I segreti finanziari a favore della guerra – Parte 1 di 2

La guerra costituisce l’esempio più incredibile di sperpero economico, di autolesionistica distruzione delle risorse del lavoro umano. Produce l’aberrazione per cui le nazioni ricche siano destinate a prevalere a scapito delle povere.

Perché gli uomini fanno la guerra? Non è tanto, o soltanto, che con il denaro si faccia la guerra; è il denaro, come soggetto, che fa la guerra. Il denaro è quella cosa che crediamo di portare semplicemente nel nostro portafogli e che invece, forse, porta noi; dove non vogliamo, ove non crediamo, dove non sappiamo; è il grande, anonimo burattinaio della Storia e noi siamo ridotti al ruolo di marionette, di comparse.

Come può una nazione sopportare per anni il peso di una guerra? Dove li trova i soldi per resistere e anzi per sovvenzionare l’immensa macchina bellica? Resta un mistero come per dieci anni (1935-45) l’Italia abbia potuto sostenere uno stato di guerra praticamente continuato. Non c’erano soldi per il Sud, per la Sicilia, per la Calabria, e c’erano invece per armare un esercito di migliaia di uomini che combatterono per anni in Abissinia, in Libia e in Cirenaica, in Grecia, in Russia, in Italia, sui cieli d’Europa e nel Mediterraneo. Da dove venivano i soldi? Perché scoppiò l’ultimo conflitto mondiale? Quali retroscena economici e finanziari lo resero possibile e poi lo sorressero?

A tutto ciò spingeva il problema spinoso e oscuro dei rapporti con la rivoluzione russa e della controrivoluzione delle “armate bianche”, largamente sovvenzionate dall’occidente. Le potenze occidentali, dopo aver meditato di strozzare sul nascere lo Stato bolscevico russo, decisero di isolarlo con una sorta di “cordone sanitario” nella ottimistica attesa che esso si disgregasse da solo. Ci fu subito chi comprese, in Occidente, che la presenza di un forte Stato tedesco nel cuore dell’Europa sarebbe stata la migliore e la più valida garanzia nei confronti del comunismo russo, pericoloso come centro di diffusione di idee eversive in tutti i paesi industrializzati. Il trattato di pace contro la Germania era una pia illusione, una cosa impossibile. Allora il “miracolo” della rinascita tedesca si è ripetuto dopo il secondo conflitto mondiale con la stessa incombente preoccupazione anti-russa. Anche così dimezzata la Germania è “miracolosamente” tornata a essere la prima potenza economica dell’Europa contemporanea.

Nell’immediato dopoguerra del primo Conflitto mondiale gli uomini politici vivevano di contraddizioni, ipocrisie, reticenze, cinismo nelle loro azioni; non solo evitarono alla Germania una troppo dura punizione, ma si spinsero tanto oltre sino a favorire la nascita del nazismo. La diplomazia, la politica dei parlamenti, dei ministri, degli ambasciatori non serve a fornire la risposta cercata. Diventava necessario cercare eminenze grigie della finanza, dell’industria, del commercio, la falda economica che regge il mondo nel sottosuolo.

Nel corso del 1919 industriali tedeschi e industriali americani si incontravano sovente e avviavano trattative amichevoli. Qualche anno più tardi incontri e trattative commerciali con la Germania divennero un fatto comune e abituale. I grandi gruppi industriali prendevano l’iniziativa per una pace commerciale che andava oltre le difficoltà politiche. La grande industria era oppressa dalla preoccupazione di assicurarsi le materie prime necessarie alla produzione e le aree di mercato, di espansione, sufficientemente sicure per poter varare e sostenere una politica di grandi investimenti a lunga scadenza.

Il liberalismo classico si fondava su alcuni “articoli di fede”, sacri e inviolabili: il principio della libera iniziativa, una giusta distribuzione delle ricchezze capace di premiare i più meritevoli e intraprendenti; poi una totale libertà degli scambi e l’abolizione di qualsiasi misura protezionistica; in terzo luogo lo Stato non doveva fare assolutamente nulla in tema di politica economica, non doveva in alcun modo limitare la sacrosanta libertà personale dell’imprenditore, né affliggerlo con tasse esorbitanti e nocive agli investimenti.

Già prima del 1914 il mondo non si divideva più in Stati e Nazioni solamente ma anche in regioni economiche rette e delimitate da ben precise aree di interesse. Gruppi francesi e tedeschi, in accordo con gruppi inglesi e americani, si spartivano il monopolio mondiale della polvere da sparo.

