Guerra sui mari – Parte 3 di 7

Per il possesso di Guadalcanal

Il 7 agosto 1942 gli Americani sferravano un bombardamento eccezionale, anche con bombe al fosforo, contro l’isola di Guadalcanal nelle prime ore del mattino. Quindici navi da trasporto avrebbero fatto sbarcare 11 mila soldati. Il comandante, contrammiraglio Turner, aveva fossato l’ora di sbarco per le 9,15. Nessuna risposta proveniva dalla difesa giapponese. Al momento dello sbarco fu allungato verso la giungla il tiro dell’artiglieria. Iniziarono una serie di difficoltà perché il numero di trattori per muovere il macchinario non era sufficiente, cosicché furono gli stessi marines a caricarsi i pesi sulla schiena e a trasportarli. Sotto la pioggia le confezioni di zucchero e di cereali si guastarono del tutto. Alle ore 13,20 si videro i primi aerei giapponesi; due furono abbattuti dalla contraerea americana. Fu colpito soltanto il cacciatorpediniere Mugford, con la morte dei primi venti marinai. Giunte a terra, le truppe non scorsero anima viva. Una seconda incursione aerea di verificò alle 15 e 7 minuti, senza causare danni di sorta. Dei dieci bombardieri nipponici due furono abbattuti. Questi fatti furono di preoccupazione per il generale Vandegrift che vedeva compromesse le operazioni di sbarco del materiale, pensando che il giorno successivo l’obiettivo dell’attacco sarebbe stato l’aeroporto.

Il 4 luglio 1942 un idrovolante da esplorazione americano “Catalina”, sorvolando la spiaggia del fiume Lunga, si avvedeva che i Giapponesi erano indaffarati nel costruire un aeroporto. L’operazione americana “Watchtower” era destinata a impadronirsi dei territori di Nuova Bretagna, Nuova Irlanda e Nuova Guinea. Intanto i Giapponesi vincevano a Hong Kong, Rabaul, Manila.

L’ammiraglio Ernest J. King comandava la flotta dell’Atlantico, mentre la flotta del Pacifico era affidata all’ammiraglio Nimitz. Le priorità erano la difesa del triangolo Midway-Johnston-Hawai e la protezione delle linee di comunicazione fra gli Stati Uniti, la Nuova Zelanda e l’Australia attraverso le Salomone e le Figi, per cui si rendeva necessaria un’azione offensiva verso le Salomone ossia verso Rabaul nella Nuova Britannia. Se i Giapponesi avessero preso Rabaul, considerata la chiave di volta della zona operativa, pensava il generale Mac Arthur, agli Americani sarebbe stato impedito il possesso delle Filippine. Il 2 maggio i Giapponesi occuparono l’isola di Tulagi.

L’intesa di Yamamoto era quella di costruire a Guadalcanal un aeroporto per la partenza di bombardieri destinati a distruggere le basi americane di Spirito Santo e di Efate.

Da parte americana si diede avvio all’operazione Watchtower a partire dal primo di agosto, data che sarà poi dilazionata al 7. L’avventura fu affidata al generale Vandegrift che si batterà dal 7 agosto 1942 al 7 febbraio 1943. Un sommergibile americano, al comando del capitano di corvetta Munson, colpì la Meiyo Maru con due siluri facendola affondare con 14 ufficiali e 328 uomini di equipaggio.

Da parte giapponese l’ammiraglio Mikawa, dal suo incrociatore Chokai, il 7 agosto preparò una pesante risposta allestendo una squadra di 7 incrociatori e un cacciatorpediniere. Alle 23,45 dell’8 agosto 1942 il cacciatorpediniere americano Ralph Talbot lanciava l’allarme, ma la cosa non fu presa molto sul serio. Turner non ricevette il messaggio d’allarme e non poteva pensare che nel giro di meno di un’ora avrebbe avuto inizio la prima battaglia navale per il possesso di Guadalcanal.

