Nicea dietro le quinte

O in controluce, se più vi piace. Mi accingo a mettere giù alcune osservazioni derivate dall’ascolto di una notizia appresa dal Televideo del mattino in data 8 giungo 2025. Dice così: Leone XIV ha ribadito “la disponibilità della Chiesa cattolica a cercare una soluzione ecumenica che favorisca la celebrazione comune” della Pasqua. Lo ha detto ricevendo i partecipanti del Simposio Ecumenico per il 1700 esimo Anniversario del Concilio di Nicea. Obiettivo del Concilio, ha ricordato, “era quello di stabilire una data comune, per esprimere l’unità della Chiesa. Purtroppo, i calendari diversi non lo permettono più. Sono state proposte diverse soluzioni che consentirebbero di celebrare insieme la “festa delle Feste”.

Ciò che mi balza in mente di primo acchito è una visione critica che mi sento di esporre attorno a due eventi sviscerati dalla notizia riferita, entrambi con al centro la figura dell’imperatore Costantino, a cavallo del IV secolo. Il primo di questi eventi riguarda quanto ritrovo su un’affermazione ricavata dall’Enciclopedia “Rizzoli-Larousse”, dove si definisce Costantino “presidente onorario” nel Concilio di Nicea del 325, dopo che fu egli stesso a deciderne la convocazione. Da quanto andrò esponendo in seguito, viene da dire che di “onorario” nella presenza di Costantino all’assise vi fu ben poco, in quanto la scena effettiva nella quale si svolse la seduta vedeva un Costantino artefice e protagonista del curricolo percorso; quindi, un personaggio dalle vedute ben chiare e determinate come non mai nel prendere posizioni estreme e nell’assumersene le responsabilità. Oserei quindi dare l’ostracismo a quell’appellativo di “onorario” che non trova ospitalità nel quadro storico che andrò trattando e sostituirlo con il termine più appropriato di “autore”.

Fin qui il passo lasciato a un’arguzia definitoria, ma ora mi porto a toccare un argomento più fondamentale, quello che richiama la personalità dell’imperatore Costantino e il suo operato, in una duplice direzione, quella nei confronti della Chiesa nascente e quella per l’affermazione del potere imperiale. Due direzioni che poi confluirono in una sola: il prevalere de Cristianesimo e il susseguente disfacimento del tessuto imperiale nel volgere della Storia.

Scrivo perché mi preme vedere le cose nel loro vero volto, documentandomi alla meglio e astenendomi il più possibile dall’aggiunta di valutazioni personali e di critiche palesi che arriverebbero talvolta anche assai opportune, ma che lascio alla circospezione di chi legge. So pertanto che sui fatti narrati dai libri di testo scolastico e da certe pubblicazioni divulgative si fanno molte congetture, ma anche questo può servire ad aprire le menti e a guidare nel discernere fra quelle che sono le tante storie costruite e raccontate, a fronte della Storia corretta credibile.

Dunque arriviamo a Costantino, la persona che volle il Concilio di Nicea, il primo della serie, che fu seguito da una seconda edizione. Per evitare di cadere in facili confusioni mi intratterrò in una breve presentazione dei due Concili menzionati.

