Alla ricerca del senso perduto. Parte 4 di 5

Dove vai pensiero?

  • Sirrah. Qui sta il punto. Se è anche la donna a nutrire gli stessi sentimenti, allora – dice Kierkegaard – sboccerà la bellezza, perché quella donna, anch’essa, per parte sua, aspira a conservare il suo amore giovane e fresco. Lei e lui, incontrandosi su questa via, andranno d’accordo non soltanto per tutta la vita, ma per l’eternità, come per l’attivarsi di una sorta di sincronismo affettivo.
  • Tosco. Sfido, se non si vedono mai, se non si toccano mai, se non hanno una soddisfazione reciproca, se stanno lontani mille miglia l’uno dall’altra, come potranno non andare d’accordo!
  • Sirrah. Ma sei proprio dispettoso, Tosco! Attendi, ti ho detto. Kierkegaard afferma qualcosa di più grande, a questo riguardo: qualora si verificasse una situazione come quella cui ho appena accennato, dove all’amore è concesso di esprimersi nel tempo – che non va inteso come un tempo finito – allora per i due amanti sarebbe possibile cominciare precisamente dal punto dal quale sarebbero partiti se si fossero trovati insieme sin dal principio. Qui non c’è posto per l’inganno, per la frode, per il tradimento, per le delusioni. Nessuna ragazza che non sia così fiera – conclude Kierkegaard – sa amare in senso profondo e sincero.
  • Tosco. Piuttosto contorto il tuo Kierkegaard, se mi consenti. Ma parlavi anche di paradosso. Dove sta il paradosso, oltre che in quel concetto così astruso di rassegnazione?
  • Sirrah. Sta nel significato stesso della fede. La fede infatti, nella valutazione di Kierkegaard, non è equiparabile a un senso di commozione estetica, non è neppure l’impulso immediato del cuore. La fede è elettivamente una passione, e per questo ha un valore profondissimo, un valore che essa assume in sé in quanto è preceduta dalla rassegnazione. Per tutto questo la fede è il paradosso dell’esistenza.
  • Tosco. Già, bisogna aver fede, quante volte mi è risuonata nelle orecchie questa cantilena, ma, chi non ce l’ha proprio, e non la riconosce, e non ne ravvisa la necessità?
  • Sirrah. Caro il mio Tosco, così tenero, profondo e ingenuo al tempo stesso! Devi sapere, tutto prende movimento quando diventiamo capaci di abbracciare il coraggio di una scelta estrema, quella che ci porta ad accettare la rassegnazione e, attraverso essa, a rinunciare a ogni cosa.
  • Tosco. Come il Poverello d’Assisi, mi pareva!
  • Sirrah. Kierkegaard non vede altra via che conduca l’individuo a conquistare il proprio io nella sua coscienza eterna, in un’intesa meravigliosa con l’amore che trasporta tutti e tutto verso un’essenza eterna. Ed è qui che io credo vadano dissipandosi i ricorrenti nostri dubbi e timori per il dissolversi o, al contrario, per l’affermarsi nell’eterno della nostra individuale consapevolezza. Il paradosso riappare quando ti dico, con Kierkegaard, che tu, con la fede, non rinunci a qualcosa, ma con la fede ottieni tutto; un miracolo che si concretizza in virtù dell’assurdo. Ed è così che, per restare in tema di amore, se l’innamorato rinunzia alla donna amata nel momento in cui riesce ad abbandonarsi alla rassegnazione infinita, egli tuttavia la riavrà con la fede, in forza dell’assurdo, come ho detto poco fa. Paradosso, peraltro, è il nome che può essere apposto al significato che ognuno di noi cerca di attribuire alla propria esistenza: un paradosso di dimensioni talmente spropositate da indurre terrore se non riusciamo a capire che ogni epoca storica non incontra felicità al di fuori della fede, quella fede che non puoi acquistare, non puoi apprendere, non puoi teorizzare in parametri logici, proprio perché è essa stessa il paradosso, quella fede che inizia nel punto preciso in cui il pensiero finisce.