Mikawa aveva addestrato la truppa per una battaglia notturna. Dispose la fila delle sue navi: l’ammiraglia Chokai e, di seguito, Aoba, Kako, Kinugasa e Furutaka con gli incrociatori leggeri Tenryu, Yubar e il caccia Yunagi. All’1,33 del 9 agosto emanò l’ordine di attacco, supportato da incursioni aeree e dai pezzi di artiglieria da 140 e da 203 mm, mettendo in atto l’effetto sorpresa. Venne colpito l’incrociatore australiano Canberra. Vi perse la vita il capitano di vascello Getting. Dagli aerei e dai siluri vennero danneggiati il Canberra, il Chicago, il Quincy con il comandante capitano di vascello Moore alle 2,30, il Vincennes con il comandante capitano di vascello Riefkohl verso le 3 affondati, e l’Astoria andato a fuoco. Riefkohl fraintese, credette si fosse trattato di navi amiche. Per contropartita un sommergibile americano con il lancio di quattro siluri provocava l’affondamento dell’incrociatore Kako.

Ma le cose cambiarono corso quando, alle 2,20, Mikawa diede ordine alla flotta di ripiegare. Era il 9 agosto e si concludeva quella che fu chiamata la battaglia dell’isola di Savo. In totale si contarono 1.023 morti e 709 feriti e fu decretata la più grande sconfitta subita dalla Marina americana.

L’8 ottobre gli Americani conquistarono l’isolotto di Turagi e puntarono sui vicini isolotti di Gavutu e Tanambogo. L’operazione di conquista fu affidata al capitano Edward Crane, che, sotto il tiro dei Giapponesi, fu costretto a ripiegare. Dopo un forte bombardamento preparatorio si verificò lo sbarco con due carri armati in testa. Per tutta la notte gli invasori combatterono corpo a corpo con i Giapponesi, riuscendo ad avere la meglio. Erano trascorsi tre giorni nei tentativi di occupare gli isolotti attorno a Guadalcanal. Il mattino della domenica 9 agosto lasciavano l zona le navi da trasporto americane, ma il generale Vandegrift, nel timore di una rappresaglia da parte dei Giapponesi, rimaneva a terra con la guarnigione. C’era da temere per la resistenza a Guadalcanal, come anche si espresse il maggior generale Millard F. Harmon valutando l’assoluta impreparazione delle proprie truppe a portare avanti l’operazione, come asserì il contrammiraglio della riserva S.E. Morison. Per prima cosa c’era da fortificare la spiaggia, poi la costruzione dell’aeroporto Henderson (dal nome di un maggiore ucciso a Midway) per il quale erano stati edificati ponti e strade e, il 18 agosto, la pista per aerei.

I bombardieri giapponesi si esibirono in una violenta incursione facendo cadere 17 bombe sulla pista. Ma i marines in appena due giorni ripararono la pista e il 19 poterono approdarvi una ventina di caccia e una dozzina di bombardieri leggeri.

Sul fronte giapponese il generale Yakutake, che condivideva la valutazione di Yamamoto ossia che si dovesse riconquistare Guadalcanal, era comandante in capo della 17a Armata, responsabile delle operazioni terrestri. Sul mare, invece, operava l’ammiraglio Tanaka. Yakutake commise un errore inviando mille soldati, al comando del colonnello Ichiki, per impadronirsi dell’aeroporto. I Giapponesi il 18 agosto sbarcarono presso la punta Taivu a est dell’aeroporto, ma furono scoperti; allora Ichiki decise senza indugi di attaccare. Nel pomeriggio del 21 agosto fu però accerchiato da un battaglione del 1° Marines. Lo scontro terminò con 34 morti e 75 feriti per i marines, di 800 morti e di una quindicina di prigionieri per i Giapponesi. Oppresso dal disonore, Ichiki si suicidò con l’hara-kiri.

A Kawaguchi pervenne un messaggio del generale Yakutake, con l’ordine di sbarcare a Guadalcanal per sterminare il nemico e difendere l’aeroporto. Era l’Operazione “KA”. Yamamoto decise di coprire lo sbarco con una vera e propria flotta, perché la perdita di Guadalcanal avrebbe messo il Giappone in una situazione molto critica. Il 23 agosto la flotta giapponese si presentava con una superiorità schiacciante. Yamamoto era sulla Yamato, la più grande corazzata al mondo. Inviò in avanscoperta la piccola portaerei Ryujo per fuorviare l’attenzione degli Americani. Due incrociatori e tre cacciatorpediniere muovevano in direzione di Guadalcanal.