Il primo Concilio di Nicea, quello che occuperà un posto di privilegio nella trattazione che andrà a seguire, fu convocato dall’imperatore Costantino per ristabilire, nella Chiesa e nell’Impero, la pace turbata dal dilagare dell’arianesimo (dottrina eretica che negava la natura pienamente divina di Cristo, considerandolo inferiore a Dio Padre). Si tenne tra il 20 maggio e, sembra, il 19 giugno dell’anno 325, sotto il pontificato di Silvestro I e fu il primo Concilio ecumenico ossia universale, relativo a tutta la terra abitata. Vi parteciparono all’incirca trecento vescovi riuniti sotto la presidenza “onoraria” di Costantino e quella effettiva dei legati papali Osio, vescovo di Cordova, Vito, Vincenzo, e presbiteri romani (con il termine “presbiteri” nella Chiesa primitiva si indicavano i vescovi, i preti e talvolta anche i laici partecipanti al concilio che presiedeva all’attività di una chiesa; a partire dal II secolo indicò esclusivamente i preti). Ario difese di persona la propria dottrina la quale ebbe sostegno da parte di 22 vescovi, detti pertanto ariani. A partire dal 315-320, Ario aveva iniziato a predicare una dottrina contraria all’attribuzione della divinità al Verbo. Fu condannato per eresia nei Concili di Antiochia del 324 e di Nicea del 325 e infine esiliato, per ordine di Costantino. Con Ario vennero condannati altri vescovi che condividevano la sua dottrina, tra i quali Eusebio di Nicomedia. Il conflitto suscitato da Eusebio assunse anche aspetti politici, in modo tale che le tendenze imperiali nei confronti del cesaropapismo finirono per ottenere un rafforzamento.

L’assemblea di Nicea, il 12 giugno, approvò a grande maggioranza la dichiarazione dogmatica che proclamava il Figlio consustanziale al Padre. Ario e quei vescovi che rifiutarono la sottoscrizione della dichiarazione furono anatemizzati (colpiti da anatema ossia da scomunica) e posti al bando.

Secondo Concilio di Nicea, o 7° Concilio Ecumenico. Fu promosso per porre fine alla lotta iconoclasta (contro le immagini sacre). Fu tenuto in otto sezioni, di cui l’ultima a Costantinopoli, dal 24 settembre al 23 ottobre dell’anno 787, con la partecipazione di circa 350 vescovi. Il Concilio dichiarò legittimo il culto delle immagini sacre, che venne tuttavia distinto come “riverenza ed onorevole adorazione” dal vero “culto di latria” riservato a Dio. Il papa Adriano I, benché avesse dichiarato di accettare il concilio, ne ritardò l’approvazione completa degli atti che, del resto, non furono immediatamente accettati nemmeno nell’Impero carolingio, sia per motivi politici sia perché non se ne intese bene il significato dogmatico.

Ed eccoci allora alla figura di spicco nella Storia che cercherò di analizzare e nel corso della quale, chi vorrà, potrà avvedersi dell’apparire di pesanti contraddizioni e affinare la propria capacità di penetrare concetti significativi.

Costantino I il Grande, dal nome completo di Caio Flavio Valerio Aurelio, nacque a Naisso, oggi Nissa, in Serbia, attorno al 280 e morì a Nicomedia nel 337. Il suo impero decorse dal 306 al 337. Suo padre era Costanzo I Cloro, ufficiale romano, e sua madre Flavia Elena (poi proclamata santa), moglie morganatica, se non proprio concubina (il matrimonio morganatico era un matrimonio celebrato legittimamente tra due persone appartenenti a diversa posizione giuridica, in genere l’uomo di stirpe nobile o regia e la donna di umili origini. Fra loro si stipulava il patto secondo il quale uno dei coniugi e l’eventuale prole non assumessero l’alta condizione sociale dell’altro coniuge).

Sulla questione del titolo di Augusto, Costantino si scontrò con Diocleziano che lo qualificava semplicemente come “Cesare, figlio di Augusto”. Costantino venne altresì in contrasto con il suocero Massimiano, di cui aveva sposato la figlia Fausta. Lo condusse prigioniero a Marsiglia e tanto fece da costringerlo, nel 310, a suicidarsi. Fu poi in lotta contro Massenzio che mirava al dominio dell’Occidente. Lo batté a Rivoli e a Verona. Lo scontro decisivo ebbe infine luogo presso Roma, sulla via Flaminia, nella battaglia del Ponte Milvio che, il 28 ottobre del 312, assegnò la vittoria a Costantino.

