Il 23 agosto 1939 veniva firmato il patto di non aggressione fra Germania e Russia, ma inaspettatamente Hitler attaccò la Russia il 22 giugno 1941. Di fronte all’aggressione tedesca Stalin rimaneva neutrale, per cui Hitler prese la decisione di andarsi a prendere con la forza petrolio e grano negati da Stalin. L’Inghilterra rimase a galla grazie all’economia tratta dai Dominions, all’incapacità italiana di forzare le frontiere egiziane e all’aiuto offerto dall’America. Le industrie americane erano capaci di produrre una Jeep ogni sette minuti. Stava per iniziare una guerra decisa dalle macchine, dalle catene di montaggio, dalle materie prime e, alla base di tutto, il denaro.
La guerra del 1915 per l’Italia fu una grande vittoria della classe industriale e fu la sconfitta della classe agraria. L’Italia era povera di materie prime; esportava derrate alimentari per avere materie prime e prodotti usciti dall’industria straniera. La sua vera e unica forza era la mano d’opera operaia. La politica italiana cercava di aprire nuove vie per esportare i propri prodotti industriali: guardava a tale scopo ai Balcani e all’Africa, ricorrendo di volta in volta all’aiuto degli alleati che potevano essere cambiati al mutare della situazione politica.
In Italia vigeva anche la crisi del carbone: in Germania o in Inghilterra si estraeva carbone in soli due giorni più di quanto in Italia si estraeva in un anno. L’industria italiana per funzionare doveva ricorrere al carbone estero.
La bilancia dei pagamenti era in forte deficit: nel corso della Grande Guerra si dava un passivo medio di 4,45 miliardi di lire-oro all’anno. La risposta dell’Italia alla crisi di Wall Street non si valse della svalutazione, del controllo programmato della produzione, degli investimenti sociali e del ricorso ad accordi internazionali. L’industria era tesa a sfruttare la crisi ricevendo dallo Stato protezionismo e sovvenzione diretta, e lo Stato istituì l’IMI e l’IRI che avevano il compito di soccorrere le imprese in pericolo di crollo. Questo tipo di salvataggio costò allo Stato oltre 11 miliardi di Lire. Erano l’isolamento e l’autarchia dell’economia italiana che avrebbero portato alla catastrofe finale. A Mussolini interessava la floridezza del regime, non gli interessi degli Italiani. Come triste conclusione non rimanevano che il riarmo e la guerra per uscire dalla crisi e perché si potesse rimettere in moto il sistema economico italiano mediante le commesse belliche delle industrie.
Le cose si mettevano davvero male. Le banche estere non volevano più accreditare le banche italiane e a pesare su tutto pervenne il decreto delle sanzioni economiche votato a Ginevra dalla Società delle Nazioni il 9 ottobre 1935. Verso la fine di agosto Felice Guarneri, il sovrintendente agli Scambi e Valute, inviò copiose relazioni, verbali e rapporti a Mussolini dipingendo il lato oscuro della situazione, senza scuoterne la consapevolezza di fatto. Guarneri faceva presente il corrente impoverimento delle riserve auree della Banca d’Italia. L’Italia era comunque rifornita di materiale bellico e di materie prime dalla Germania e dalla Francia. Per pagare tutto questo materiale nel 1935 la riserva della Banca d’Italia si ridusse di due miliardi e mezzo, mentre aumentava la circolazione della cartamoneta. Mussolini ricorse all’autarchia e al bilateralismo economico ossia bilanciamento fra compra-vendita. Per lui occorreva regolare tutta l’economia italiana in funzione della guerra. Nell’ottobre del 1936 svalutò la Lira: aumentarono le esportazioni in confronto alle importazioni, ma i vantaggi ottenuti andavano ad arricchire un contenuto numero di industriali, mentre gli svantaggi gravavano sulle classi povere, sulla piccola e media borghesia.
