Dove vai, Pensiero? Parte 18 di 20

Terre Amare

  • Ottero. “L’egoismo domina il mondo”, dice Schopenhauer, e noi cerchiamo di negarlo, di nasconderlo. Come? Camuffando i nostri atti con un’apparente cortesia di modi. Ma l’egoismo è come un cavallo selvaggio legato agli zoccoli, e questo si rispecchia nel fatto che noi malamente riusciamo a dissimulare le nostre intenzioni volte a usare il nostro prossimo per la soddisfazione dei nostri più o meno leciti scopi personali. L’egoismo è come qualcosa di cui non puoi sbarazzarti, è un potente stimolo a vivere, a sopravvivere con il massimo di piacere e di felicità. Induce ciascuno a credersi centro del mondo.
  • Almach. Stai a vedere che, da questo punto di vista, non esistono più persone a modo. Non posso crederci, se considero soltanto i gesti di cortesia che le persone usano quotidianamente nel mantenimento delle relazioni sociali.
  • Mirach. La cortesia? Che cos’altro se non la negazione dell’egoismo, inventata dagli uomini e da essi accampata in modo sistematico in ogni occasione che li porta a avere contatti con gli altri? E in questo senso si riveste finemente di ipocrisia, nessuno ne può dubitare, ma è anche un perenne attentato alla giustizia fra le persone.
  • Ottero. Dall’egoismo insorgono i peggiori demoni devastatori dell’umana solidarietà. L’invidia, il gusto diabolico nell’assistere alle sventure e ai mali altrui, la crudeltà.
  • Sirrah. Schopenhauer non dà tuttavia l’umanità intera in pasto all’egoismo. Ammette un risvolto di tutt’altra natura nel manifestarsi del comportamento umano. Quando sostiene la possibilità di volere il bene non solo proprio, ma anche degli altri, in modo disinteressato, egli richiama il concetto di identificazione. Con questo atteggiamento l’individuo comprende il senso che si lega al dolore altrui, al dolore universale che incombe sull’esistenza di ognuno. Ed è qui che Schopenhauer raccoglie le tendenze empatiche, di comprensione, di identificazione nel termine “compassione”. Da una simile concezione deriva il fatto che fra l’io e l’altro non c’è differenza, mentre ognuno è portato a riconoscere se stesso o, meglio, il proprio vero essere, in ognuno degli altri soggetti facenti parte della molteplicità. È il principio della compassione, di cui parla Schopenhauer. Il principio che consente di considerare gli altri non già nella luce di non-io, ma in quella di “io un’altra volta”. La volontà, di cui tanto parla Schopenhauer, è il vero centro di gravità, il solo e unico elemento metafisico esistente nell’uomo. Nel suo essere indistruttibile essa supera persino la ragione e la capacità di conoscenza le quali vanno a occupare una posizione di second’ordine, in quanto si limitano al mondo dei fenomeni. Attenzione, allora, alle esagerazioni! Diamo anche il giusto peso all’altra faccia della medaglia. Schopenhauer, infatti, non dà l’esclusiva all’egoismo, sebbene ne sottolinei la forza pervasiva. Egli va oltre e sostiene che nell’uomo non c’è soltanto egoismo. Anzi, insieme all’egoismo possono coesistere sia la malvagità sia la compassione. Sono, questi, i tre impulsi etici prevalenti nell’uomo e, in ciascun individuo, vanno a disporsi in proporzioni variabilissime.
  • Tosco. È un modo di dire, il tuo e quello di Schopenhauer, che non fa altro che avallare e giustificare la presenza della predestinazione nella vita dell’uomo.
  • Ottero. In un certo senso, sì; infatti Schopenhauer non crede molto all’entusiasmo di chi si ripromette di convertire certe tendenze delinquenziali. È piuttosto più portato a sottolineare l’utilità che proviene dai tentativi di mettere “la testa a posto” in chi esibisce un comportamento deviante, perché prima o poi arrivi a capire. Ma che nessuno si illuda di sconfiggere l’egoismo o la malvagità, sarebbe come far sì che i gatti si scordassero dell’impulso che li spinge a cacciare i topi.
  • Tosco. L’abbiamo fatto, l’abbiamo fatto… i gatti dei nostri tempi non cacciano più i topi: li abbiamo beatamente disabituati offrendo loro cibo preconfezionato, quello delle scatolette, no?
