Libri da leggere – PROCESSI FORMATIVI – Parte 3 di 3

Analisi e studio su
Remo Fornaca

PROCESSI FORMATIVI
Componenti, Dinamiche, Competenze

Torino, Il Segnalibro, 1996

Parte III di 3

Formazione  e  presenze  istituzionali.

Gli esiti educativi, formativi, scolastici dipendono da molti fattori, però assumono una parte rilevante le condizioni economiche e gli assetti istituzionali.

La famiglia.

Tutti gli autori (a cominciare da Platone) che hanno posto in discussione la proprietà e la famiglia e accentuato variamente il ruolo dello Stato sono partiti dalla constatazione e dal presupposto che proprietà e famiglia sono in grado di influire sulle possibilità e sulle modalità dell’educazione creando condizionamenti di ogni tipo. Si prendeva coscienza che l’educazione, la frequenza scolastica, gli esiti dipendevano anche e frequentemente quasi esclusivamente dalle condizioni economiche delle famiglie. Non c’è da stupirsi, quindi, se il socialismo utopistico, il socialismo scientifico, le correnti e le impostazioni democratiche hanno stabilito una forte correlazione tra economia, educazione, istruzione, scuola, democrazia e in anni più recenti è emerso con tutta evidenza che il rendimento e gli esiti scolastici dipendono dalle condizioni di vita, a cominciare da quelle economiche.

I costi privati e pubblici dell’educazione e dell’istruzione sono sempre più elevati. Altro è la partecipazione secondo le possibilità delle famiglie e dei cittadini ai costi per l’istruzione, altro è impiantare un modello scolastico privato che avvantaggerebbe coloro che già detengono le risorse non solo economiche e le istituzioni.

L’istituto familiare ha subìto una profonda trasformazione; è sempre più difficile costruire una famiglia perché, oltre ai rapporti personali, contano le condizioni materiali, il lavoro, il reddito. Nello stesso tempo si parla con sempre maggiore convinzione di educazione familiare, di pedagogia familiare, in modo da trasformare la famiglia in una comunità educante. Pestalozzi riteneva quanto mai opportuno dare alle madri e ai padri una preparazione perché fossero in grado di allevare e di educare i figli.

Il destino di molti bambini dipende quasi esclusivamente dal tipo e dalle possibilità delle famiglie nelle quali sono nati; si tratta in primo luogo di possibilità economiche, però contano molto altri elementi: affetto, onestà, dedizione, informazione, cultura, esercizio del dialogo, coesione, uguaglianza. Le difficoltà maggiori consistono nell’aiutare il bambino e il giovane a crescere in un ambiente sereno e nello stesso tempo a orientarlo a vivere in società senza operare scelte artificiali.

Essere genitori è una grande fatica, ma non meno quella di essere figli. In famiglia si impara a parlare, a discutere, a impostare le proprie idee, ad acquisire gli strumenti principali dell’apprendimento. Nella stessa famiglia, purtroppo, si annidano pregiudizi, incomprensioni, conflitti, quando non forme velate e palesi di violenza.

Non si è madri e padri per destinazione naturale; occorre confrontarsi con le problematiche formative. Non esiste un modello familiare ottimale; le famiglie rientrano in una rete di relazioni sociali; non possono, pertanto, essere considerate esclusive, ma bensì partecipanti a una progettazione educativa.

La scuola.

Storicamente è rilevante la nascita, con la Rivoluzione francese, di una scuola obbligatoria, gratuita, pubblica, laica, popolare. Chiese e Stato si contendono la gestione della scuola come strumento di formazione, ma anche di controllo ideologico.

La scuola tende sempre più a essere autosufficiente, a porsi come un’istituzione sanzionatrice dei destini sociali e professionali delle persone, a selezionare.

I movimenti delle scuole nuove e delle scuole attive, gli apporti della psicologia, della psicoanalisi, della pedagogia e della didattica, le sperimentazioni, i tentativi di rendere più democratica la gestione della scuola, l’inserimento dei diversamente abili, la proposta di passaggio da una scuola selettiva a una formativa e orientativa sono riusciti solo in parte a modificare gli assetti scolastici esistenti.

Il ruolo e la funzione che ha avuto la scuola in Europa a partire dal Cinquecento sul versante dell’educazione e della formazione: a) scuole popolari per le classi popolari con attenzione alla formazione morale e religiosa; b) collegi e scuole per i figli dei nobili e della borghesia ai fini di acquisire un minimo di competenze culturali per la gestione dei propri affari e la partecipazione alla vita dello Stato.

