AUTORI LATINI – SCHEMI – Parte 8 di 11

Una trasvolata su vita e opere di rinomati Autori Latini
Per una conoscenza propedeutica al classicismo

AUTORI LATINI – SCHEMI

Parte VIII di 11

Legenda:
n-m                 data di nascita-morte
isg                   inquadramento storico generale
op                   opere
tropp              trama delle opere principali.

CICERONE

Cicerone è forse, insieme a Virgilio, l’autore più celebre della letteratura latina e del quale abbiamo più notizie.

Oggi Cicerone ci appare:

  • sotto il profilo storico-politico, uno straordinario testimone del suo tempo, cioè di un’epoca cruciale per l’evoluzione politico-istituzionale di Roma, in cui si compì il trapasso dalla repubblica al principato;
  • dal punto di vista storico-culturale, colui che si propose nel modo più lucido e consapevole di operare una sintesi armoniosa della cultura romana arcaica e del pensiero filosofico greco, elaborando una visione del mondo e dell’uomo destinata a influenzare profondamente le età successive;
  • sotto un profilo specificatamente letterario, un grandissimo prosatore: il massimo rappresentante dell’oratoria romana, il creatore della letteratura filosofica latina e il primo rappresentante, a Roma, del genere epistolografico.

LA VITA.

Nacque ad Arpino (Lazio) nel 106 a.C., da famiglia di possidenti terrieri dell’ordine equestre, non nobile ma ricca.

Studiò a Roma con i migliori maestri greci di retorica e di filosofia.

Fin da giovane frequentò il foro, preparandosi alla carriera politica.

In casa di Scevola conobbe colui che diventerà il suo più caro amico: Tito Pomponio, chiamato poi Attico per i suoi numerosi soggiorni ad Atene.

Iniziò la sua carriera forense nell’81 (a 25 anni) sotto la dittatura di Silla.

Dal 79 al 77 fu in Grecia e in Asia Minore, dove perfezionò i suoi studi.

Quando tornò a Roma, Silla era ormai morto ed egli sposò Terenzia che gli darà una figlia: Tullia.

Nel 75 iniziò la sua carriera politica: diventò questore in Sicilia (secondo la riforma Sillana, 30 anni era l’età minima per le prime cariche).

Nel 69 divenne edile e nel 66 pretore.

Proprio nel 66 pronunciò la sua prima orazione deliberativa appoggiando Pompeo per la guerra in Oriente contro Mitridate.

Nel 63 verrà eletto console con l’aiuto, per la campagna elettorale, del fratello Quinto e dell’amico Attico.

N.B.: Durante il suo consolato, Cicerone si impegnò decisamente su posizioni conservatrici, a difesa della legalità repubblicana e degli interessi dei ceti economicamente e socialmente più forti, rappresentati da senatori e cavalieri (che egli chiamava “optimates” = i migliori, grazie all’appoggio dei quali aveva potuto raggiungere la somma magistratura) contro i cosiddetti “populares” sostenuti da Cesare e da Crasso, i quali propugnavano riforme costituzionali, economiche e sociali a favore dei meno abbienti.

Appena Console, dunque, Cicerone attaccò e fece ritirare una proposta di legge agraria promossa dai “populares” a favore del popolo.

Ma la questione più spinosa che il Console Cicerone dovette affrontare fu la Congiura di Catilina. Tale questione gli procurò la massima gloria ma fu anche l’inizio delle sue disgrazie politiche. Catilina, alle nuove elezioni, si candidò per la carica di Console come paladino dei “Populares”, ma Cicerone riuscì a batterlo e lo attaccò violentemente con la prima orazione Catilinaria, tanto da costringerlo a lasciare Roma. Lo attaccò per il fatto di aver voluto tentare, dopo la sconfitta, di conquistare il potere con la forza, attraverso una congiura con altri 5 uomini. Costoro, dopo alterne vicende, verranno uccisi su proposta di Cicerone, appoggiata da Catone (Uticense) e osteggiata da Giulio Cesare (filopopolare).

Proprio per il comportamento adottato nella questione catilinaria, allo scadere del suo mandato consolare, nel 63, fu subito attaccato dai suoi nemici filopopolari per aver condannato a morte i 5 senza un regolare processo.

