Dove vai pensiero?
- Almach. In assoluto non esiste dualità e neppure esistono dolore e angoscia. L’universo è amore assoluto, bellezza assoluta. È Dio in sé, inteso, se vogliamo, come il Bello, il Bene, il Vero in un’unica totale essenza che non possiamo intravedere neppure nella nostra lontana immaginazione, dal momento che siamo noi a creare lo spazio e a interporlo fra noi e le cose che cerchiamo di conoscere. Insieme a questo spazio creiamo anche il dolore e l’angoscia. L’essenza universale ne è priva, perché non è contaminata dal pensiero.
- Tosco. Sicché noi saremmo gravati da una responsabilità più grande di noi e, quando non sappiamo più come spiegare i misteri ingarbugliati che andiamo a inventarci, tiriamo le somme e affermiamo risolutamente che non potremo sapere, non potremo conoscere, che quel che vogliamo sapere supera ogni nostra possibilità di comprensione. Allora che ci stiamo a fare qui in queste inconcludibili discussioni? Ma chi ce l’ha detto, infine, che dobbiamo essere condannati a mettere tutto sul piano della dualità, a creare spazio, tempo e mondi da ordinare secondo una certa logica, a intingere il tutto nel calderone del dolore, della paura, dell’angoscia? È masochismo o è condanna? Se il primo, allora la nostra mente è proprio bacata perché, a vedere il mondo come va arrancando, tra lotte e sopraffazioni di qua e sforzi inumani per portare un po’ di pace e un minimo di dignità di là, non c’è che dire, la nostra è una specie proprio in balia completa della pazzia. Se la seconda, allora non ci resta che starcene tranquilli e possiamo sentirci autorizzati a dar credito a certe “verità” rivelate, la cacciata dal Paradiso terrestre, per dirne una. Ma, anche qui, tutto un sollevamento di polvere che non ha più fine: cacciata da parte di chi, perché, e per quale motivo da millenni tutti si continuerebbe a portarne le conseguenze? È pura crudeltà, pura vendetta questo schiacciare la formica sotto il tallone possente del gigante?
- Sirrah. Io credo, tuttavia, una cosa. Nonostante tutte le dualità imperanti che reggono il nostro modo di vivere ci è dato assistere a vere situazioni di amore fra due esseri distinti. Maschio e femmina, circondati da un vortice che mette in catene le loro energie e la loro volontà, si lasciano trasportare in una corrente meravigliosa, esaltante, di una bellezza ineguagliabile. Sono innamorati, si uniscono, la loro unione viene benedetta da Dio e danno origine a una famiglia e a una vita di nuove speranze. Non si può negare che in un matrimonio felice l’esistenza dei due partner sia pervasa d’amore.
- Ottero. Ti ripropongo Wilde[1], a questo proposito. È ben curioso in quanti modi può essere definito il matrimonio tra un uomo e una donna. Si sa, comprendono a tal punto di amarsi che sentono con incrollabile sicurezza di avere davanti a sé, entrambi, una vita in comune piena di promesse, di amore. Si sposano. Da quel momento tutto il bel castello di sogni e pronostici ti si rivela essere fatto di cioccolato, come nelle fiabe. Ne assaggi un po’ ogni giorno, e il castello consuma. Più la tua golosità è vorace, più strappi bocconi vistosi, più rapidamente il castello perde volume finché si scioglie del tutto, non c’è più.
- Almach. Perché c’è di mezzo il piacere e il piacere incontra le condizioni adeguate al proprio divenire in particolari circostanze, che sono poche per la verità, e di breve durata.
- Tosco. E, di grazia, vuoi dirmi che cos’è, secondo te, il piacere?
