Dove vai pensiero?
- Tiziano. Senza amarsi e senza odiarsi. Nota bene.
- Mirach. E se l’intruso fosse stato più grosso e più forte del primo orso?
- Tosco. Bella domanda. La selezione naturale, no?
- Ottero. Non vedo altra via. In effetti c’è sempre stata lotta sulla terra ed è proprio da questa continua catena di confronti che le specie si sono ulteriormente perfezionate escludendo ed eliminando via via gli individui deboli e inadeguati alla perpetuazione della specie stessa. Non s’è fatto altro che ubbidire a una legge di natura.
- Tosco. La legge di natura. Ci risiamo, voglio capire perché c’è tale legge nella natura, dove diavolo crede di andare a parare, chi ce l’ha messa …
- Tiziano. Ahi, ahi, e rieccolo, ma tu ci vuoi condurre fuori pista. Lasciamo a un’altra occasione questo risvolto del problema, d’accordo?
- Tosco. D’accordo, ma dall’orso, che difende il proprio territorio e la propria esclusiva sull’harem che consentirà a lui solo di riprodursi, all’uomo che si scontra con l’altro uomo non corre poi così grande differenza.
- Ottero. La differenza sta in due aspetti: l’uno è mentale, l’altro organico. Il primo ha stretta attinenza con l’intenzionalità. L’animale è spinto a esibire determinati comportamenti dal bisogno immediato; non è che si mette a far calcoli sui risvolti futuri probabili o improbabili delle proprie decisioni. Va avanti così, di passo in passo, di giorno in giorno, vive del momento, gode del momento, non categorizza passato e futuro, non pensa a investire. L’uomo, al contrario, è un investitore per natura, e quindi pianificatore, imprenditore, dotato di versatilità e di improvvisazione nell’assumere decisioni. L’animale consuma la preda e i beni naturali per procurarsi la sazietà che è una valvola di sicurezza fisiologica posta a garanzia della sopravvivenza. L’uomo vuole mangiare, consumare, possedere anche quando è sazio. Anzi, sazio per davvero non lo è mai. La sua è una fame incontentabile, è avidità, ingordigia, affanno nell’accumulare. Tutto questo comporta l’invasione e l’occupazione di territori sempre più estesi e remoti, lo trascina a scontrarsi inevitabilmente con diritti da altri legittimamente accampati sui beni sottratti, a generare dunque aggressività senza limiti.
- Tosco. E … la differenza organica, dove sta?
- Ottero. Nel sorriso!
- Tosco. Nel sorriso!? Come potrebbe … ma se il sorriso è la più graziosa manifestazione sociale di accettazione, di concordia, di assenso!
- Ottero. Anatomicamente analizzato, il sorriso che cos’è? Una contrazione verso l’alto e verso l’esterno della muscolatura periorale, una messa in mostra dei denti, qualche volta accompagnata da apertura più o meno ampia della bocca, uno spalancar d’occhi associato, frequentemente, al sollevamento delle arcate sopraccigliari.
- Tosco. E con ciò?
- Ottero. Fissa intensamente l’immagine di una tigre nell’atto minaccioso di ruggire e prova ad analizzare i suoi particolari anatomici sulla superficie facciale.
- Tosco. Oh, Dio, vuoi insinuare che aggressività e pacificazione si manifestano con una medesima configurazione dei tessuti facciali?
- Ottero. Non può essere? Se analizzi un fotogramma che riproduce l’immagine di un’attrice di prosa in una situazione di particolare risonanza emotivo-comunicativa, ti avvedrai presto del farsi talvolta arduo il tentativo di definire la tipologia emotiva richiamante l’emozione: potrebbe essere gioia intensa come anche dolore, felicità o disperazione, sorpresa per qualcosa di piacevole o per qualcosa indesiderata. Di tal fatta non è che si escluda poter congetturare una certa analogia tra il sorriso umano e l’espressione minacciosa di un animale.
- Tiziano. E quella di un uomo, se concediamo alcune eccezioni, come il corrugare la fronte nell’atteggiamento di minaccia e l’aggrottare le sopracciglia.
