Terminata la lunga carrellata dei mali che affliggono l’umanità intera, vengo alle ultimissime notizie raccolte, nella speranza che qualcosa dia un sentore di cambiamento, in meglio intendo.
Specialisti nel distruggere la propria dimora.
Mi sono espresso più volte sui problemi che riguardano il futuro dell’umanità, ma, come pare ovvio, io sono nessuno e quindi ho scritto, e sto scrivendo, a me stesso, a me solo, come per farmene una ragione, come per verificare se quel che sostengo è una cabala soltanto oppure contenga elementi di allerta che non possiamo più ignorare, in misura maggiore quanto più il tempo passa. Ci ritorno sopra, comunque, è un ritornello che suona storto alle mie orecchie e che travolge la mia attenzione ponendomi tanti punti interrogativi e lasciandomi tanti motivi di amarezza.
Viene a supportare questo mio stato d’animo l’ennesimo allarme lanciato da Agenzie specializzate nel monitoraggio del clima. Mentre scrivo, corre il secondo giorno della primavera 2025 e il mattino di buon’ora, ancora su Televideo, vado leggendo: “Dal Rapporto di Greenpeace Italia: Se non ridurremo le emissioni di gas serra, nel 2050 avremo perso quasi la metà (il 48,5%) della superficie coperta dei ghiacciai sulle Alpi italiane. In assenza di azioni efficaci nel 2100 dovremo dire addio alla quasi totalità (il 94%) della superficie dei nostri giganti bianchi”. È l’amara conclusione con cui si chiude il Rapporto “Ghiacciai italiani, addio”. Ci pensiamo? Sappiamo che cosa comporta una dinamica di tal fatta? Avremo meno acqua a disposizione, in proporzioni preoccupanti, sino al raggiungimento di una soglia di crisi per quanto riguarda l’approvvigionamento, anche minimo, richiesto dal fabbisogno globale. Non è solo che dovremo lavarci il viso con minor consumo d’acqua e che dovremo rinunciare a riempire le nostre piscine nei periodi di caldo torrido o che non potremo più generare ambienti montani artificiali che ci consentano di proseguire nell’organizzare gare per gli sport invernali, o quant’altro possa entrare nel merito.
Pensiamo all’agricoltura che ci procura il pane da portare in tavola, agli allevamenti che vedranno ridotte intere mandrie alla sete, alle industrie che sono vere divoratrici di risorse idriche. Poi l’igiene, le reti fognarie, gli ospedali: riduzioni di consumo dappertutto, su larga scala, senza sconti.
In tutto questo c’è da inserire l’uomo che lavora, indiscutibilmente gravato da crisi occupazionali a tambur battente, quindi estinzioni o decurtazioni drastiche dei salari, disoccupazione dilagante, regresso economico e accesso quasi del tutto negato ai beni indispensabili per la quotidianità del vivere. Milioni di famiglie condannate a godere di sempre minori opportunità e possibilità di tirare avanti, di provvedere alla cura dei figli.
Tutto per la scarsità progressiva di acqua, colpa della fusione dei ghiacciai, colpa dell’aumento selvaggio delle temperature globali, colpa dell’inquinamento atmosferico da gas serra, colpa, infine, dell’uomo e delle sue attività produttive, della crescita economica per dirla tutta.
Riprendiamo il ritornello: che cosa possiamo fare? Intanto che girovaghiamo nella speranza caduca di trovare una risposta confortante, potremmo guardarci frettolosamente attorno e fare un breve bilancio di ciò che ci aspetta. Con una popolazione che aumenta a dismisura e con intere falangi di disperati che bussano alle nostre porte, qualcuno ci mette in testa un nuovo termine: overshoot, quello che starebbe a indicare che abbiamo esaurito le scorte: il magazzino per l’anno corrente è stato svuotato sino agli angoli più remoti e, per non soccombere alla fame, abbiamo sfondato l’uscio che ci apre l’accesso al magazzino ricco delle scorte per l’anno a venire, non ancora stivate anche quelle al completo, sicché ci siamo buttati a mangiare le riserve che ci servirebbero per sopravvivere nel prossimo futuro. Legati a tale fenomeno insisterebbero altri fattori negativi, come la deforestazione, la perdita delle biodiversità, il surriscaldamento, la siccità.
