Individentità – Parte 1 di 2

Individentità

Parte I di 2

Inizio questa carrellata di pensieri miei in una grigia giornata di avanzata estate, mentre fuori piove e l’atmosfera intorno induce a elaborare qualche riflessione che spinge per mettersi in mostra.

Inizio, dunque, con il titolo sotto la specie di neologismo, non difficile a interpretarsi: lo stimolo a parlare della persona, nella sua duplice espressione di individualità e di identità. Non porto in campo due termini che si riferiscono a una situazione identica: in effetti il loro punto di approdo è la persona, ma essi vi arrivano come fanno due affluenti nel momento di unirsi a formare un unico corso fluviale. In realtà corrono non poche distinzioni fra ciò che si può intendere parlando di individualità e ciò che attiene alla sua consorte, l’identità, ed è qui che desidero soffermami per esporre alcune mie considerazioni del momento.

Partirò dall’individualità.

In forma lessicale si può banalmente definire l’individualità nei termini di una caratteristica o di un insieme di caratteristiche tali da rendere distinguibile un singolo dagli altri della sua specie. Si può altresì parlare di personalità, di carattere appartenente a un essere, di nota distintiva con riferimento all’individuo al quale effettivamente compete.

Dire identità, individualità, consapevolezza di sé è volersi riferire a tre termini utilizzabili per sondare il profondo mistero che sta alla base della domanda: “Chi sono io? Perché sono? Quale significato ha il mio esistere?”. Interrogativi del pensiero vecchi come il mondo, che da sempre hanno occupato le elucubrazioni mentali degli esseri raziocinanti.

Rimane sempre aperto il problema della consapevolezza, di come, del perché siamo consapevoli, di quale differenza si pone fra il tuo essere consapevole e il mio.

Andiamo allora agli albori dell’esistenza dell’individuo, alla sua nascita fisiologica dunque.

Siamo nelle prime fasi della formazione di una consapevolezza soggettiva attorno a una incipiente capacità di agire sul mondo, di modificare il contesto attraverso una semplice emissione sonora. Il bambino si rende conto di aver conseguito uno scopo, non di genere comunicativo-concettuale, ma investito di una valenza narcisistica, l’equivalente cioè dell’aver creato una situazione che di per sé, suscitando l’ammirazione dei grandi, produce immediato piacere e gratificazione. Il suo apparato psico-emozionale è programmato – userò, devo usare questo termine – a dare risposte siffatte alle modificazioni prodotte sull’ambiente circostante. Intimamente si agitano, nel profondo dell’apparato psico-affettivo del bambino, forti bisogni di vedere rispecchiato il proprio modo di essere, il proprio esistere nell’immagine, quale essa sia, che gli viene restituita dagli adulti. In sostanza è come se vedesse che un proprio fondamentale desiderio ha avuto piena soddisfazione. Certo non fa tutto questo ragionamento analitico, ma ne assapora il precipitato, che è sensazione pura. Con il provare e riprovare, il bambino non può fare a meno di avvedersi che certi segnali vocali si legano a distinti significati e inducono determinate risposte. Gli si apre la possibilità di scegliere fra una gamma di alternative che si presentano come altrettanti modi e mezzi per raggiungere scopi di varia natura, ovviamente sempre legati alla soddisfazione del narcisismo primario. Come le aspettative e le intenzioni di primo grado erano rivolte all’ottenere gratificazioni attraverso la semplice azione, queste – che si potrebbero chiamare aspettative di secondo grado – sono indirizzate a comunicare per raggiungere il medesimo scopo attraverso l’azione e il segnale linguistico finalizzato. Si risveglia dunque una funzione di ordine cognitivo estremamente importante per il successivo sviluppo dell’apparato mentale e delle competenze sociali, cioè la comunicazione mediante il linguaggio.

Io vedrei volentieri il profilarsi di una gerarchia di consapevolezza. L’uomo, da un po’ di tempo, s’è dato affannosamente a cercare di costruire macchine capaci di simulare l’attività mentale, nell’ambizione remota di dare vita ad apparati simili a se stesso. Ha perfezionato generazioni di robot in questo senso. Ma, da che mi risulti, ancora non è stato in grado di attribuire ai propri robot stati intenzionali. Le sue creature automatizzate non possiedono convinzioni, desideri, intenzioni; non sanno immaginare o inferire che cosa si stia svolgendo in un preciso momento nella struttura elaborativa intima di un altro individuo; non possiedono, in sostanza, una “teoria” della mente. Nel programmare l’Intelligenza Artificiale, l’uomo non ha fatto altro che seguire e applicare istruzioni formali per la manipolazione di simboli formali. Viene da pensare: l’uomo può costruire una macchina intelligente, è vero, ma comunque sempre e soltanto una macchina dotata di un’intelligenza che non arriverà mai – questa è una mia congettura del momento – a eguagliare quella del suo creatore. E questo per propria natura, per funzionalità, per limiti consentiti all’espansione, per espressione di coscienza, per facoltà di arbitrio e decisionalità. Allora può trattarsi dell’esistenza di una gerarchia, ecco il punto. Posto che su una scala di trascendenza noi stessi vogliamo attribuire il nostro essere ora e qui a un creatore, noi, secondo la mia logica, non potremmo mai eguagliare l’intelligenza del nostro creatore, sebbene la nostra intelligenza si collochi a un livello qualitativamente e strutturalmente del tutto diverso da quella dei robot. E questo, anche, per una semplice derivazione dalle leggi dell’entropia: se A vuole trasmettere energia a B, sussistendo A esso deve detenere un’energia di potenza superiore. C’è dell’altro. Mi chiedo ancora: se gerarchia è, dove culmina questa gerarchia? E dove ha o ha avuto inizio? C’è un inizio? C’è stato? C’è un culmine? E oltre, prima, dopo, che cosa vi si trova? Ci sono un oltre-prima-dopo? È una regressione all’infinito oppure qualcosa come la spirale che si autoavvolge, il serpente mandalico che si morde la coda?