Da parte americana Fletcher diede il via a 37 bombardieri dalla portaerei Saratoga, ma nessuna nave giapponese era in vista. Fletcher era tormentato dal problema del rifornimento di petrolio e allora inviò la Wasp con i suoi 77 aerei per trovare i rifornimenti. Il 24 agosto Fletcher era rimasto con sole due portaerei: l’Enterprise e la Saratoga. Due degli aerei in volo segnalarono l’avvistamento del gruppo della Ryujo per attaccare la quale Fletcher inviò 30 bombardieri e 8 aerei siluranti partiti dalla Saratoga. La Ryujo, colpita senza speranza, affondò. Ma Nagumo era soddisfatto di quanto accaduto e preparò la partenza dei velivoli dalle portaerei Zuikaku e Shokaku. Era il 24 agosto 1942 e iniziò un terribile duello. I marinai del gruppo Enterprise si davano a enumerare gli aerei giapponesi abbattuti, ma alcuni si avvicinarono di tutta velocità alla Enterprise. Erano 20 bombardieri giapponesi, di cui tre esplosero in volo e due precipitarono nelle acque. Infine tre bombe colpirono la portaerei causando 74 morti e circa un centinaio di feriti. Fletcher affermò di aver perso una quindicina di aerei.

Il nemico acerrimo di Fletcher, il vice ammiraglio Nobutake Kondo, si preparava a sferrare un secondo colpo alle navi americane ma, inspiegabilmente, a mezzanotte gli pervenne l’ordine di allontanarsi con la flotta verso nord. Entrarono in scena i bombardieri della Marina americana sganciando in picchiata le loro bombe. La prima bomba cadde ed esplose contro i due cannoni anteriori dell’incrociatore leggero Jintsu comandato dall’ammiraglio Tanaka il quale si dovette trasferire sul cacciatorpediniere Kagero. La seconda ondata di aerei americani si accanì con il Kinryu Maru coprendolo di fiamme. Tanaka lo fece evacuare e fece dirigere a Truk il Jintsu ormai compromesso per danni ricevuti. Al salvataggio provvide il cacciatorpediniere Mutsuki comandato dal capitano Hatano. Otto fortezze volanti americane intervenivano bombardando il cacciatorpediniere Uzuki e facendolo affondare. Altre tre bombe colpirono il Mutsuki devastando l’equipaggio e scomparendo fra i flutti dell’oceano. Hatano fu accolto da una scialuppa. Tanaka, a bordo del Kagero, intendeva proseguire per Guadalcanal, ma il Quartier Generale gli ingiunse di tornare indietro. L’aviazione giapponese, decimata dalla Enterprise e dalla Saratoga, non riusciva a garantire una sufficiente protezione aerea.

Gli Americani avevano impedito lo sbarco di 1.500 Giapponesi, ma Vandegrift era dell’opinione che i rifornimenti ricevuti fossero del tutto insufficienti. Da parte giapponese, il comandante Kobayashi giudicava grave la situazione: esistevano difficoltà di vettovagliamento, insufficienza di viveri, di munizioni e mancanza di aiuto da parte della Marina. Kawaguchi diresse i propri uomini a Guadacanel per riconquistare l’aeroporto. L’operazione fu affidata a Yakutake.

Il 31 agosto venne silurata la corazzata Saratoga e l’ammiraglio Fletcher accusò ferite per via delle esplosioni. Kawaguchi era fortemente contrastato dal colonnello Tsuji che aveva per sé la fiducia di Yakutake. Intanto i Giapponesi allestivano a Truk una potente forza navale e intensificavano l’attività aerea nelle Salomone e nelle Bismarck. L’11 settembre sopra l’aeroporto si diressero 36 aerei nipponici che causarono la morte di undici marines, mentre numerose truppe giapponesi si concentravano a est e a sudest del perimetro fortificato. Vandergrift presentiva l’avverarsi di un attacco e tra l’11 e il 12 fece fortificare le postazioni difensive. Ad Henderson Field giunsero come rinforzo una sessantina di aerei e i Giapponesi ne ricevettero 140. La sera tardi del 12 settembre Kawaguchi lanciava la sua prima offensiva contro le formazioni del colonnello Edson a difesa dell’aeroporto, ma Edson rispose con un contrattacco dando voce ai pezzi da 105. Trovandosi tosto a mala sorte di fronte ai ripetuti attacchi dei Giapponesi, Edson ordinò un parziale ripiegamento. Il 13 settembre fu l’aviazione nipponica a sferrare il primo attacco, ma perse subito 7 aerei. Kawaguchi spinse due battaglioni all’assalto: i suoi soldati penetrarono attraverso una breccia creatasi verso le ore 22 e cominciarono a gettarsi sulle trincee avversarie. Erano due compagnie di paracadutisti americani a subire l’assalto di due battaglioni giapponesi. Durante la notte si contarono oltre dieci attacchi da parte dei Giapponesi. Intervennero infine i caccia di Henderson Field decimando i battaglioni di Kawaguchi. Per i Giapponesi si imponeva una subitanea ritirata che prese corso in direzione ovest dove si sarebbero riordinate le file nella regione di Kokumbona.