Nel 60 venne invitato da Cesare e Crasso a collaborare con il Triumvirato che indebolirà fortemente il potere del Senato. Ma Cicerone non accettò per non ricusare le sue posizioni legalitarie e filosenatorie.

Dunque:

  • Cicerone: conservatore e dalla parte dei potenti.
  • Cesare e Crasso (ma anche Clodio, tribuno della plebe): filopopolari.

Dal 58 al 57 fu condannato all’esilio in seguito all’emanazione di una legge di Clodio che esiliava coloro i quali, come Cicerone, avevano condannato a morte dei cittadini romani con procedura sommaria (Clodio impugnò tale legge proprio per colpire Cicerone).

L’esilio durò 16 mesi, fino a quando fu emanato un Decreto del Senato (con l’ostilità di Clodio), nell’agosto 57, grazie all’intervento di Pompeo e di alcuni amici.

Cicerone rientrò dunque a Roma, dopo l’esilio, nel 57; pronunciò le Orazioni di Ringraziamento al Senato e al Popolo e ottenne anche un parziale risarcimento dei danni economici subiti.

Dopo la dolorosa esperienza dell’esilio abbandonò l’opposizione alle leggi agrarie (che nel frattempo Cesare aveva fatto approvare nel 59) e si avvicinò ai Triumviri appoggiando, tra l’altro, nel 56 (con l’orazione De Provinciis Consularibus), la proroga, contraria alle leggi vigenti, del comando di Cesare nelle Gallie (di cui era in corso in quegli anni la trionfale conquista).

Negli anni successivi rimase ai margini della vita politica, ma si adattò a difendere in tribunale vari personaggi legati a Pompeo e a Cesare.

Nel 52 difese Milone, uccisore del suo nemico Clodio, che verrà condannato all’esilio.

Nel 51 sarà Governatore in Cilicia.

Tornò in Italia nel 50 quando la Guerra Civile stava per iniziare. In tale guerra si schiererà dalla parte di Pompeo illudendosi di poter favorire, mantenendosi neutrale, una rapida rappacificazione.

Verrà accusato di essere un traditore dei pompeiani e un nemico dei cesariani in quanto, dopo la sconfitta di Farsalo nel 48, tornò in Italia in attesa della fine degli eventi.

Soltanto nel 46, al ritorno di Cesare dall’Egitto (dove Pompeo fu ucciso) e dall’Asia, si ebbe la riconciliazione tra il generale vittorioso e l’illustre oratore, politicamente ormai fuori gioco.

Tornò finalmente a Roma e, durante la dittatura di Cesare, cercò conforto nell’attività filosofica e letteraria, limitando i suoi interventi pubblici alla richiesta di perdono e di clemenza per alcuni Pompeiani in esilio.

Divorziò dalla moglie Terenzia per sposare una ricca orfana.

Perdette la figlia Tullia che morì di parto e questo fu per lui il dolore più grande della sua vita.

Poi, nel 44 a.C., Cesare fu assassinato da Bruto e, dopo ciò, Cicerone si alleò con Ottaviano, deciso a ripristinare la repubblica.

Però Ottaviano si servì di lui utilizzandolo nella lotta contro l’avversario Antonio, che Cicerone ben effettuò pronunciando davanti al Popolo e in Senato le Filippiche.

Fu proscritto e ucciso nel 43 a.C., proprio con la firma dello stesso Ottaviano.

N.B.: La testa e le mani di Cicerone furono mozzate e portate ad Antonio che le espose nel Foro, su quella tribuna oratoria da cui la folla l’aveva sentito parlare così spesso in qualità di console, poi di ex-console e in quello stesso anno contro Antonio, “con tanta ammirazione per la sua eloquenza, quanta nessuna voce umana aveva mai suscitato” (Tito Livio, che raccontò la morte di Cicerone).

LE OPERE.

Cicerone scrisse numerosi generi letterari:

  • Orazioni,
  • Opere retoriche,
  • Opere politiche,
  • Opere filosofiche,
  • Epistolari,
  • Opere poetiche.

Le Orazioni.

Cicerone, come già Catone, riprodusse in più copie e diffuse molte sue Orazioni con gli scopi di:

  • propaganda politica,
  • difesa del proprio operato di fronte alle critiche e agli attacchi dei nemici,
  • desiderio di ottenere gloria presso i contemporanei e i posteri.