La propaganda fascista aveva fatto credere che la conquista dell’Etiopia si sarebbe risolta in un grande affare economico per l’Italia, ma in Etiopia si trovarono forti opposizioni da parte delle popolazioni abissine. Le spese militari lievitarono. Al regime di violenza e terrore instaurato da Graziani si aggiunse l’incapacità di assorbire la mano d’opera italiana e di reperire le materie prime sperate. Nel 1937 il raccolto fu assai scarso e fu l’Italia a dover sfamare l’Impero appena nato. Per far questo si dovette acquistare farina dagli Stati Uniti, pagando la cifra di 700 Lire per ogni quintale di farina. Guarneri avvertiva ancora Mussolini dei pericoli incombenti, ma il duce preferì buttarsi nell’avventura spagnola. Continuava la logica perversa della guerra come unica soluzione ai danni provenienti dall’autarchia e dal disavanzo del bilancio statale. Per i legionari fascisti in Spagna, per le forniture di armi e materiale alle truppe di Franco l’Italia dovette sborsare 6 miliardi di Lire. In Spagna chi faceva lucrosi affari erano i Tedeschi, mentre l’Italia rimaneva nell’ombra. Le mire espansionistiche italiane guardavano ai Balcani, abbandonano la Spagna che aveva assorbito più di quanto avrebbe dato. Ma c’era da fare i conti con la concorrenza tedesca. Chi fomentava un’azione nei Balcani era Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri. L’ambizione era per il possesso del petrolio e delle riserve minerarie albanesi. Dall’Etiopia alla Spagna all’Albania ogni tentativo doveva riparare i danni arrecato da quello precedente. Negli anni 1938-1939 il disavanzo italiano arrivò a 12.750 milioni. Per il biennio successivo, 1939-1940, il bilancio arrivava a 39 miliardi e di questi ben 20 sarebbero stati destinati alle spese di guerra. Non c’era altra via d’uscita se non la guerra per mantenere in vita il regime. Portare la Nazione alla guerra era l’unico modo, per i governi totalitari, di nascondere gli errori politici ed economici. Per occupare l’Albania, poi, mancavano i fondi e si tornò a prelevare dalle riserve auree della Banca d’Italia. Il 1° settembre 1939 le nostre truppe erano in Albania e per quell’azione di guerra si dovettero prelevare 620 milioni di Lire oro dalle casse della Banca d’Italia. Le riserve auree andavano in deficit, le scorte di metalli si stavano esaurendo. Lo sforzo autarchico e militare appariva vano. Ciano e Riccardi, il nuovo ministro degli Scambi e Valute, spingevano Mussolini a mantenere la neutralità, almeno per il periodo di un anno. Per la Germania le cose andavano diversamente perché essa poteva far conto su enormi scorte, mentre l’Italia, se si fosse allontanata dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, sarebbe affondata. Ciano riferiva che durante la gestione Guarneri erano stati consumati titoli esteri per 12 miliardi e oro per 5 miliardi di Lire. Non restava che la misera cifra di 1400 milioni. Si stavano per esaurire le scorte di carbone e la macchina industriale rischiava di andare in blocco. Chi spuntava grossi affari in questo marasma economico erano i grandi industriali: nel 1939 la Fiat aveva guadagnato 2 miliardi, come dire il 400% del proprio capitale.
Mussolini non dissimulava il fatto che entrando in guerra avrebbe giocato d’azzardo, anche perché De Bono, nel settembre 1939, definiva disastrosa la situazione dell’Esercito, definizione avallata da Graziani e dal sottosegretario alla guerra, Soddu. Le spese di guerra erano ingentissime: nel primo anno si registravano 60.488 milioni in uscita contro i 32.350 in entrata. La previsione per gli anni successivi andava attorno ai 30 miliardi all’anno. Ma le cose lievitarono molto più del previsto: nel secondo anno di guerra la spesa fu di 61,98 miliardi di Lire e l’anno successivo arrivò a 80,35 miliardi. Neppure i vantaggi attesi dall’alleanza con i Tedeschi si facevano sentire perché i Tedeschi erano delusi dalle sconfitte subite dall’Italia, massime per la campagna di Grecia. Lo Stato italiano finì per non pagare una gran parte delle commesse belliche, accumulando debiti su debiti, molte decine o anche centinaia di miliardi. Per ricostituire i fondi mancanti si agì sulle imposte indirette e sui consumi, facendo così pagare i lavoratori e i poveri. Lo Stato tradì i propri impegni assunti con le obbligazioni, con i buoni del tesoro e altre forme di risparmio, stabilì il blocco dei dividendi azionari e impose una forte tassazione sui profitti delle imprese e della borsa. Nel volgere di tutta la guerra il mercato era in mano ai profittatori che si arricchivano attraverso la “borsa nera”. Nel giugno 1943 il pane, valutato ufficialmente a Lire 2,40, veniva venduto alla borsa nera a Lire 20. A fronte di una corruzione dilagante erano stati bloccati i salari mentre il deficit del bilancio saliva alle stelle. Circolavano miliardi in carta moneta, attorno ai 131 miliardi nel 1943, a fronte di un deposito aureo forse inferiore al miliardo. Il costo della vita era diventato altissimo e l’inflazione galoppava.
