Ci vuole dell’immaginazione!

Seguivo una lezione su RAI Scuola che si proponeva di illustrare la sequenza e la funzione del DNA. Ad approfondire la questione si resta sbalorditi dal come sia complessa la natura che fa di noi esseri viventi e pensanti per eccellenza. 

La doppia elica che si attorciglia in progressione asimmetrica con un’inclinazione costante di 36° è formata da quattro basi azotate, appartenenti nel complesso al gruppo delle pirimidine (citosina, timina) e delle purine (adenina, guanina). Nella sequenza accennata si danno due accoppiamenti di tali basi azotate: l’adenina con la timina da una parte e, dall’altra, la guanina con la citosina. Qui si parla di nucleotidi dalle dimensioni minime, invisibili e impalpabili, comprese fra poco più di un nm (nanometro) ossia un millesimo di millimetro e meno di un nm. Le possibili successioni delle quattro basi azotate lungo la catena del DNA generano una quantità enorme di combinazioni diseguali adibite a trasportare messaggi codificati di una certa complessità. L’informazione da codificare è quella che descrive i caratteri ereditari trasmissibili attraverso il processo di duplicazione cellulare. Tutto il sistema di configurazione geometrica della catena, del rispetto delle distanze fra i nucleotidi, del loro accoppiamento immutabile nel tempo, della trasmissione super specializzata dei caratteri ereditari che daranno luogo a organi, sistemi e apparati demandati a funzioni specifiche per la vita di organismi interi non può fare a meno di destare in me un senso di sorpresa, di sbalordimento, di genuino stupore o, come si esprime il Poeta del tedio universale, di scoprire in me un animo “turbato e commosso”. 

Poi mi domando: saremmo noi capaci di costruire una catena di DNA perfettamente funzionante? Così come siamo in grado di erigere un maestoso palazzo, mattone su mattone, come siamo riusciti a mettere insieme tecnologie sofisticare per la ricerca in laboratori specializzati, così come abbiamo raggiunto la competenza nel realizzare robot, sistemi digitalizzati, sonde che lanciamo per lo studio dello Spazio, così pure arriveremmo a formare in laboratorio, con calcoli precisi e tecnologie miniaturizzate, una molecola con tutto il suo DNA? Non dico a replicarla, ma a formarla ex novo, disponendo soltanto delle basi azotate e dei legami di idrogeno che le dispongono in connessione fra loro.

Ma, poi, come per la costruzione di un palazzo c’è stato prima chi ha pensato a produrre i mattoni e tutte le restanti componenti strutturali, sapremmo anche dare forma a ciascuna delle basi azotate dotandole delle funzioni richieste? Usando che cosa? In che modo?

Credo che ci sarebbe da impazzire in tali tentativi sicuramente avari di promesse. Eppure il DNA è stato scoperto, dopo una lunga serie di studi e di esperimenti, dai noti Crick (nella foto) e Watson. In modo simile sono stati scoperti resti di antiche civiltà e da essi siamo risaliti con ottima approssimazione a definire le caratteristiche generali di quelle civiltà. Del DNA nulla sappiamo del suo essersi formato, se non che esiste e che la sua esistenza è stata provata, documentata e descritta nei dettagli più impensati. Ma, chiedo scusa, da dove viene? Dalle mani, dalla mente di chi? Sì, perché un’architettura di una perfezione così elevata non può essere venuta alla realtà se non per volontà di una mente sublime.
Sarà il caso, mi si potrebbe obiettare. Opperbacco, ma questo caso, allora, è un gran bel tipo, di un’intelligenza così progredita da lasciarci tutti di stucco. 

Siamo di fronte a qualcosa di stupefacente quanto mai: il DNA esegue un lavoro quasi sempre perfetto ossia segue un piano, perché se agisse casualmente i risultati del suo fare sarebbero insignificanti, saltuari, precari o disastrosi; sono, invece, risultati continuativi, disciplinati da una logica ineccepibile, controllabili, persino prevedibili. Bene, ma se segue un piano, allora è qui che il mio pensiero inciampa in una nuova difficoltà: un piano preciso, chiaro, codificato e decodificabile non viene da sé, come da una montagna di mattoni non può per puro caso prendere forma un palazzo di cinquanta piani. Qualcuno ci dev’essere dietro. Non ditemi che sto inseguendo l’idea improbabile di un Dio irraggiungibile. Più in là non riesco a spingermi, non mi resta che fantasticare immaginando l’esistenza di una Volontà insaziabile nella sua tensione a generare vita, come la ebbe a concepire nelle sue concettualizzazioni filosofiche Arthur Schopenhauer. Va bene anche questo ma, poi, perché? Se questa supposta Volontà di vivere non concede tregua al proprio impegno, penso che tutto ciò che fa sia proiettato verso un fine. Una sequenza, dunque, degna del migliore intelletto: coltivare un’intenzione, costruirvi sopra un piano d’azione e produrre un contesto di comportamenti, più o meno coscienti, per raggiungere un fine.

Quale fine? Crediamo ancora di essere noi i padroni della natura oppure è la Natura a fare uso di noi e della nostra stirpe per inseguire uno scopo che non riusciremmo a indovinare neppure da lontano? Se, ancora, spingiamo la nostra voglia di sapere oltre la nostra dimensione, nell’infinitamente piccolo, il mondo dei Quark o nell’infinitamente grande tanto da perderci nell’immensità accessibile soltanto a una cieca immaginazione, allora quale risposta potremmo dare agli interrogativi formulati poco sopra e quale posto potremmo riservare a noi stessi e al nostro incontentabile impulso a conoscere? Perché noi, proprio ora e proprio qui? Ancora il caso, o mi sto perdendo in un procedere nell’abissale regresso all’infinito?

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