Leggo stamane, giovedì 14 agosto 2025, sulle fonti di informazione l’appello di Papa Leone XIV nell’accorato invito rivolto ai fedeli: “Supplicate Dio di donare la pace a tutti i popoli che vivono la tragedia della guerra”.
Non posso fare a meno, immediatamente, di riflettere sulle parole di questo messaggio. La guerra: da quando l’uomo ha appreso a usare, inventare e perfezionare strumenti e a manipolarli per uno scopo, si può dire abbia avuto inizio l’era delle guerre, invasiva e illimitata nello spazio e nel tempo. Un’era che si prolunga dunque nell’alternarsi delle stagioni senza lasciare speranza di esaurimento, nonostante le reiterate sollecitazioni a spegnere i focolai e a prevenirne la deflagrazione. Pare proprio che l’uomo non possa stare a lungo senza un conflitto armato omicida.
Ora Leone XIV ha chiesto a tutti di rivolgere une preghiera supplichevole perché le guerre finiscano. Chi, penso, meglio di lui che fra tutti noi, poveri mortali, è più vicino alla Divinità invocata, potrebbe essere privilegiatamente ascoltato e magari esaudito? A Roma e in numerosissime parti del nostro martoriato pianeta si prega, si supplica, si implora. Le preghiere, si dice, salgono al Cielo, ma non si sa dove vadano a parare e quale effetto siano capaci di indurre. Intano le guerre proseguono baldanzose nella loro folle corsa a uccidere, a distruggere.
E Dio che fa? Di fronte ai miliardi di vittime causate nella lunga storia dell’umanità da tutte le guerre che hanno infestato e infettato l’esistenza del nostro Pianeta, trasformandolo in un mostruoso cimitero, ha provato compassione, dolore, misericordia? In quale misura? Se anche così fosse, che cosa ne possiamo sapere noi, invischiati quaggiù in mille problemi legati all’esistenza e alla pura sopravvivenza?
Nel riflettere su queste affermazioni la mia mente vede aprirsi la possibilità che si dia, nell’insieme di tutto ciò, una gamma di situazioni fra le più inspiegabili. Dio, intanto, ha bisogno di essere supplicato? Deve proprio dipendere da un atteggiamento umano rivolto a correggere la rotta della sua Volontà in senso favorevole alla vita terrena? Neppure mi azzardo qui a sfiorare l’argomento che si dovrebbe prioritariamente porre su quale sia quell’essenza che pone Dio in un’aura di santità infinitamente superiore alle vicissitudini delle faccende umane. Per me non esiste un nome in grado di identificare tale Entità: una definizione nominale basterebbe già a circoscrivere il concetto di una divinità che non si lascia cogliere, attribuendole, come fu fatto in epoca veterotestamentaria, e come è d’uso fare ancor oggi almeno per certi versi, una figura e caratteristiche discese dalla nostra particolare e umana capacità rappresentativa. Dio maschio, dunque, sapiente e vecchio, di fattura antropomorfica, molto più grande di noi e di tutto il Creato, origine e disposizione di tutti gli avvenimenti e di tutte le cose. Non usciamo da un tipo simile di rappresentazione, perché ci è impossibile, perché le nostre possibilità conoscitive hanno bisogno di qualcosa di concreto, di quasi tangibile, di conoscibile nella familiarità dei tratti, tale da potervi dirigere le nostre analisi della realtà e il nostro stesso anelito alla trascendenza.
La parola “Dio”, allora, ci si presenta come un semplice espediente portato in funzione di metafora, e siamo bravissimi nel farne uso in facile abbondanza. Non c’è dunque nome che si adatti a indicare un’Entità sperata e sconosciuta, recepita per nuda fede, lontana nell’immaginazione, inarrivabile, indefinibile nella sua assolutezza, l’insieme di Tutto quel che c’è, del Vuoto possibile, del Nulla estensibile. Un attributo che mi sentirei di riservargli potrebbe essere quello di “ineffabile”, ma nemmeno questo vale a distinguerlo dal non-conosciuto. Tanto vale, allora, continuare con il suo nome più in voga ossia Dio, e così farò di qui in avanti, anche per una certa esigenza di comodità descrittiva.