Il 15 settembre una nutrita flotta americana da trasporto si dirigeva verso Guadalcanal, con i rinforzi richiesti da Vandegrift. Li scortava l’ammiraglio Ghormley con due portaerei: la Hornet e la Wasp. La Wasp, scoperta da una vedetta nipponica, fu colpita con tre siluri. L’ammiraglio Noyer fu ferito e 193 uomini trovarono la morte. Altri cinque siluri colpirono la Wasp che alle 21 affondò. Ghormley voleva portare in tutta fretta a Guadalcanal il 164° reggimento Fanteria della divisione America, con 2.837 combattenti. Il convoglio per Guadalcanal comprendeva il Mc Cawley, sede dell’ammiraglio Turner, e la nave da trasporto Zeilin. La scorta era formata da otto cacciatorpediniere, dalla portaerei Hornet, dalla corazzata Washington e dagli incrociatori comandati da Norman Scott sulla San Francisco. Gli uomini erano stati sottoposti a molte ore di esercitazioni al combattimento notturno. L’11 ottobre Scott ricevette un messaggio di avvistamento di un convoglio nipponico nella “Scanalatura”. Era iniziata la gara fra Giapponesi e Americani ad arrivare per primi a Guadalcanal. Le navi dell’ammiraglio Aritomo erano giunte ormai ad appena 100 miglia dall’isola di Savo. I Giapponesi non dubitavano della presenza della flotta di Scott che stava avanzando verso di loro. La sera dell’11 ottobre si portavano avanti i cacciatorpediniere Farenholt, Duncan, Laffey, gli incrociatori San Francisco, Salt Lake City, Hlena e i cacciatorpediniere Buchanan, e McCalla. Verso la mezzanotte l’Helen, il Salt Lake City e il Boise insieme ai cacciatorpediniere aprirono il fuoco. Due incrociatori pesanti giapponesi, l’Aoba e il Furutaka andarono in fiamme. Per gli Americani bruciava il Duncan, che poco dopo affondò, mentre il Farenholt si trovava a mal partito. Scott lanciò la propria flotta all’inseguimento e si svilupparono violenti combattimenti di artiglieria. Nessuna nave americana affondò, ma si verificarono seri danni: sul Boise si contarono 107 morti e 35 feriti. I Giapponesi persero il Furutaka e i cacciatorpediniere Fubuchi.

Le navi di Joshima sbarcavano a Guadalcanal uomini, munizioni e materiali, mentre il generale Kawaguchi riceveva grande quantità di rinforzi sulla spiaggia di Kokumbona. Per gli Americani persisteva qualche problema per via della scarsità di rinforzi, di munizioni, di carburante, di autocarri, di filo spinato e di viveri. Per di più fra la truppa andava imperversando la malaria: nelle infermerie giacevano oltre 500 soldati. Persino i medicinali scarseggiavano.