- Almach. È uno stato personale che nessuno di noi può dire di conoscere per averlo praticato; lo può dire soltanto in quanto ne fa oggetto di pensiero e di speculazione. Io credo che non si tratti di un fatto reale, ma di un soggetto che si presta unicamente alla speculazione del pensiero. Se poni mente per bene alla cosa, converrai che tutto il piacere che noi così definiamo si riduce al desiderio. E quest’ultimo non è altro che un sentimento e, in quanto tale, sotteso al pensiero e da esso dominato. Tu credi di provare piacere, mentre invece hai soltanto un’esperienza soggettiva di un sentimento che è parto di tue operazioni mentali. Siamo nel mondo dei concetti, del razionale. Noi siamo fatti in modo tale da elaborare concetti e, quand’anche crediamo di aver assaporato un piacere, subito ne superiamo i limiti e ci prefiguriamo qualcosa di più grande per il prossimo a venire. Stiamo concettualizzando, niente più. Il piacere, così come lo concepiamo noi umani, è inafferrabile, instabile, non ha durata. O te lo immagini nel momento in cui s’impossesserà di te e ancora non l’ha fatto o vai cercando di risvegliare memorie che te ne diano la sensazione. Il suo spazio esistenziale è quello del futuro o del passato. Nel presente è incoglibile. Nel momento in cui credi di aver provato piacere, di aver soddisfatto un desiderio, già pensi a qualcosa di più grande e ciò che non sei riuscito a cogliere lo metti a dimora nel passato della tua memoria. E sai come la pensa, il mio Poeta, in materia di amore e di piacere?
- Tosco. Sentiamo anche questa…!
- Almach. Ebbene, Leopardi crede che i migliori momenti dell’amore siano quelli di una quieta e dolce malinconia dove tu piangi e non sai di che. La miglior parte dell’amore, quella che scorre a un soffio da un’ombra di felicità, è il dolore. Ma, dice ancora il Poeta, tutti i piaceri da lontano sono grandi, e quando li conosci da vicino ti accorgi che sono minimi, aridi, vuoti e nulli.
- Ottero. Non stento a comprendere, quanto hai appena ricordato è ciò che ci distingue dagli animali. D’altra parte, se ci pensiamo bene, a proposito dell’inafferrabilità del piacere, per ogni cosa o persona o animale o evento che noi consideriamo nel suo divenire non c’è alcun presente. Il momento in cui si può dire che una cosa è, in realtà è un non-momento. Per breve che sia quell’attimo, o si presenta come un fluire da un immediatamente precedente passato a un immediatamente successivo futuro o non esiste affatto. Non è dato rappresentarsi un momento presente che separi il passato dal futuro. Una qualsiasi cosa o è nel passato o è nel futuro. Come il punto geometrico non ha dimensioni nello spazio, così il momento presente non ha consistenza nel tempo. Punto e presente sono pure astrazioni concettuali, usati come categorie per una nostra inevitabile esigenza di sistemazione dei dati convogliati dal sistema percettivo ai centri della conoscenza.
- Sirrah. Amore, desiderio, piacere, perdita, durata, ricerca, delusione, sofferenza. Abbiamo imbastito insieme una serie di affermazioni che non può fare a meno di creare qualche perplessità all’interno dei nostri interrogativi. Guardate il mondo: c’è un autoalimentarsi di dare-avere, in materia di amore, che lascia inorriditi. L’uomo che guarda la donna in diagonale, puntando alle forme che sporgono di profilo, come una S; la donna che fa di tutto perché l’armonia, la proporzione e il fascino esercitato da quelle forme facciano colpo sull’uomo. E tutto in omaggio a un copione integralmente prevedibile: di qua c’è qualcuno che non sa resistere alle violente spinte endo-ormonali e di là c’è chi gode nell’atteggiarsi a oggetto di conquista, albergando in sé un raffinato istinto di preda istigatrice. Lui che dice e ripete – ti amo da morire – mentre più correttamente sarebbe da leggersi nelle sue parole “ho una voglia matta di penetrarti e di mettere fine a questo desiderio folle che mi fa uscire di senno”. Lei che si copre di orgoglio nell’essere riuscita a trasformare il predatore in preda senza lasciare a indovinare quale sia il peso, la profondità e la genuinità del desiderio che reca in sé. A quale vantaggio? Protezione, benessere, denaro, sicurezza, prestigio? Ma se poi, un bel giorno, il dispensatore di questi vantaggi si stanca, ciò che succede nella stragrande maggioranza dei casi, lei – o lui – che fa? E il sentimento che legava i due, quale destino avrà a seguire? Era oro a ventuno carati? Voi direte che il mio esordio su questo aspetto dell’amore è venato di pessimismo. Forse è meglio correggere l’opinione e pensare piuttosto che io vado cercando la genuinità e rifuggo da ogni cosa che volga al riparo nella mistificazione e all’uso opportunistico di maschere alla bisogna. Sapete allora cosa faccio? Chiamo in mio soccorso Kierkegaard, il grande filosofo della fede e della rassegnazione.
