Dove vai pensiero?
Non si può esser grandi se non
pensando e operando contro ragione”
“Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai:
l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla.
Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda:
di non aver nulla a sperare dopo la morte”
(Giacomo Leopardi, “Zibaldone di Pensieri”, pagg. 2608, 4525)
- Almach. Non è stata una cattiva idea quella di spingerci fin qui. Per la nostra conversazione non si sarebbe potuto dare un posto migliore, visto l’argomento che desideriamo affrontare, di questo meraviglioso prato ammantato di fiori nel cuore del Parco di Yellowstone. E il profumo misto di tonalità accattivanti, e i giochi di luce che vanno scherzando tra le fronde agitate da questa adorabile tiepida brezza e il vocio di uccellini raccolto in dolce concerto accompagnato dal chioccolare morbido dell’acqua nel ruscello, il passare rapido, quasi in ombra, di una coppia di daini ai margini della radura, gli insistenti squittii, che hanno tutta la parvenza di vibrate proteste all’indirizzo della nostra intrusione nel suo territorio, da parte di quel grazioso scoiattolino saltellante tra i rami dei faggi col trascinarsi appresso la coda svolazzante, folta e maestosa, ebbene, tutte queste delizie predispongono l’animo a soavi pensieri.
- Mirach. È così che, per l’appunto, ansimando alquanto per lo sforzo della salita lungo questo tortuoso sentiero, ci siamo inoltrati, oltre che nel bosco di betulle, faggi e sequoie, nell’argomento che pretende di mettere insieme pensiero e amore, di conciliare intelligenza e passioni in poche parole. Non coltiviamo tutti il medesimo punto di vista al riguardo, come credo di aver inteso.
- Almach. Si può possedere un’intelligenza di grandissimo livello, si può aver accumulato una cultura vastissima, ma se in tutto questo non albergano sentimenti intensi, vitali e profondi tutto ciò che si riesce a comprendere può essere simile a un bel fiore, privo tuttavia del suo profumo.
- Sirrah. Come i fiori nelle vetrine dei fiorai: così belli, grandi e colorati, ma sempre, tristemente, senza profumo. È questo il punto da farsi sulla nostra natura: il profumo è il sentimento, da cui nasce l’amore.
- Tosco. E ci risiamo, con questa parola dall’inflazione a mille!
- Sirrah. Ma perché ti dà tanto fastidio, quando si nomina il termine “amore”?
- Tosco. Perché, perché! Perché, l’abbiamo anche già detto, lassù sul Tenibres, ne hanno abusato, tutti, ma è bene che lo ripeta. Lo usano per vendere i detersivi, le marmellate e la mortadella. Ne fanno salsa, i preti, nelle loro prediche in cui non credono. Lo mascherano e lo sporcano i più con doni, favori, lusinghe per trarne profitto personale, senza pensare di arrecare danno agli altri, tanto più quando gli altri sono persone incapaci di difendersi.
- Mirach. È molto chiara la tua presa di posizione, a questo proposito.
- Tosco. Sì, e vorrei aggiungere, giacché la cosa mi preme di molto, vorrei aggiungere che proprio là dove l’amore dovrebbe toccare le più alte vette di significato umano, proprio lì assistiamo a una banalizzazione, di più, a una volgarizzazione del concetto.
- Sirrah. Intendo, l’amore che unisce due persone, è questo, vero?
- Tosco. Per l’appunto! Maschio e femmina della specie umana non si comportano in modo dissimile dagli animali. Entrambi lanciano segnali per attrarre il partner, entrambi vogliono qualcosa che sembra essere la stessa cosa.
- Tiziano. Questo accade. Ma c’è da fare qualche distinzione, non ti pare?
- Tosco. Di norma. Il comportamento degli animali segue uno schema che, nella stessa specie, si ripete alle medesime condizioni, negli stessi tempi e con gli stessi rituali. Pare che gli animali siano stati programmati a comportarsi proprio così, proprio in quel momento lì, proprio sempre in quelle stesse situazioni.
- Mirach. Be’, se parli di programmazione, allora quale grande differenza c’è con noi umani? Non ti sembra che, con tutta la nostra intelligenza superiore, anche noi, in certe particolari situazioni, perdiamo letteralmente la testa e ci lasciamo completamente e inerzialmente comandare da un programma, quale che esso sia?
- Tosco. La questione non sta solo in questi termini. Gli è che c’è di più. Voglio dire, sì, c’è qualcosa come un programma che tutti siamo in certo modo obbligati a seguire, ma c’è di più.
- Almach. Il solito cosiddetto istinto, vorrai dire.