La resa della Germania maturò fra il settembre e il novembre 1918, mentre le crollavano attorno gli alleati: Bulgaria, Turchia, Austria-Ungheria. Ludendorff si era ostinato a usare maniere forti e metodi dittatoriali per reggere un paese sull’orlo del collasso e un esercito ormai rassegnato alla sconfitta. Il Kaiser Guglielmo II si aggrappava alle promesse e alle dichiarazioni bellicose di Ludendorff. In tutta la Germania ferveva il pericolo di una rivoluzione comunista. Guglielmo II il 1° novembre rifiutò di firmare la propria abdicazione. Intanto la flotta tedesca si ammutinava a Kiel. Nei giorni 7 e 8 novembre insorgeva Monaco e il 9 anche Berlino sotto la guida del socialdemocratico Friedrich Ebert. La popolazione di Berlino occupava le strade, proclamava la decadenza totale degli Hohenzollern e l’avvento della repubblica di cui Ebert fu cancelliere. Guglielmo II fuggì in Olanda e Carlo I d’Absburgo in Ungheria. L’11 novembre 1918 la rovina degli Imperi Centrali era completa.

Il 18 gennaio 1919 si tenne a Parigi la Conferenza della pace, con la presidenza del francese Clemenceau. Ma ben presto sorsero contrasti fra le potenze vincitrici. Wilson aveva presentato i suoi “Quattordici punti”, non senza l’opposizione della Francia e dell’Inghilterra. Il punto n° 9 recitava: “Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatta secondo le linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le due nazionalità. Il punto n° 14 prevedeva la costituzione di Una Associazione delle Nazioni. Ma il pacifismo democratico e liberistico di Wilson non era condiviso da Clemenceau, e l’inglese Lloyd George definiva Wilson una persona fuori dalla realtà. Clemenceau mirava ad annientare definitivamente la potenza della Germania, mentre Lloyd George cercava di impedire che i Francesi raggiungessero la supremazia in Europa. Nel mezzo di questi contrasti i grandi industriali approfittavano per curare i propri affari. Il 28 giugno 1919, con il trattato di Versailles, le spinte vendicative della Francia contribuirono alla reazione nazionalistica tedesca. L’articolo 231 dichiarava la Germania responsabile della guerra imponendole i risarcimenti ai danni provocati: fu determinata una cifra complessiva di 226 miliardi di marchi-oro. Furono così proprio gli industriali a favorire una pratica nullificazione delle clausole del trattato di pace.

Nel 1917 sorgeva in Germania la Lega di Spartaco di tendenze comunistiche, capeggiata da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, con un tentativo violento che portò alla settimana di sangue dal 6 all’11 gennaio 1919 a Berlino, soffocata con pari violenza e conclusasi con l’assassinio dei due responsabili. Così pure a Monaco si esaurì quasi sul nascere un tentativo comunista. Si dava quindi inizio alla repubblica di Weimar, nelle mani dell’estrema destra militarista, nazionalista e industriale. Questo, insieme all’irredentismo della Cecoslovacchia e della Polonia sottratte alla Germania e a un moto austriaco di annessione alla Germania, contribuì all’ascesa del nazismo.

I 226 miliardi di risarcimento per danni di guerra furono ridotti, in una conferenza dell’aprile 1921, a 132. I Tedeschi iniziarono a versare le prime rate nell’agosto 1921. Il marco crollò di schianto, tanto che gli alleati dovettero varare un piano di aiuti economici alla popolazione germanica per timore che la Nazione venisse annientata. Contrari agli aiuti, alle moratorie sulle riparazioni e alla diminuzione del debito tedesco erano i Francesi. A dimostrazione del dissenso si svolse, l’11 gennaio 1923, una spedizione militare franco-belga nel bacino siderurgico della Ruhr, ma questo fatto non fece che dare ulteriore spinta al nazionalismo tedesco. Il 9 novembre 1923 a Monaco si verificava il colpo di stato di Hitler.

