Individentità
Parte II di 2
Il percorso preconizzato da Stern, nella formazione di un Sé soggettivo, si snoderebbe nell’evoluzione di un Sé attraverso quattro periodi sensibili evolutivi che egli definisce: un Sé emergente (nei primi due mesi di vita del bambino), un Sé nucleare (dal secondo al sesto mese), un Sé soggettivo (dai 7 ai 15 mesi) e un Sé verbale (tra i 15-18-30 mesi). Tutta questa dinamica trasformativa condurrebbe alla futura identità del bambino.
Stern pone all’epoca del senso di un Sé emergente l’inizio della vita mentale, alla base della quale starebbe un’esperienza soggettiva precoce fatta di sensazioni, di percezioni, di azioni, di cognizioni, di stati motivazionali interni, di stati di coscienza. Questi ultimi non trovano ancora posto nella mente del bambino, ma vengono espressi direttamente come intensità, forme, schemi temporali, affetti vitali, categorie affettive e toni edonici.
Il senso di un Sé nucleare appare allorché il Sé del bambino si trovi di fronte all’altro da sé e si compone di quattro fondamentali esperienze del Sé, di tipo fusionale: il Sé agente, il Sé dotato di coesione, il Sé affettivo e il Sé storico ossia la memoria.
Attorno all’età di 7-9 mesi si presenta il senso di un Sé oggettivo. Affiorano i primi stati mentali: la partecipazione dell’attenzione, delle intenzioni e degli stati affettivi; infine, l’intenzione di comunicare allorché emerge la coscienza, che non è ancora consapevolezza. Teniamo conto del fatto che nei primi periodi dell’esistenza, come asserisce Edith Jacobson nel suo lavoro Il Sé e il mondo oggettuale (G. Martinelli Editore, Firenze 1974), “l’espressione predominante della vita emozionale e fantastica del bambino è ancora «psicofisiologica»”. Notiamo ancora, con E. Jacobson, che “i nuclei delle prime immagini infantili di Sé sono tracce mnestiche di sensazioni piacevoli o spiacevoli”. L’autrice sostiene che un’immagine realistica del Sé sia lo specchio dello “stato e delle caratteristiche, delle potenzialità e delle abilità, della situazione e dei limiti del nostro Sé corporeo e mentale.
Nel rapporto con l’altro, il bambino entra in quella situazione psicologica che Stern chiama “simbolizzazione” e che serve per la messa in comunicazione interpersonale e a partecipare all’esperienza di altri soggetti. È il momento di una relazionalità emergente che si esprime grazie all’attivarsi di numerose funzioni mentali: memoria, percezione, rappresentazione amodale dello stimolo, identificazione delle costanti. – (da una pagina Web: La rappresentazione amodale dello stimolo è l’ipotesi che la conoscenza venga immagazzinata e manipolata nella mente attraverso un formato simbolico indipendente dai singoli sensi, simile al linguaggio. Invece di basarsi su rappresentazioni sensoriali specifiche – come immagini visive o suoni – la mente trasformerebbe le informazioni derivate dai sensi in un formato astratto e simbolico, che poi verrebbe elaborato da processi logici e computazionali. Questa teoria, proposta da Jerry Fodor, distingue il pensiero dagli specifici meccanismi sensoriali).
Emerge infine il senso di un Sé verbale, nel momento in cui il bambino riesce a fare del proprio Sé un oggetto di riflessione e si avvia a impegnarsi in azioni simboliche come il gioco e l’acquisizione del linguaggio. In questa ottica si formerebbe una consapevolezza del Sé nei termini di un’entità differenziata e nello stesso tempo organizzata, dotata di continuità e direzione, ricca di “capacità di restare la stessa mentre cambia”.