  • Tiziano. Basta, Tosco, sei insopportabile! Ora mi lasci continuare con il discorso lasciato in sospeso?… Sopravvivere, dicevo. È questo il centro della questione. E ne abbiamo esempi di formidabile effetto. Prendiamo la piovra, per esempio. Un animale intelligente, dotato di una struttura organica complessa, capace di raggiungere dimensioni di tutto riguardo. Ha impiegato la bellezza di trecento milioni di anni, la piovra, a diventare ciò che è, a iniziare dalla prima tappa del proprio viaggio evolutivo nella forma di semplice patella. Le piovre dei nostri giorni possiedono la mirabolante caratteristica di cambiare colore sulla superficie della pelle, totalmente o anche soltanto a settori. In questo modo si mimetizzano e si confondono con i colori delle rocce alle quali si aggrappano immobili nell’attesa di catturare una preda o nel tentativo di confondere su di sé i tratti che potrebbero tradire la loro presenza, per difendersi da un eventuale minaccioso abitatore dei fondali marini. Si dice che ogni colore apparso sulla sua pelle sia un segnale cromatico correlato a un preciso tipo di emozione di cui la piovra sarebbe preda in quell’istante. Forse è così, visto che, quando ha paura o si sente minacciata – ma questa è una mia inferenza – diventa completamente bianca. Per dare continuità alla specie, poi, la piovra depone migliaia e migliaia di uova, quasi sapesse che è costretta a sovrabbondare perché, di quelle uova, sopravvivranno e diverranno adulte solo pochissime unità. Ma in quanto a capacità di adattamento secondo me, per l’originalità di soluzioni ai problemi della sopravvivenza a cui è dovuto ricorrere, è il perioftalmo a distinguersi in particolare, una specie di pesciolino che, nel suo piccolo, ricorda un percorso evolutivo quasi opposto a quello della balena. È una bestia strana, un mostriciattolo che non è anfibio ma conduce un’esistenza da anfibio, girovagando con due occhioni così sporgenti da sembrare i due fanali della FIAT-Balilla in circolazione nella prima metà del secolo ventesimo. Il perioftalmo è un pesce, eppure è capace di farsi delle belle passeggiate spingendosi sulle pinne che sembrano agire, sulla terraferma, a guisa di due piccoli piedi. Essendo un pesce non è dotato di respirazione polmonare, dovrebbe soccombere fuor d’acqua. Eppure respira, perché è riuscito ad accumulare un po’ d’acqua, con l’ossigeno occorrente, all’interno delle sue camere branchiali. Non ha una lunghissima autonomia di movimento sulla terraferma, tant’è che, quando percepisce che la riserva d’acqua sta per esaurirsi, si rituffa un attimo nello stagno per rifornirsi. Esattamente il contrario di quel che fanno i cetacei. Curiosità per curiosità, là dove nuotano e scorrazzano i perioftalmi vegetano ampie distese di mangrovie. Queste piante, per garantire la continuità della specie dovendosi adattare al terreno che le ospita, lasciano i loro semi svilupparsi in alto, saldamente attaccati alla pianta madre, fin tanto che il seme germoglia e spinge fuori un fusticino in senso verticale, dall’alto al basso. Nel momento in cui questo fusticino raggiunge un punto di crescita critico, e ciò si verifica quando il suo incremento in lunghezza arriva a segnare una quarantina di centimetri, ecco allora che la pianta permette che il seme si stacchi, e questo cade capovolgendosi come un dardo con la punta più pesante e la coda alleggerita. Il seme, cadendo sul terreno soffice, vi si sprofonda di poco, e il fusticino si trova bello pronto a crescere, con i piedi ben saldi a terra e con il naso, questa volta, rivolto all’insù e dandosi subito un gran da fare per generare un folto groviglio di radici aeree indispensabili a entrare in simbiosi con le condizioni di vita offerte dall’ambiente circostante.
  • Tosco. Anche qui mi torna in testa l’antico quesito, questa volta lo dico: chi ha dato l’ordine alle ali del kiwi di ridurre le proprie dimensioni? Chi ha dato ordine a un pesce di non fare come gli altri pesci?
  • Sirrah. Qualcuno che ha architettato un piano.
  • Ottero. Dobbiamo comunque ancora ricorrere a qualcosa di intelligente, di molto intelligente e invisibile per giunta.
  • Tosco. Oppure possiamo congetturare che le ali un tempo servissero e funzionassero a dovere perché l’uccello era costretto a difendersi dai predatori terrestri, come abbiamo ipotizzato prima, ponendo in atto una fuga repentina in alto e che, al momento dell’estinzione o della scomparsa dei predatori, gli uccelli abbiano preferito sostare a terra dove avrebbero trovato molta più abbondanza di cibo che non in alto.
  • Tiziano. E qualcuno avrebbe detto: “Ora le ali non ti servono più, te ne posso privare”, come si farebbe noi dell’ombrello appena scampati a un acquazzone.
  • Tosco. Ridicolo! Le ali, semplicemente, sono diminuite di dimensioni per il semplice fatto che l’animale ha cessato di farne uso. È la semplice legge dell’uso dell’organo. Un organo cresce, si fortifica e acquista in efficacia di azione se viene usato; peraltro si atrofizza se non viene usato. È una questione di lavoro fisico che richiama afflusso di sangue nelle fibre muscolari, quindi di ossigeno e di elementi nutritivi. Se quell’organo non lo fai lavorare, è chiaro che non richiederà nutrimento, si indebolirà e perderà consistenza, sino a scomparire, al limite. Lo sanno bene gli atleti quando ne va di mezzo la massa muscolare chiamata a produrre il maggiore sforzo fisico!
  • Tiziano. Non è poi così ridicolo. Io insisto. E se quel qualcuno avesse detto: “Stabilisco questa legge, che gli organi di locomozione cresceranno in misura della frequenza con cui vengono fatti funzionare. Voi che vi spostate negli elementi naturali siete programmati così. Via!”
