La madre di tutte le Riforme (parte 2)

Quel che abbiamo visto fin qui, se è tutto vero come pare di poter avallare, illustra, alla luce di quei fatti, qual era il clima politico e sociale che trapela dalle circostanze narrate: un attaccamento tutto mondano al denaro e al potere, l’assicurazione personale circa il possesso del controllo finanziario, la strategia delle epurazioni, il sistema di sorveglianza, le intercettazioni telefoniche e della corrispondenza telematica, il serpeggiare di un diffuso sospetto reciproco e persino la sottomissione a un opprimente senso di paura. Una visione della Chiesa, tutto sommato, nella fattispecie di vero e proprio strumento politico, apertamente ben lontana da interessi spirituali ed estranea agli insegnamenti di Gesù. Il 6 dicembre 2020, giorno festivo, Papa Francesco si esprime con eloquente chiarezza di termini nel corso dell’omelia dell’Angelus: “La conversione richiede una rinuncia al peccato e quindi al peso eccessivo che si dà alla ricchezza. Per escludere il peccato bisogna rifiutare anche tutto ciò che è legato a esso: la mentalità mondana, la stima eccessiva delle comodità, del piacere, del benessere, delle ricchezze” esortando quindi a restare “nelle sabbie mobili di un’esistenza mediocre” perché possiamo rivolgerci tutti “al significato, all’amore di Dio”.

Ebbene, da tutto quel che ho esposto sopra non è possibile restare inerti di fronte a cotanta contraddizione. Il Papa parla di abbandonare le ricchezze, e questo è sinonimo di parola evangelica, ha richiamato a più riprese il concetto di “Chiesa povera”, ma dietro le spalle si porta il peso di una struttura sorretta da ricchezze incalcolabili. E, poi, siamo così sicuri che Papa Francesco parli assolutamente con ragioni di causa? Saprà egli stesso nei dettagli che cosa sta succedendo fra le mura vaticane? Si dice qua e là che certi movimenti di valuta venivano effettuati a sua insaputa: non sarà per caso quanto credevano gli autori di misfatti simili e che Papa Francesco ne fosse senza dubbio al corrente ma ritenesse, per motivi reconditi, di non intervenire? Ciò che più sorprende, in tutto questo scenario, è la smisurata disponibilità di capitali manovrati in un modo o nell’altro, tuttavia sempre a portata di mano. Capitali provenienti dallo stillicidio di elemosine di massa, da donazioni particolari, da facilitazioni finanziarie e da esenzioni sui pagamenti dovuti. È stridente e doloroso dover sbarrare gli occhi di fronte a manovre finanziarie della portata descritta fra le mura vaticane e oltre, al clima di corruzione, di clientelismo, di caccia al potere che vi impera e, dalla parte ideologicamente contraria, accogliere le esortazioni di un papa che condanna apertamente la ricchezza, lui, proprio, che governa e guida uno Stato alimentato da risorse mondane degne di un “Apriti Sesamo”.

Senza voler andare troppo a fondo di altre realtà, altrettanto criminose come quella che vede i soldi delle donazioni usati a scopo di soddisfazione libidica, di sessualità perversa, di comodo personale, fermiamoci solo a pensare al crimine contro la fede perpetrato nell’uso, per scopi lerci, di denaro donato con sacrifici e per finalità edificanti da persone dotate anche di poche risorse, da pensionati di modeste condizioni, da vedove che rinunciano a godere dei beni in possesso per prestare aiuto concreto a una Chiesa povera! C’è da inorridire. Impensabile che esista un’istituzione, ammanierata nel farsi scudo della Parola di Dio, nel dichiararsi detentrice della Verità, nel professare Amore disinteressato per il prossimo, che finisce per godere, gratuitamente e con intenzioni persino esecrabili, dei sacrifici altrui. Papa Francesco avrà mai pensato all’ambiguità, all’insostenibilità concettuale della posizione che egli stesso occupa? In fin dei conti è capo di Stato, ma è anche Vicario di Cristo in terra. Come si può pensare che siano conciliabili queste due istanze di governo se l’una, da come siamo venuti a sapere per alcune circostanze ormai sotto gli occhi di tutti, è l’esatto opposto dell’altra? Forse che Gesù aveva bisogno di abbondare in riserve auree per portare ai discepoli la sua parola d’amore? Forse che gli erano indispensabili strutture finanziarie e delegazioni di potere per aprire ai suoi fedeli le porte del Paradiso? Non rimane dubbio alcuno che il potere temporale esercitato dal papa sia per tutto antitetico alle esortazioni evangeliche e ad atteggiamenti di una fede rivolta verso più elevate realtà spirituali. Papa Francesco, nello specifico, avrà mai formulato fra sé e sé dubbi di questa fatta? Se sì, allora che ci sta a fare in due abiti tenuti insieme soltanto dalla discordia?

