Guardiamo in Alto

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Gli inizi.

Con l’espansione dell’Universo e con l’aumento del volume si ebbe contemporaneamente un incremento dell’energia del vuoto, la così detta “energia oscura”. Si valuta che la densità del contenuto di tutto l’Universo conosciuto sia per la maggior parte costituita da questa energia oscura. Quando noi, desiderosi di scoprire e di sapere, spingiamo il nostro sguardo negli spazi più profondi del cosmo, dobbiamo inevitabilmente accontentarci di scrutare soltanto il 4% di ciò che si presume esserci, perché il 23% è occupato da materia oscura, pertanto invisibile, mentre il restante 73% dovrebbe essere costituito da energia oscura, qualcosa che a tutt’oggi resta ancora avvolta nel mistero. Di essa sappiamo soltanto che dovrebbe essere una forza capace di esercitare un’azione repulsiva sulla materia, in senso contrario alla gravità nella quale siamo immersi per tutta la nostra esistenza. All’inizio eravamo così piccoli da poterci paragonare a un nulla se, appena trascorso il tempo che ci condusse all’era di Planck, cioè la frazione di un secondo diviso il numero formato da 1 seguito da 43 zeri, l’Universo intero doveva avere la dimensione appena pari a quella di un protone diviso 1 seguito da 20 zeri, per raggiungere la grandezza di una palla che sarebbe stata comodamente nel palmo di una mano dopo il tempo di un secondo diviso 1 seguito da 33 zeri. Stavamo però nel caldo, in una fornace da capogiro: qualcosa come quindici miliardi di gradi centigradi alla tenera età di un secondo del nostro Universo. Le cose andavano però pian piano normalizzandosi per noi, tanto che la temperatura, a causa dell’espansione dell’immenso ammasso cosmico, dopo 380.000 anni era scesa a 3.000/4.000 gradi. E fu proprio questo repentino abbassarsi della temperatura media a causare la rottura protratta di simmetrie in quella che era stata una bolla originaria di energia, con il conseguente avverarsi di sconvolgimenti che saranno responsabili dell’evoluzione e della futura struttura cosmica.

Si va supponendo che il cosmo deputato a ospitarci, dopo una prima gigantesca esplosione di luce, abbia attraversato un periodo di buio, come accade in certi spettacoli pirotecnici, per poi riaccendersi, forse cento milioni di anni dopo la nascita dell’Universo, in agglomerati enormi, ciascuno dei quali avrebbe potuto contenere cinquecento o più masse come quella del nostro sole. Poi anche questi giganti dello spazio, superato il periodo di crescita e di attività loro attribuito, sarebbero esplosi dando luogo a un’infinità di “supernovae”. Si sarebbero dunque formati agglomerati enormi che avrebbero preso la forma di primitive galassie. Queste ultime sarebbero apparse quando l’Universo compiva appena mezzo miliardo di anni.

Da come si stava comportando, l’Universo autorizzava a congetturare che il suo muoversi potesse essere rappresentato come un evento evolutivo. In certi punti il caos andava organizzandosi in sistemi dotati di un certo ordine e governati da una certa logica matematica. I grandi ammassi trasformavano la loro mole dando origine a stelle e a complessi stellari formati da nuovi elementi fisici, gli antesignani forse delle prime molecole organiche.

Il concetto di evoluzione apre un ulteriore vastissimo capitolo nel libro che spinge a numerose domande. Sarebbe l’evoluzione creatrice ad attribuire ulteriore perfezione a quella complessità dell’Universo che da un insieme caotico tende a formare strutture sempre più significative. Ma quel binomio “evoluzione creatrice” si dimostra pericoloso nella forma stessa dell’enunciato, dal momento che l’attributo “creatrice” implica un soggetto creatore e il sostantivo “evoluzione” rimanda a un progetto supportato, nel suo concepimento e nella sua realizzazione, da un’intenzione e da un piano. Concetti che riportano a un primo principio dotato di intelligenza, a una spiegazione che non c’è e rischiano di mandare in frantumi quel diaframma quanto mai fragile che separa la scienza dalla fede. Perché, ogniqualvolta si ricorre al termine “evoluzione”, non si può fare a meno di attardarsi a chiedersi: che cos’è questa direzionalità che pensiamo imprima un ordine evolutivo in una realtà dai confini irraggiungibili e inimmaginabili? A chi o a che cosa è dovuta? Poi ci guardiamo intorno e la scena che ci si presenta ci rivela che siamo immersi in una realtà instabile, precaria, imprevedibile, poiché il nostro esistere, con tutto ciò che ci sta intorno, può essere parte di un insieme che guizza all’interno di una serie di probabilità tutte proiettate verso il ritorno al nulla.