  • Tosco. Un po’ dura a mandar giù. Tu vorresti farmi credere che il desiderio è cosa buona fin tanto che non si realizza, che si deve ricorrere sempre alla rinuncia, di tutto, tranne che del ricordo, della nostalgia in certo qual modo, Ma c’è da impazzire, son cose da paranoia!
  • Sirrah. Forse. C’è anche stato chi ha affermato che ogni sogno è stupendo fin tanto che rimane un sogno. Sai, Tosco, non c’è al mondo una dimensione reale, concreta, sensibile che sia capace di saziare quanto il ricordo. Ciò che tu vai ricordando, nel momento in cui lo ricordi lo riponi nell’eternità. Tu stesso hai messo in scena la nostalgia. Mi fai pensare ancora a Kierkegaard quando coltivava il ricordo della propria età giovanile e del primo amore che ebbe a conoscere. Allora, il Kierkegaard giovane aveva provato un’immensa nostalgia; da vecchio sentiva di avere nostalgia di quella prima nostalgia. Non capita a tutti? E, allora, lasciami concludere con una sua massima: che cos’è la giovinezza? Un sogno. E che cos’è l’amore? Il contenuto del sogno.
  • Tiziano. La disputa amichevole sorta fra voi due, Sirrah e Tosco, mi ha affascinato ma non altrettanto mi avrebbe convinto. Ebbene, ognuno di noi coltiva la propria predilezione per un tipo di pensiero, per un modo di impostare ragionamenti, per questo o per quell’esponente di questo o quell’indirizzo filosofico. E voi sapete la mia ammirazione per Wittgenstein. Devo dire, allora, che Wittengstein metteva insieme tutto ciò che proveniva dalle rivelazioni di Kierkegaard e lo investiva di una feroce critica. Per lui il tuo filosofo, cara Sirrah, era spesso e volentieri inconcludente. “Non fa che rimuginare – sosteneva – continua a dire la stessa cosa mille volte”. Wittgenstein non poteva avallare le convinzioni di Kierkegaard, ma ne traeva una considerazione: “…di una cosa sono certo, che non siamo qui per divertirci”[1]. Fra l’altro, poi, per prendere spunto da ciò che avete detto poco fa, neppure Hegel né Freud godevano di una buona stima presso Wittgenstein. Se per Freud la critica era piuttosto benevola, non così accadeva nei confronti di Hegel. L’opera di Freud, secondo Wittgenstein, è finita con il proprio creatore. Nessuno, dopo Freud, è o può essere capace di sviluppare e applicare la teoria-prassi psicoanalitica così come Freud l’aveva concepita. Addirittura, credeva Wittgenstein, sarebbe stato possibile costruire un sistema di interpretazione dei sogni accantonando la teoria dei desideri e delle pulsioni, procedendo sulla stessa linea, ma con l’accorgimento di sostituire il mondo delle pulsioni con un’impostazione basata sulle paure represse. Gli effetti si sarebbero dovuti attendere di una portata psicologica non dissimile. In quanto a Hegel, Wittgenstein non se la sente di accettare il punto di vista secondo il quale le cose che a noi appaiono differenti sono in realtà identiche. Qui Wittgenstein capovolge completamente la proposizione e vuole cimentarsi nel dimostrare che proprio le cose che appaiono identiche sono, in realtà, distinte e distinguibili in un’ampia differenziazione reciproca. Nel semplice atto di passeggiare in un giardino Wittgenstein osservava la meravigliosa molteplicità di forme e di caratteristiche con le quali si manifestano gli esseri viventi e non viventi. E a questo punto muoveva critica anche a Darwin, per il motivo che la sua teoria evoluzionistica non sarebbe stata sufficientemente adeguata a rendere conto dell’immensa varietà di specie esistenti in natura. È il concetto di molteplicità che Wittgenstein trova carente in Darwin, tanto da non potergli far affermare che dall’evoluzione provenga, come conclusione di un ciclo filogenetico, una specie animale, mettiamo, che in sé comprenda l’intero processo dal quale essa è scaturita… Oh, scusate, mi son lasciato prendere un po’ la mano con i miei accostamenti, cedo volentieri la parola.   
