David Foster – L’Universo Intelligente

Le mie dissertazioni sulla presenza di anima e corpo nella vita degli individui mi hanno condotto a consultare alcuni lavori di indiscusso interesse. Uno di questi lo voglio riportare per il fatto che è riuscito ad aggiungere una importante tessera in più al mosaico che sto cercando di intessere. Parlo dell’opera L’Universo Intelligente di David Foster, ed è sui contenuti di questa che desidero soffermarmi un po’ più approfonditamente. Nel riportare il pensiero di David Foster mi azzardo a intercalare alcune mie osservazioni personali, riconoscibili per essere stese in carattere corsivo e racchiuse fra parentesi.

Foster, chi era costui? Da qualche parte delle pagine Web, non ricordo nello specifico, ricavai una nota che giace in un angolo remoto del mio PC, senza riferimento all’autore. Pazienza, mi accontenterò di riportarne i concetti salienti per cercare di compiere un passo in più sul mio itinerario di ricerca.

David Wallace, questo il nome originale, nacque nel 1962 e assunse il cognome della madre – Foster. Soffrì per tutta la vita di forti stati depressivi, mentre la sua mente si arrovellava nello studio di problematiche relative alla filosofia analitica, alla matematica e alla letteratura. Si può accettare di David Foster la definizione di genio, nel senso di “un’agitata meteora che fa e disfa pensieri e in cui la profondità morale si unisce a una saldissima impalcatura teorica”. La sua vita ebbe termine con l’atto finale del suicidio, perpetrato il 12 settembre 2008. Seguendo i miei impulsi a conoscere credo di aver trovato spunti di grande utilità nel lavoro di David Foster, L’Universo Intelligente: e così mi decido a soffermarvici un po’, almeno sulla parte finale che reputo più vicina alla mia necessità di capire.

Nella presentazione del libro di Foster, citato, Colin Wilson va anticipando: “L’uomo è come una «scheda per un calcolatore»” la cui esistenza sarebbe programmata da energie superiori nell’Universo. Peraltro lo stesso Foster ama definire gli uomini nei termini di “singoli robot fisici”. Egli vorrebbe aiutare le persone a rendersi conto dei poteri della mente al di là e oltre i cinque sensi. Cosa importante a considerarsi, l’individuo sarebbe capace di espandere la propria comprensione sul come e sul perché della propria esistenza, sullo scopo e sul significato della vita stessa.