In quanto alla comparsa dell’uomo partiamo dalle lontane ere secondarie e terziarie quando, all’incirca 65-70 milioni di anni or sono, quell’essere terrestre che ancora non si era appropriato delle caratteristiche vere e proprie dell’ominide, iniziò poco per volta a liberare le proprie mani dalla esclusiva funzione di locomozione. Ne seguì la progressiva conquista dell’ambiente arboricolo che selezionò alcune caratteristiche essenziali, come il meccanismo di acquisizione della postura verticale, l’incremento della capacità cranica, la riduzione del senso dell’olfatto a tutto vantaggio della stimolazione dell’apparato visivo, la dislocazione degli occhi da una primitiva posizione laterale a quella frontale. Quest’ultimo fatto generò, come naturale conseguenza, una forte riduzione del campo visivo, ma, al tempo stesso, rese possibile un notevole perfezionamento della funzione stereoscopica, una funzione invero indispensabile per un essere che doveva valutare tempi e distanze nel momento in cui balzava da un ramo a un altro.

Lungo il corso dell’evoluzione, ancora, questo originale abitatore terrestre che si stava avviando a grandi passi verso la conquista della dimensione umana dovette assistere alla graduale scomparsa degli artigli e all’apparizione del polpastrello e dell’unghia piatta. Motivo non indifferente, come è facile constatare anche attualmente, il polpastrello possiede la funzione di aumentare l’aderenza.

La stessa muscolatura del “candidato uomo” subì sensibili modificazioni. La liberazione completa della mano, tuttavia, si compì a grandi linee fra i quindici e i sei milioni di anni fa. Jerome Bruner (Jerome S. Bruner, Il significato dell’educazione, Roma, Armando Armando Editore, 1973) parla del processo di rappresentazione della realtà attraverso tre sistemi: l’azione diretta, l’immagine, il simbolo. Dall’azione, attraverso l’immagine, si giunse alla conquista del concetto. Ritroviamo lo svolgersi di un percorso simile nello studio effettuato da Jean Piaget (Jean Piaget, L’equilibrazione delle strutture cognitive, Torino, Bollati Boringhieri) a riguardo delle strutture cognitive operazionali in costruzione progressiva nel corso dell’età evolutiva. La conoscenza, afferma J. Piaget, segue una linea di sviluppo che, a partire dall’azione, perviene al concetto attraversando uno stadio intermedio nel quale vengono interiorizzati gli schemi delle azioni, gli schemi degli oggetti e si strutturano le prime rappresentazioni mentali.

Attraverso la deambulazione eretta e l’osservazione l’uomo andava via via conquistando l’ambiente. Sotto l’imperversare degli elementi naturali e delle minacce costituite dai predatori avrà forse rivolto lo sguardo lassù sugli alberi dove in precedenza si era trovato più al sicuro. Bisognava dare una spiegazione ai fenomeni paurosi che imperversavano. Si passò dall’uomo collocato al centro dell’universo alle divinità terribili che lo sovrastavano; dapprima ricorrendo alla magia rituale per subordinare il corso degli eventi e la volontà degli dei alle proprie aspirazioni; quindi dal terrore di fronte ai cataclismi naturali alla postulazione di divinità responsabili di ciò che travalica il controllo dell’uomo sulla natura, sino alla scoperta di leggi fisiche e costanti universali; dalle convinzioni astronomiche di ingenuo sapore geocentrico ai principi di indeterminatezza e di illimitatezza.

L’uomo iniziò a porsi una serie di domande su che cosa fosse tutto ciò che lo circondava, sul modo del suo svolgersi e sullo scopo che ne costituiva le premesse.

Dalle Scuole elleniche a oggi.