All’inizio del 1943 si osservarono le prime avvisaglie del crollo del regime fascista, con una miseria dilagante fra i lavoratori, insieme al contrasto scandaloso delle enormi fortune accumulate dai profittatori e dai detentori di grandi capitali. A far lievitare i prezzi concorrevano il caos monetario, la svalutazione crescente e la corsa speculativa favorevole ai furbastri. Lo Stato lasciava fare e a salvarsi dalla rovina erano pochi arricchiti a danno dei più. Il fascismo stava perdendo la guerra per la presenza di un gruppo di speculatori che boicottavano l’economia della Nazione. Mussolini accennava a una “nuova ondata sociale” del fascismo, al ritorno verso le masse popolari e a punire i traditori della grossa borghesia. I biglietti di carta moneta ogni giorno valevano meno. I benestanti si salvavano acquistando tutto e di tutto.
Nel marzo 1943 scoppiarono gli scioperi operai a Torino, Milano e Genova. Gli operai chiedevano la proclamazione della fine del fascismo, della guerra, dello sfruttamento capitalistico. Al momento il bilancio prevedeva 41 miliardi di entrate contro una spesa di 130 miliardi. La produzione bellica italiana arrivava appena allo 0,75% dell’intera produzione mondiale e l’Italia stava precipitando in un abisso di rovine e di sofferenze.
Nella notte fra il 9 e il 10 luglio gli anglo-americani erano sbarcati in Sicilia. Il 19 luglio a Feltre si incontrarono Hitler e Mussolini. Il seguito del duce reclamava un serio impegno tedesco per concedere aiuti eccezionali. Mussolini avrebbe dovuto attaccare il suo pari contestandogli le numerose inadempienze, ma invece si limitò ad ascoltare in silenzio le accuse che fu Hitler a lanciargli, un’accusa dopo l’altra. La conseguenza fu che gli aiuti furono negati. Cinque giorni appresso, nella notte fra il 24 e il 25 luglio, il Gran Consiglio del fascismo a Palazzo Venezia metteva in minoranza Mussolini. Il re fece arrestare il duce e il 25 luglio il potere passò a Badoglio. La nazione era ormai prostrata, l’esercito era impotente e l’economia era distrutta, senza alcuna possibilità di ripresa.
Durante il primo anno di guerra c’erano 25 milioni di uomini sotto le armi; altri 75 milioni erano dediti alla produzione bellica. Le spese di guerra superavano il 50% del reddito nazionale complessivo. La Grande Guerra era scoppiata in un momento di depressione economica, ma la seconda guerra deflagrò al culmine di una fase di ripresa economica. Nel 1939 le nazioni avevano tempestivamente messo insieme scorte di ogni genere. A partire dal marzo 1939 si verificò una corsa di capitali verso gli Stati Uniti che videro aumentare la propria riserva aurea alla cifra di 2.559 milioni di dollari. Il transatlantico italiano Rex per ogni viaggio diretto in America trasportava qualcosa come 20 milioni di Lire. Francia e Inghilterra svalutarono le proprie valute del 15%, mentre Mussolini rifiutò la svalutazione della Lira. Come si disse per ragioni di “prestigio”. L’Inghilterra riuscì a inserire i sindacati a livello decisionale, quando invece l’Italia non arrivò a tutelare l’interesse dei lavoratori e delle persone a reddito fisso, favorendo il diffondersi della sfiducia e della delusione nelle masse lavoratrici.
Avvenne in Russia.