- Ottero. Senza contare che, per spalancata che si tenga la bocca, i canini minacciosi come pugnali non si vedono più. Anzi, un sorriso smagliante presuppone labbra ben dilatate, nel caso contrario sarebbe come sorridere, o ridere, a denti stretti. E, poffarbacco, di quanti tipi di sorriso siamo capaci noi umani! Non come gli animali che digrignano i denti in un modo solo, almeno per quanto ci consente la nostra capacità di decodificare un significato verosimilmente riconoscibile nella sua unicità. Noi, per altro verso, abili nella simulazione, artisti dell’opportunismo, abbiamo appreso, per induzione sociale, a modulare le contrazioni dei nostri fasci motori facciali in mille combinazioni diverse, adattandoci o palesando il nostro disadattamento a una data circostanza. Siamo bravi artisti della comunicazione senza parole. E allora c’è chi abbozza una linea appena di sorriso, spostando di poco a lato un angolo della bocca, a labbra serrate; c’è chi vi accompagna il dilatarsi dei tessuti perioculari; c’è chi sfodera un sorriso breve e rassicurante, come un’istantanea, per poi subito riprendersi la compostezza di un istante prima; c’è chi, facendo violenza a se stesso, produce un sorriso contratto, di maniera, dando forma a un’espressione facciale che sta al limite fra il riso e il pianto; c’è chi si esibisce in una prova di resistenza, mantenendo in contrazione i muscoli del sorriso per un notevole arco di tempo, tento che crederesti che gli si sia bloccato il meccanismo; c’è chi riesce a dosare l’avvicendarsi opportuno, segnatamente nell’atteggiamento del parlare, di puntatine sottili e accattivanti di sorriso con rabbuiarsi improvvisi, come se sul suo viso scorresse una perenne linea sinusoidale con regolari creste e avvallamenti d’onda; c’è chi riveste il proprio sorriso, con sorprendente versatilità, di maschere intercambiabili, riuscendo a comunicare indifferentemente attenzione, interessamento, empatia oppure diniego, scherno, disprezzo alla bisogna.
- Mirach. Di un altro tipo, di un altro tipo di canini l’uomo si è dotato, ben più ferigni.
- Ottero. Ma perché l’uomo, a differenza degli animali, ha appreso a sorridere? Per far questo i diversi individui della specie hanno dovuto stabilire un codice di riconoscimento, sono dovuti pervenire a una condivisione.
- Tiziano. Certamente, una condivisione di natura sociale.
- Ottero. Questo mi fa pensare a una scena sconcertante nella sua globalità di significato e nella sua divergenza di espressione. Da un lato guerriglieri e truppe regolari che si sparano, si attaccano, si ammazzano con rabbia, violenza, voglia di vendetta. Dall’altro lato della stessa scena i politici di quelle parti in lotta che si stringono le mani, si abbracciano sciorinando indelebili sorrisi di posa nell’atto di trattare accordi a tavolino.
- Almach. Le grandi contraddizioni dell’umana specie!
- Sirrah. Ma, infine, perché, fra di noi, che viviamo questo rapido attimo di passaggio su questo sventurato pianeta, tanta aggressione e, fra mezzo, tanti sorrisi? Sarà per il fatto che ci riteniamo l’unica, fra le creature viventi, a fregiarsi del vanto di conoscere che cosa significa la parola amore? Visto dove ci conduce l’analisi da noi sviluppata, l’atto del digrignare i denti e del sorridere non hanno avuto la medesima origine filogenetica? Non conservano ancora, in fondo, lo stesso significato dell’allarme e della diffidenza reciproca? Questo vogliono le convenzioni sociali? Ha un senso?
- Ottero. Forse un senso vero e proprio non c’è. C’è là dove non vorremmo scoprirlo. L’uomo, abbiamo detto, si differenzia dal resto delle specie viventi a motivo della sua insaziabile sete di supremazia, di dominio. Qualcosa come sentire di essere la creatura più vicina a Dio, che può diventare Dio, facendosi sempre più grande e, infine, raggiungere l’immortalità. L’uomo fa questo perché ha paura, paura di morire. Da questa paura nasce e dilaga tutto un malefico universo di terrori che avvelenano la vita degli uomini, non già quella degli animali. Paura, aggressività, brama di supremazia sono tutti anelli di una stessa catena che si chiama “incertezza”. È quello che non accade agli animali. A noi sì. Il nostro non è un procedere passo dopo passo, il nostro è un avanzare a misura di piede, sì, ma con lo sguardo della mente fissato lontano. Come lo scalatore impegnato su una parete verticale, che esegue tanti piccoli faticosi movimenti, utilizza strumenti sofisticati e calcola con accuratezza ogni minimo spostamento, mentre il suo sguardo è ormai saldamente piantato lassù, sulla cima terminale. Non può fare completo affidamento nella certezza, procede nella estrema precarietà del supporto materiale e degli eventi, ma accetta la propria incertezza, vi fa fronte, inventa, prova, si sforza sino allo stremo delle energie, non si arrende. Questa è la vera forza dell’uomo saggio. La paura è una sensazione legata al pensiero di cose passate, alla memoria che rimbomba in noi. Saper vivere il presente, con pienezza assoluta, è il modo di sconfiggere la paura. E vivere nel presente vuol dire anche farci prendere a braccetto dalla paura in persona, e camminare buon tratto con lei, e imparare, strada facendo, che le sue sembianze non sono così orrende come la nostra immaginazione ci ha spinto a credere. C’è un modo di neutralizzare la paura o, meglio, di mutare il suo volto: quello del comprendere che non esiste un intervallo di spazio-tempo fra la paura e noi, che la paura è qui, anzi, la paura è noi stessi. Si tratta di saper aprire gli occhi, di saper osservare. La stessa cosa si avvera per quanto concerne la violenza: guardandola da vicino, eliminando anche in questo caso l’intervallo di spazio-tempo che è servito a proiettarla sugli altri, sulla società, vedendola invece in noi, imparando che la violenza è noi stessi, il suo potere virulento sarà mozzato.