Elenco in ordine cronologico (le più importanti):

  1. Le Verrine (Discorsi contro Verre): sette orazioni giudiziarie per il processo per concussione intentato dai Siciliani contro Gaio Verre. Furono considerate già nell’antichità un capolavoro di eloquenza.
  2. Pro Lege Manilia: Prima orazione deliberativa tenuta da Cicerone quando era Pretore, davanti al popolo a favore di una legge che assegnava poteri straordinari a Pompeo per la guerra contro Mitridate in Oriente.
  3. De Lege Agraria: Sono tre orazioni contro una proposta di riforma agraria che avrebbe danneggiato i proprietari di latifondi (gli “ottimati”) ai quali sarebbero stati tolti i terreni di proprietà dello Stato. La legge fu ritirata (sarà poi Giulio Cesare a imporre in seguito la riforma agraria).
  4. Le Catilinarie: Quattro discorsi pronunciati nei giorni drammatici della scoperta e della repressione della congiura di Catilina (63 a.C.). Sono indubbiamente fra le prove migliori dell’eloquenza romaniana.
  5. Le Orazioni dopo il ritorno dall’esilio.
  6. Pro Sestio: Orazione giudiziaria in cui Cicerone difese Sestio, il tribuno della plebe che nel 57 si era adoprato per il suo ritorno dall’esilio, accusato “de vi” (di forza) per aver organizzato le bande armate da opporre a quelle di Clodio. È un testo importante, per l’analisi che Cicerone conduce della situazione politica interna a Roma in quegli anni convulsi.
  7. Pro Caelio (Pro Celio): Orazione giudiziaria in difesa del giovane Marco Celio Rufo accusato, tra l’altro, di aver rubato i gioielli ad una sua ex-amante.
  8. De Provinciis Consularibus: Orazione deliberativa a favore della proroga (contraria alle leggi vigenti) dell’“imperium” (comando) di Cesare nelle Gallie.
  9. Pro Milone: In difesa di Milone nel processo “de vi” per la morte di Clodio. Non è l’“oratiuncola” (oraziuncola) effettivamente tenuta, ma quella che Cicerone avrebbe voluto e dovuto tenere se non fosse stato impedito dalle circostanze avverse. Già gli antichi la consideravano la più bella tra tutte le orazioni di Cicerone.
  10. Le orazioni Cesariane.
  11. Le Filippiche: 14 Orazioni che Cicerone pronunciò per far dichiarare Antonio (che nel 44 era console), nemico della Patria. L’oratore finge di pronunciarle alla presenza di Antonio durante una seduta del Senato alla quale in realtà non partecipò. Devono il nome di “Filippiche” all’accostamento, fatto da Cicerone in una lettera a Bruto, alle celeberrime orazioni di Demostene contro Filippo di Macedonia.

N.B.: Cicerone dimostrò di essere un grandissimo oratore, perfettamente padrone dei mezzi espressivi e capace di sfruttare con consumata abilità ogni elemento e ogni circostanza nell’interesse della causa:

  • chiarezza espositiva,
  • competenza giuridica,
  • eccezionale abilità dialettica.

Seppe dimostrare le sue tesi nel modo più plausibile e convincente dal punto di vista razionale.

Le Opere Retoriche.

Cicerone trattò di retorica (la scienza e la tecnica della persuasione) in varie opere, scritte nei periodi diversi della sua vita:

1.    De Inventione (De Invenzione): Scritto in età giovanile in due libri, un’opera scolastica in cui riprendeva e rielaborava fonti manualistiche greche.

2.    De Oratore: È un dialogo di tipo platonico-aristotelico nel quale Cicerone affida a vari interlocutori il compito di trattare l’argomento. I due protagonisti sono Crasso e Antonio, considerati da Cicerone i più eminenti oratori della generazione a lui precedente e che furono per lui una guida. È composto di 3 libri: 1° – enuncia la concezione di Cicerone del perfetto oratore; 2° – tratta sistematicamente le tre parti della “retorica”: Inventio, Dispositio, Memoria; 3° – tratta il problema dello stile.