Nel 1950 l’industria elettrica russa superava quella di qualsiasi altro Paese europeo e non. Con la produzione delle macchine industriali aumentava anche il reddito globale annuo dell’agricoltura. Nel 1923 L’intera Russia non aveva che due trattori, ma due anni dopo ne poteva usare già 6665; nel 1940 arrivava a 531 mila. Anche i redditi dei contadini aumentarono quintuplicandosi dal 1913 al 1940.
Nel 1939 la Russia non era preparata a reggere il peso di un conflitto armato su scala mondiale, pertanto dovette scegliere per un accordo con la Germania: il 23 agosto Russia e Germania firmarono un patto di non aggressione, ma la velocità con cui si svolgevano le vittorie dell’Esercito tedesco finì per rompere il buon equilibrio tra i due Stati. Stalin, data la sua sospettosità, aveva iniziato a rallentare la vendita ai Tedeschi delle materie prime che avrebbero contato molto in caso di guerra. L’11 febbraio 1941, poi, vennero perfezionati l’accordo sulle frontiere tra Germania e Russia e l’altro accordo, quello commerciale. Stalin acconsentì di commerciare le materie prime con i Tedeschi.
Intanto Hitler creava grosse difficoltà all’accordo stipulato, invadendo la Jugoslavia il 6 aprile 1941, dopo appena un giorno che i governi russo e jugoslavo avevano stretto un patto di amicizia. Era una vera e propria provocazione. Hitler era convinto che la propria intrusione nei Balcani avrebbe messo in allerta Stalin e pertanto, se avesse deciso di attaccare immediatamente senza indugi, l’avrebbe sicuramente spuntata per via della superiorità indiscussa delle forze germaniche. Il 22 giugno scattò il cosiddetto Piano Barbarossa, con l’invasione tedesca del territorio russo. Le truppe russe si trovavano disperse e isolate, con pochi automezzi e nulla apparecchi radio, tanto che la superiorità numerica dei Tedeschi poteva attestarsi su un rapporto di quattro o cinque a uno. L’armamento non era neppure da mettere in confronto, e neppure la superiorità di manovra, garantita ai Tedeschi da una ricca rete di strade, ferrovie e aeroporti in Polonia. Fu il fattore sorpresa che mise a terra i Russi i quali subirono la distruzione di oltre i due terzi degli aerei a terra.
La Russia poteva contare sulla propria industria meccanica, la prima in Europa già dal 1941, ma quando la Germania iniziò l’invasione la corsa russa al potenziamento e all’ammodernamento militare era appena agli inizi. Sarà soltanto nel 1943 che i Russi potranno produrre armi, munizioni, aerei, carri armati e altro materiale bellico per sostenere efficacemente la guerra.
Sin dai primi giorni del conflitto i Tedeschi presero i centri industriali di Riga e di Minsk, cosicché Stalin assunse la determinazione di trasferire a est tutta l’industria. Le industrie trapiantate in Siberia ripresero il loro pieno ritmo di lavorazione. Come intere industrie e milioni di persone fossero trasferiti a est, con tutte le difficoltà e i sacrifici annessi, si spiega con l’assoluto spirito di abnegazione umana dimostrato dai Russi. Per vincere sui tempi, numerose fabbriche furono costruite interamente in legno, cosa che richiedeva un tempo non superiore a una ventina di giorni, persino a 40 gradi sotto zero. Intere falangi femminili e di adolescenti si occuparono del lavoro agricolo. Ci fu nell’insieme un inconveniente, quello della migrazione che generò la caduta della produzione e la carenza di mano d’opera.
Le industrie furono trasferite a partire da Mosca il 10 ottobre; da Leningrado già dal mese di luglio. Fra i mesi di luglio e novembre 1941furono traslocate a oriente 1523 imprese industriali: 1360 erano grandi opifici di materiale bellico. Furono necessari un milione e mezzo di carri ferroviari. Il tutto andava a finire nella regione del Volga, negli Urali, nella Siberia, nel Kazakhistan e nell’Asia centrale. La conclusione del confronto armato avvenne con la capitolazione del generale von Paulus tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 1943.
Avvenne in Giappone.
