Analisi e studio su
Alberto Oliverio
BIOLOGIA E FILOSOFIA DELLA MENTE
Roma-Bari, Gius. Laterza & Figli, 1995
Meccanismi cerebrali, significati mentali
È la mente a guidare il cervello e la mente è altra cosa dai neuroni e dalle fibre nervose che formano i complessi labirinti cerebrali.
Non siamo assolutamente convinti che i nostri sentimenti per la persona amata o le nostre ambizioni, desideri, visioni del mondo siano dei meccanismi del cervello. Riteniamo infatti che essi appartengano alla mente, così come reputiamo che attraverso essa noi siamo consapevoli delle cose che ci circondano, sperimentiamo sentimenti, emozioni, desideri, siamo capaci di prestare attenzione, decidere, perseguire i nostri scopi.
Sin dall’antichità una forte corrente del pensiero filosofico e il senso comune hanno ritenuto che mente e cervello fossero due entità distinte, pur ammettendo che potessero influenzarsi e interagire in qualche modo.
Sembra persistere un contrasto tra il mondo dell’oggettività e quello della soggettività, quello dei meccanismi e quello dei significati: da un lato vi è lo scienziato che descrive un aspetto del comportamento in termini di meccanismi nervosi coinvolti nelle motivazioni e nell’emotività; dall’altro esiste l’Io che sente che il suo desiderio significa complessi turbamenti, passioni, fantasticherie che affondano le loro radici in precedenti esperienze e desideri, evocando una dimensione conscia ma anche inconscia.
Da un lato, quindi, vi sono le neuroscienze che tendono ad accertare la realtà naturale del cervello e, dall’altro, la filosofia, oltre alla tradizione psicoanalitica, impegnate a capire, a comprendere i significati, palesi o reconditi che essi siano.
Certamente nel passato è stata minimizzata una dimensione che è fondamentale nelle scienze dell’uomo, quella di tipo storico-temporale. Oggi, però, questa dicotomia è in gran parte superata. Tutte le scienze, infatti, da quelle umane a quelle naturali, possono essere inquadrate lungo una sorta di ideali tappe successive che contemplano diversi livelli di certezza e che lasciano più o meno spazio a un’importante dimensione, il tempo.
La vita umana assume un suo significato nel momento in cui è esaminata, ricordata, assimilata, ricostruita; è infatti la reminiscenza a dare corpo all’identità individuale e a delineare il “sé”.
Alle origini del problema mente-cervello
I parameci sono organismi costituiti da un’unica cellula. Queste cellule appaiono circondate da una serie di corte ciglia vibranti che consentono loro di spostarsi rapidamente nell’acqua. Sono in grado di compiere scelte tra alimenti più o meno appropriati. Possono anche sottrarsi a situazioni potenzialmente negative per la loro sopravvivenza.
Le scelte e le “decisioni” dei parameci sono legate al fatto che la membrana che li avvolge e separa dal mondo esterno è tappezzata da una molteplicità di recettori. Questi organismi “imparano”, possono smettere di rispondere a uno stimolo ripetitivo, riconoscendolo a distanza di tempo: attraverso modifiche nel fitto reticolo delle molecole proteiche che formano il loro “corpo”, si stabiliscono forme elementari di memoria e di apprendimenti. Che cosa ci impedisce di affermare che i parameci abbiano una mente che guida il corpo da una qualche sede a esso interna o esterna? Che cosa ci impedisce di affermare che essi abbiano delle intenzioni e degli scopi, nel momento in cui questi microrganismi si dirigono verso un oggetto preferito o si allontanano da uno potenzialmente dannoso?
Formati da una sola cellula, i protozoi non hanno un sistema nervoso cui attribuire alcune delle proprietà che le spiegazioni materialistiche della mente, e in particolare la dottrina dell’identità, utilizzano per indicare che il cervello è il “generatore” della mente: eppure alcuni dei loro comportamenti dimostrano analogie con quelle attività mentali che sarebbero causate da stati, eventi e processi nervosi.
Visioni del mondo
Nel corso dei secoli, da un lato si è guardato al cervello come a un rivelatore della mente, un dispositivo in grado di connettere l’esistenza di un uomo con la sua esperienza soggettiva o meglio con la sua realtà spirituale; la mente e la coscienza del sé venivano assimilate all’anima.
In contrasto con le ipotesi spiritualiste, i sostenitori di un approccio naturalista hanno invece guardato al cervello come a un sistema formato da un insieme di micro-organi specializzati, ognuno di essi responsabile di sensazioni, movimenti volontari, motivazioni, memorie, idee. Gruppi particolari di cellule nervose, disposti in particolari strutture cerebrali, sarebbero responsabili della produzione di speciali stati mentali e le funzioni mentali sarebbero delle proprietà elementari primarie, delle “capacità” del cervello: le funzioni mentali superiori emergerebbero grazie alle associazioni tra le diverse singole capacità.