- Sirrah. In tali termini discorrendo, mi sembra quasi naturale abbracciare una conclusione, quella che contrappone la paura all’amore.
- Almach. Nella visione che ce ne dà Krishnamurti [1], è sempre la dualità a porsi di mezzo. Dualità che crea distanza, contrapposizione. Distanza di luoghi e momenti. Tutto ciò che è male e negazione della nostra felicità proviene dall’esserci questa distanza. Che, peraltro, si tratta di una nostra creazione!
- Ottero. Una creazione del nostro pensiero. Per noi la cosa si presenta come una coazione a creare, non ne possiamo fare a meno, e questa è l’origine di tutte le nostre sofferenze. L’amore non conosce tempo né spazio, vive nell’eterno presente, sciolto dal pensiero. Il dolore, peraltro, è partorito dal pensiero stesso e alimentato dal tempo, per questo è qualcosa di completamente opposto all’amore.
- Sirrah. Come Dio, l’amore non vive nelle categorie di tempo-spazio, anche lui sarebbe eterno presente, attenzione assoluta, anche lui sarebbe estraneo al pensiero e al dolore. La similitudine diventa anche troppo facile: Dio e amore sono la stessa cosa.
- Almach. Libertà dal pensiero, un’espressione antiscientifica, quasi ossimorica, ma sarà pure una condizione indispensabile, probabilmente unica perché ci sia amore. Incontrare l’amore senza alcun processo di ricerca, ricorda Krishnamurti, è l’unica via per riconoscerlo. Noi occidentali non siamo avvezzi a questo linguaggio, ci pare arduo, impraticabile il puro e semplice atteggiarsi a guardare, a osservare, lasciandoci andare con tutte le forze che abbiamo addosso, senza parole, senza giudizi. Troviamo incomprensibile l’atto di raggiungere un genuino stato d’amore attraverso l’immersione in una sfera ricca di intensità, di attenzione. Questo, che è uno stato di abbandono totale, di scivolamento nella semplicità e nell’umiltà assoluta, è qualcosa di inconcepibile per noi, ma è anche la strada per vedere in volto la bellezza, quella bellezza intesa come cosa in sé, come idea assoluta, non come manifestazione percepita in una cosa che giudichiamo bella. Qui il pensiero deve farsi da parte e lasciare che si stabilisca uno stato mentale di intensa solitudine: in esso si sente il profumo del silenzio, della quiete. Questo è bellezza. Così per l’amore: per essere vero deve liberarsi dal pensiero che attizza desideri e rincorre piaceri, deve rifiutare di posare sulla linea dello spazio-tempo, deve spogliarsi completamente di tutto un mondo fatto di immagini, di preconcetti. Sono le immagini a creare spazio e a dividere osservato e osservatore. Inevitabilmente, lo spazio si riempie di conflittualità. Al di fuori di simile stato di preoccupazione, in presenza cioè di attenzione assoluta, spazio e tempo scompaiono, i conflitti svaniscono, osservatore e cosa osservata diventano la stessa cosa, immersi in quello stato di attenzione totale, di energia totale che corrisponde al più alto grado di manifestazione dell’intelligenza umana. Dice ancora Krishnamurti, è il nostro spirito geometrico a complicare, a snaturare tutto: ci diamo da sempre un gran da fare per stabilire punti centrali e creare spazi che in qualche modo vi si dispongano intorno.
- Tiziano. Per quella che è la natura della nostra mente scientifica, tuttavia, questo è inevitabile. Ma è anche vero che su questo versante siamo molto migliorati nei secoli: dall’uomo collocato al centro dell’universo alle divinità terribili che lo sovrastavano; dall’iniziazione alla magia rituale per subordinare il corso degli eventi e la volontà degli dei alle proprie aspirazioni; dal terrore di fronte ai cataclismi naturali alla postulazione di divinità responsabili di ciò che travalica il controllo dell’uomo sulla natura, alla scoperta di leggi fisiche e costanti universali; dalle convinzioni astronomiche di ingenuo sapore geocentrico ai principi di indeterminatezza e di illimitatezza.
- Ottero. E sempre c’era un punto centrale con qualcosa che gli stava intorno: sole e pianeti, buco nero e galassia, chissà cos’altro, e ammassi di galassie o di universi!
- Mirach. Che noi abbiamo creato, con la presunzione del nostro pensiero!
- Almach. Questa distanza fra centro e circonferenza, questo spazio che separa, questa è la negazione dell’amore, la negazione della bellezza. Amore e bellezza sono dove non esistono centri né circonferenze. Dio stesso esiste dove la dualità è assente. In tal medesima dimensione che non conosce dimensioni, nel momento in cui vediamo in volto la bellezza, l’amore, noi stessi amiamo, noi stessi siamo amore e bellezza.
- Mirach. Dunque se non c’è amore, al suo posto ci sono dolore e angoscia. Ma, questa, non è sempre e ancora dualità? Paradiso e inferno, amore e odio, felicità e disperazione, vita e morte.
[1] J. Krishnamurti, Freedom from the Known (Libertà dal conosciuto), 1969
Immagine di Copertina tratta da Podbean.