Ricorda ancora, E. Jacobson, che il senso di identità, valutato come consapevolezza e sentimento di sé, si trova in relazione con la “costituzione delle immagini di Sé, corporee e mentali”. Così per Erik Erikson (1902-1994) il quale colloca la formazione dell’identità nella luce di uno sviluppo che non conosce soluzioni di continuità per tutto il corso dell’esistenza individuale. Erikson chiama in campo l’identificazione con individui del passato e ne colloca la formazione nel punto in cui termina l’utilità dell’identificazione.
Jacobson precisa, per conto suo, la definizione di identità nei termini di un processo capace di costruire la preservazione dell’intera organizzazione psichica. La formazione dell’identità personale risalirebbe, a quanto sostengono Lichtenstein, Eissler ed Erikson, al modo in cui si è strutturato il rapporto fra la madre e il bambino, fin dal momento della nascita. Al contrario degli animali che godono di un’identità adattiva, preformata, garantita dagli automatismi istintivi, l’essere umano gode di un’esistenza storica alla quale si attaglia un’identità auto-formata.
Nelle prime fasi dell’esistenza, a contatto con persone e oggetti del mondo esterno, il bambino crea all’interno della propria mente alcune immagini fantasticate del Sé; a poco a poco riesce a distinguere tali immagini da più realistiche rappresentazioni del Sé: si tratta di un passaggio importante per lo sviluppo del sentimento di identità. È all’incirca fra i due e i due anni e mezzo che il bambino, grazie al naturale processo di maturazione dell’Io, inizia a scoprire la propria identità. Si tratta di uno dei tanti passaggi critici delicati, allorché si stanno preparando fondamentali cambiamenti nei rapporti che si erano precocemente stabiliti fra il bambino e i suoi primi oggetti d’amore, prioritariamente la madre con la quale il bambino aveva promosso le prime identificazioni.
Sono comunque momenti di dura lotta quelli che il bambino è chiamato ad affrontare. Le giornate per lui non sono sempre del tutto sorridenti: recano assai spesso situazioni di frustrazione, di delusione, di fallimento e innescano pulsioni di invidia, di rivalità, di competizione. In tutto questo marasma, infine, il bambino arriva a comprendere quale differenza corra fra le immagini di desideri formatesi nella sua economia mentale, le immagini di realtà, che vanno acquistando via via significati più concreti e la stessa immagine di Sé.
Spinte compresenti di amore e di ostilità appartenenti a Sé concorrono, in questa fase evolutiva, a imprimere un auspicabile sano sviluppo al sentimento di identità del bambino. A questo punto è la relazione stabilitasi fra madre e bambino a costituirsi come primo impulso per la formazione dell’identità.
Quando il bambino perviene alla scoperta della propria identità, diviene anche capace di abbandonare l’istanza delle prime fusioni e identificazioni intrapsichiche con i propri oggetti d’amore ed entra in uno stadio di vere relazioni oggettuali. Le identificazioni, perché possano effettivamente assumere la forma di componenti dell’Io infantile, devono soprattutto essere durevoli, selettive e coerenti, tali da incoraggiare il processo di formazione dell’identità e da creare nel bambino la consapevolezza di possedere un Sé coerente, dotato di continuità e capace di rimanere il medesimo anche di fronte ai cambiamenti sopravvenuti.
Credo di essermi dilungato a sufficienza, forse anche troppo, nel tentativo di comporre un’immagine abbastanza chiara di che cosa si possa intendere quando si parla di identità, allorché nel merito dell’individualità ho contenuto l’argomentazione in poche righe. Ma ci sono dei motivi, e ne vedremo il sorgere da un confronto fra i due termini condensati nel titolo.
Individualità è una dimensione esistenziale individuale che vale per l’intero corso della vita di ciascuno di noi, è come legata soprattutto al corpo fisico, dopo che si dice di aver riconosciuto una persona avendola individuata scorrendone le immagini riprodotte. L’accenno è per un requisito anche piuttosto effimero, dunque, passeggero, episodico, destinato ad affievolirsi con il volgere del tempo e a svanire nel ricordo sempre più sottile di chi non c’è più. Se ne va, per così dire, con il suo referente, ne rimarranno forse soltanto alcuni indizi in riproduzioni tecnologiche e in memorie scritte a ricordo. Ognuno di noi, invero, porta con sé la propria individualità che lo seguirà fino al termine dei suoi giorni. Il concetto di individualità, per concludere, destinato a svanire.