È a questo punto che intendo sviluppare l’aforisma compreso nelle parole del titolo di queste riflessioni, La madre di tutte le Riforme.

Di riforme si parla a tutti i livelli, ne è pregnante la politica dei nostri giorni, e anche Papa Francesco non è esente dal ricorrervi nei suoi piani di guida della Chiesa cattolica. Ora sto pensando: Gesù Cristo, da quanto scaturisce dalle pagine dei Vangeli, aveva preannunciato il proprio ritorno in veste di Re dell’Universo per portare fine alle ingiustizie e aprire le porte della Gerusalemme Celeste. Se lo facesse oggi, in verità, avrebbe un bel repulisti da compiere e tutto ciò che è stato, che è opera dell’uomo svanirebbe nel nulla in meno di un attimo. Ma non sappiamo quando verrà, non sappiamo, d’altra parte, se proprio verrà, non sappiamo neppure se abbia veramente pronunciato quella promessa di fronte ai suoi discepoli e se l’abbia fatto con l’autorità che gli è stata riconosciuta dal Padri della Chiesa fin dai tempi della Patristica e della Scolastica.

Nulla sappiamo, per dirla tutta, con franchezza. Allora, nell’attesa, se di attesa ancora possiamo dissertare, perché non facciamo qualcosa noi stessi, di nostra spontanea e meditata volontà? Noi, beninteso, per dire chi ha in mano le chiavi del potere e, nel caso dell’istituzione cattolica, ora e qui, Papa Francesco. Vorrei dunque chiedere al sommo pontefice di fare il punto sul motivo che sto cercando faticosamente di sviluppare: è giusto, è legittimo, è bene che il Vicario di Cristo in Terra, promotore di una fondamentale Crociata evangelica dello Spirito, svolga nel medesimo tempo la funzione di capo di uno Stato terreno, con tutte le ombre di interessi secolari che essa porta con sé? A mio modo di vedere le due posizioni sono assolutamente inconciliabili, come il diavolo e l’acqua santa, ponendosi l’una come l’antitesi e la negazione dell’altra. Anche e soprattutto perché, se della realtà del soprannaturale nulla sappiamo per nostra esperienza e nostro studio personale, va da sé che non si possa fare a meno di constatare, da parte di alcuno, la ripida china sulla quale sta scivolando l’ideologia cattolica nel portarsi appresso un’eredità storica di corruzione, di violenze, di ingiustizie, di sopraffazioni su inermi, di ricerca del potere terreno, di avidità e di personalismi spietati, nell’attesa di vedersi sprofondare alfine in un baratro oscuro dal quale non si risolleverà più.

Ho sotto gli occhi alcune pagine del libro La Iglesia Traicionada (La Chiesa tradita) di Antonio Caponnetto, Edizione Detente, Buenos Aires 2010, sulle quali leggo: “Esegeti di chiara fama hanno fatto un paragone ravvicinato con Laodicea” (si potrebbe trattare di Laodicea Al Lico, città della Frigia, sede di un concilio nel IV secolo, occupata dai Turchi nel XII secolo e distrutta dai Mongoli nel 1402, descritta nelle sembianze di oggetto delle ire di Dio nell’Apocalisse di Giovanni). Nel memorabile e drammatico canovaccio per la Via Crucis del 2005, elaborato per il Cardinale Ratzinger poco prima della sua ascesa al seggio di Pietro, Paolo VI innalzò la propria preghiera all’Altissimo con queste parole: “Signore, spesso la tua Chiesa ci appare come una nave che è sul punto di andare a fondo, una nave che fa acqua da tutte le parti”. Scosso da una simile dichiarazione, Mons. Brunero Gherardini, in seno al Concilio Ecumenico Vaticano II, reputò necessario rimarcare che persino lo stesso Giovanni Paolo II, “nonostante tutto il suo ottimismo conciliare”, avesse constatato “una condizione di apostasia silenziosa” percorrendo i meandri della Sposa di Cristo.

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