Un robot va incontro a usura; col tempo si logora e, quando non funziona più, va al macero. Anche i suoi programmi. Un disco rotto va a macero, con tutti i suoi solchi. Sto riprendendo una tematica già sollevata, dunque vado a interrogarmi: se il disco musicale viene distrutto, la musica che in partenza vi era incisa quale sorte seguirà? Rimarrà nella propria struttura e resisterà in qualche forma occulta? Dove? In quale sembianza? Avrà una forma? Oppure devo sottomettere la mia mente a prefigurarsi qualcosa trasformata in una semplice dimensione impercettibile che si attarda in attesa di un canale, di un veicolo appartenente a un’altra dimensione, con essa compatibile, per manifestarsi? E, dunque, perché non si dovrebbe concedere maggior credito alla precedente concezione circolare/spirale?

Questa considerazione mi riporta di getto ai concetti elaborati da Emanuele Severino attorno alla definizione di “identità” come sinonimo di “unità del tutto”, al significato di “molteplicità di identità” che, essendo identiche, si esprimono come un’unica identità, all’asserzione che ogni “essente” è eterno e, in quanto “essente finito”, è “il suo essere insieme all’altro” perché appartiene alla “struttura originaria della verità”.

Può essere interessante, a questo punto della disanima testé iniziata, portare l’attenzione su quanto sosteneva Leibniz (1646-1716) ossia all’essere stesso dell’individualità completamente e infinitamente determinato. Ma Leibniz guardava all’ individualità come a un punto di intersezione unico in una quantità infinita di determinazioni, ponendosi di fronte al pericolo che l’individuo si vada a situare in una zona nella quale la comprensione non può arrivare, dando luogo a una posizione di scetticismo, legato al pericolo dell’ineffabilità. A risolvere una situazione così complessa intervengono Dilthey (1833-1911) e Benedetto Croce (1866-1952). Il primo di questi due eminenti filosofi introduce il concetto di “esperienza vivente” nella sua funzione di organo fondamentale delle scienze dell’uomo, quando Croce, argomentando attorno alla didattica dei distinti, pone il primo piano l’“intuizione” ossia la conoscenza dell’individuale a cui seguirebbe la conoscenza dell’universale in quanto giudizio storico. In mancanza d questo passo ideale il giudizio decadrebbe a una vuota forma priva di contenuto. Per Kierkegaard (1813-1855), infine, è l’esistenza stessa a dichiararsi come individualità.

Spostandomi un po’ a lato da queste elucubrazioni così profonde e per certi versi inarrivabili, dirò con parole mie qualcosa attorno al concetto preso in esame. In ambito grammaticale lo stesso verbo “individuare” sta per l’attribuire a un soggetto caratteristiche tali per cui il medesimo possa distinguersi senza errore da tutti gli altri suoi consimili. Vedi, per esempio, l’uso delle impronte digitali, sempre dissimili da una persona all’altra, utili per l’individuazione dell’autore di un evento. Dirò così, l’individualità si manifesta come un abito appiccicato a una determinata persona, qualcosa che prende forma con essa, sfruttando le esperienze trascorse in vita, per tutto il tempo del percorso terreno. Un individuo porta con sé una serie di segni e segnali che ne indicano la veridicità. Alla nascita riceve un nome che verrà trascritto su una lunga serie di atti e di documenti. Qualora produca opere letterarie, filosofiche, scientifiche o dell’ingegno, le stesse saranno accompagnate dal suo nome in quanto composte individualmente da quell’indistinguibile autore. Anche alla sua morte, egli potrà essere individuato tra le corsie di un cimitero: il nome, le date del decorso terreno e la stessa riproduzione fotografica ci diranno di lui che è sicuramente la persona cercata e individuata.

Sicché, da quanto esposto fin qui, l’individualità rimane strettamente connessa alla persona che ne porta i requisiti, per tutto il suo ciclo esistenziale. Svanisce all’atto della morte dell’individuo, per rimanere presente, ancora, nelle fattezze sfumate di episodiche memorie storiche. Non più, tuttavia, dipenderà dalla percezione sensoriale di altri individui, ma soltanto continuerà a esistere nell’immaginazione. Con questo voglio dire che l’individualità è estinguibile o, se vogliamo ammetterne la specificazione, può continuare a vivere in una dimensione trasfigurata, fin tanto che qualcuno si degni di raccoglierne i residui mnestici fra i propri pensieri.