Foster parte dalla Teoria della Relatività di Einstein per formulare una più avanzata teoria dell’Universo intelligente, asserendo che la Teoria della Relatività “spiega i funzionamenti interni dell’Universo intelligente, la programmazione del significato”. La Teoria dell’Universo intelligente, peraltro, “crea un quadro mentale esterno dell’Universo paragonando quest’ultimo a un gigantesco calcolatore elettronico con i suoi dati e le sue cifre”. La Teoria della Relatività ci consente di osservare “la natura dei processi interni della programmazione, nel contesto di un’esperienza ricca di un significato”. Siamo dunque di fronte a un’entità viva e cosciente, dotata di intelligenza nel momento di coniugare fra loro esperienza e significato. Foster non indugia nell’affrontare il problema dell’Io, che tanta parte ha in questa disputa e tanto lavorio mentale vuole per arrivare a scoprirne le caratteristiche. L’Io sarebbe, secondo Foster, una categoria che acquista visibilità soltanto se unito all’esperienza ossia è l’Io a creare esperienza ed è l’esperienza a creare l’Io. In parte l’Io deve la propria esistenza a un avvenimento relativistico, in altre parole “di qualche cosa che avviene consapevolmente entro un gigantesco calcolatore elettronico, l’Universo intelligente”. Eliminata l’esperienza, svanisce anche la presenza dell’Io. Questo Io problematico, nel momento in cui prendiamo sonno senza l’intervento dei sogni, “semplicemente ‘muore’ e svanisce; esso rinasce solo quando ci risvegliamo all’esperienza”. L’Io, considerato di per sé, non può esistere, configurandosi piuttosto come “un aspetto per un terzo di un avvenimento reale”. Proseguendo la dissertazione attorno al concetto di “Io”, Foster ne dà una definizione di tutto interesse: “L’Io esiste come punto filosofico, poiché esso non può avere due punti di vista, e ciò fa pensare a una sorta di aspetto ‘sferico’ della forma universale, in quanto l’Io è il centro filosofico di tale sfera e il panorama è la superficie filosofica di tale sfera”. Foster, con questa affermazione, si sente vicino al pensiero di Einstein, secondo il quale l’Universo è finito e, pur tuttavia, non conosce limiti. È finito nel senso che incontra i propri confini nel concetto di Io indiviso, ma è anche illimitato dal momento che l’Io in questione può godere di una serie infinita di punti di vista. L’Io, che si trova al centro della sfera sopra accennata, non può fare a meno di avere un collegamento con la superficie periferica del panorama esistente, ma perché ciò avvenga deve esserci un preciso campo di consapevolezza. Per fare maggiore chiarezza su quest’ultima dichiarazione Foster riporta l’esempio del modo in cui un raggio di luce si concentra: a un’estremità del campo può diffondere illuminazione su un determinato settore spaziale, quando invece dalla estremità opposta la sua provenienza consta di un punto. Cosicché, conclude Foster, “il panorama può essere considerato come una estensione consapevole, mentre l’Io può essere considerato come una concentrazione consapevole”. Soffermandosi poi in poche righe su che cosa si possa intendere per “consapevolezza” Foster la qualifica alla guisa di un effetto di campo, in modo simile a quanto si rivela per i campi elettrostatico, elettromagnetico e gravitazionale che abbisognano tutti di un “centro che si materializza, rispettivamente, in “una carica elettrostatica, un polo magnetico o un centro di gravità”. Per chi gli avesse chiesto di offrire una definizione esauriente della “consapevolezza” David Foster avrebbe rimandato la palla con una risposta sagace e irrinunciabile: “sarebbe più facile trovare la quadratura del circolo!” Ma allo stesso tempo si consolava rammentando che, d’altra parte, “nessuno ha ancora spiegato i campi elettrostatici, magnetico e gravitazionale”.

(È esattamente ciò che intendo io quando fabulo con me stesso su come potrebbe essere possibile passare dal conoscere “che cosa” allo svelare “come” e, in modo ancora più paradossale, spostarmi al “Chi” e al “Perché?”. La scienza infatti si limita, per necessità, a constatare per deduzione ciò che accade nel mondo. Accetta l’evidenza dei fenomeni naturali, ne può prevedere il succedersi ma non riesce ad addentrarsi nelle dinamiche microscopiche responsabili dei risultati, a descriverle e a spiegarle a livello di motivazioni e di trasformazioni, come il fascio d’erba che diventa una tazza di profumato latte per la cui spiegazione sarebbe interessante poter filmare ogni passaggio successivo nel corpo dell’animale chiamato in causa, vedere al rallentatore i momenti specifici in cui gli aspetti della sostanza organica ingerita si trasformano chimicamente e morfologicamente per dare luogo a un elemento diverso da quello che era all’origine del processo. Qualora, poi, fossimo diventati così bravi da scoprire il modo di filmare ogni minimo passo di tali trasformazioni saremmo sicuramente assaliti dal bisogno di chiederci in base a quale forza agente tali trasformazioni si verificano in quella precisa sequenza. La scienza dice della presenza di leggi e continua a speculare per deduzione. Non si chiede, sarebbe troppo, perché proprio quelle leggi, fra l’altro immutabili, e quale ne possa essere stato l’autore. In tutto questo, credo, non abbiamo compiuto ancora grandi passi, anzi mi pare di poter dire, siamo ancora agli inizi, dobbiamo ancora prendere il via).