Negli Stati Uniti in pochi anni si verificava un aumento delle esportazioni da 140 a 724 milioni di dollari ossia dal 4% al 14%, soprattutto per quanto riguardava il rame, il petrolio, l’acciaio. Gli Usa si trovarono a essere detentori del 95% di tutta la produzione mondiale. I produttori americani controllavano, tra il 1928 e il 1930, il 25% del prodotto. Per l’acciaio nel 1928 controllavano più dell’80% del prodotto statunitense, mentre i Tedeschi avevano perso industrie, produzioni agricole, miniere, mercati. Gran parte dei territori persi erano agricoli; minore la perdita degli impianti industriali e delle miniere. Ma in pochi anni la produzione tedesca riassorbì del tutto le perdite. L’America era in disaccordo sulle garanzie antitedesche promesse alla Francia. La Germania, seppure costretta a pagare riparazioni esorbitanti e privata di buona parte delle proprie industrie, dal 1919 poté tuttavia contare su un’ampia moratoria. L’Occidente voleva una pacificazione libero-scambista e contrastava quindi alla Francia il suo progetto di sconvolgere un equilibrio augurabile con le sue pretese esagerate nei confronti della Germania. La Germania poteva così approfittare di enormi concessioni di crediti ricevute mentre i suoi industriali prendevano accordi con gruppi economici americani, francesi, belgi, inglesi e persino con la Russia comunista. L’idea dominante era quella di convincere il mondo che la Germania non sarebbe stata in grado di pagare le riparazioni di guerra. Il marco precipitò, nel 1922, a una quotazione di 5 milioni per un dollaro, che salì a 10 milioni e verso la metà di settembre a 190 milioni, poi 3 miliardi, 40 miliardi. Il marco iniziò a risalire nel novembre 1923: il 20 novembre 1923 per un dollaro occorrevano 4 miliardi e 200 milioni di marchi.

L’attore principale della politica della catastrofe fu Hugo Stinnes, per il quale la prima Guerra mondiale rappresentò un grosso affare. Stinnes investiva notevoli capitali e riuscì a concentrare nelle proprie mani un gran numero di imprese nazionali ed estere: come maggiore azionista controllava 2888 imprese, banche, assicurazioni, e molte altre imprese produttive. Stinnes fu fautore del nazionalismo di ritorsione, del contrasto all’Intesa avvalendosi della lotta alle riparazioni di guerra. Al tempo stesso Stinnes trattava con i governi occidentali. Nella fase in cui il marco tedesco cadeva a precipizio, Stinnes prendeva accordi con Hitler; già aveva presente il destino futuro della Germania.

Un altro importante uomo d’affari, Fritz Thyssen, grande ammiratore di Ludendorff, collaborò con Stinnes al tempo della rivoluzione comunista della Sassonia. Ludendorff presentò Thyssen a Hitler e i tre elaborarono un piano di intervento armato in Sassonia. Per finanziare il progetto Thyssen dispose di 100 mila marchi oro, seguito da altri industriali. In questo contesto si ricorda Alfred Hugenberg, con il quale la propaganda politica si trasformò in attività industrializzata e sistematica. Hugenberg controllava la maggior parte dei giornali di provincia e altri di maggiore tiratura, Acquistò la Telegraphen Union che giunse a controllare sino a 1800 giornali, la metà di tutta la stampa tedesca, dimostrandosi così il massimo finanziatore del partito nazista. Mentre il Paese moriva letteralmente di fame, Hugenberg finanziava sottobanco numerose aziende tedesche perché potessero sopportare il crollo del marco e non muovessero per salvare la situazione in atto. La politica di Hugenberg, di Thyssen e di Stinnes era pienamente riuscita. Nel frattempo gli Stati Uniti si davano da fare per risolvere il problema finanziario tedesco, pensando di reinserire la Germania nella normalità politico-diplomatica. In quanto alle riparazioni la Germania avrebbe pagato in conformità all’indice di produzione interna. Da gennaio 1926 la Germania veniva accolta a Ginevra nella Società delle Nazioni: era tornata fra le nazioni con piena parità giuridica. Gli Stati Uniti nel 1928 varavano il piano Kellogg ribadendo la rinuncia delle grandi potenze alla guerra come strumento politico e approvavano l’anno successivo il piano Young che in effetti aboliva il pagamento delle riparazioni tedesche.

Intanto il riarmo tedesco, nonostante gli accordi di Ginevra, accennava sensibilmente a crescere. In tema di traffico di armi le industrie tedesche si servirono di una nota spia, Wilhelm Canaris, ufficiale della marina imperiale tedesca, legato all’alta finanza e agli ambienti di estrema destra. Si arrivò persino a realizzare la costruzione segreta di sommergibili per la Germania. Canaris era stato il maggiore fornitore di armi allo stato nazista e aveva procurato a Hitler le dotazioni necessarie per armare le SA e le SS, sino alla presa del potere nel 1933.