Bene, qualcosa s’è fatto, inutile negarlo: si è parlato molto, sono stati presi accordi fra le Nazioni del mondo, sono stati elaborati progetti, si è data la priorità a iniziative mirate. Ma, poi? Tutte parole, soltanto parole. Alcuni Stati si sono discostati dai programmi intrapresi, gli altri si sono guardati bene dall’impegnarsi nell’onorare le promesse condivise. Di queste Conferenze sul clima conosciamo una serie pletorica: da Berlino e Ginevra negli anni 1995-1996 a Kyoto nel 1997; da Buenos Aires e da Bonn, entrante il nuovo millennio, all’Aja, a Marrakesh, a Nuova Delhi, a Milano, a Rio de Janeiro, a Johannesburg, a Bali, a Durban, a Copenaghen, a Città del Messico, a New York, a Ginevra, a Tianjin in Cina, a Cancun nel Messico; e altre ancora che non ho tenuto a mente.
Per passare al sodo, fra le mille raccomandazioni e i mille propositi formulati rimane il più indilazionabile, che ne costituisce la parte cruciale, “abbattere le emissioni”. Diciamo che, dopo molto parlare, i rappresentanti delle Nazioni presenti alle Assemblee mondiali hanno dimostrato di essere consapevoli del problema che ci sovrasta, tutti indistintamente; ne sono altamente coscienti e convinti della priorità da attribuirsi a interventi immediati ed efficaci. Ma, infine, chi si muove nel decidere di fare effettivamente qualcosa di risolutivo?
Anche su questo tema mi sono soffermato in numerose occasioni, lanciando un’idea che non è solo mia, ma che incute terrore in tutte le Nazioni del Pianeta e che si presenta come l’esatto opposto della tendenza a migliorare il proprio status nel contesto umano: consumare meno, molto meno, ridurre la soddisfazione dei bisogni all’essenziale, accontentarsi del minimo necessario, eliminare il superfluo insieme a ogni impulso all’avidità, ma anche creare un equilibrio di opportunità nella fruizione della ricchezza che il Pianeta può elargire, eliminando i fasti, gli stanziamenti per armi da guerra, le disuguaglianze fra super ricchi e super miserabili, in una parola diventare tutti un po’ più poveri. Una bella ricetta per non soccombere, vero? Ma chi se ne farà carico? A guardarci intorno viene da constatare l’esatto contrario: si corre a consumare e a godere senza freni, ci si para occhi e orecchie dal presentarsi di una prospettiva futura dai risvolti allucinanti, si gioca ad accaparrare, a superare, ma anche a distruggere e a uccidere là dove, a migliaia, bambini e inermi soffrono e cedono alla prepotenza bruta di chi ha il sopravvento, là dove, fatto l’esempio, si pensa di utilizzare un bene finanziario ammontante alla cifra iperbolica di 850 miliardi di Euro per una difesa fantomatica, togliendo con tale deliberazione la spinta a vivere che a guisa di tenue filo incoraggia milioni di esseri infelici. Chi avrà tanto cuore e tanto coraggio da dare inizio a un percorso di rinnovamento mai immaginato, così come oggi si presenta, nella Storia dell’umanità?