A partire dall’inizio dell’Ottocento l’educazione infantile acquista via via importanza, anche qui con interferenze religiose, ideologiche. La scuola diventa luogo di studio e di disciplina. È soprattutto con Dewey che l’antico, il tradizionale e il nuovo vengono posti a confronto. Cambia, con questa impostazione, totalmente il modo di concepire la scuola: non più uno strumento di potere e di ideologie, non più soltanto sede di assistenza e di istruzione, non più separatezza in corrispondenza di divisioni e di differenze sociali ed economiche, ma luogo nel quale, attraverso attività, ricerche, sperimentazioni, vita comunitaria, la persona cresce come uomo e cittadino.

Con Bruner (Dopo Dewey, 1960) la scuola fu chiamata a utilizzare nuove strategie e un nuovo sistema di razionalizzazione (istruzione programmata).

Perché la scuola risulti funzionale rispetto alla formazione della persona occorre che risponda ad alcune esigenze già per gran parte indicate da Comenio:

1) deve essere aperta a tutti e riguardare tutto l’arco dell’esistenza; offrire possibilità permanenti e istituzionalizzate di sperimentare, vivere e acquisire abilità, competenze, saperi; permettere e favorire scelte e orientamenti consapevoli;

2) deve essere pubblica: necessaria è la pubblicità dei programmi, dei curriculi, delle attività, dei risultati, degli atti, dell’assunzione del personale secondo concorsi e graduatorie aperti a tutti;

3) conta molto l’assetto culturale in riferimento alla qualità dei saperi, delle conoscenze, delle esperienze, delle sperimentazioni, alla circolazione delle idee, alla sensibilità per la documentazione, l’approfondimento, l’interpretazione, la riflessione, la meditazione, il riscontro.

Alcuni riferimenti essenziali che un sistema scolastico deve avere:

a) accertamento e delineazione dei saperi, dei contenuti, delle abilità, delle competenze;

b) individuazione delle competenze che occorre possedere in relazione allo sviluppo culturale

e civile del nostro Paese, dell’Europa e possibilmente del mondo.

Funzione della scuola è trasmettere saperi e mettere in condizione le persone di acquisirli, rivederli, integrarli, sostituirli, ma anche di presentarsi come centro di conoscenza; di confrontarsi in modo critico con gli apparati, i costrutti, le componenti e i saperi storici.

Un’istituzione risulta vitale in quanto si pone come interlocutrice rispetto anche ai problemi del momento, per mettere a punto modelli e modalità di conoscenza tali da porre in condizione ogni persona di confrontarsi con il mondo. La rivitalizzazione della scuola e del suo ruolo sta nell’impegno a rendere robusta la preparazione degli allievi sul piano della strumentazione conoscitiva e operativa.

La scuola deve anche guardare al futuro. Conta il tipo di mentalità che verrà formata, la capacità e l’attitudine all’aggiornamento, l’interesse per l’informazione, la padronanza delle tecniche, la convinzione che gli studi e la scuola non hanno un termine. Nella scuola si dovrebbe apprendere il mestiere di uomo unitamente alla capacità di orientarsi.

Occorre puntare su una scuola di tipo politecnico come suggeriva già nel secolo scorso Carlo Cattaneo; una scuola capace di assemblare una cultura che senta viva l’esigenza di agire, di fare, di pensare, di creare, e una notevole padronanza dei linguaggi. Prima di essere formazione professionale deve caratterizzarsi come formazione umana.

Una scuola di tipo aperto deve considerare normale la presenza dei diversamente abili e non rifiutare di affrontare le tematiche che emergono giornalmente sui più disparati versanti. Spazio, quindi, al colloquio, al dialogo, ai problemi che toccano da vicino bambini, ragazzi, giovani, il tutto non in modo riduttivo ma critico, disincantato.

Lo slogan di Decroly “La scuola per la vita attraverso la vita” intendeva coniugare la vita con la cultura. Purtroppo per molti giovani la cultura e i saperi rimangono esterni, non vengono interiorizzati, non sono metabolizzati, si limitano ad agire a livello di conoscenza, di ragionamento, di memoria: non avviene una trasformazione della persona; lo studente diventa quasi una categoria sociale staccata da altre categorie e gruppi sociali.

Occorre puntare sull’estensione dell’obbligo scolastico fino al diciottesimo anno di età. Occorre pensare a un ruolo diverso della scuola basato su un maggiore raccordo con la società civile e con l’extrascolastico. Il recupero educativo dell’extrascolastico può avere un’efficacia notevole perché nell’extrascolastico ci si muove con maggiore libertà, hanno spazio le componenti informali. L’ingenuità consiste nel ritenere di impostare tattiche e strategie, di tracciare percorsi, di individuare metodi senza tenere conto che i nuovi soggetti, le nuove persone si trovano a vivere e a impostare la propria esistenza in condizioni completamente mutate.