In realtà la guerra del 1914/18 non era conclusa, ma continuò sino allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Poi venne il crollo di Wall Street, ultima conseguenza di una crisi di sovraproduzione e di speculazione sfrenata, dal 1927 in poi. Con la crisi del 1929 l’Europa andò incontro a una grave involuzione economica. La crisi si spostò dagli Stati Uniti all’Europa a partire dal 1930, intensificandosi per ulteriori due anni. Nel 1932 il reddito nazionale americano era dimezzato e il numero dei senza lavoro contava ormai 13 milioni di persone. Nello stesso anno nel mondo si contavano 30 milioni di disoccupati.

Era l’economia dei processi produttivi, degli investimenti e dei profitti a portare alla guerra. Tra il 1924 e il 1929 la Germania fu agevolata da particolari situazioni di privilegio riguardanti la crescita dell’economia interna. Per uscire dalla crisi del marco approfittò di una lunga serie di prestiti, potendo fare affidamento su capitali ammontanti a 3 miliardi e 700 milioni di dollari, oro e valuta pregiata per un miliardo e 600 milioni. Dovendo pagare 11 miliardi e mezzo, si trovava ancora in attivo di circa un miliardo e mezzo. Le esportazioni, tra il 1924 e il 1928, toccarono i 41 miliardi e 141 milioni, mentre le importazioni arrivarono a 49 miliardi e 526 milioni. Si trattava di un bilancio dissestato, eppure la Germania testimoniò di un livello medio di prosperità superiore a quelli della Francia e dell’Inghilterra. Il potenziale industriale tedesco dal 1913 al 1928 aumentò del 40%, come accadde anche dal 1936 al 1947. Era stata la conseguenza dell’enorme quantità di capitali investiti dalle nazioni estere in Germania a titolo di prestito a lunga scadenza. Fra i primi a investire erano gli Stati Uniti che tra il 1924 e il 1928 erogarono prestiti e investimenti all’estero, prima fra tutti la Germania, per 1142 milioni di dollari. Il 39 giugno 1931 i crediti americani ammontavano a 8 miliardi e 400 milioni di marchi. L’economia tedesca era foraggiata dal bisogno americano di trovare mercati per le proprie produzioni. La Germania stava dimostrando al mondo come si potesse vincere la pace, avendo perso la guerra. I Tedeschi pensavano di offrire le proprie merci, prodotte con i capitali avuti in prestito, a titolo di rimborso. Nel 1929 la Germania aveva esportato per 13 miliardi e 600 milioni di marchi e spuntò un attivo di 31 milioni.

Il 1929 fu però l’inizio della caduta a precipizio del sistema produttivo capitalistico. Non si mossero più grandi capitali per cui restava in forse la restituzione da parte della Germania. Dappertutto diminuirono le esportazioni. Il capitalismo dirigistico e oligopolitico aveva dimostrato la propria debolezza. Ora il mondo era governato da poche centinaia di grandi magnati. Negli Stati Uniti si diede il varo a una svolta, la New Deal ossia a una politica controllata e programmata. Si decideva di reinvestire buona parte dei profitti per creare incremento sociale ed economico fra le classi lavoratrici e un controllo democratico della produzione. La Germania tuttavia si era dissociata dagli sforzi comuni nei programmi delle potenze occidentali e non partecipò alla riunione economica di Londra, essendosi anche ritirata dalla Società delle Nazioni di Ginevra. Nella crisi del 1929 i Tedeschi trovarono una giustificazione ai propri ritardi nei risarcimenti, in virtù anche dell’allontanamento della Germania da qualsiasi tradizione democratica e liberale. Non restava che una via: quella della reazione forte, autoritaria. La Germania non voleva accettare di avere colpe e preferì dichiararsi ostile al mondo intero in un isolamento che aveva le sembianze di un delirio narcisistico di autonomia e di superiorità. 

Quando un’economia rifiuta l’interdipendenza e il legame con le economie degli altri paesi, assumendo nei loro confronti atteggiamenti aggressivi, la guerra diviene alla fine inevitabile. Un’economia di guerra è essenzialmente un’economia autarchica, estranea al dialogo economico con il resto del mondo. Mentre tutti i paesi occidentali svalutavano le proprie monete, tra il 1931 e il 1936 la Germania non svalutò. Si creava una dissociazione profonda dell’economia tedesca dall’economia mondiale. Anche con un’economia autarchica commerciale e di scambio, mediante una serie di rapporti bilaterali, con questo o quello Stato o imprenditore straniero, imponendogli un prezzo la cui base tenesse di mira il pareggio dei profitti tra ciò che si importava e ciò che si esportava. Il primo passo fatale verso l’autarchia venne compiuto dagli industriali tedeschi quando essi, di fronte alla crisi dilagante, rifiutarono recisamente di ridimensionare la loro florida produzione in base alla ristrutturazione di tutta l’economia internazionale imposta dall’inflazione. La Germania si disponeva a commerciare in base ai propri punti di vista con quegli Stati che avessero mostrato interesse a farlo. Se erano necessari sacrifici, sarebbero stati fatti al solo scopo del consolidamento dell’economia interna.