Intanto ci si mette pure l’ambiente naturale a creare problemi aggiuntivi alle già tante e tanto gravi tribolazioni che assillano il genere umano: piogge torrenziali e alti livelli di allerta che costringono a procedere con la chiusura di scuole e sgombero di abitazioni. Ultimamente, ripetuti movimenti tellurici ai Campi Flegrei con scosse di intensità mai registrate negli ultimi quarant’anni, e sulle coste garganiche a una soglia di magnitudo pari a 4,7. Quasi Madre Terra non sopportasse più le ferite inflittele dall’uomo e volesse scrollarsi di dosso una masnada di parassiti insignificanti quanto perniciosi. Mentre ci scervelliamo per costruire armi sempre più potenti e di inimmaginabile potere distruttivo, mentre affolliamo i nostri arsenali nell’idea paranoide di prepararci alla difesa – da chi? – mentre ci scanniamo a vicenda, mentre aggrediamo e soffochiamo le risorse che il Pianeta serba per la nostra sopravvivenza, mentre approfittiamo con disprezzo e noncuranza delle risorse naturali a nostra disposizione, ci allontaniamo sempre più dall’idea di una situazione globale insostenibile a causa delle condizioni climatiche impazzite, dall’idea che siamo oltretutto quotidianamente minacciati su due fronti: dall’ interno nella previsione del risveglio dei sistemi vulcanici più pericolosi, del metano in procinto di liberarsi dai fondi marini con conseguenze catastrofiche; dallo spazio con l’avvicinarsi periodico di bolidi che, aggiustando la traiettoria di poche frazioni di grado, potrebbero impattare sulla Terra e sconvolgere l’intero sistema vitale sino all’annientamento. A questo punto è arrivata l’intelligenza umana? Non pensiamo che siamo qui per qualche motivo preciso e che non comandiamo di nulla, proprio di nulla? Vogliamo riflettere poco poco soltanto sul nostro individuale organismo, la cui esistenza è assicurata per un periodo determinato a un cuore che pulsa regolarmente? L’abbiamo fatto noi? Possiamo comandarlo, rimetterlo in funzione qualora decidesse di fermare la propria attività? Il respiro che ci sostiene soggiace per caso ai nostri voleri? Mentre dormiamo, perché continua nei suoi ritmi, noi incoscienti?
Saremo più liberi quando diventeremo più umili, quando capiremo che noi, come organismi fisici, siamo nulla, meno di nulla. Eppure, l’altalena delle vociferazioni umane continua a riempire inutilmente lo spazio che ci circonda. E l’uomo va avanti sulla strada della corruzione, della violenza, i cui pilastri indicatori sono racchiusi in un acronimo “ARMEST” che sta per i volti con cui si presentano i decisori degli eventi devastanti: ARroganza, MEgalomania, STupidità. È così che l’uomo, nei casi più manifesti, appare in tutta la sua arroganza ponendosi a difensore di diritti e calpestando le altrui versioni. Insegue chimere false e devastanti, che hanno come nome ipocrisia, potere, malvagità, sopraffazione, inganno. Crede, poi, di essere il centro dell’Universo, degli Universi, in modo del tutto allucinante, ma infine non fa che lasciarsi trascinare dalla sua infinita stupidità che inquina i suoi pensieri e i suoi sentimenti, portandolo a contrastare e a negare il bene, il vero, il bello di tutto l’esistente.
Vediamo ancora che cosa accade, oggi, sulla scena mondiale. All’estero la incessante altalena di accordi e confronti diplomatici fra Putin e Trump nei riguardi del raggiungimento di una pace duratura, nel tempo stesso in cui prolifera baldanzoso più che mai il mercato di ordigni da guerra e l’Europa si affretta a riarmarsi, aprendo spazi infiniti di concorrenza a organizzazioni criminose pronte ad approfittare del momento di crisi e di paura per accalappiare a proprio vantaggio gli appalti più redditizi.
Sul piano politico, ancora, Trump che rivendica il diritto ad annettere la Groenlandia e si intromette allungando la mano su siti di varie nazionalità per ottenerne vantaggi sicuri, dopo aver imposto a mezzo mondo dazi commerciali da capogiro e averne provocato reazioni di pari entità, con la conseguenza immediata del crollo delle borse più quotate sul mercato finanziario e con la comparsa di nuovi e più assillanti interrogativi sul futuro dell’economia mondiale.