Per certi versi, come è possibile dedurre dalle osservazioni che precedono, il termine “identità” presenta alcune affinità con la sua compagna di questo viaggio terminologico. Intanto, il riferimento è per uno stesso soggetto che si veste sia di individualità sia di identità allo stesso tempo. La peculiarità e la indistinguibilità di queste due istanze pongono in risalto una qualcosa che si erge sopra la totalità e non si confonde con alcun altro dei suoi componenti. Tuttavia, mentre l’individualità appare come l’opera di un artista che con i colori della propria tavolozza ha saputo dare vita a una fisionomia di tutta distinzione, curandone l’aspetto esteriore, i particolari e l’estetica, per l’identità accade qualcosa di più profondo nei valori della persona.
L’individualità è data e acquisita per necessità materiale, l’identità va oltre, ne penetra l’essenza e si pone a intessere una rete di valori personali dei quali l’individualità potrà avvalersi nel costruire rapporti con il mondo e con i propri simili. In altri termini l’individualità si limita a cogliere l’aspetto esteriore, soprattutto, di una persona, mentre l’Identità si volge all’interiorità della stessa.
Ho disquisito in parte anche sul Sé, sull’Io di cui un soggetto si riveste ovvero sull’essere egli stesso così com’è realmente. Con ciò mi sono inoltrato in una sfera ineffabile contrassegnata da energie e direzioni intrapsichiche difficili a immaginarsi. Per meglio dire, mentre sull’individuo non vado oltre le considerazioni portate nel contesto del corporeo, con l’identità mi introduco nella sfera dello psicologico, quella proprio che pone seri ostacoli a lasciarsi leggere. E qui penso a una probabile dualità della natura umana: quella terrena, concreta, esperibile, nelle mani del destino adibito a porre determinati limiti di percorso; e quella psicologica, che vorrei assimilare a una esistenza vicina allo spirituale, iniziata formalmente, ma senza che l’attenda un esaurimento nel tempo.
L’identità dell’Io si forma sia per un processo naturale sia per l’apporto di conoscenze, competenze, valori affettivi nei rapporti con gli altri, in primo luogo, come ribadito, con figure genitoriali e con altre della costellazione familiare. Ma poi, con le spinte evolutive proprie di ciascun individuo, saranno via via il bambino stesso, il fanciullo, poi l’adolescente e l’adulto a concorrere in prima persona nel forgiare il proprio Io con l’esperienza, con la cultura, con lo studio, con la riflessività, sino a dare un volto al proprio Sé inconfondibile per la strutturazione di un’identità altrettanto intima e riconoscibile.
Ora il mio pensare vola, perché ha accordato la propria scelta a una direzione impalpabile che mi potrebbe condurre in lande sconosciute e pressoché insondabili. Restiamo allora all’abbinamento posto, con i due referenti che si incrociano e si in contrano nel corso della vita soggettiva: l’individualità-corpo e l’identità-spirito, così nella mia personale definizione.
Qui apro una parentesi, perché parlare di “spirito” nel corso di queste disquisizioni può mostrarsi fuori luogo, dato che si ricorre a un termine i cui aspetti non cadono sotto i nostri sensi. Tuttavia, per mettere le cose in chiaro, dirò che penso di poter immaginare di credere nella continuità dell’esistenza, anche dopo la morte fisica.