- Tosco. Ma sì, chiamalo istinto. E poi, cosa vuol dire, per te, istinto?
- Almach. Uhm, la cosa va molto in profondità. Vediamo, bene, è una pulsione naturale, finalizzata, necessaria.
- Tosco. C’è soltanto negli animali?
- Almach. No, ma in noi può non essere dominante, in quanto la volizione e la razionalità sono in grado di averne ragione.
- Tiziano. Eppure gli animali, certe specie, almeno, rientrano in questa casistica. L’organizzazione sociale, prendiamo l’organizzazione sociale. Non è vero sempre che gli animali sono insensibili alla perdita di un individuo all’interno del loro clan. Mi ricollego a un esempio. In alcune zone bagnate dal fiume Tevere nidifica una specie di uccelli bellissimi, snelli, slanciati, eleganti, ricchi di un piumaggio colorato con tinte sgargianti. Sono i gruccioni. Volatili migratori, trascorrono la stagione fredda in Africa e, in modo simile alla più comune e familiare rondine, fanno ritorno alle latitudini più alte dell’emisfero boreale per la parentesi estiva. Ma, come sempre accade nella logica del perpetuarsi di questa tragica, necessaria e imperscrutabile catena alimentare vigente sul nostro amato pianeta, appena tornati a dimora subito hanno a darsi pensiero per difendersi dagli immancabili predatori. Un loro vicino di casa, temibile assai, è infatti il biacco, un serpente dalla fine livrea particolarmente ghiotto delle uova dei gruccioni. Allorquando questi ultimi si avvedono dell’avvicinamento del predatore al loro nido, si organizzano e mettono in atto un formidabile piano di difesa-offesa. Si levano in volo in stormo e puntano, buttandosi a capofitto, sul biacco. Simili a kamikaze disposti a tutto, si avventano, l’uno dopo l’altro, aggrediscono il rettile a colpi di becco e d’artiglio, risollevandosi rapidissimi, dopo la sortita, per riprendere direzione e tornare a colpire, inesorabilmente. Non c’è scampo per il biacco: con tutta la sua agilità e voracità non riesce a trovare soluzione migliore, dopo alcuni contorcimenti saettanti, minacciosi quanto vani, che non sia la fuga per sottrarsi a quella furia aggressiva. Questo, per me, è qualcosa più del semplice istinto, è avere il senso della collettività, è possedere uno scopo che accomuna, è la capacità manifesta di provare spinte emotive che saranno soltanto impulsi di conservazione, se volete, ma reali e percepibili.
- Ottero. Sai cosa penso? Per me la differenza sta nella consapevolezza e nel sapersi porre uno scopo. L’animale raggiunge un certo grado di consapevolezza, direi sensoriale più che altro e il suo scopo è immediato, quello di dare sfogo a un impulso di difesa, di protezione della prole o di copulazione in situazioni diverse. Poi siamo noi che interveniamo a costruire categorie le più originali, affermando che l’animale maschio, poniamo il caso dell’accoppiamento, vuole trasmettere il proprio individuale patrimonio genetico, e allora lotta con i rivali per stabilire una supremazia con l’esibizione di forza e prestanza e, quindi, arrogare a sé il diritto a copulare.
- Sirrah. Siamo poi molto lontani da tutto ciò, noi creature razionali e previdenti?
- Ottero. Nel senso che, nella maggior parte dei casi almeno, lo scopo della perpetuazione della specie ci sfugge. Per noi, a prendere il sopravvento è la rivendicazione di un possesso. Per un umano il partner in amore diventa il proprio territorio da difendere e, allora, amare può farsi sinonimo di possedere. Anzi, il secondo termine finisce, con il tempo, per sostituire il primo: se l’amore sfuma, perché era tempo che ciò accadesse, in quanto al possesso non accade la stessa cosa. Sono sopraggiunte innumerevoli circostanze, si sono sovrapposte una serie di imposizioni sociali, si sono calcificate tutta una ridda di convenzioni inattaccabili per cui il possesso è codificato, legalmente riconosciuto e tutelato.
- Sirrah. Non ci amiamo, ma ci possediamo, questa la sintesi, non par vero?
- Ottero. Non ci amiamo, ma ci possediamo, per un certo momento, come dire che diamo noi stessi in prestito in modo reciproco per trarne un profitto personale.
- Mirach. Ma questo è prostituirsi!
- Sirrah. Credo tu sia vicino al vero.
- Ottero. Non soltanto, ma, se ammettiamo questo stato di possesso a due vie, lui possiede lei, lei possiede lui, allora è aperta la via alla formazione di sentimenti ostili, all’apparizione della gelosia, all’insorgere del timore del vuoto per una possibile perdita.