Quando si parla di ruolo formativo della famiglia, della scuola, della società civile, dell’extrascolastico, si intende mettere in condizione le persone, specie nell’età evolutiva, di potersi muovere con mezzi tali da poter stabilire relazioni, rapporti interindividuali e sociali, decifrare le altrui intenzioni, operare scelte con un buon livello di competenze, essere in grado di giudicare situazioni e comportamenti, attivare interventi con un grado minimo di fallibilità e nel medesimo tempo essere aperti al rischio, all’imponderabile, al non scontato, a imbastire un’esistenza nella quale abbiano spazio fantasia, immaginazione, affettività, razionalità.

Formazione  e  metodi.

Per Galilei valeva il principio delle sensate esperienze e delle certe dimostrazioni. Per Cartesio contavano la razionalità, la chiarezza e la distinzione delle verità matematiche. Si trattava di un’impostazione che partiva dal soggetto per giungere a cogliere e a formulare verità di tipo universale. Comenio difendeva una didattica basata sull’arte di insegnare tutto a tutti; con Comenio il rapporto tra educazione, pedagogia, didattica e formazione si fa molto stretto.

Il problema del metodo si è imposto in Italia, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, in seguito al corso di metodo tenuto a Torino da Ferrante Aporti (1844).

Gentile commise un grosso errore, cioè l’identificazione della didattica e della pedagogia con la filosofia e la conseguente svalutazione della didattica anche in nome del principio che il metodo coincide con il maestro.

Con i movimenti delle scuole nuove e delle scuole attive inizia per la metodologia e per la didattica una stagione nuova. Risulta centrale il problema della formazione della persona con differenziazioni che puntano su metodi comunitari, sull’individualizzazione dell’apprendimento, sul lavoro di gruppo, sul collettivo, sul cooperativismo. Particolare attenzione viene prestata ai bisogni, agli interessi, alle motivazioni degli allievi. La scuola si trasforma in comunità, in laboratorio e la ricerca, la sperimentazione hanno la meglio rispetto alla trasmissione dei saperi. Nasce l’interdisciplinarietà.

La contestazione studentesca, emersa a metà degli anni Sessanta, ha prestato molta attenzione alla didattica, ai sistemi e alle modalità di insegnamento, mettendo in discussione l’autoritarismo, la cultura falsamente neutrale e di classe, i criteri di valutazione e di selezione, l’estraneità alla vita dei giovani e della società, lo scarso rapporto con la classe operaia e con il mondo del lavoro.

La stagione che stiamo vivendo è contrassegnata dalla compresenza di una forte esigenza di razionalizzazione e di tecnologizzazione e dalla richiesta e necessità di dare adeguato spazio ai vissuti, ai bisogni, alle istanze esistenziali. Si sta creando un mercato tecnologico, informativo, informatico che a fronte delle biblioteche tradizionali è decisamente superiore.

Lo studente abituato a giocare, a lavorare, a informarsi con i nuovi strumenti trova superata la vecchia scuola ancora basata sul testo, sulla lezione, sull’interrogazione, sui compiti in classe, su una documentazione ristretta. Cambia la competenza professionale richiesta agli insegnanti. La scuola si apre al mondo esterno: è il mondo con tutte le sue specificità, connotazioni, differenze, problemi, culture, tensioni che diventa soggetto e oggetto di relazioni.

La televisione. Diventa difficile parlare di assunzione di nuovi metodi e non resta che individuare i limiti e le interferenze negative a cominciare dalle trasmissioni e dalle pubblicazioni per i bambini e per i ragazzi. Nei sistemi radiotelevisivi le tecnologie e i metodi di presentazione sono tutt’uno con la parola, la musica, l’immagine. La questione centrale è, ancora una volta, il tipo di persona e la mentalità che si vuole aiutare a crescere. Il modello televisivo tende a diventare un modo di essere della società, tanto che l’immagine, la parola, il suono, l’apparire, il fare notizia, addirittura l’esistere ne sono fortemente intaccati. È una metodologia che tende a trasformare tutto e tutti in notizia, per una società che accentua il ruolo dei segnali, dei simboli con conseguente perdita di identità.

Le metodologie e le tecniche utilizzate debbono sempre rapportarsi alle relazioni umane. Non c’è situazione più difficile di quella venutasi a creare in seguito a distorsioni verificatesi nei processi formativi: si determina una specie di autismo, di frattura, di separazione con le cose, il mondo, le persone, le istituzioni.

La questione del metodo è un po’ il filo che percorre e unisce insieme a quello delle tecniche e della tecnologia, tutta la storia della scuola, della pedagogia, della didattica, specie dal Cinquecento. Il metodo e, soprattutto, il metodo scientifico ha richiamato consensi perché in grado di superare l’intuitivo, il soggettivo, di poter controllare i fenomeni.