Torniamo alle guerre e alle suppliche avanzate per ottenerne l’estinguersi su tutta la superficie della nostra amata Terra, e con le guerre torniamo alle pestilenze, alle malattie, ai disastri cosmologici e meteorologici di cui avrebbe potuto esorcizzare l’apparizione, se soltanto quel Dio nell’alto dei Cieli l’avesse voluto; ma, forse, pensò bene che accadesse ciò di cui ci andiamo rendendo conto, quasi abbandonandoci a un destino malvagio.
Una prima fondamentale obiezione a tutto il discorso che si va snodando: Dio esiste? Alternativa dai tratti terribili questa, alimentata dal dubbio e dalla tempesta di domande irrisolte abbattutasi sulla coscienza di chi è rimasto capace di interrogarsi e di ricercare. Se la negazione dell’esistenza di Dio venisse accettata a priori, allora cadrebbero tutte le preoccupazioni rivolte a scoprire il volto della Divinità. Nondimeno verrebbero meno le eventuali dispute che potrebbero sollevarsi in materia di definizione ontologica.
Il problema, tuttavia, si fa più acuto e pressante qualora ci vogliamo inchinare a un atto di fede con il riconoscere che tutto l’esistente dipende dal moto di una causa prima, responsabile dell’apparire dei corpi. Ed è qui che entriamo in una ridda di contraddizioni che ci aprono, a loro volta, la via a due percorsi differenti: Dio c’è, lo adoriamo e lo invochiamo. Così s’è sempre fatto sin dai tempi più remoti della Storia dell’uomo, gli imploranti spinti dal timore, dalla paura per la propria incolumità, dall’esigenza di propiziarsi i favori dell’Ente supremo, sempre comunque con un fondo egoistico ossia con lo scopo di garantire la propria sopravvivenza e la concessione di agi e benevolenze. Così oggi, per intercederne la cessazione dei conflitti armati che stanno devastando il mondo.
Ma questo Dio, che è puro Spirito in assolutezza di termini, che è Volontà senza limiti, che è Potenza infinita e incommensurabile, che è Perfezione incontrastata, che è Luce ai mondi, che è Mente insondabile, sostanzialmente Mistero profondo, e che noi ci prefiguriamo personificandolo in un Essere dai confini e dai limiti smisurati, sovrastante le nostre miserie e i nostri affanni, questo Dio, ripeto, dove sta, che cosa fa, si accorge di noi, muta posizione nei propri progetti al sopraggiungere delle nostre suppliche?
Una cosa mi pare certa: vale proprio la pena invocarlo con ripetute preghiere se crediamo nella sua assoluta capacità di orientare il corso degli eventi, anche sulla faccia di questa briciola invisibile, che è il nostro Pianeta di casa? Lo preghiamo perché faccia cessare le guerre, ma, quando le guerre sono divampate fra gli uomini, il Dio dell’infinito che cosa faceva? Stava a guardare lasciando che le cose scorressero secondo la spinta impressa dalla volontà umana, senza ricorrere a un atto della propria Volontà suprema per scongiurare il formarsi di scontri mortali fra gli uomini, con tutte le più gravi sofferenze andate a infierire sulle moltitudini, persino su inermi e sui non responsabili dell’accaduto?
Forse, per una strana similitudine con l’imperatore che dall’alto del suo scranno nel Colosseo disponeva a piacere della vita dei suoi “morituri”, forse un Dio che si compiaceva nell’assistere a scene apocalittiche, per un pizzico di mania schizo-paranoidea? Ipotesi infernale. Non sarebbe più uno Spirito benevolo, ma una creatura malvagia, ribelle al Bene trascendentale e contraria a ogni proiezione nella crescita armoniosa di un Universo a misura d’uomo. La pensavano già in questa versione i Catari, tremendamente perseguitati dall’Inquisizione imposta dalla Chiesa cattolica.
