportamenti civili. Non è civile fare così, codesto è un atteggiamento incivile, il tuo fare è segno di inciviltà, siamo o non siamo esseri civili? Ecco alcuni degli interrogativi e dei problemi che ci poniamo quando tiriamo in ballo la convivenza civile e tutto il codazzo di concetti che essa si porta dietro. Però non sono sicuro di poter sostenere che tutti conoscano che cosa veramente si nasconda dietro il conclamato aforisma “senso civile”. A vedere da quel che succede all’interno dei contesti cosiddetti civili, per lo meno.
  • Ottero. Il grado di civiltà di una nazione si desume dal grado di istruzione del suo popolo. Questo aveva detto qualcuno tempo fa, qualcuno di quelli che la sanno lunga in materia di cultura sociale. Ora, vien da pensare: che cosa vuol dire “civiltà”? Che cosa vuol dire “istruzione”? È proprio vero che chi è più istruito è anche più civile?
  • Mirach. Più che di istruzione parlerei di educazione. Fermarsi al termine istruzione può far pensare a chi è erudito, specializzato in un settore di conoscenza oppure, anche, a un vulcano di idee in fermento. Il termine civiltà, d’altra parte, presuppone la presenza di un contesto di convivenza organizzato dove chi è inserito deve saper rapportare il proprio comportamento, il proprio atteggiamento e le proprie ambizioni a quelle che sono le esigenze generali del gruppo di appartenenza e a quelle particolari delle persone che si trovano a condividere il suo stesso spazio di vita.
  • Almach. La società, in genere, si occupa e si preoccupa dell’istruzione, ma anche dell’educazione dei suoi membri. In una società civile ci sono pur sempre le scuole!
  • Mirach. Per favore non cadiamo nel tranello. Quando emerge un problema giovanile, ecco che ti tirano in ballo la scuola, non si fa che parlare della scuola che viene dipinta un po’ come il campo dei miracoli dove gente, non sempre preparata e non sempre fornita delle competenze che l’arduo rapporto educativo richiede nel suo svolgersi e realizzarsi verso uno scopo costruttivo, si trova di punto in bianco ad affrontare situazioni più grandi delle sue stesse possibilità di comprensione e di valutazione. Se di un campo dei miracoli si deve trattare, diciamo pure apertamente che questo campo è delimitato da una triangolazione forte, entro la quale agiscono sia la scuola sia la famiglia sia il tipo di organizzazione sociale in genere.
  • Ottero. Vogliamo attardarci un momento sul pianeta scuola? Ebbene, c’è qualcosa da dire subito, a questo proposito. So che il mestiere di insegnante non è uno dei più facili, so che maestri e professori i quali si prendono a cuore il proprio lavoro se ne fanno spesso un carico eccessivo, a livello di pratica scolastica e a puro livello di preoccupazione per i problemi, a volte profondamente umani, che a tale pratica si accompagnano. Con estrema facilità gli insegnanti vivono situazioni complesse, delicate che li portano sino allo stress da affaticamento. In questo modo non è semplice mantenere quella simpatia per gli studenti, che è la condizione necessaria per costruire cultura, educazione e personalità in uno scenario interattivo equilibrato. Con una frase un po’ forte Bertrand Russel[1] porta alle estreme conseguenze il processo di sfaldamento di quella che sarebbe dovuta essere la simpatia istintiva e originaria dell’insegnante verso i suoi alunni e pensa che gli insegnanti giunti a queste condizioni finiscano per provare nei confronti dei propri allievi ciò che un aiuto cuciniere può provare nei confronti delle patate che deve sbucciare. A parte questo accostamento che mi pare non proprio felice, credo anch’io che l’insegnamento a tempo pieno possa creare fossilizzazione di abitudini, caduta di motivazioni, stanchezza cronica, disamore, sfiducia, perdita dell’entusiasmo sino anche al rifiuto della mansione. Addirittura Bertrand Russel, soppesando l’onere che l’insegnamento comporta per il mantenimento di una sana armonia mentale e psicologica, consiglia di non abbracciare tale attività come unico scopo della vita, ma di alternarla a occupazioni lavorative di altro genere; due ore al giorno di insegnamento sarebbero il limite da non superare.