Il capitolo XXII del lavoro di David W. Foster trascina il lettore in un ambito veramente critico allorché l’Autore si pone l’obiettivo di scoprire quale scopo sia stato dato a questo Universo che lo stesso Foster vuole chiamare “intelligente”. Esordisce allora con la convinzione che, qualora noi ci ponessimo a esaminare il nostro Universo, per così dire, “dal di fuori”, ci renderemmo presto conto della sua composizione in base a serie numeriche, qualcosa da paragonare lontanamente, ma neppure tanto, a un calcolatore elettronico. Fatto riferimento al nostro organismo biologico, retto e funzionante da e per sofisticati codici di informazione posti alla base della vita – il richiamo immediato è per il DNA e per l’RNA – potremmo anche formulare l’idea che le componenti interne dell’Universo osservato siano sottoposte a un codice formato da una serie di dati, dalla elaborazione degli stessi e da un significato sottostante. Foster perviene a una prima conclusione molto forte, quella che descrive l’Universo “tutta intelligenza”. Ora, poiché l’Universo viene insignito dell’alto requisito di intelligenza, una domanda viene subito da sé: “Qual è lo scopo dell’Universo intelligente?”, alla quale Foster risponde con una formulazione obbligata: il suo scopo è, invero, “Quello di divenire più intelligente”.

(Personalmente mi sento così piccolo di fronte al significato difficile da scoprire nelle affermazioni di David Foster, ma nello stesso tempo amo dare sfogo alla mia ingenuità e a fare a me stesso altre interrogazioni. Allora mi rivolgo all’Autore e vorrei chiedergli quale sia per l’Universo lo scopo di diventare più intelligente. Mi rendo conto che un quesito del genere non potrebbe essere che il frutto della mia ignoranza e della semplicità del mio pensiero nel contesto della disquisizione. Pur tuttavia non mi accontento e lascio la mia curiosità annaspare ancora nel buio).

Stando al postulato per il quale nel vuoto cosmico non possiamo trovare tracce di intelligenza, questa constatazione ci porta a credere che intelligenza e creazione ossia intelligenza e mondi fisici siano due modi di considerare la realtà, in quanto la creazione assume l’aspetto di un panorama relativo a un avvenimento sperimentato. Detto ciò, diventa innegabile l’affermazione secondo la quale “Lo stesso Universo creato è intelligente”. Il fatto che Foster sostenga l’idea che lo scopo dell’Universo sia quello di diventare più intelligente trova un corrispettivo nella linea evolutiva attraversata dall’uomo sul nostro Pianeta, che ha portato le creature di un ceppo particolare a perfezionare nel tempo e attraverso l’esperienza la propria intelligenza sino a farla maturare a livelli di eccellenza. Qui si parla ovviamente della razza umana e, pertanto, lo stesso scopo dell’uomo diventa “quello di diventare più intelligente”. Un percorso, questo, che Foster ritiene fattibile e relativo non solo al singolo individuo, ma addirittura all’intera umanità. Qualora, poi, l’uomo desideri e accetti di intraprendere una nuova avventura per diventare più intelligente, sarà allora giocoforza che egli si sottoponga a un insieme determinato di leggi.

(Qui però mi sento in dovere di avanzare un’osservazione a proposito del binomio “Universo creato” con il quale Foster aprirebbe un nuovo interminabile capitolo di analisi sul significato di “creato” che, di per sé, riconduce a un Creatore. Ma non mi voglio addentrare, almeno in questa sede, in questa che potrebbe apparire come una complicata diatriba insolvibile).

