Dove vai pensiero?
- Ottero. Non portatemi fuori discorso. Si parlava di matrimonio. Io vorrei, ancora, puntualizzare: il matrimonio è, in sostanza, una convenzione sociale. Le società primitive facevano del possesso di un harem femminile un motivo di potenza e di prestigio. Oggi crediamo di stabilire, nell’unione fra un uomo e una donna, un motivo di equilibrio, di garanzia per la società e una condizione privilegiata per la crescita e l’educazione dei figli. Qualcosa del genere la troviamo persino in più d’una delle specie animali. È vero, può trattarsi di eccezioni, ma esiste.
- Tiziano. Negli animali, tuttavia, il concetto di unione lo possiamo intravedere in forme molto eterogenee: dalla fedeltà di alcune specie di volatili alla supremazia matriarcale dei leoni, alla individualità spiccata delle tigri e dei leopardi. Non è una legge universale. Le cose vanno così, ci sarà pure un motivo, probabilmente un motivo relativo alla protezione della prole, ma non si parla mai di convenzione sociale.
- Sirrah. Sì, qui non ci sono dubbi. Tuttavia pare quantomeno sorprendente come certe coppie di animali restino vincolate per tutta la loro esistenza. Accanto ai leoni, ad esempio, vivono i licaoni. Ebbene, questa espressione della famiglia dei canidi elegge una coppia dominante all’interno del branco alla quale assegna il privilegio di svolgere il ruolo, in tutta esclusiva, della riproduzione.
- Mirach. Mentre nella società delle api succede qualcosa di estremamente originale. La regina neonata, ancora vergine, spicca il suo volo nuziale seguita da uno stuolo di fuchi suoi pretendenti. Si accoppierà con alcuni dei maschi, in quell’occasione soltanto, e poi mai più per tutto il resto della sua vita. I fuchi, esaurito il loro compito, fortunati o meno che siano stati nell’incontrare la regina durante il volo nuziale, finiranno per essere tutti trafitti dai pungiglioni delle operaie, e soppressi.
- Tosco. Non vedo amore se prima non do atto della presenza pervasiva dell’impulso ad accoppiarsi. Sarò brutale, ma questa è la mia idea del momento. In tutti gli animali esiste tale impulso, talmente prepotente da scatenare lotte furibonde per l’acquisizione del diritto ad accoppiarsi. Ci sono poi certe scimmie dell’Africa centrale, i Bonobo, che si accoppiano senza attendere l’estro e senza troppi complimenti. Lo fanno più volte al giorno, maschi con femmine e femmine fra di loro. Lo fanno per scaricare le tensioni, per rinsaldare i vincoli sociali. E sono, si direbbe, felici. Convivono in branco in armonia pressoché perfetta, non conoscono l’aggressività propria delle altre specie di primati. Ma c’è proprio dappertutto questo impulso sessuale e spinge ogni creatura a fare sempre, periodicamente, la stessa cosa, investendola di un imperativo che invade le viscere e la mente insieme. Qualcuno mi spiegherà mai lo scopo? Sì, sì, non mi dite, so che la risposta sarà quella attesa: la prosecuzione della specie. Chi più riesce a mentalizzare la funzione di riproduzione è la creatura umana. Sappiamo bene che l’uomo è apparso sul pianeta nell’ultimo atto soltanto della scena e che, con forti probabilità, si estinguerà quando molte altre specie animali ancora staranno percorrendo la via della vita. Sappiamo anche che numerose specie del mondo sia animale sia vegetale si sono estinte, altre faranno la loro comparsa per la prima volta e un gran numero si trova ancora al di fuori del nostro campo di conoscenza. Nella loro meteorica corsa esistenziale ogni specie è invasa, a un certo punto, dalla voglia frenetica di accoppiarsi. Eros spiana la strada e prende per mano i suoi accoliti. Se… eliminassimo quest’impulso, che accadrebbe? Ci sarebbero ancora ricerca del partner sessuale, lotta per la supremazia nel branco, copulazione? Tutto il sistema verrebbe congelato e la vita si estinguerebbe in ogni dove nel giro dell’ultima generazione. Almeno per quanto riguarda il mondo animale. E forse per l’uomo, l’unica creatura capace di pianificare ed eseguire in previsione di mete differite nel tempo. L’uomo ama la propria prole, la difende, la protegge, la cura. Negli animali tale amore genitoriale assume molte sfumature: a volte è palese, altre volte è prerogativa delle sole femmine, in certi casi è puro misconoscimento, come accade fra i leoni e gli orsi maschi adulti, ad esempio, i quali ammazzano e sbranano volentieri cuccioli della propria stessa specie, se quelli si sono allontanati dal raggio di protezione materna. E li sbranano senza farsi troppi scrupoli, senza darsi pena di sapere se siano figli del loro stesso sangue o di qualche altro maschio. Mi chiedo, allora, se siano soltanto le femmine a preoccuparsi della sopravvivenza della specie, a dispetto della voracità genocida dei loro compagni. Ma che mondo è questo? Esseri che si cibano di altri esseri, che tendono agguati, che inventano strategie aggressive, esseri che badano bene a non trasformarsi in pasto per i loro predatori, che imparano a mimetizzarsi, a immobilizzarsi, a secernere sostanze repellenti, a difendersi con espulsioni tossiche, a cercare l’estrema salvezza nella fuga. È tutta una incredibile lotta per riempire lo stomaco e non finire nello stomaco degli altri. E lì in mezzo pascola Eros, abbindolando quei tapini sprovveduti, dopo che abbiano soddisfatto il loro stomaco, e mettendo loro nel sangue quella voglia matta che, per un attimo, pesa ancor più della preoccupazione per la sopravvivenza. Dopo tutta questa sarabanda di sforzi e di battaglie per procurarci nutrimento, per campare e acquisire il diritto ad accoppiarci che fa scorrere per tutto il nostro corpo una scossa vigorosa, dopo il passare sul volto della terra di stirpi, popoli, regni, forme animali e vegetali che cosa resterà? Arriveremo mai a intuirne la risposta?
- Tiziano. Ragazzi, ma dov’è finita la poesia? Non si cercava di far sbocciare qualcosa di meraviglioso dall’idea di amore che abbiamo fin qui così minuziosamente triturato?
- Mirach. Poesia, be’, una piccola scintilla, e noia e tedio a seguire, o sofferenza e dramma per tutto il resto del tempo. Ma tu, che hai l’animo di un poeta, potresti descriverci in versi, a questo punto della conversazione, come vedi l’amore? Tu, che sei in odore di poesia, vatti a sapere quante belle rime hai composto.
- Tiziano. Rime libere, qualcuna. Quelle ispiratemi da una sera di novella estate, al termine di una lunga traversata alpina. Ricordo quel giorno. Mi ero attardato per riposare sul bordo di un laghetto azzurrissimo, affondando i piedi nudi nel punto dove l’acqua della conca dava iniziali segni di movimento per uscire dal suo alveo e spingersi, poco oltre, in un ruscelletto sciabordando tra un monticello di sassi graziosamente disordinati. Lì m’era giunta un’ispirazione. Per tutto il viaggio precedente avevo pensato ai momenti più belli che l’amore ci può donare e a lui, l’amore alato, sentii che avrei dovuto fare omaggio.
Immagine di Copertina tratta da Medicina Antroposofica.