- Tosco. Sono stato molto attento alle tue parole, Sirrah: quando hai fatto menzione di “violente spinte endo-ormonali” mi hai portato al fatalismo chimico al quale è subordinato il grande amore, compreso quello cantato dai poeti della passione struggente. Ecco che cosa mi hai indotto a pensare: non è da molto che è stato scoperto quello che fu poi bonariamente chiamato “l’ormone della felicità”; si tratta di un prodotto secreto dall’ipofisi, dal nome un po’ strano: oxitocina. Questa sostanza, pur essendo di genere oligodinamico, cioè attiva in piccolissime quantità nel nostro organismo, è capace, ciò nonostante, di produrre effetti sorprendenti, addirittura critici per la sopravvivenza della specie. È un fattore di attaccamento, nel senso che, entrando in circolo all’interno del complesso biologico, pone le condizioni adatte perché nelle persone, e per certi versi anche negli animali, si generino tenerezza, dedizione, amicizia, senso di benessere nel trovarsi con i propri simili. È anche un fattore di stimolo nel presentarsi delle contrazioni avvertite dalla donna partoriente, con la funzione di facilitare il travaglio del parto. Ma, ecco dove voglio arrivare: l’oxitocina influisce profondamente sulle aree encefaliche che presiedono al comportamento sessuale poiché sprigiona, al momento opportuno, tutta la sua potenza afrodisiaca, sia nell’uomo sia nella donna nei loro momenti di tenerezza, ponendosi come forte stimolo all’eccitazione sessuale sino alle scariche orgasmiche.
- Mirach. Ma non lo sapevi ancora, Tosco caro, che la felicità è femmina, e non solo nel genere del vocabolo? Il gene della felicità sta scritto nel Dna delle donne, soltanto delle donne, un po’ diversamente da quanto accade per la tua oxitocina. La cosa è stata scoperta negli Stati Uniti d’America e pubblicata sulla rivista Progress in Neuro-psychopharmacology and biological psychiatry. I ricercatori avrebbero identificato il legame tra il gene MAOA e la capacità del cervello di reagire a dopamina e serotonina, che inducono stati di benessere. Questo nelle donne, mentre lo stesso legame tra gene e felicità non si ritrova fra i maschietti: colpa del testosterone, forse, che tronca il legame tra gene e sostanze della felicità.[2]
- Tosco. Mi inchino alla completezza della dea femmina, onorata Mirach. Ma la mia curiosità vuole ben altro. Ebbene, qualcuno di voi mi sa spiegare perché mai esistono in noi questi ormoni, questi geni? Da quali mani proviene il piano che ne ha creato l’esistenza? Lasciamo andare, ma, dite, se lo eliminassimo del tutto in tutte le creature? Un antidoto contro l’oxitocina, da inoculare alla nascita dell’individuo, in ciascun individuo: immaginate che cosa succederebbe? Che uomini e donne diverrebbero freddi come le statue che incorniciano il colonnato del Bernini a Roma, freddi e distanti gli uni dalle altre, estranei completamente a ogni desiderio che si accompagni a calore affettivo. Bel destino per l’umanità! Ecco, siamo esseri coscienti biologicamente robotizzati, detentori di matrici di comportamento che non possiamo scegliere. Sorvoliamo anche questa sciocca considerazione; piuttosto, ora mi interessa un’altra cosa a proposito di ciò che hai detto poco fa. Sbaglio oppure hai pronunciato “rassegnazione”, parola aborrita per ricercatori come noi!?