- Sirrah. Viene da pensare che dove c’è voglia di possesso non c’è amore e, dove c’è amore, scompare ogni intenzione di possedere.
- Ottero. Infatti, sono anch’io di questo avviso. Non per nulla dove c’è ricerca di possesso, lì ci sono anche invidia, avidità, egoismo, paura. Quanti rapporti amorosi finiscono in continui confronti/scontri! Quando si percepisce che qualcosa non funziona più come era stato nelle aspettative, nei sogni, allora si inizia a domandarsi, a interrogarsi, a discutere. Ricordate che cosa diceva Oscar Wilde? [1] Diceva che discute soltanto chi è spiritualmente finito. E poi tratteggiava un ritratto eloquente e insieme raggelante del significato più nascosto dell’amore. L’amore è dedizione completa, pertanto presuppone fedeltà, ma chi è fedele conosce unicamente il lato volgare dell’amore. Così concludeva.
- Mirach. Oh, questa è buona davvero! Dunque, per vivere un amore ad altissime vette mi dici che occorre essere infedeli!
- Ottero. Neppure l’infedele si salva perché egli, da parte sua, dell’amore finisce per conoscere l’aspetto tragico.
- Mirach. Sono dure queste conclusioni. Forse Oscar Wilde amava ricorrere a metafore.
- Ottero. Pensala come credi, ma, dimmi, come la intendi quando ti mette l’amore a confronto con un capriccio? Quest’ultimo, secondo lo scrittore, si distinguerebbe per il fatto di conservare un margine di sopravvivenza addirittura superiore nei confronti dell’amore. Foss’anche una vera passione d’amore.
- Tiziano. Io torno agli animali, come termine di paragone. Fra gli animali esiste la lotta, anche feroce, ma essa è dettata da un bisogno specifico, quello della sopravvivenza individuale e della specie.
- Tosco. Non vedo proprio il nesso fra l’atto del combattere e il fare l’amore.
- Tiziano. Questione di sentimenti, tutto si riduce al possedere o al non possedere una sfera di sentimenti percepibili.
- Tosco. Copulano e non si amano, piuttosto squallido.
- Tiziano. Non amano e non odiano. Se copulano senza sviluppare amore, altresì lottano senza sviluppare odio. Lottano per difendere il cibo, il territorio di caccia, la prole, oppure a motivo della paura, se si sentono minacciati. Noi disconosciamo ampiamente queste limitazioni.
- Ottero. Per questo gli animali non sanno sorridere, mentre la specie umana, nel tempo, ha appreso questo originale comportamento.
- Tosco. Ora non riesco a seguirti. Mi vuoi spiegare, per cortesia, che c’entra qui il sorridere? Vorresti forse dare a intendere che il sorriso ha qualche attinenza con la lotta, ma che questo accade soltanto nella nostra specie? In che cosa si somiglierebbero il sorridere e il lottare, allora, nella nostra specie?
- Ottero. Andiamo con ordine. Un orso, poniamo l’esempio, minacciato da un intruso circa il controllo del proprio territorio, si porrà in posizione di resistenza esibendo tutta una serie di comportamenti specie-specifici ad alta pregnanza comunicativa, su una scala di codici che l’intruso della sua specie è prontissimo a interpretare: rizzarsi sulle zampe posteriori, sfoderare unghioni e dimenare gli arti anteriori in segno di allerta, spalancare le fauci, contrarre le zone labiali per mettere in mostra il più possibile le zanne, circondurre il capo in certo modo con l’emissione di versi dai timbri poco rassicuranti. Ecco, il messaggio è inviato: “Vattene via di qua, perché non ho intenzione di lasciarti passare. Se insisti, sappi che posseggo armi letali e che le userò. Ne usciremo entrambi malamente, forse, ma ti assicuro che non ci guadagnerai niente che ne valga la pena”. Ed ecco il messaggio percepito: “Be’, siamo alla pari, anch’io sono armato allo stesso modo. Non è che sia lui a farmi gran che paura. Tutto sommato, però, potrei anche subire seri danni in uno scontro, lui è grosso come me. Va bene, gli rimando qualche versaccio e qualche zampata per aria e me ne vado da un’altra parte!”.
- Tosco. E chiamalo comportamento animale! Sotto sotto ci vedo una buona intelligenza, anche una buona capacità di valutare direi e, perché no, una provvidenziale dose di diplomazia.
[1] Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890-1891
Immagine di Copertina tratta da Historic UK.