Il Giappone aveva assistito al grande balzo da un antico sistema feudale al capitalismo. Già a partire dal 1868 l’imperatore si era alleato con la piccola nobiltà dei samurai, riuscendo così a rovesciare l’oligarchia feudale che deteneva le redini del Paese. La capitale, da Kyoto, fu trasferita a Yedo, poi rinominata Tokio. Da allora ebbe inizio un rapidissimo processo di industrializzazione. Tuttavia c’era assoluta necessità di materie prime, soprattutto carbone e ferro. Il Giappone, allora, non poteva contare su altro se non sui bachi da seta e sul rame. I costi per la produzione industriale erano ovviamente molto alti, intanto che anche l’agricoltura non prosperava. Ecco allora la soluzione d’obbligo: quella dell’economia di guerra e dell’imperialismo economico-militare.
La conversione dei grandi capitali nell’industria finì con il ridurre alla fame un enorme stuolo di contadini che dovettero adattarsi a prestare mano d’opera nelle industrie. Gli operai giapponesi prima della Grande Guerra lavoravano 10-12 ore al giorno, fino anche a 14 ore, oppure 10-11 ore senza fermarsi; 12 ore erano richieste anche alle donne e agli adolescenti. Nell’industria tessile le ragazze iniziavano a lavorare dagli 11-13 anni; era la loro stessa famiglia a venderle alla fabbrica tessile dove operavano per 6-8 anni, rimpiazzate poi dalle più giovani. Ma anche le famiglie contadine vendevano le figlie ai bordelli, spinte dalla fame.
L’evento più favorevole ai Giapponesi fu quello della Grande Guerra. Per quel conflitto il Giappone spese 40 milioni di dollari, poco o nulla in confronto, per esempio, alla Francia che ne spese 22.597.
All’avvento del dopoguerra si fece molto forte la concorrenza, in particolare quella americana, e furono i poveri e i lavoratori a scontare le conseguenze delle mutate condizioni economiche generali.
Tra il 1921 e il 1925 il Giappone era considerato la potenza asiatica più temibile. Con la crisi economica mondiale 1929-1933 si verificò il crollo dello yen e il Giappone fu costretto a optare per la strada del protezionismo, dell’autarchia, del militarismo e dell’imperialismo come unica soluzione all’inflazione e alla crisi. Nel 1933 il Giappone ottenne la Manciuria, da cui si mosse per assoggettare tutta l’Asia. Le successive conquiste coloniali avrebbero incrementato l’industria di guerra. Ma la stessa espansione coloniale avrebbe mosso il mercato estero ad atti di boicottaggio minacciati dalla Cina e dall’America. Si confermava la decisione per la ricerca di una soluzione nel conflitto armato.
Tutto questo, “oltre alla fame e alla miseria, portò anche al convincimento che nella nuova organizzazione industriale, commerciale e capitalistica del mondo moderno non c’è posto per un’equilibrata concorrenza e per un armonico sviluppo morale e sociale di tutti i popoli della terra. Le ragioni dell’oro e del profitto, ovunque prevalenti, impongono la dura legge della differenza incolmabile fra popoli ricchi e popoli poveri, fra nazioni potenti e nazioni deboli. È la produzione stessa, con le sue leggi di mercato, che costringe gli uomini, indipendentemente e al di là della loro volontà, per i sentieri della forza e dello sterminio.”
I tre alleati imperialistici, Germania, Giappone e Italia, vollero provarci a sovvertire le comuni leggi dell’economia stabilendo l’adozione dell’economia di guerra, compreso il circolo vizioso delle violenze senza fine. Ma non esiste speranza di soluzione dei problemi che assillano i popoli quando si ricorre alla forza. Il problema primario dell’età contemporanea è quello di riuscire a controllare ciò che si produce, per spostare l’attenzione ai quattro quinti e più degli esseri umani. Se così sarà nel prossimo futuro, forse la storia di uomini che si uccidevano a milioni assumerà le sembianze di un racconto assurdo, incomprensibile, come ci riesce di immaginare i sacrifici sacri degli Aztechi e lo sterminio di intere popolazioni per motivi religiosi.
“In questo “se” è racchiuso tutto l’enigma del nostro destino futuro”.
Immagine di Copertina tratta da SailorDotOrg.