N.B.: Il De Oratore è forse, fra tutti i dialoghi di Cicerone, quello scritto con maggior cura formale e, per questo motivo, è stato studiato e utilizzato per secoli come il “modello” per eccellenza dello stile ciceroniano e, quindi, del perfetto stile latino.

3.    Il Brutus: Dialogo tra Cicerone, Attico e Bruto (il futuro uccisore di Cesare). Dopo un sintetico excursus sulla storia dell’oratoria greca, Cicerone sviluppa una grandissima storia dell’oratoria romana, presentando e illustrando le caratteristiche di circa 200 oratori.

4.    L’Orator: Dedicato ancora a Bruto; non ha forma di dialogo, ma è una esposizione continuata fatta in prima persona da Cicerone in un unico ampio libro. È ripresa la Teoria dello Stile, già enunciata nel 3° libro del De Oratore. Qui distingue tre stili: Umile, Medio, Sublime.

Le Opere Politiche.

Nel 54 a.C. Cicerone, in una situazione politica convulsa, dominata dalla illegalità e ai limiti dell’anarchia (in quell’anno non fu possibile neppure tenere le elezioni consolari per l’anno successivo), si dedicò a un’opera vasta e ambiziosa di Filosofia Politica, riflettendo sui problemi che gli stavano più a cuore:

  • l’organizzazione dello Stato,
  • la migliore forma di governo,
  • le istituzioni politiche romane,

che sono raccolti nel De Republica, dialogo filosofico in 6 libri, ispirato a “La Repubblica” di Platone. Protagonista del dialogo è Scipione Emiliano, l’uomo politico romano più ammirato da Cicerone, sul quale egli proiettò spesso i propri ideali e le proprie aspirazioni:

I Libro: definizione di Stato (“Res Publica”) e quali sono le tre forme di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia) e le possibili loro degenerazioni (tirannide, oligarchia, demagogia). È anche esaltazione della Costituzione Mista.

II Libro: delineazione dell’origine e degli sviluppi dello Stato romano.

III Libro: tratta della virtù politica per eccellenza: la Giustizia.

IV-V Libro: quasi interamente perduti.

VI Libro: è conservata solo la parte finale detta “Somnium Scipionis” (il sogno di Scipione) in cui è raccontato un sogno da lui fatto, vent’anni addietro, durante la terza guerra punica.

L’altro trattato di politica di Cicerone è:

De Legibus (le leggi): Scritto negli anni 52-51: sarebbe dovuto essere un completamento del De Republica, i cui interlocutori sono Cicerone, suo fratello Quinto e l’amico Attico.

Ai due trattati precedenti Cicerone affiancò il:

De Officiis: trattato filosofico con forti implicazioni politiche in cui egli difese la “Res Publica” oligarchica.

Le Opere Filosofiche.

Cicerone si era interessato e appassionato alla filosofia fin dall’adolescenza. Aveva studiato presso i maggiori filosofi delle varie scuole sia a Roma, sia in Grecia, sia in Asia Minore.

Tuttavia, egli si dedicò alla stesura di opere filosofiche solo negli ultimi anni della sua vita, quando fu costretto dalle vicende politiche a ritirarsi quasi completamente dalla scena pubblica.

Le opere propriamente filosofiche risalgono tutte agli anni 45 e 44 a.C. e vengono composte con una rapidità sorprendente, se si pensa al loro numero e alla mole di alcune di esse.

Un forte stimolo per la loro stesura gli venne dalla morte della figlia Tullia – febbraio 45 – che lo gettò in uno stato di depressione e di prostrazione profonde da cui si sforzò di risollevarsi con lo studio e la riflessione sui grandi problemi dell’esistenza, particolarmente sul Dolore e sulla Morte.

  •       Consolatio (Consolazio): rivolta a se stesso per combattere l’afflizione e dimostrare che la morte non è un male.
  •       Hortensius (dal nome del protagonista): una esortazione alla filosofia.
  •       Academici sott. Libri: discute se sia possibile, per l’uomo, raggiungere la verità e sostiene che non esiste un criterio oggettivo assoluto per distinguere il vero dal falso (= probabilismo).
  •       De Finibus Bonorum et Malorum (I termini estremi del bene e del male): tratta di quale sia lo scopo supremo a cui l’uomo deve tendere e che costituisce per lui il sommo bene, capace di dargli la felicità.
  •       Tusculanae Disputationes: tratta della felicità e degli ostacoli che si frappongono al suo raggiungimento.
  •       De Natura Deorum (La Natura degli Dei).