Il profilo sociale del Pianeta, per altro verso, non ci comunica buone notizie, dopo che sono stati provocati scossoni non indifferenti sulla bilancia degli equilibri politici mondiali, in concomitanza al risorgere della violenza sia individuale sia di gruppo sia organizzata. Ne è esempio eclatante quanto si è avverato ad Haiti nei Caraibi, dove si è verificato uno sfollamento coatto coinvolgente una folla di quarantamila persone dall’area metropolitana di Port-au-Prince. La gente fugge, spinta dal terrore dilagante a causa della violenza perpetrata da gruppi di malintenzionati. La gente fugge, anche, di fronte all’impossibilità di condurre una vita con un minimo di dignità nel proprio paese e fuggirà sempre più a causa degli sconvolgimenti geologici apportati dai cambiamenti climatici.
Da non parlare, poi, delle guerre che infestano ormai territori smisuratamente estesi del nostro Pianeta e che tentano di pervertire persino gli attori pacifici della scena convincendoli a prepararsi, per realtà percepita o per caduta nella paranoia, nel prefigurarsi conflitti armati non ancora in atto, ma sensibilmente subodorati.
Stiamo creando una percezione adeguata delle miserie, delle privazioni e delle terribili sofferenze che colpiscono popolazioni inermi, fatto esempio il conflitto nella Striscia di Gaza, con bambini affamati e altri, sulle braccia dei propri padri, recati nella fossa, avvolti in un panno funebre? C’è qualcosa al mondo di più esecrabile che lo sterminio di bambini e di gente che allunga le braccia per avere una scodella di cibo, per non morire di fame? Io penso che i grandi reggitori di Stato e di Governo di tutto il mondo dovrebbero costituire un esercito pacifico e porsi personalmente di fronte all’avanzata delle armi sterminatrici per imporre, di forza, la fine dell’annientamento generale. Chi non ha ancora capito che si sta attuando un tentativo di sterminio di massa? Anche attraverso la fame e le morti per mancanza di cure sanitarie? Non si può ammettere un comportamento diabolico, già dalle prime sue manifestazioni. In punta a quell’esercito marcerei io stesso di persona, per affrontare a viso aperto i responsabili di tanto orrore, anche sapendo che il primo colpo per abbattermi lo riceverei in petto, ma almeno avrò dato la vita per una causa giusta. Se solo fosse possibile!
Tutto questo, e molto altro ancora di terribilmente prevedibile mentre l’umanità non vuole ammettere, o finge volutamente di non avvedersene, di star posando i piedi su un suolo in procinto di sprofondare, di essere gravata alle spalle da un mondo che le sta crollando addosso, sia per le malattie che, in forte grado di avanzamento, deturpano in crescendo le possibilità di sopravvivenza degli umani, sia per l’insostenibilità ambientale nel subire e sopportare le ferite inferte da una sconsiderata attività produttiva e di crescita economica, sia, ancora, per i movimenti demografici sempre più incontenibili, dovuti a variazioni repentine dei ritmi di crescita e di consumo.
Men che mai sono da sottovalutare, di questi tempi, i pericoli incombenti dal vuoto cosmico nelle cui profondità si stanno preparando insidie catastrofiche contro le quali a nulla varrebbero i mezzi umani di difesa.
Eppure, continuiamo a lottare fra di noi, a coltivare l’indifferenza e l’assuefazione più assoluta a una realtà imposta, a danneggiarci e a sopprimerci vicendevolmente, anticipando così semplicemente ciò che il fato degli eventi naturali sta preparando per l’intera nostra progenie. Come se avessimo chiuso gli occhi su ciò che realmente avviene nel mondo e fuori del mondo e ci fossimo sprofondati in un sonno ipnotico dal quale non ci risveglieremo più.
Noi, ora e qui. Ma… i nostri figli, nipoti, nascituri? Chi dovranno ringraziare dell’essere venuti al mondo?
Immagine di Copertina tratta da ARTDEPENDENCE.