  • Almach. Io credo che il grande Poeta del dolore universale, argomentando attorno al significato di “tedio”, volesse indicare proprio questa inafferrabilità del momento presente. Perché, se noi fossimo capaci di afferrare il momento presente, saremmo probabilmente ben presto capaci di fermarlo, di prolungarne la durata oltre e a dispetto delle categorie di spazio e di tempo. In una parola, saremmo Dio stesso, nella sua immobilità fatta di presente infinito e infinitamente felice e perfetta. Una felicità che a noi non è data, perché noi siamo movimento, divenire, trasformazione. Possediamo soltanto il desiderio della felicità, ed è questo desiderio a rappresentare quel tedio angosciante che assaliva il Poeta nelle sue quotidiane sofferenze.
  • Mirach. Sicché il buon cantore del tedio negava il presente. Sicché per lui non esisteva altro che un divenire, ma un divenire gravido di dolore, non è così?
  • Almach. È così, è così. E, nonostante tutte le esperienze che partoriscono l’una dopo l’altra una serie indefinita di disillusioni, nonostante la felicità non abbia dimora in alcuna espressione delle cose mondane, gli uomini continuano a cercarla con frenesia, e non la trovano, e non si adattano all’idea del suo intrinsecamente veritiero non esserci, e riprendono a illudersi e a rincorrere quella chimera per tutta la loro esistenza. Si prodigano in mille sforzi, impegnano in mille modi la propria mente e il proprio ingegno, fanno, disfanno, si affaticano, soffrono e intanto non raggiungono mai il miraggio sfuggente. All’ultimo ottengono di incontrare quello che è il solo intento della natura crudele, e l’abbracciano in una stretta finale, la morte, annientandosi per sempre. Come per i fiori, come per le foreste, come per ogni creatura gettata nel percorso di un’esistenza, il vivere non è altro che un lento appassire, un progressivo deterioramento verso l’unica vera realtà, la morte. Per grande che sia l’uomo, di lui non resterà traccia alcuna. Ogni traccia si dissolverà, prima o dopo, nel tempo. Al posto dell’uomo e delle impronte da lui lasciate, scomparse anch’esse, “un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso”, come ebbe a esprimersi il Poeta [2].
  • Sirrah. Non è del tutto vero o, meglio, non sempre accade quel che s’è detto circa la fine rovinosa dell’amore fra una donna e un uomo. Si parlava di un castello, anche se soltanto di cioccolato. Ecco, io prenderei più sul serio la questione. C’è chi fa crescere questo bel castello dell’amore e lo elegge a sede privilegiata di tutta la vita sentimentale della coppia.
  • Mirach. Sarà anche, ma da che cosa lo deduci? Dal fatto che dopo vent’anni di condivisione li vedi uscire insieme a braccetto? Dalle valutazioni saccenti del vicinato o degli amici?
  • Sirrah. Dall’educazione dei loro figli lo deduco. Se hanno saputo dare un’educazione adeguata ai figli, questo significa che c’è stata un’intesa molto salda, ma anche un clima di armonia, di amore.
  • Mirach. Ci sto per l’armonia e l’intesa, ma se metti in ballo l’amore allora non ci sto più. L’amore, quello della passione bruciante, è una meteora che passa una sola volta, dura poco e si esaurisce. Poi può sopravvivere l’amore, ma è di un’altra specie, è spogliato della sua energia creativa, vitale. Si trasforma inesorabilmente in qualcosa più vicina al concetto di assuefazione. Viene piano piano, con il volgere degli anni, metabolizzata una sorta di abitudine. Abitudine che concerne il vedersi, il parlare di certe cose, il farne altre, il complementarsi.
  • Sirrah. Complementarsi?