  • Tosco. Proprio a puntino, questa non me la lascio scappare! Sapevo che saremmo arrivati a toccare questo tasto, ed è per questo che l’ho portato con me: è un articoletto, una lettera aperta pubblicata tempo fa da un periodico di informazione. State a sentire che cosa dice sulle difficoltà e sui rischi del lavoro di insegnante. Il titolo è: “Volete provare a fare gli insegnanti?”. Leggo pari pari: “Lavorano mezza giornata, tre mesi di ferie, per ogni santo una vacanza, pensioni privilegiate, poco impegno di lavoro e libertà da ogni controllo. Se ti va di esprimere le tue ragioni, inutile, tanto hanno sempre ragione loro”. Mai sentito? Ebbene, sì, sto parlando degli insegnanti o, più precisamente, di quel che si dice di loro da parte della gente che non sa. Ma io mi sento di spezzare una lancia in favore di questa categoria di lavoratori a riguardo dei quali si ignora la delicatezza del compito assegnato. Si ignora perché non se ne vedono gli effetti: gli insegnanti non costruiscono strutture materiali, non lavorano con ingranaggi, mattoni o carte da riempire, ma costruiscono un bene sociale che non può essere assoggettato alla monetizzazione e alla speculazione di mercato. Dirò intanto a quei saccenti, così bravi a pesare tutto sulla bilancia del profitto, che non dappertutto si vedono persone, come tra gli insegnanti, disposte a regalare tempo e risorse personali per vedere progredire i propri studenti, spesso senza vantaggio economico alcuno. E per un’attività che è tutt’altro che gratificante; anzi, molto prodiga di stress. Incominciamo dalla enorme responsabilità legata al rapporto umano che si instaura con minori e proseguiamo dicendo che nel fronteggiare un compito così delicato quasi sempre l’insegnante si trova a fare affidamento esclusivamente sulle proprie risorse e sulle proprie capacità di risolvere situazioni complesse. In modo particolarmente conflittuale quando si sforza di trasmettere valori e insegnamenti di chiaro taglio morale e sociale scontrandosi con la tenace contraddizione che il mondo dei facili consumi e della permissività a tutta vela scaraventa nel bel mezzo del suo lavoro mandandone in frantumi l’impalcatura faticosamente edificata. Ma parliamo dello stress. Gli insegnanti sono sempre più spesso chiamati a gestire casi di iperattività, di comportamento turbolento e asociale, di disadattamento e rifiuto scolastico, di disturbo dell’affettività e delle relazioni sociali, senza voler mettere per prime le difficoltà di apprendimento scolastico e i ritardi evolutivi. Ciò che spesso emerge in queste situazioni è un senso diffuso di impotenza, nell’evidenza dell’impossibilità a conseguire in modo anche soltanto soddisfacente gli obiettivi educativo-didattici in scuola, nel sentirsi inadeguati a svolgere il proprio ruolo e nell’insorgere di seri dubbi circa la bontà della scelta professionale a suo tempo abbracciata. A che cosa conduce questa panoramica avvilente? Conduce, con tutta facilità e in un numero crescente di persone, al formarsi di pressioni psicologiche che si accompagnano all’apparizione di turbe organiche, sino all’emersione di una serie di sintomi psicosomatici che possono interessare il verificarsi di eventi effettivamente patologici. Quali? La labilità psichica, per esempio, un disturbo che si manifesta con improvvisi vuoti di memoria, difficoltà di concentrazione, astenìa mentale. Ma poi anche disturbi del sonno che si risolvono nel sopravvenire di incubi e di attacchi d’angoscia. Più in là incontriamo distonìe cardiovascolari, un eccesso di tensione, segni di logoramento psicofisico accompagnato da fastidiosi stati di agitazione, da sensazione di cedimento dovendo affrontare uno sforzo che viene percepito come insopportabile, quindi sindromi neurovegetative che si esprimono in episodi di perdita dell’equilibrio, in sgradevoli sensazioni endoacustiche, in alterazioni dell’irrorazione sanguigna epidermica, in disturbi gastroenterici e nel presentarsi di certe dermatopatìe psicogene. Tutti questi vissuti di stress, di disagio e di malessere professionale hanno non poco a che vedere con ripetuti colpi d’ansia, con la minaccia di una sempre incombente depressione, con l’esaurimento emotivo, con la rabbia compressa che sono i precipitati esistenziali della percezione personale di una configurazione professionale sempre più problematica e sempre meno sorretta dal senso di autostima e di fiducia in sé. Da un siffatto intreccio di impedimenti proviene un notevole rischio per la stessa salute mentale dell’insegnante il quale, se finisce per cedere ai colpi dello sconforto, può pure imbattersi nell’occasione di sprofondare in un malaugurato stato di apatìa al quale molti finiscono per reagire attraverso il definitivo abbandono della professione, come per un estremo e coraggioso tentativo di superare un vissuto di effettiva separazione intraemotiva e di recuperare il vero Sé ormai minacciato di disintegrazione. Potrebbe bastare, ma c’è di più. Lo stress emotivo, portato alle sue estreme conseguenze e rinvigorito da eventi depressivi, sarebbe il responsabile della secrezione di corticosteroidi a opera delle ghiandole surrenali, al termine di una catena di attivazioni che, mossa dai centri emotivi del cervello, va a interessare l’ipotalamo e l’ipofisi. Si tratta, qui, di ormoni che agiscono in via si massima come disintegratori delle proteine organiche dando origine, come conseguenza diretta, a un incremento del livello di colesterolo e del tasso di zuccheri nel sangue, a facili insorgenze di cardiopatie contemporaneamente a una repentina inibizione della funzione immunitaria. Ecco allora che il primitivo vago e indefinibile stato di ansia e di apatia va ad assumere le sembianze di una vera e propria sindrome di impotenza appresa organizzatasi attorno alla convinzione dell’impossibilità di agire in modo incisivo sugli eventi stressanti. Non è neppure escluso che da questa conformazione complessa possano prendere corpo e quindi proliferare varie forme di neoplasìe tumorali. “E ora, signori degli ingranaggi, dei mattoni e delle carte che si lasciano scrivere, volete provare a fare gli insegnanti?”
  • [1] Bertrand Russel, L’elogio dell’ozio.

Immagine di Copertina tratta da Medium.

Lascia un commento