In quanto alla psicoanalisi, le proposte educative di Sigmund Freud, Anna Freud, Melanie Klein, Carl Gustav Jung prefigurano e prendono in considerazione una serie di componenti che la metodologia e le tecniche scientifiche classiche avevano completamente ignorato. È questo lo spirito di una proposta che intende dare spazio e credibilità ai metodi e alle tecniche come modi e strumenti per una migliore impostazione e articolazione dei processi educativi e formativi.

Il documento presentato dal Gruppo Consultivo sulla competitività (febbraio 1995), presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, sottolinea la necessità di iniziative che trasformino i sistemi di insegnamento e formazione europei attraverso, fra l’altro, un maggior utilizzo della tecnologia dell’informazione.

L’attenzione maggiore è rivolta alla delineazione, alla costruzione, all’assunzione e all’uso di modelli cognitivi che forniscano un forte apporto ai sistemi produttivi. È un errore ritenere che i processi cognitivi e logici attualmente prevalenti in certi ambiti produttivi di grande rilievo e peso economico, tecnologico, finanziario possano e debbano essere recepiti come modelli standard nella formazione della persona. La stessa società non si può ridurre ad utilizzare un solo modello, vale a dire quello più favorevole alla creazione di beni, di ricchezza. I modelli logici, epistemologici e gli stessi modelli e metodi di apprendimento sono prevalentemente delle costruzioni culturali.

Pensare che la scuola adotti come modello cognitivo unicamente le metodologie, le strategie, le tecniche utilizzate negli attuali e nei futuribili sistemi di trasmissione, di comunicazione, di informazione e di produzione sarebbe fare proprio il principio di clonazione che significherebbe la morte della scuola come scuola.

Aristide Gabelli (Il metodo di insegnamento nelle scuole elementari d’Italia, 1880) si era reso conto che il problema del metodo non riguardava solo l’insegnamento e la scuola, ma tutta la vita civile e istituzionale di un popolo. Occorre evitare l’errore di proposte e di scelte unilaterali; la componente conoscitiva è importantissima, ma non è la sola. Anche sul terreno della didattica l’interesse e il discorso si stanno spostando verso lo studio e la sperimentazione delle modalità della possibile progettazione educativa e formativa.

L’ambito della progettazione formativa è quanto mai vasto e può essere affrontato soltanto con un metodo molto articolato. La progettazione formativa, come del resto la didattica, si inseriscono all’interno di situazioni che presentano un forte tasso di problematicità e di ambiguità, ma che restano aperte a molteplici soluzioni. La progettazione formativa nasce da una serie di coinvolgimenti e di investimenti di natura conscia e inconscia e dalla constatata necessità di non rimanere esterni, neutrali su quanto succede.

Costruire, accettare, rifiutare certi progetti formativi significa mettere in discussione se stessi e gli altri. La questione riguarda, e per tutto l’itinerario formativo, il soggetto, le persone con la loro precisa identità umana. La progettazione formativa si pone al centro di un sistema di relazioni; più che un fattore aggiuntivo, essa dovrebbe costituire il momento e la fase del coordinamento.

Alcune linee guida:

  1. Occorre prestare molta attenzione all’identità dei soggetti e dell’ambiente, specialmente

     sul piano culturale ed educativo.

2) Verifica interna del gruppo per accertare il livello e la validità delle proprie competenze.

3) Individuazione ed elaborazione delle linee portanti del progetto formativo.

4) Dare molto spazio alle potenzialità dei soggetti.

5) Non ritenere che la disponibilità, il dialogo, i rapporti e l’organizzazione liberali e democratici possano avere un’adesione immediata da parte di tutti i soggetti; nello stesso tempo non sopravvalutare le adesioni, l’accettazione immediata di quanto viene proposto.

6) Contano il lavoro impostato, i sistematici riscontri, i risultati conseguiti, la soddisfazione di aver aiutato le persone a crescere. In primo luogo, ciò che conta è sapere impostare la propria esistenza.

  7) Qualsiasi programmazione formativa deve porsi l’intento di rendersi nel tempo inutile o quanto meno di acquisire nuove connotazioni.

I metodi educativi e formativi, l’impostazione didattica, l’uso di tecnologie e i recenti assunti cognitivi ed epistemologici possono avere una positiva incidenza sui processi formativi, sempre che non siano la semplice utilizzazione di schemi o, peggio, la trasposizione di valenze da settori esterni, ma nascano da un approfondimento e da una sperimentazione attenti alle dinamiche dei fenomeni educativi e formativi. Una didattica e, quindi, metodologie non staccate dal contesto reale e, soprattutto, ricche di riflessione e di riscontri critici.   


Immagine di Copertina tratta da I Giorni di Parma.

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