Forse il vero Sublime, nell’alto dei Cieli, ha concesso che il Creato divenisse vittima di un circuito manicheo, proprio perché una dinamica simile sarebbe stata necessaria al perfezionamento dell’Unità divina. Nulla sappiamo su questo argomento, sarebbe come avere la presunzione di poter leggere nella mente di Dio. Sta di fatto, in conclusione, che questo nostro mondo si rivela come la sede della sofferenza e dell’ingiustizia, mentre ci ospita con lusinghe ingannevoli nel tentativo di far prevalere il bene sul male o viceversa.
La si pensi come si vuole, credo piuttosto che in nessun caso le suppliche rivolte al Dio creduto portino a buon effetto, tale la dimostrazione di ciò che succede su questa vetusta bolla di nequizie, che è la nostra dimora cosmica. Come sarebbe convinzione dei Catari, per richiamarne a questo proposito il pensiero, le preghiere da noi innalzate al Cielo arriverebbero a un’Entità perversa, l’Angelo ribelle, Satanael, il primo figlio di Dio. Per trovare la via che conduce all’Entità suprema, immagino, e per elevare al suo livello le nostre preghiere, dovremmo innanzitutto diventare puri di spirito e rifuggire dalle blandizie sciorinate da Satanael. Dopotutto, in seguito a un ciclo di esperienze necessarie, ivi comprese le guerre, anche Satanael si ravvedrà e tornerà all’unione infinita con l’Assoluto.
Sono congetture, lo ammetto, soltanto congetture, ma chissà se in fondo in fondo non si agiti qualcosa di veridico in questa disanima che sto tentando di comporre. Gli esponenti del cattolicesimo continuano a ripetere che bisogna aver fede, a tutti i costi: è l’unica ancora di salvezza che può garantirci di andare sul sicuro. Sì, va bene, ma fede in chi? In un Dio che viene fantasticato e dipinto con tratti fra i più bizzarri, ma che nessuno conosce? Si dice sempre, in ambito ecclesiastico, quando si leggono sermoni dichiarati sacri, “è parola di Dio”, e questa declamazione già aprirebbe un lungo capitolo disquisitivo sul chiamare con tanta facilità Dio a testimone di uno sciame di dichiarazioni. Non credo Dio si azzardi a parlare a talune personalità costituite per canonizzare un credo religioso con tanto di obblighi, imposizioni, proibizioni e sanzioni. È, è sempre stata solamente parola di uomini, abili operatori nel tessere reti di convinzioni rivestendole di infallibilità e di intoccabilità in quanto trasmesse, e questa mi risulta un’altra fra le numerose contraddizioni rinvenibili, per ispirazione, vedi i profeti e i santi di cui abbonda la Chiesa cattolica nei secoli.
Fede, dunque, negli uomini, in una casta privilegiata di persone che sul complesso delle debolezze umane, delle paure, dei bisogni e su un diffuso abito di credulità popolare, sanno dove mettere le mani per ottenere consensi e benefici, tutti tangibilmente temporali. Su questo percorso la mia non è fede, dopo che il mio bisogno dell’Assoluto proietta la mia anima verso mete più alte, sicuramente veritiere e meritevoli di ogni più acuta considerazione. Se posso usare un acronimo, dirò che la mia fede non è quella professata dalla massa dei credenti, ma qualcosa che posso definire con il termine “rispe”, l’inizio della parola “rispetto” che so di dovere a quell’Ineffabile che raccoglie l’infinità della Luce, della Verità, della Consapevolezza in un contesto di amore sublime. Più precisamente l’acronimo “rispe” sta per “ricerca e speranza”.
Nessuno può dire di conoscere Dio, e io sono compreso in questa moltitudine. E neppure affido la mia sete di conoscenza a quella stirpe di arrivati che bestemmiano con l’esibire la convinzione di detenere la parola di Dio. Con tutto ciò non mi esimo dal cercarlo, questo Ente introvabile, e so che i miei sforzi non mi porteranno da alcuna parte, perché colui che vogliamo continuare a chiamare Dio è qualcosa di drammaticamente inconcepibile.