In quanto a noi, osservatori, possiamo cogliere i caratteri dell’individualità di alcuni viventi soltanto se ne siamo effettivamente in contatto esperibile. È sicuro che non potremo conoscere l’individualità, nei suoi aspetti peculiari ed esclusivi, dell’uomo di Similaun. Soltanto se abbiamo avuto esperienze condivise con una persona possiamo descriverne, parzialmente e quasi sempre approssimativamente, i caratteri individuali. Si dice talvolta: “Era una brava persona, colta, disponibile, se poteva prestare aiuto in caso di bisogno non si tirava certo indietro”. È quel che si esprime generalmente, di un tipo conosciuto e stimato, passato a miglior vita.

Dire “individuo” può avere anche il significato di parlare di uno che si distingue per la sua vanità nel mettersi in mostra o per l’aver assunto volontariamente un ruolo di primazia, come nel caso della difesa del branco dai predatori, messa in atto da uno o più individui delegati a segnalare il pericolo incombente. Essere individuo vuol dire anche godere della irripetibilità, dell’impossibilità di venire confuso con qualsiasi altro nello spazio e nel tempo, si trattasse pure di un gemello monozigote o di un perfetto sosia. Dunque, una sequenza: persona, individuo, esistenza terrena, dimensione spazio-temporale, campo di confronto e di analisi, destino passeggero, non sovrapponibilità, non ritorno.

Lascio un momento in parte l’approccio all’individualità e mi porto a prender e in esame quanto attiene al secondo termine del neologismo in titolo. Diciamo subito che fra i due possono presentarsi affinità e momenti di sovrapposizione; mi pare tuttavia interessante soffermarmi sull’intima natura dell’uno e dell’altro, per i motivi che di seguito incontreremo.

La versione comune usata per indicare che cosa si intende più precisamente quando si parla di “identità” non va molto lontano, a un primo esame, da quanto ho affermato per il termine gemello. Per l’occasione mi vado ad appoggiare a quanto si va definendo in ambito filosofico. Tanto per richiamare il già citato Leibniz, riporto la sua definizione: l’identità è la forma delle “verità di ragione”, così come la “ragione sufficiente” lo è per le “verità di fatto”. Altre fonti di stampo filosofico considerano l’identità alla stregua di una sorta di limite, il modello di ogni necessità e ogni procedimento razionale che si pone in qualità di identificazione del diverso. Devo confessare onestamente sto traendo le definizioni qui riprodotte dall’Enciclopedia Rizzoli-Larousse, edizione 1968, di cui mi avvalgo ancora per poco: così, come ho appena affermato, la pensano Meyerson (1859-1933) e Boutroux (1845-1921). Tornando a Leibniz e a Meyerson, apprendiamo che l’identità, oltre a presentarsi nella veste di principio logico-gnoseologico, va considerata nei limiti di un concetto metafisico, dove l’attenzione si volge alle metafisiche dell’immobilità.

Hegel (1770-1831), per parte sua, indica l’identità nei termini di una legge dell’intelletto astratto, tale da poter immobilizzare e mortificare la realtà che non “è”, ma “diviene”. Parlare di movimento, nell’ambito trattato, è l’equivalente del richiamare la negazione dell’identità, nel senso che ciò che diviene “è” e “non è” se stesso nel medesimo tempo.

Qui mi fermo e mi astengo dal continuare a citare passi di sofferta interpretazione, anche perché le dichiarazioni appena apportate mi spingono a spostarmi verso le ultime teorie della meccanica quantistica, là dove si argomenta sulla “sovrapposizione degli stati”, dove si afferma la possibilità che una particella del microcosmo possa trovarsi in due posti diversi contemporaneamente o possa spostarsi nel medesimo tempo in due direzioni diverse. Allora una sosta è d’obbligo, proprio perché la mia mente sta soffrendo al cospetto di enunciati che mi giungono per tutto contraddittori e dei quali non riesco a farmi una ragione plausibile.

Ho possibilità più garanti di successo se mi muovo in campo psicologico, e allora torno a volteggiare attorno a quel termine così profondamente dibattuto, “Identità”, che sollecita alquanto la mia curiosità, volta a sondarne i significati reconditi. Mi affido alla chiarezza espositiva di un valente conoscitore dei meandri profondi della vita umana, Daniel N. Stern il quale, nella sua opera Il mondo interpersonale del bambino (Bollati-Boringhieri, Torino, 1985-1987-1989), si avvale di una casistica concernente la formazione del Sé fin dalla più tenera età, e così, con un linguaggio più comprensibile, entriamo nel merito della formazione dell’identità soggettiva. Stern accolla a questa dinamica alcuni stati che sarebbero le fondamenta dell’esperienza soggettiva dello sviluppo sociale: il senso di essere soggetti agenti, il senso di coesione fisica, il senso di continuità, il senso dell’affettività, il senso di un Sé soggettivo, il senso di essere produttore di organizzazione, il senso di poter comunicare significati.

Immagine di Copertina tratta da CNBB.

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