- Sirrah. Attendi, poi capirai. Il grande pensatore danese, che verso la metà del secolo diciannovesimo si butta allo sbaraglio sulla scena della speculazione filosofica, polemizza contro la propria epoca che ama far oggetto di autentica liquidazione non soltanto gli affari di genere economico, ma le stesse idee oggetto dell’intelletto[3]. Intanto, a dirla in breve, Kierkegaard si scagliava contro Hegel per il suo aver considerato la filosofia su un piano superiore a quello della religione e della fede, mentre sosteneva con fermezza la necessità di fermarsi alla fede, per non finire di cadere nel calcolo gretto e nella meschinità di un uomo che nega le proprie origini divine. La fede ci sostiene e, per chi si trova a stare in piedi, è già abbastanza che si dia da fare per non cadere. Poco fa ho detto di rassegnazione, è vero, il mio buon Tosco, ma con questo termine non voglio riferirmi alla viltà di chi si arrende. Kierkegaard dà al nesso sintagmatico “rassegnazione infinita” un significato in vero difficile ad assimilarsi. È qui che chiama in causa il desiderio, il demone – dico io – che ci spinge e ci costringe, poi con altrettanta rapidità ci abbandona. E il desiderio si nutre del ricordo. Ricordare tutto, dice Kierkegaard, è dolore, sarebbe come farsi inghiottire dal baratro delle impossibilità. Ma c’è la dimensione spirituale che accorre nel trovare una soluzione perché, all’uomo, spiritualmente tutto è possibile, e qui giunta devo entrare nel paradosso kierkegaardiano. L’uomo è in grado di rendere possibile la stessa impossibilità nel momento in cui riesce a esprimerla spiritualmente, ma tanto può realizzare solo in quanto vi rinuncia. Con questo arriviamo a definire la rassegnazione infinita, l’ultimo stadio che l’uomo è chiamato a percorrere prima di incontrare la fede. E ora innestiamo su questa premessa i concetti di desiderio, di amore. Siamo arrivati al momento detto della rinuncia; ebbene, il desiderio, che abbiamo lasciato inappagato, non svanisce di per sé né si cancella, ma più propriamente si ripiega nell’intimo della persona. Qui sto parlando di nature profonde – quale è la denominazione adottata da Kierkegaard – cioè di quelle nature che non dimenticano mai se stesse e che non anelano a diventare qualcosa di diverso da quella che loro si è rivelata come la genuina identità personale. Da non confondere, quindi, con le nature inferiori che con persino troppa facilità dimenticano se stesse, somigliando per qualche verso alla farfalla che non si sovviene del tempo in cui era un bruco. La natura profonda, per quel che concerne il desiderio e il suo appagamento, non si accontenta di un attimo di felicità che, a somiglianza di un acquazzone abbattutosi su un fuoco ardente, finisce per spegnere il desiderio, ma si ferma di fronte a questo desiderio alimentandolo e facendolo crescere in età e bellezza.
- Tosco. Comprendo, Con tutto ciò tu condanni aspramente una delle prime teorie dinamiche di Freud, quella che alludeva a un serbatoio custode delle pulsioni sino a un punto di accumulo e di pressione tale che ne avrebbe richiesto la scarica.
- Sirrah. Be’, se così ti piace… ma ciò che volevo dire è altro: chi conquista il livello di rassegnazione infinita diventa anche buon padrone di se stesso.
- Tosco. Troppo poetico! Se è lui, il maschio, a decidere per questa benedetta rassegnazione infinita, le voglio vedere le donne!
[1] Oscar Wilde, op. cit.
[2] Da Televideo del 2 settembre 2012.
[3] Søren Kierkegaard, Timore e tremore, Milano, RCS Libri S.p.A., 1998, 8a edizione 2004.
Immagine di Copertina tratta da Podbean.