Mi sposto un attimo in ambito di scienza dei quanti, là dove si ammette, con gli ultimi studi sull’espansione dell’Universo, che allorché, a velocità crescente in rapporto alla distanza percorsa una galassia sopravanza le proprie vicine, il vuoto prodotto nello spazio dilatato si riempie dell’apparizione di altre galassie, apparse non si sa come, dal Vuoto forse, o dal Nulla inconcepibile. La dinamica si svilupperebbe in progressione e il suo percorso non conoscerebbe un approdo definitivo, lanciato verso l’infinito dunque, senza sosta né fine. Rimango tuttavia consapevole dell’impossibilità di raggiungere anche un solo minimo barlume di conoscenza su quella che potrebbe essere l’esistenza di una Figura divina comprendente il Tutto e che, più tentassi di avvicinarmi alla meta, più le distanze si moltiplicherebbero, così senza fine. La mia fede., allora, si riduce a una grande speranza di poter proseguire nella mia ricerca. Non è il risultato e la sua conquista che potrebbero appagarmi dei miei sforzi, ma il percorso stesso che mi induce a non fermarmi. Conquisterò mete provvisorie, ed è bene che sia così. Ma l’atto di queste conquiste mi rivela il profumo emanato da qualcosa di altamente remunerativo e che mi dà forza ed entusiasmo per proseguire sulla via intrapresa.
Poco sopra avevo introdotto il discorso sull’esistenza di un’Entità infinita e incoglibile, prefigurandomi di dover intraprendere una direzione a due percorsi. Quando sopra esposto vale per il dispiegarsi del primo percorso. In quanto al secondo mi limiterò a tenere i piedi ben saldi sul terreno, ma muovendomi nell’insieme verso la ricerca di una spiegazione aderente alla quotidiana esperienza.
Sto pensando alla crescita di un organismo vivente: proporzioni precise e adeguate di costituenti organiche, provenienti dall’alimentazione, vanno a costituire una serie di tessuti vitali senza sbagliare percorso; proteine, zuccheri, sali minerali e liquidi si separano da una originaria massa che già ha subito trasformazioni formidabili nella sua corsa dalla bocca all’intestino, per poi essere smistati a seconda delle loro caratteristiche nutritive e in vista di un definito compito da assolvere. E non si sbaglia in questo lavoro il nostro organismo. Tutto procede secondo una serie di presunti piani per andare a convergere verso uno scopo favorevole all’individuo. Esempi su questo argomento se ne potrebbero portare a migliaia; mi limiterò ad alcuni soltanto, che mi sono balzati in mente lì per lì. Una ferita che si rimargina: le labbra della ferita che tendono ad avvicinarsi e a rinsaldarsi, la crescita dell’apporto ematico con tutte le proteine e le sostanze occorrenti a riportare le membra offese allo stato originario, l’arresto di tale proliferazione cellulare allorché la ferita si chiuda. Volgendo poi lo sguardo al mondo animale e vegetale si resta colpiti dall’infinità di mosse per l’adattamento alle situazioni incontrate nel ciclo vitale. Formidabile quella del mimetismo che si manifesta per la difesa dai predatori e per avvicinarsi il più possibile con l’inganno alle prede.
Bene, mi fermo qui, penso ce ne sia abbastanza per indurmi a seguire un facile sillogismo: si dice che tutte queste trasformazioni avvengono in ossequio a leggi che ne disciplinano l’evolversi. Nel mondo inanimato si ripete la convinzione che i movimenti di attrazione e di repulsione, di avvicinamento e fuga si verificano spontaneamente. Si arriva, quasi per paradosso, ad affermare che, nei termini dell’elettrodinamica quantistica, la materia, obbedendo a fluttuazioni spontanee del campo elettromagnetico, nascerebbe spontaneamente, talché nel vuoto le particelle quantistiche avrebbero la possibilità di entrarvi e di fuoriuscirvi.