Ed eccomi impelagato in un altro termine contraddittorio. Dire “credere” è sicuramente una parola grossa, portatrice di un’espressione di sicurezza in una fonte rivelatrice inequivocabile. Gli uomini hanno, si può dire da sempre, scoperto immaginificamente tale fonte nella persona di esseri autorevoli, sedicenti “ispirati” dall’Alto. Se vogliamo dare credito a questa versione dei fatti, allora sono di casa le religioni nell’indicarci la via da seguire. Personalmente mi vado a collocare in una posizione antitetica che mi suggerisce: gli uomini restano uomini, per quanto le apparenze vogliano circondarli di presunta santità, e il contatto che vorrebbero dichiarare di avere con la Divinità si limita a un dettato astratto che non si adatta alla convinzione di una moltitudine di persone. Restano dunque uomini, miseri mortali come tutti, con il grave bagaglio di miserie e meschinità che non risparmiano alcuno fra i figli della Terra. Credere in qualcosa che trascende l’umana natura, ma che i miei sensi non percepiscono, neppure parzialmente o indirettamente, mi pare come il canovaccio di una bella favola, tale quale si può riscontrare nei testi sacri, vedi in primis la Bibbia veterotestamentaria.
Più che credere, per precisare, penso allora di poter sperare di immaginare di volgermi a una realtà parallela a quella usuale di questo nostro mondo, fra le molte realtà parallele possibili. Speranza, dunque, non certezza assoluta né dogmatica, ma moto di ricerca verso qualcosa che non conosco, che mi sfugge e che, nonostante ciò, esercita su di me un’attrazione irresistibile.
Infine, mi pare di poter avallare quella tesi che presuppone, insieme e oltre la figura corporea dell’uomo, un’entità che possiamo benissimo definire “spirito” o “anima”. Io penso che chi dà corso a queste mie osservazioni non sia il mio cervello in esclusiva, ma qualcosa di me che degli organi neuronali si avvale per esprimere, per comunicare, per farsi capire. Una parte di me, vorrei dire, la più importante, l’essenziale ossia il mio Io che ha trovato dimora in un complesso organico partecipe delle avventure e delle sventure che su questo nostro Pianeta segnano una propria storia evolutiva.
Potrei anche azzardare un’ipotesi, quella dell’immortalità di quello Spirito individuale che consente al soggetto di divenire consapevole del proprio Sé e di rispecchiarsi con certezza assoluta nel pronunciare la parola “Io”. Sto facendo un riferimento ipotetico a uno spirito o anima che abita l’organismo corporeo soltanto temporaneamente e occasionalmente, restando peraltro vincolato a una natura di altra dimensione, incoglibile perché inconcepibile, senza principio e senza fine.
Bene, forse non volevo ancora arrivarci, ma mi senso costretto a disporre sulla scena un altro concetto inarrivabile: l’eternità. Gli spiriti, le anime, i moti affettivi, forse l’Universo intero, gli ammassi di Universi godono di un’esistenza ciclica che si sviluppa, ritorna e si ripete senza sosta nell’infinito di un vuoto cosmico denso di possibilità. Asserisco questa visione del tutto, ben sapendo della follia che accompagna la pretesa di voler capire. Noi umani, che siamo avvezzi a vedere in tutte le cose un principio, uno svolgimento e una conclusione, perché immersi nella realtà ordinata dalle categorie si spazio, di tempo e di causalità, non possiamo certo voler capire, neppure immaginarci, una realtà che si estende al di fuori di queste categorie.
Ora, avvertendo la necessità di riprendere il discorso di fondo, mi riporto a quel concetto di identità che ho lasciato un po’ in sospeso. Non ho alcuna difficoltà ad accostare l’identità personale a quell’essenza spirituale di cui ho parlato fin qui. Dirò anche, per non trascurate del tutto il primo termine del binomio in titolo, che l’individualità è un criterio del nostro essere ontologico che ci casca, per così dire, addosso. Nonostante tutte le nostre mosse per cercare di apparire, gli altri ci definiscono come quell’individuo che è così e cosà, conoscibile per i suoi requisiti inconfondibili.