Ventisette secoli indietro nella scuola del Pensiero sulla realtà che ci circonda, vediamo un fiorire di speculazioni feconde e anticipatrici del pensiero moderno. Proviamo a farne una rapida rassegna.

Nel 7°-6° secolo a.C. Talete di Mileto arrivò a tali intuizioni e studi avanzati, da poter predire addirittura il verificarsi dell’eclissi di sole.

Nella stessa epoca Anassimandro, al seguito di Talete, preconizzò l’esistenza di un Universo infinito, nel quale si sarebbe verificata la separazione dei contrari.

Anassimene, della Scuola di Mileto, nel 6° secolo ipotizzò che tutto l’esistente avesse origine dall’aria. Anche l’anima era aria.

Eraclito, tra il 6° e il 5° secolo, coltivò l’idea che il mondo fosse fuoco, che esistesse da sempre, forgiando il detto “panta rhei”, tutto scorre.

Verso la fine del 6° secolo Pitagora (570-496), formulò l’ipotesi che il Sole si trovasse al centro di un sistema di dieci pianeti ruotanti.

Fra il 6° e il 5° secolo, Senofane, della Scuola di Elea, propose l’esistenza di un “Assoluto” immutabile, eterno, mentre Parmenide e Zenone di Elea dichiaravano non esserci alcun mutamento nell’Universo: ciò che perveniva ai sensi non era altro che apparenza.

Empedocle, nel 5° secolo, trasse da Eraclito la convinzione della presenza di mutamenti senza fine.

Anassagora, nel 5° secolo, seguendo le idee di Anassimene, appoggiò una teoria atomistica con la presenza di una Mente suprema e di un Universo formato da infiniti semi.

Leucippo, nel corso del 5°-4° secolo, diede origine a una teoria atomistica meccanicistica, anticipando l’intuizione della presenza degli atomi alla base della materia.

Fra il 5° e il 4° secolo fu Democrito (460-370) a enunciare la meccanica fra atomi, dando al mondo un’impronta materialistica.

Arriviamo a Socrate, 5° secolo (469-399), con la sua conosciuta attività didattica, la maieutica.

Il vuoto.

A questo punto della Storia del Pensiero si venne aprendo un vuoto, una vera e propria voragine temporale, nel corso della quale pare che le conquiste acquisite in epoca ellenica fossero andate in fumo e le speculazioni filosofiche-scientifiche avessero subito un arresto e persino una regressione.

Perché il Pensiero riprenda vigore dobbiamo riportarci a Leonardo (1452-1519) e a Copernico (1473-1543), in una fase evolutiva del Pensiero impregnata dalle lotte feroci ingaggiate dalla Chiesa cattolica per metterne a tacere le rivelazioni più veridiche.

Con Tycho Brahe e con Keplero, alla data del 1543, venne alla luce il nuovo metodo induttivo sperimentale.

Nel 1600 fu Giordano Bruno a dichiarare che l’Universo fosse uno, infinito, indivisibile, composto da infiniti mondi, con il centro in ogni luogo e la circonferenza dappertutto. Per le sue idee contrarie ai canoni biblici fu arso vivo a Campo dei Fiori, per volere dei poteri temporali cattolici.

L’evoluzione del Pensiero non riusciva tuttavia a essere arrestata del tutto. Le nuove indagini non poterono essere spente e finirono per portare a nuove conoscenze, quelle che erano rimaste per secoli occultate.

Fu Newton, nel 1687, a scoprire lo schiacciamento dei Poli terrestri.

Nel 1840 Bessel misurò per primo la distanza di una stella della costellazione del Cigno dalla Terra. Quattro anni appresso, Urbano Le Verrier scoprì la presenza del pianeta Nettuno.

Il 1851 fu l’anno della composizione delle leggi del pendolo che portarono alla verifica del moto rotatorio terrestre, dovute a Léon Foucault.

Così, fino a noi, che forse siamo andati un po’ troppo in là, o almeno lo abbiamo fatto con una premura eccessiva, senza preoccuparci degli effetti collaterali che ne sarebbe scaturiti, non sempre benevoli né controllabili.

Immagine di Copertina tratta da Meteo.it.

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