È su quest’ultima locuzione avverbiale che provo a fare un pensierino: che cosa vuol dire “spontaneamente”? La mia mente, vagando in una dimensione di spazio-tempo-causalità, le forme a priori di kantiana memoria, ogni qual volta si avveda di un moto insolito o di un cambiamento di scena che si venga a presentare, se è spinta anche solo da semplice curiosità, si chiede il perché, il da dove, il chi come causa efficiente e non si accontenta di fermarsi al semplice atto percettivo. Abbiamo insomma bisogno di dare una risposta ai nostri perché sospinti a ritmo battente. Il sillogismo che ho chiamato in campo è questo: premetto tuttavia, prima di inoltrarmici, di allontanare da me quell’avverbio “spontaneamente”.
Appena prima di mettermi a scrivere ho eliminato un paio di ragnatele che sporgevano ai lati del soffitto; una era accompagnata dal suo costruttore, e va bene, c’era da aspettarselo; ma l’altra era completamente abbandonata a sé e alle correnti ascendenti. Ebbene, in questo caso soltanto posso ammettere che si sia formata spontaneamente: folate d’aria e pulviscolo atmosferico hanno fatto sì che si finisse con il formarsi di un agglomerato della parvenza di una ragnatela, ma senza che le si possa attribuire una funzione o una finalità, come dire, venuta su per puro caso. In tutte le altre situazioni abbiamo elementi quali movimenti, trasformazioni, che obbediscono a una legge. L’astronomia la dice lunga al riguardo.
Dunque, una legge. Ma, da subito, da dove proviene questa legge? Spontaneamente, come la ragnatela pulviscolare? Non riesco a immaginarmelo. Una legge si presenta sempre come un complesso di codici perfettamente definiti e vicendevolmente incastonati. È una forma di ordine astratto e generale. In fisica la si definisce come espressione del rapporto necessario che lega tra loro fenomeni naturali, è la regola costante che esprime questo rapporto. Tutte le leggi presuppongono, a monte, una mente che le abbia pensate e organizzate verso un fine ben determinato. Un artefice, dunque. Ora, le leggi alle quali è sottoposta la nostra esistenza, al contrario di quelle che attengono alle vicende giuridiche, non sono operate da uomini. Ci sono e basta. I fisici che si addentrano in problematiche sofisticatissime nel macro e nel microcosmo conoscono assai bene una quantità di leggi che muovono gli astri e che danno direzione alle spinte in ambito quantistico. Affermano che questo avviene così e quello si comporta in quel tal modo obbedendo a una legge i cui termini si rendono via via noti. Non vanno più in là, si accontentano, si devono accontentare, del loro sforzo deduttivo, anche perché altrimenti esulerebbero dal lor ambito di competenza.
Senza ancora muovere verso una conclusione che bussa pressantemente alla porta, mi chiedo: perché ci sono queste leggi? Quale la loro provenienza? Già, credo di poter pensare che ci sono in quanto necessarie e che sono necessarie perché poste a realizzare uno scopo. Ed è così che arrivo a immaginare uno scopo, soltanto immaginato perché il mio potere di penetrazione non va lontano più di un palmo dal naso. Ma non è tanto questo il motivo che mi assilla, quanto piuttosto quello della constatazione del sopravvenire di un’intenzione, se uno scopo c’è. Un ‘intenzione delegata a costruire un’architettura di dover essere e di dover fare, puntando fissa l’attenzione a un problema da risolvere o a un risultato da conseguire. Orbene, l’intenzione avrà pur condotto alla messa a punto di un piano, di un progetto che di quelle leggi si avvalga e che segua una direzione inequivocabile.
Fatto cenno al nostro Universo, che è qualcosa che vediamo, seppure in proporzione infima, esso, con tutte le sue galassie in moto di espansione, con tutti i suoi mondi che nascono e che muoiono, vive di un’esistenza costretta a seguire le leggi imposte, rimane fedele a un piano, obbedisce ai richiami di un progetto sopra ordinato, e muove verso una meta che per noi rimane ancora priva di spiegazione. Qui giunto, credo di poter immaginare che il piano di cui vado parlando, la progettazione sull’infinito ignoto, sia mosso da mani dotate di eccezionale potere, tale da travalicare ogni nostro tentativo di concettualizzazione. Un artefice, allora, e torno così un passo indietro nella mia avventura mentale: un artefice che potrei dipingere in due versioni.