Siamo fatti così, ciascuno di noi, nel modo che ci spetta e siamo riconosciuti dagli altri per le qualità che ci contraddistinguono: Statura, capelli, colorito, mimica, portamento, espressività, interessi, socializzazione, abitudini, rapporti umani, cultura e molto altro ancora.
L’identità può avere diritto di asilo nel novero di questi requisiti, ma il tragitto che percorre si snoda nella maggioranza delle situazioni su un piano differente. L’identità si viene formando, all’interno della sfera individuale, per il concorso di atti volitivi e di rapporti etero-promossi; vale a dire che alla sua imposizione e alla sua crescita concorrono sia fattori interni alla personalità soggettiva sia componenti esterne provenienti dal sociale, dagli stati educativi, dall’instaurazione di rapporti con altre persone, a partire dalla posizione diadica madre-bambino già attiva nelle prime fasi dell’esistenza, cruciale per i successivi atti di formazione dell’identità personale.
In questo processo evolutivo entrano di fatto, in prima istanza, la volontà e la determinazione del bambino in crescita, così che si può affermare il verificarsi di un atteggiamento costruttivo dell’identità soggettiva, in quanto il suo decorso può essere guidato e diretto dal soggetto stesso. In questo senso l’identità viene costruita; meglio ancora, è il bambino stesso che si fa co-costruttore della propria identità, interagendo con altri attori del suo ambito. Non per nulla poco fa ho usato l’affermazione “L’identità si viene formando” e non per nulla la più volte citata E. Jacobson, nel cercare di definire l’identità, si riferisce al “costruire la preservazione dell’intera organizzazione psichica”, come se noi andassimo, di giorno in giorno, con la nostra esperienza e con il nostro comportamento fattuale e cognitivo, ad aggiungere parte su parte per edificare una identità, che sarà la nostra identità. Con ciò, vorrei sperare, all’estinzione del corpo rimarrebbe quell’identità che il soggetto è riuscito a costruire in vita, un’identità che non si riduce a semplice memoria di qualcosa che non c’è più, ma che continua la propria esistenza arricchita sull’onda di un’avventura infinita.
Più realisticamente mi viene da pensare: se non fosse così, se tutto finisse e sprofondasse con la morte del corpo nel buio di un vuoto divoratore, dove anche la nostra consapevolezza di esserci seguisse un destino di spegnimento estremo, allora, mi chiedo, a che sarebbe servito l’essere nati, l’aver vissuto un determinato periodo storico, fra poche gioie e molti affanni, se poi ci si apre quell’oscuro baratro di leopardiana memoria, dove tutto ritorna a essere nulla?
La stessa vita vissuta, che abbiamo esperito e che non abbiamo richiesto a chicchessia, non sarebbe altro che una crudele beffa mossa da qualcuno che ha abusato di noi e della nostra identità costruita con sofferenza e privazioni.
Non riesco ad accettare un simile destino: venuto dal nulla, diventare nulla, sinonimo di follia eterna.
Preferisco pensare, immaginare ancora, che noi siamo qui e ora come attori e protagonisti di una scena infinitamente più ampia rispetto all’effimero corso della nostra vita individuale, all’interno della quale siamo chiamati da un dovere arcano a fare la nostra parte per raggiungere quella consapevolezza soggettiva acquisita nella costruzione della nostra identità, e con questo contribuire a completare una consapevolezza, senza limiti né confini, degli infiniti complessi di Universi esistenti, nella corsa comune verso uno scopo che scopriremo forse, ma che al momento ci sfugge terribilmente.
Quale valore può avere la nostra identità individuale? Semplicemente quello di costruire un piccolissimo spicchio di consapevolezza che concorrerà a completare un mosaico ineffabile. Uno spicchio così piccolo, racchiuso in uno spazio-tempo fugace come una scintilla. Ma se quello spicchio mancherà, dato il suo essere necessario nella scena globale, il mosaico non potrà raggiungere la propria completezza.
Immagine di Copertina tratta da Cybersecurity360.