La meccanica del cervello
Il tentativo di ridurre le singole funzioni mentali a singole strutture cerebrali ha una storia antica e risale agli studi dello studioso viennese Franz Joseph Gall e della scuola dei frenologi che a cavallo tra il 700 e l’800 tentarono di localizzare nel cervello una serie di categorie psicologiche. Le teorie di Gall suscitarono l’opposizione di quanti, come il suo antagonista francese Jean-Pierre Flourens, ritenevano che esse minassero alcuni irrinunciabili fondamenti dell’essenza umana, un’anima unitaria, la sua immortalità e il libero arbitrio.
Intorno al 1860 le concezioni olistiche entrarono in crisi a seguito delle osservazioni cliniche condotte dal celebre neuroanatomista e antropologo francese Paul Broca, in favore di una stretta localizzazione delle funzioni cerebrali. La scoperta di Broca sosteneva che le funzioni cerebrali fossero localizzate in una specifica sede della corteccia o del cervello.
Wernicke sostenne che non esistevano tanto aree in cui fossero localizzate delle facoltà mentali, come implicava la vecchia frenologia di Gall, quanto aree specifiche in cui venivano codificate delle memorie, cioè esperienze senso-motorie “di base”: queste, interagendo e ricombinandosi fra di loro, avrebbero dato luogo alle esperienze complesse della mente e della coscienza umana.
Mentre i vecchi frenologi privilegiavano le categorie psicologiche (volontà, amore, memoria) e le localizzavano nel cervello, il neurologo tedesco indicava invece come fossero i processi senso-motori a essere localizzati nell’ambito della corteccia: perciò le memorie di sensazioni specifiche, come quelle legate ai suoni del linguaggio, dovevano essere localizzate in aree specifiche, così come quelle in cui erano localizzate le memorie motorie responsabili dell’articolazione del linguaggio. Le concezioni di Wernicke si ispiravano a quelle degli empiristi inglesi (John Locke, David Hume, James Mill, Alexander Bain) secondo i quali il pensiero dipende da associazioni tra le esperienze sensoriali e le risposte motorie. Si trattava di seguire, sosteneva Wernicke, i modi, le vie e le sedi attraverso cui (o in cui) si formavano le associazioni.
Le teorie formulate da Wernicke per spiegare la localizzazione del linguaggio e la formazione di associazioni tra sensazioni e motricità (le memorie motorie e procedurali) trovarono conferme in altre ricerche, come quelle condotte da Gustav Fritsch e da Eduard Hitzig, che indicavano come vi fossero delle ben precise sedi cerebrali responsabili del movimento e delle sensazioni.
Nel corso degli ultimi anni lo sviluppo di tecniche per lo studio del cervello ha consentito di individuare le sedi di svariati processi psicologici: il cervello appare frammentato in una serie ci centri ed aree della corteccia responsabili di “funzioni” che vanno dalla motricità alle sensazioni, dal linguaggio all’attenzione, dal sonno ad alcuni aspetti dell’emozione.
Un cervello plastico
È falsificante affermare che una funzione è localizzata in una particolare struttura e che dipende esclusivamente da quell’area della corteccia o da quel nucleo sottocorticale. Oggi sta lentamente tramontando una concezione dei rapporti tra mente e cervello basata sulla coincidenza di una funzione mentale con i ‘micro-organi’ specializzati: i processi mentali vengono invece considerati come complesse attività di analisi dell’informazione, in grado di riflettere la realtà. Nell’ambito dell’attività mentale le singole informazioni vengono collegate tra di loro e combinate per costruire progetti o programmi comportamentali che aderiscono a scopi: ogni funzione del cervello umano, dalla percezione alle stesse emozioni, rappresenta una sorta di attività funzionale che riflette il mondo esterno attraverso una continua analisi e riaggiornamento dell’informazione.
Questa concezione dei rapporti mente-cervello va al di là della classica opposizione tra mentalismo e naturalismo in quanto ha una dimensione che non si limita a ridurre la mente alla sommatoria dei meccanismi cerebrali responsabili di elementari funzioni mentali.
Il significato dei sensi
Tutti gli input, ossia le informazioni sensoriali che arrivano al cervello pervengono direttamente alla formazione reticolare e al talamo, situato al di sotto della corteccia, nella profondità dell’encefalo. Sono questi nuclei che determinano gi ‘stati di attivazione’ della corteccia, cioè uno stato di maggiore o minore attenzione come avviene negli stati di sonnolenza o in quelli di vigilanza (quando i nuclei agiscono sulla corteccia) o che invece possono chiudere o aprire dei canali preferenziali per un tipo di input in seguito alla nostra decisione di prestare attenzione selettivamente (in questo caso è la corteccia ad agire su di loro).
Immagine di Copertina tratta da MIA.