Quali potrebbero essere gli itinerari che la creatura umana dovrebbe seguire per raggiungere più alti livelli di intelligenza? Foster pone a questa condizione quattro possibilità. L’Autore inizia con un’osservazione preliminare, quella che vedrebbe l’Universo intelligente caratterizzarsi nella maggior parte per il porsi di una struttura a carico dell’intelligenza la quale sarebbe conformata, come dire, a strati, là dove i livelli posti a un grado più elevato sarebbero adibiti a programmare in senso cibernetico i livelli che si trovano più in basso. Per l’intera struttura dell’Universo si può allora parlare di una “gerarchia di relazioni organiche che si esprimono nella coordinazione fra le parti e l’intero”, come per gli elettroni nei confronti dell’atomo, per le cellule verso l’organo di cui sono componenti, per la Terra a fronte del Sistema Solare e via dicendo. Se, poi, vogliamo considerare una scala di lunga portata, nella quale potrebbe configurarsi il confronto fra un atomo e una stella, allora dovremmo passare attraverso una serie di tappe evolutive che rappresentano, ognuna di esse, la relazione tra le parti e il tutto, in successione scalare di grandezza. Si verifica dunque il “principio delle scale organiche, nelle quali le parti divengono interi, i quali, a loro volta, sono parti degli interi successivi”.

Foster prosegue postulando l’esistenza di tre principali stati organici che abbiano qualche relazione con lo stato attuale della cultura umana, con la natura e con la possibile evoluzione dell’uomo. Chiama il primo stato “sistema di rotazione”, qualcosa che per definizione resta ferma e in equilibrio, a guisa di una ruota in movimento, là dove il sistema non incontra alti e bassi, avanti e indietro, ed è quanto si avvera nella maggioranza dei fenomeni agenti nell’Universo che conserva così la propria stabilità. Foster accolla a questo sistema l’epiteto di “legge anti-dolore”. Si tratta in definitiva di un sistema rigido e funzionale, dotato di ridotta capacità di adattamento al proprio ambiente e di relativa incapacità a trovare soluzioni nel verificarsi di episodi inattesi.

Poi si dà un Sistema di dissoluzione, come accade per la morte di un essere vivente e per il concorso di malattie di varia natura. È ciò che Foster definisce con il sintagma “legge dell’ostilità” che si definisce per una riduzione di quantità totale di intelligenza all’interno del sistema considerato. Si ha allorché l’intelligenza programmatrice cede a una situazione di collasso, cosa che libera gli strati inferiori dal dovere di sudditanza, ma che conduce il sistema verso il caos.

Infine il Sistema di evoluzione che muove verso un incremento dell’intelligenza, in parziale o totale disaccordo con i due sistemi precedentemente accennati e sottoposto alla così detta “legge di navigazione”. È qui il caso di un rafforzamento dell’intelligenza programmatrice, in modo tale da garantire anche agli strati inferiori la possibilità di far crescere la propria intelligenza. È un sistema capace di dare impulso e possibilità di crescita alla propria organicità e alla propria efficienza cibernetica.

È l’intelligenza programmatrice appartenente a un sistema organico quella che deve dare luogo alle leggi di governo. Foster fa notare che nel sistema di dissoluzione si osserva un’evanescenza delle leggi, mentre in un sistema di rotazione si parla di leggi fisse e in un sistema in evoluzione vigono leggi migliori e dotate di un maggior numero di gradi di libertà.

(A questo punto avrei desiderato dare corso ad alcune mie riflessioni sulla contraddittorietà che si dimostra nell’auspicare un bene augurato sistema in evoluzione, sennonché nel cap. XXIV, nel trattare argomenti attinenti alla cultura moderna e alla dissoluzione organica, Foster affronta di getto l’argomento anticipando e dando così voce alle mie valutazioni del momento.)