Il partito nazionalsocialista era cresciuto nelle elezioni del settembre 1930. Hitler aveva avuto la supremazia, appoggiato da economisti, banchieri, dalla stampa, dalla propaganda e dagli industriali siderurgici. Nel 1932 il partito nazionalsocialista cresceva ancora sensibilmente, superando tutti gli altri partiti. La spinta era quella di dare tutto il potere a Hitler perché eliminasse la ormai vecchia repubblica di Weimar che stava dalla parte dei vincitori dell’ultima guerra. Il 30 gennaio 1933 Hindenburg affidava la presidenza del consiglio a Hitler. Il 5 marzo l’edificio del Reichstag veniva incendiato dai nazisti sotto il controllo di Hermann Goering. L’avvenimento fu usato per versare la colpa sui partiti estremisti di sinistra, seguito dall’intervento di Hitler per sciogliere tutti i partiti, per varare una nuova costituzione del tutto centralizzata, per abolire i sindacati dei lavoratori, per limitare le libertà religiose e per colpire la comunità ebraica. Per arrivare a tanto Hitler avrebbe dovuto eliminare la sinistra all’interno del partito nazionalsocialista, quella capeggiata da Roehm, capo delle SA. A proprio vantaggio Hitler organizzo le SS e il 30 giugno 1934 – la notte dei lungi coltelli – fece massacrare Roehm e i sui accoliti. Il 2 agosto, alla morte di Hindenburg, Hitler assunse personalmente la carica di presidente del Reich. Furono gli industriali a finanziare Hitler e il suo colpo di Stato. I rapporti fra Hitler e i grandi industriali tedeschi erano iniziati dal 1930 e anche prima, ma dal 1930-1931 le simpatie e gli aiuti occasionali divennero appoggio massiccio e incondizionato.

Hitler ricevette due funzionari dell’IG-Farben, Bütefische e Gattineau per un accordo sul petrolio sintetico. Due elementi essenziali stavano portando la Germania alla guerra: la cessazione dei pagamenti delle riparazioni e l’incapacità di rimborsare i prestiti ottenuti. La giustificazione stava nella crisi e nei 6 milioni e mezzo di disoccupati in Germania. Nel 1934 entrava in scena Schacht, nominato ministro dell’Economia e Alto Commissario per l’economia di guerra: era riuscito a guadagnare cinque anni di tempo per affrontare la crisi in Germania, ma per altro verso era imminente la bancarotta del Reichsbank con il crollo del marco. Non rimaneva altro che ricorrere alla guerra, unica soluzione possibile al grave stato di precarietà. Hitler non poteva rinunciare a entrare subito in guerra se voleva evitare la bancarotta, mentre Schacht pensava ancora di poter evitare la guerra. L’impresa Krupp aumentava sensibilmente il proprio capitale e la propria produzione in armamenti. L’alleanza fra Stato, Krupp e Wehrmacht fu completa. Chi ci guadagnava enormemente erano i magnati dell’industria. Schacht acquistava le merci a nome dello Stato, poi rivendeva all’estero il materiale tedesco da guerra. Un altro modo di guadagnare economicamente inventato da Hitler e da Schacht lo si trova nella guerra civile spagnola. I Tedeschi riuscirono a imporre in Spagna la propria industria bellica e automobilistica. A sovvenzione dell’insurrezione franchista Hitler designò sistematicamente l’invio di bombardieri Junkers. I Tedeschi fornivano la Spagna di armi e benzina per aerei, dalla Spagna ricevevano notevoli quantità di wolframio (simile o sinonimo di tungsteno).

Intanto i grandi produttori occidentali aprivano le porte alle imprese tedesche. Fra il 1930 e il 1940 gli Inglesi erano come assoggettati ai Tedeschi che vendevano loro magnesio essenziale per l’industria aeronautica, solo se gli Inglesi acquistavano macchinari costruiti da Americani e Austriaci. All’inizio della guerra l’aviazione inglese era inferiore persino a quella italiana. 

Immagine di Copertina tratta da SailorDotOrg.

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