  • Mirach. Sì, nel senso che ognuno dei due vede nel partner qualcosa di cui, crede, non potrebbe fare a meno. La ricerca di approvazione, di consenso, di consiglio, ma anche di tenerezza, non sono altro che l’altra faccia del bisogno di avere qualcosa dal partner che serva come complemento, come completamento. Poi lui – o lei – dopo vent’anni di assoluta fedeltà, una fedeltà tenacemente asservita agli scrupoli e ai sensi di colpa che un’educazione precoce e rigorosamente perfetta era riuscita, nel tempo, a scavare nei recessi più profondi del suo mondo affettivo, proprio lui, persona stimata e dabbene, un giorno, fausto o infausto che sia, conosce una ragazza con quindici anni in meno. La ragazza ha rapporti di un certo tipo con lui, lavoro o studio intendo; si fa curiosa, qualcosa che c’è in lui e che lei non si sa spiegare la attrae, la fa fantasticare, la eccita. Ma questo vale parimenti per l’altro membro della diade. Il momento fatidico giunge sempre, puntuale, irresistibile, malizioso e i due finiscono per dichiararsi il loro reciproco amore. E tutto cambia.
  • Tosco. Sia pure, ma così sembra che gli uomini siano proprio tutti mascalzoni e le donne cacciatrici di avventure!
  • Ottero. Che fare… sono cose più grandi di noi, molto spesso. Non solo alla donna piace sentirsi desiderata; piace anche all’uomo. Eppoi, che cos’è il matrimonio se non la ricerca di qualcosa di cui si sente la mancanza? Ma si dà il caso che per portare a concretezza questa cosa si pongano in atto tentativi effimeri e inadeguati per dare soluzione al problema. Come la diceva Oscar Wilde …
  • Tosco. Ancora!
  • Ottero. Che ci posso fare, sono le associazioni di idee che mi ci riportano… Ecco allora che i maschi deliberano di unirsi in matrimonio con le loro amate, per il motivo che sono stanchi del loro precedente ritmo esistenziale, mentre ciò che spinge le loro amate a decidere la stessa reciproca cosa è la curiosità. Ma poi entrambi gli atteggiamenti, stanchezza e curiosità, finiscono per annegare nel mare della delusione. È l’innamoramento stesso una terribile malattia, secondo il nostro Scrittore, tant’è che innamorarsi significa, dapprincipio, ingannare se stessi e, subito dopo, si trasforma in una scenografia formidabile per ingannare anche gli altri.
  • Sirrah. Questo è pessimismo incondizionato. Avrà mai amato sinceramente, appassionatamente una donna questo scrittore?
  • Ottero. Gli artisti della parola e del pensiero hanno ali molto forti. Riescono a sorvolare le zone basse dei punti di vista, dei luoghi comuni, delle convenzioni, degli stereotipi. Sanno innalzarsi a livelli di significato che riuscirebbero a intimorire noi comuni mortali. Per questo a essi soltanto è consentito ammirare da vicino quell’idea di bellezza che Platone poneva in una dimensione irreale, irraggiungibile.
  • Almach. Vide bene in questa dimensione John Keats, nel primo verso del suo Endimione: “A thing of beauty is a joy for ever” [3].
  • Tosco. Endimione? Chi era costui?
  • Almach. Era un pastore dotato di una bellezza insolita, talmente intensa da rapire l’amore della stessa Selene. Proprio a causa della sua eccezionale bellezza, Endimione meritò da Zeus il privilegio dell’eterna gioventù. Così fece, Zeus, immergendolo in un sonno che sarebbe durato per sempre. Ogni volta che calava la notte, Selene scendeva al suo fianco e sostava in contemplazione della bellezza disciolta sul corpo del giovane. Ecco, l’idea platonica trasformata in simbolo della felicità concessa ai mortali, una felicità divenuta beatitudine eterna.

[1] Ludwig Wittgenstein, Conversazioni e ricordi, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2005.

[2] Giacomo Leopardi, Operette Morali, Cantico del gallo silvestre.

[3] “Una cosa bella è un tesoro perenne”

Immagine di Copertina tratta da Erraticus.

Lascia un commento