Foster cita quella che oggi si presenta come una cultura moderna e non si dimostra affatto ottimista allorché sostiene che essa soggiace alla legge di dissoluzione organica, denominata anche, vedi sopra, “legge dell’ostilità”. All’inizio della dissertazione su quest’ultima declamazione Foster dipinge la cultura alla stregua di un tentativo di raggiungere l’ignoto e insiste sul fatto che le nuove forme di cultura “vennero adottate nel sistema organico incentrato su Dio”, citando in aggiunta la filosofia greca, così fortemente proiettata verso il progresso della capacità di pensare, “adottata e fatta penetrare nella religione cristiana al tempo della Scolastica”. Venne poi “S. Paolo che fondò la Chiesa Cattolica”. La religione finì per impostare i propri canoni sulla “ragione” imprimendo un notevole incremento al valore intrinseco della cultura incentrata su Dio. C’erano però i presupposti per una possibile dissociazione in ambito di fede: la struttura della cultura organica incentrata su Dio subì una frattura a causa proprio della ragione greca che aveva introdotto la possibilità di argomentare, di discutere, di confutare, di formulare ipotesi nuove e coraggiose, sino al punto di far sì che la cultura divenisse per gran parte incentrata sull’uomo.

Si impose e vinse dunque la ragione greca con un nuovo concetto di religione. La constatazione espressa da Foster dice, della cultura religiosa incentrata su Dio, quasi una sorta di ripudio da parte dei fedeli, e questa variazione di rotta si verificò a tutto vantaggio della cultura scientifica incentrata sull’uomo. Non che questo cambio di direzione sia stato un beneficio assoluto per l’uomo giacché, se l’uomo è alla ricerca dell’ignoto, la scienza non possiede i termini adeguati per un approccio al e per una spiegazione del concetto di ignoto; non solo, ma addirittura pone in un angolo il problema che all’ignoto sarebbe connesso, e se ne discosta volutamente. Ossia la scienza si è dimostrata incapace “di spiegare all’uomo l’uomo stesso”. L’uomo, in sostanza, sperava di raggiungere gradi di felicità sempre maggiori, ma la scienza ha fallito in questo campo, proprio perché nulla conosce di preciso sulla felicità. Ha però dotato l’uomo con enorme successo di armi letali che ne potrebbero fare evaporare le generazioni presenti nel giro di pochi apocalittici minuti.

La filosofia, di fronte alle fratture alle quali si è accennato, decise di imboccare una strada diversa allontanandosi sia da Dio sia dalla scienza. Comparvero allora la filosofia e la psicologia del pessimismo, affini alla “cultura del desiderio della morte” ossia si venne conformando l’esistenzialismo, una filosofia del sistema organico di dissoluzione, più una cronaca sul progressivo disfacimento sociale che non una filosofia. Foster provvede perfino a catalogare nel tempo le forme di cultura di cui si è detto: quella primitiva, incentrata su Dio, fino a circa il 1600; quella incentrata sulla scienza fino a circa il 1900 e quella incentrata sul desiderio della morte, dominatrice degli anni del XXI secolo. Tutte tre queste forme di cultura sopravvivono come “parti” che hanno perso il loro organico “intero”, ma si trovano in conflitto reciproco con l’unico obiettivo di aprire il passaggio alla dissoluzione della cultura o al suo collasso.

Foster non usa mezzi termini per predire lo sfacelo della società. Questo triste destino non avrebbe ad avverarsi qualora la cultura conservasse organicamente la propria interezza e la propria solidità, ma si dà il caso che essa sia precipitata in uno stato di ostilità dal quale non scaturisce altro che odio virale. Foster intravede la responsabilità di questa caduta verso il basso della cultura negli attuali leader culturali che si arrogano il diritto di maneggiare l’opinione pubblica. “La maggioranza di loro – inveisce Foster – merita di essere affogata con pietre da macina legate al collo”.

Foster intravede un trascorso periodo di grazia per la scienza allorché, tra il 1925 e il 1939, si annoverava una rosa di scienziati di fama il cui valore avrebbe potuto condurre verso una nuova cultura organica, ma questa visione restò un’illusione allorché l’inizio del secondo Conflitto mondiale diede una svolta irrefrenabile al progresso sperato e la scienza venne infine indirizzata e convogliata alla creazione di ordigni di morte.