I Giapponesi, dopo le loro sortite e i frequenti colpi di mano, si riorganizzavano all’interno della giungla. Yakutake aveva portato pezzi di artiglieria pesante per bombardare Henderson Field da Kokumbona. I pezzi da 150 iniziarono il proprio lavoro il 3 ottobre, mentre gli Americani non disponevano di un’artiglieria altrettanto potente. Vandegrift decise di porre fine a questa situazione e incaricò il colonnello Whaling di preparare il piano di accerchiamento, fissando l’attacco per l’8 ottobre. Per la stessa data anche Yakutake volle sferrare un attacco, dandone consegna al colonnello Nagakuma. Le due forze nemiche si incontrarono, per così dire casualmente, il 7 ottobre alla foce del Matanikau. Il giorno seguente il 7° Marines avanzava con fatica. I Giapponesi, che si trovavano quasi del tutto accerchiati, verso sera tentarono una prima sortita gettandosi all’attacco frontale e affrontando gli Americani in scontri corpo a corpo, ma non riuscirono a passare. Nel corso della mattinata Whaling e il proprio seguito superarono il fiume, con l’appoggio delle truppe dei colonnelli Hanneken e Puller. Puller, imbattutosi in uno scontro feroce, fece intervenire l’artiglieria e i mortai, decimando fortemente gli avversari. Ma i Giapponesi avevano riorganizzato a Rabaul una potente flotta e si preparavano a una forte offensiva contro Henderson Field. Mentre ottenevano molti rinforzi, da parte di Yakutake si preparava l’offensiva per riprendere Guadalcanal con la 17a Armata. Al 15 ottobre Yakutake aveva portato a Guadalcanal la 2a divisione, due battaglioni della 38a divisione, un reggimento e tre batterie di artiglieri pesante, una batteria di artiglieria da montagna, un battaglione mortai, una compagnia carri e tre battaglioni con armi a tiro rapido.

Nell’attesa dello scoppio delle ostilità agli Americani erano arrivati nuovi aerei e il 13 ottobre a Kukum le navi da trasporto McCawley e Zeilen sbarcarono il 164° reggimento di Fanteria comandato dal colonnello Bryant E. Moore. Nel giro di mezzogiorno iniziò un’incursione di una ventina di bombardieri nipponici che misero fuori uso numerosi aerei americani e mandarono a fuoco cinquemila galloni di benzina. L’attacco si ripeté dopo più di un’ora: una quindicina di aerei giapponesi bombardò di sorpresa, con oltre mille ordigni dirompenti in meno di due ore, la pista dell’aeroporto provocando gravi perdite. Dei 90 aerei disponibili rimasero funzionanti appena 41 e 41 furono i morti con un centinaio di feriti. Le due piste riportavano enormi crateri.

Il 15 ottobre i Giapponesi sbarcavano uomini e materiale poco lontano da Punta Lunga, ma agli Americani, per contrastare le operazioni, mancava la benzina che gli addetti racimolarono in ogni angolo dell’aeroporto. Riuscirono a fare il pieno agli aerei che subito dopo partirono per attaccare le navi da trasporto giapponesi. In loro aiuto pervennero aerei da Espiritu Santu. Sotto l’attacco americano tre grandi navi giapponesi da trasporto furono incendiate. Furono abbattuti dodici bombardieri e cinque caccia giapponesi. Il resto della flotta fu costretto a ripiegare.

Vandegrif pensava a fortificare la difesa e Yakutake a preparare lo scontro armato con i generali Sumiyoshi, Oka, Maruyama, Nasu e Kawaguchi che riuscirono a stringere Henderson Field in una morsa effettiva. Il 20 ottobre si mosse una pattuglia giapponese con due carri, ma i pezzi americani da 37 la costrinsero a ripiegare. Poi i Giapponesi ritentarono con un reparto dotato di nove autoblinde, ancora sconfitti dai colpi dei 37. Il 23 ottobre tentò la sortita Sumiyoshi con una decina di mezzi corazzati seguiti dai Fanti. Ancora una volta i cannoni da 37 immobilizzarono tutti i mezzi blindati nemici mettendoli fuori combattimento. Sicché venne il 24 ottobre, ma ormai le speranze di attuare una sorpresa erano svanite. I Giapponesi si trovavano attestati su una posizione assai sfavorevole dalla quale tuttavia ripartirono all’assalto. Fu a quel punto che Puller dovette chiedere rinforzi a Vandegrift. I Giapponesi indietreggiarono di poco, ma fra il 25 e il 26 ripresero l’assalto.