N.B.: Molte delle opere filosofiche di Cicerone hanno carattere “dossografico”, cioè sono una rassegna di opinioni su determinati argomenti e problemi. Questo modo di procedere non risponde soltanto all’esigenza divulgativa dell’autore circa le diverse posizioni assunte dalle varie scuole sui medesimi problemi, ma si spiega anche con l’intento di spiegare una sintesi critica dei risultati ai quali il pensiero ellenico era pervenuto attraverso secoli di dibattiti e di approfondimenti. Dalla discussione e dal confronto fra le differenti dottrine scaturiscono le conclusioni fatte proprie di volta in volta dall’autore, che tuttavia non di rado le presenta e le propone come provvisorie e problematiche.

N.B.: Lo stile di Cicerone filosofo è diverso da quello di Cicerone oratore: egli crea il lessico filosofico latino nel quale include nuove accezioni specificatamente filosofiche.

Gli Epistolari.

Di Cicerone si è conservato un imponente “Corpus” di Epistole, comprendente in totale 864 lettere suddivise in 4 raccolte:

  1.       16 Libri di Epistulae ad Atticum,
  2.       16 Libri di Epistulae ad familiares,
  3.       3 Libri di Epistulae ad Quintum fratrem.
  4.       2 Libri di Epistulae ad Marcum Brutum (l’uccisore di Cesare).

Gli Epistolari furono pubblicati postumi e sono una miniera di notizie di carattere storico e antiquario, utili per comprendere la sua personalità intellettuale, culturale e artistica. Sono un testo linguisticamente e letterariamente importantissimo.

N.B.: Non tutte le lettere sono da considerarsi scrittura essenzialmente privata, perché alcune furono lettere pubbliche e aperte, scritte per essere divulgate, cioè riprodotte in più copie e fatte pervenire a più persone.

N.B.: Le più intime e più sincere sono quelle indirizzate ad Attico. Qui la confidenza piena e la fiducia totale fanno cadere ogni schermo e ogni maschera, per svelare l’uomo nelle sue reazioni più genuine e nei suoi sfoghi più sinceri.

N.B.: Le lettere sono anche un importante documento linguistico: linguaggio colloquiale elegante proprio dei Romani appartenenti ai ceti più elevati.

Le Opere Poetiche.

Cicerone fu anche autore di numerose Opere in Versi, che gli antichi non giudicarono all’altezza del suo valore e della sua fama di prosatore e che, per questo motivo, non ci sono state tramandate. Ne rimangono Frammenti, parecchi dei quali sono citati dall’autore stesso, per lo più nelle opere filosofiche:

  • 2 Operette in età giovanile,
  • Traduzione del fortunato poema didascalico in esametri, i Fenomeni di Arato (greco):

Sono opere di Poesia Dotta, di stampo ellenistico, cioè di quella poesia che andò affermandosi a Roma nel 1° secolo a.C. a opera dei “Poetae Novi”; anche se, più tardi, Cicerone criticò severamente i neoteroi (dal greco “poeti nuovi”, noti anche come poetae novi; furono un gruppo di poeti romani del I secolo a.C. che innovarono la letteratura latina, distaccandosi dall’epica tradizionale. Influenzati dal modello alessandrino, in particolare da Callimaco, promossero una poesia breve – nugae -, elegante, raffinata e dotta, con al centro sentimenti personali e miti rari) che avevano adottato senza riserve le poetiche, i modi e gli stili della poesia alessandrina, e che furono denominati proprio da Cicerone, ironicamente e sprezzantemente, “Neoteroi, Poetae Novi” o anche “Cantores Euphorionis”, cioè “ripetitori pedissequi imitatori di Euforione” (astruso poeta greco del III secolo a.C.).

Cicerone scrisse anche dei Poemi epico-storici:

Marius: dedicato alle gesta del suo grande concittadino Gaio Mario (anch’egli di Arpino), morto quando Cicerone aveva 20 anni.

Immagine di Copertina tratta da Antica Libreria.

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