Per quanto riguarda l’ambito delle credenze religiose David Foster rimane interdetto, ma nonostante ciò scopre in alcuni scienziati il porsi di domande sofisticate, quand’anche sistematicamente prive di risposta. Gli piace citare Einstein in una sua declamazione: “Per Albert Einstein il sentimento religioso aveva un carattere del tutto particolare”, non dipendente dai canoni imposti dall’una o dall’altra forma di religione. Egli vedeva tale sentimento in una “forma di stupore estatico, dinanzi all’armonia delle leggi naturali, che rivela una intelligenza di una tale superiorità” da non potersi minimamente confrontare con i pensieri e le azioni degli uomini.

David Foster non rinuncia ad addentrarsi in un altro mistero profondo, quello dell’essenza del significato della vita, annunciando che per lui è “sufficiente pensare al mistero dell’eternità della vita e agli indizi della meravigliosa struttura della realtà… per comprendere una parte, sia pur minima, della ragione che si manifesta nella natura”.

Foster Wallace non era estraneo alla supposizione che esistesse, oltre al modo materiale, una realtà spirituale perennemente avvolta nel mistero. Lo dimostra nel momento in cui cita Sir James Jeans (Sir James Hopwood Jeans, astronomo, matematico e fisico inglese, 1877-1946) in una sua manifestazione di pensiero: “L’Universo comincia ad assomigliare sempre più a un grande pensiero che a una grande macchina. Lo spirito non appare più come un intruso accidentale nel regno della materia; stiamo cominciando a supporre che dovremmo considerarlo come il creatore e il governatore del regno della materia… la materia sostanziale si sta risolvendo in una creazione e una manifestazione dello spirito”. E tutto questo senza trascurare l’apporto culturale, sull’impenetrabile problema della definizione dell’Universo, portato da un altro grande scienziato inglese Sir Arthur Eddington (Sir Arthur Stanley Eddington, astronomo e fisico, 1882-1944) per il quale “la materia del mondo è una materia mentale… possiamo postulare qualche cosa di indefinito, ma pur sempre continuo con la nostra natura mentale… è difficile per la realtà fisica accettare l’idea che il substrato di ogni cosa abbia carattere mentale”.

(Faccio eco a queste declamazioni di grandi della scienza con la mia quasi convinzione che alla morte fisica di un individuo non tutto finisca, ma si attui invece una trasformazione esistenziale per la quale lo Spirito, la vera identità della persona, il suo Io peculiare, si immerga in una realtà libera dai vincoli materiali e finalmente pienamente autocosciente.)

Da questi straordinari enunciati appena riportati viene da pensare, con David Foster, a una via che per la scienza si stava aprendo nel periodo pre-bellico 1939/1945, ma purtroppo la guerra, azzerando l’uomo e le sue opere, portò al macero anche questa grande opportunità ossia quella che avrebbe consentito alla scienza, alla religione e all’arte di riunirsi finalmente in un complesso organico comune.

David Foster conclude queste interessantissime osservazioni facendo notare che ponendosi la teoria dell’Universo Intelligente “in perfetta coerenza con una visione religiosa dell’Universo”, pur mantenendosi salda su inconfutabili basi scientifiche, quanto sopra affermato potrebbe “costituire la base di una nuova cultura organica”.

(Se dunque David Foster ricorre al termine condizionale ‘potrebbe’, ciò può significare che alla sua visione pessimistica della dissoluzione sia data la possibilità di un superamento e di un ritorno alla speranza per l’emergere di un rinnovato afflato culturale. Una speranza che risiede nella volontà degli uomini a dedicare le energie comuni nella ricerca della Verità anziché nella bassa spinta a distruggere. Si avvererà una siffatta volontà?)

Immagine di Copertina tratta da EveryEye.

Lascia un commento