La prima è quella classica del Dio dei Cieli, o degli Eserciti per chi preferisce, uno come noi, ma infinitamente più grande come già accennato, più potente, onnisciente e inestinguibile, senza principio e senza fine, di per sé arbitro di tutto quel che c’è. Un Dio che, oltre a provvedere dispensando i benefici necessari alle proprie creature, è, allo stesso tempo, giudice e padrone, Entità spirituale buona e temibile, da ossequiare e da benedire con il massimo della devozione. Questa è pressappoco la misura con cui i popoli succedutisi nei secoli, almeno dalle nostre parti, hanno dato origine a quella figura di divinità.
L’altra versione utilizzata per rispondere ai vari “perché” risalenti dalla natura delle cose porta a immaginare la divinità nei termini di Forza, di Volontà, di insuperabile Speranza; un’Entità senza volto, senza forme, di natura assolutamente spirituale, quindi indescrivibile con qualsivoglia mezzo, incoglibile e inconoscibile nella sua essenza, anima immortale di tutte le cose o, per estensione, presente in tutte le cose come slancio vitale, come spinta a vivere, come progresso verso la consapevolezza del tutto. Il “Deus sive Natura” di Baruch Spinoza, insomma.
Il pensiero di Spinoza, filosofo vissuto nel XVII secolo, lo posso paragonare a una rivoluzione copernicana in contesto filosofico-religioso. Egli definisce il mondo nei termini di una realtà infinita e totalmente necessaria, vale a dire l’unica sostanza che si manifesta sia come principio e ragione di tutti i mutevoli aspetti dell’Universo, sia come molteplicità dell’Universo stesso. Ne deriva una visione non esclusivamente trascendentale di un Dio dispensatore e giudice, limitato nella sua personificazione, ma nella veste di un Tutto che è anche Principio, Ragione e Fine di quanto cade sotto la nostra percezione fallibile. Dunque, lo svolgersi del sillogismo sopra richiamato assume una fisionomia un po’ più comprensibile: qualche Cosa c’è, oltre la nostra possibilità di comprendere, qualcosa che sia ragione immanente, la cui attrazione sulla mente umana, fonte di sofferte deduzioni, trascina la coscienza verso la ricerca di una Verità che da sempre si nasconde e ci tormenta. Questa è la forma di religiosità alla quale penso di poter aderire privilegiatamene, a fronte della mia perenne sete di conoscere.
Da quanto mi sono permesso di esporre si direbbe a buona ragione che il pregare si dimostri un atteggiamento inutile, una banale perdita di tempo. Eppure, io prego. Sarà per un impulso abituale acquisito fin dalla mia giovane età per influenza educativa, ma preferisco pensare che in qualche modo la mia preghiera non andrà persa. Mi percepisco come un naufrago disperso in alto Oceano, provvisto tuttavia di una componente radio-telefonica che mi può consentire di mettermi in contatto con qualcuno sulla terra ferma. Lancio i miei SOS sperando di incontrare un ricevente che sia sintonizzato sulla mia stessa frequenza d’onda, e attendo: presto o tardi, questa la mia ultima speranza, riuscirò a stabilire un contatto e, forse, a ottenere una risposta rassicurante.
Così è, questa la mia fede, devozione e dedizione a una Forma suprema la cui identità non posso afferrare, ma che riceve i miei messaggi e ne terrà, voglio immaginare, in qualche misura conto. Spero che la preghiera che intendo innalzare al Cielo scopra la via dell’Ineffabile, superando le barriere che ne vincolerebbero il flusso nell’orbita del Dio ribelle, il Satanael preconizzato dai Catari, come detto. Ma con tutto il mio ardire e con tutta la mia speranza non sfiderò mai la Volontà dell’Assoluto, i cui piani mi sono ignoti e comunque preclusi alla mia capacità di comprensione.
Immagine di Copertina tratta da ART-U e Firenze Alchemica.