Il colonnello Oka si scontrò con il II battaglione del 7° Marines e riuscì a forzare la difesa aprendo una breccia. Lo scontro si risolse all’alba con la vittoria degli Americani e perdite molto pesanti per i Giapponesi che lasciarono 3.500 caduti fra cui il generale Nasu e i comandanti di reggimento. Lo smacco per i Giapponesi era stato dovuto alla totale mancanza di collegamenti. La battaglia terrestre ingaggiata da Yakutake fu la più grande di Guadalcanal e sancì il più vistoso successo americano.

Verso la metà di ottobre i Giapponesi si preparavano per attaccare Henderson Field, mentre gli Americani stavano preparando un colpo grosso. Nimitz pensava che Ghormley non fosse stato tanto deciso nell’attaccare e lo sostituì con il contrammiraglio William F. Halsey.

Il 26 ottobre Yamamoto poteva disporre di 4 portaerei, 5 corazzate, 14 incrociatori e 44 cacciatorpediniere fra le Marianne e le Salomone. Il suo obiettivo era attaccare e annientare tutte le più importanti forze americane nello spazio delle Salomone. Il 25 ottobre veniva informato della conquista dell’aeroporto, dopodiché diede ordine a Kondo di passare all’azione. Yamamoto ribadì l’ordine di attaccare per mare incaricandone quattro ammiragli: Kondo, Nagumo, Abè e Kusaka. Quest’ultimo, che comandava l’11a Flotta aerea, non era ancora pronto, viste le enormi perdite subite dall’aviazione giapponese. Il gruppo giapponese venne intercettato e Halsey, il mattino presto del 26 ottobre, diede ordine all’ammiraglio Kinkaid di attaccare. Kinkaid aveva ai propri ordini la portaerei Enterprise, la corazzata South Dakota, l’incrociatore pesante Portland, l’incrociatore antiaereo San Juan e otto cacciatorpediniere, oltre alla portaerei Hornet con due incrociatori pesanti, due antiaerei, sette cacciatorpediniere e una protezione aerea di una quarantina di caccia.

I primi a decollare furono i bombardieri giapponesi che attaccarono per tre volte con circa 90 aerei, tutti sulla Hornet. L’aereo del comandante giapponese si scagliò sulla nave, mentre un siluro raggiunse la sala macchine. Un altro aviatore giapponese si precipitò in picchiata mandando la Hornet in preda alle fiamme. Da parte americana 11 bombardieri si gettarono in picchiata sulla Shokaku infliggendole gravi danni. Danneggiata fu anche la portaerei Zuiho. In tarda mattinata dalla Enterprise, dal San Juan e dal South Dakota si fece fuoco sugli aerei giapponesi, una trentina dei quali precipitarono e, poco dopo, altri dieci. I duelli proseguirono nel pomeriggio finché la Enterprise riuscì a mettersi in fuga, ma la Hornet fu colta da un siluro. Il comandante Mason chiese al cacciatorpediniere Mustin di affondarla, dopo averla fatta evacuare.

Molte navi giapponesi, in particolare la Shikaku, avevano subito notevoli danni, come d’altra parte anche l’aviazione giapponese. In campo americano il generale Vandegrift necessitava di rinforzi. La 1a divisione si trovava al limite della possibilità di resistere, doveva essere sostituita. Nel tempo in cui a Washington si preparava lo sbarco in Africa, i rinforzi iniziarono ad arrivare con nuovi aerei. I marines si davano da fare per fortificare le difese. Fu così che Vandegrift decise di dare il via a un’imponente operazione affidandone la conduzione all’ammiraglio Edson con la data prevista per il 1° novembre. Alle 6,30 di quel giorno Edson era in procinto di superare il Matanikau verso ovest. Il 5° Marines inviò un battaglione lungo la costa e un altro all’interno. Sul mare erano pronti due incrociatori, il San Francisco e l’Helena e il cacciatorpediniere Sterett con il compito di bombardare le postazioni giapponesi. Dall’alto i caccia mitragliavano in picchiata mirando alle truppe giapponesi disposte presso il litorale. I Giapponesi erano in buon numero e si difendevano con opere fortificate a dovere. L’avanzata riprese il 2 novembre e il giorno 3 Edson mandò all’attacco tutte le compagnie simultaneamente. I Giapponesi furono costretti a ripiegare abbandonando abbondante materiale bellico e lasciando sul campo oltre 300 morti.

Immagine di Copertina tratta da Britannica.com.

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