  • Tosco. Deduzione, pura deduzione. È un ragionamento deduttivo, codesto. C’è la legge e da essa consegue che… e che… – A me preoccupa non poco quell’altro procedimento, quello induttivo. Dove mi portano tutte queste manifestazioni di intenzioni e di volontà, dove mi portano tutte queste leggi disseminate per il gran caos della natura? Ovvero, dove va a finire la mia povera mente di questo passo? Dobbiamo dare forse atto di un regresso all’infinito?
  • Tiziano. Teniamoci un po’ fuori dalle tentazioni metafisiche, vorrei suggerire. Dico questo perché sto pensando a una possibilità per certi versi un tantino stravagante. Avete presenti quelle sequenze di immagini, ricavate con il computer, dove si ricerca, a esempio, l’identikit di una persona mutando le sembianze di un volto con una disinvoltura tutta sorprendente di sovrapposizioni e di fluttuazioni dei tratti; tanto da consentire di osservare, in pochi secondi, decine di volti scaturire dalla stessa immagine senza che avvertiamo dove vada a collocarsi il punto di separazione dall’una all’altra? Partendo dal viso di una vecchia signora possiamo sovrapporre una serie di trasformazioni cambiando connotazioni somatiche, particolari i più disparati, capigliatura, espressione del viso, età, sesso. Certo, io vado fantasticando per la verità, dev’essere avvenuto per molte specie animali. La differenza sta nel tempo richiesto dal processo di mutazione: non pochi secondi, ma milioni di anni. E così siamo venuti noi, prodotto finale, attualmente, di chissà quale mirabolante ciclo di trasformazioni epocali. Forse eravamo scimmie, forse topi o forse “picaia”, l’artropodo primordiale dell’era cambriana. Ed eccoci qui, con tutte le nostre differenziazioni di biotipo e di fenotipo, ma comunque tutti partecipi di alcuni invariabili requisiti appartenenti alla specie umana. La nostra evoluzione a breve termine, d’altra parte, non ne starebbe a testimoniare la veridicità? Abbiamo iniziato a esistere, ognuno di noi, individualmente, come esseri unicellulari, poi abbiamo acquisito un organismo complesso e siamo andati crescendo in un ambiente acquatico come pesci. Nel giro di nove mesi abbiamo deciso di abbandonare le acque del nostro oceano intrauterino e abbiamo preso a respirare con i polmoni. Si è realizzata l’ontogenesi che, come qualche maestro della genetica ha voluto sostenere, rappresenta un modo di ripercorrere una filogenesi che può aver avuto inizio grosso modo tre miliardi di anni fa.
  • Ottero. A proposito della comparsa della vita, nel 2011 furono trovate in Australia le più antiche tracce di vita che allora si conoscessero e che probabilmente avevano popolato la Terra dei primordi. Si trattava di microrganismi scoperti da un gruppo di ricercatori delle Università Western Australia e Oxford, risalenti a 3.4 miliardi di anni fa, quando la Terra era ancora molto calda e la temperatura del mare raggiungeva i 40-50 gradi centigradi. I fossili, rinvenuti in uno dei più antichi giacimenti minerari, incastonati in alcune rocce e associati a piccoli cristalli di pirite, sono tracce di organismi che utilizzavano lo zolfo, abbondante allora in natura, per trasformarlo in energia.[1]
  • Mirach. Bene, si parlava di novità. Ma dove sta la novità?
  • Tiziano. Sta nel fatto che anche qui opera una legge, un codice evolutivo che ordina alla prima cellula di sdoppiarsi, di trasformarsi in morula, in blastula, in feto e di forgiare certi organi con certe funzioni e con una determinata struttura capace di interrelazione. Ritorna il dilemma fra induzione e deduzione relativamente a questo processo. Ritorna l’eterno interrogativo del chi lo vuole questo processo così ordinato e del perché lo vuole. E, a questo punto, vado a collocare la mia ipotesi. Poniamo che noi riusciamo a scoprire la combinazione per accedere ai dati che governano questa serie di trasformazioni. Poniamo che riusciamo a impadronirci delle leve che muovono l’intero sistema. Decidiamo quindi di cambiare qualcosa all’interno della pianificazione dell’organismo.
  • Mirach. La manipolazione genetica, è chiaro!
  • Tiziano. Non proprio. Voglio dire, ammettiamo di poter eliminare un ordine prestabilito o, meglio, di azzerare tutti gli ordini prestabiliti. Ora installiamo, nell’organismo preso a campione, un sistema nuovo di informazioni in codice, tale da consentire a quell’organismo di mutare le proprie capacità funzionali e la propria conformazione anatomica, per adattarsi ad ambienti diversi, con esigenze di sopravvivenza diverse, non al ritmo della filogenesi, e nemmeno a quello dell’evoluzione fetale, ma bensì al ritmo della simulazione d’immagine come quella realizzata su un computer, la faccia che cambia connotati intendo.
  • [1] Da Televideo del 22 agosto 2011.

Immagine di Copertina tratta da Filosofìa&Co.

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