Alla vigilia della battaglia, Costantino disse di aver avuto una visione nella quale una divinità gli aveva suggerito di assumere un simbolo, il chrismon cristiano o emblema della croce, che gli avrebbe assicurato la vittoria (in hoc signo vinces, con questo segno vincerai) (Chrismon, monogramma di Cristo, raffigurato dalle lettere greche maiuscole X – chi – e P – rho – iniziali della parola greca Christós, intrecciate). Si disse di una conversione improvvisa di Costantino, ma è più credibile parlare di una pura mossa opportunistica adottata nel dirigere la sua volontà di potenza e di dominio, dove usciva vincitore lo scopo, già di per sé estraneo alle convinzioni religiose di Costantino, di tenere in piedi la struttura politica dell’Impero ormai in crisi, appoggiandola a una nuova forza spirituale e di crescente affermazione, influente pertanto su gran parte della popolazione.

Costantino, dunque, si preoccupò di concedere a tutti la libertà di adorare Dio nella forma preferita e di assicurare pace e unità a ogni religione. Con tale requisito presiedette al Concilio di Nicea come “vescovo di coloro che sono fuori della Chiesa”. Si considerò pertanto regolatore della vita religiosa, pur rimanendo imperatore dei romani e sommo sacerdote dei pagani.

Nel 313, a Milano, insieme a Licinio aveva emanato il così nominato Editto di Milano che garantiva la libertà di culto ai cristiani, insieme alla restituzione dei beni loro confiscati in epoche precedenti.

Fu questo il punto chiave, il movente di una svolta epocale che muterà per i due millenni successivi la fisionomia politico-religiosa delle popolazioni asservite all’Impero Romano. Costantino non era certo uno sprovveduto, era uno che sapeva il fatto suo, alla perfezione; politicamente assai arguto, sapeva tenere in mano la situazione e prevedere il volgere delle cose con uno sguardo socio-politico di lunga portata. Era consapevole della crisi interna che aveva iniziato a sfaldare le antiche convinzioni di unità politica, e anche sul piano religioso il culto degli dei andava piano piano affievolendosi, almeno nei ceti medio-alti della popolazione. E allora niente di meglio, per ricostituire l’unità dell’Impero, di un unico Dio posto a sovrastare le sorti di Roma. Dunque, via dalla scena anche tutta la teogonia di derivazione greco classica e latina, sostituendola, per non lasciare smarrito il popolo, con uno stuolo di santi e di beati da pregare, onorare e invocare. Era pure consapevole della forza e dell’attrazione che i cristiani andavano esercitando sulla gente del volgo con la loro fede. Fu così che fuse insieme la corrente politica con quella religiosa assicurando in tal modo l’Impero dallo sfacelo, appoggiandosi pertanto a una volontà di espansione che aveva intravisto molto attiva fra i cristiani e portando avanti una politica fedele al suo proclamare: “Un solo Dio, un solo imperatore”, e fu la formula vincente. Riuscì così a spalancare una porta fortunosa a eventi storici di enorme portata sociale, una porta per la cui apertura occorrevano due chiavi: la prima fu quella relativa all’Editto di Milano; la seconda ebbe a che fare con il Concilio di Nicea.

Sul piano politico, in particolare, sorsero ben presto contrasti fra Costantino e Licinio, tali da portare allo scoppio di un vero e proprio conflitto che si concluse con la vittoria di Costantino ad Adrianopoli e a Crisopoli nel 323. Licinio, per il momento, fu risparmiato, ma, trascorsi appena sei mesi, venne assassinato per ordine di Costantino. Fu l’espediente ultimo per ristabilire l’unità dell’Impero, mentre il sistema tetrarchico instaurato da Diocleziano svaniva per sempre. Ma Costantino non si sentiva ancora al sicuro, minacciato dalle pressioni delle orde barbariche sulle frontiere e dalle discordie che serpeggiavano nella sua famiglia. Si batté contro i Goti e i Sarmati che riuscì a fare evangelizzare nel 332 secondo le clausole del credo ariano.

I contrasti sviluppatisi all’interno della sua famiglia derivavano da sentimenti di gelosia rivolti contro il Cesare Crispo, figlio di Costantino, dai suoi fratellastri e dalla matrigna Fausta. È qui che si rivelò l’efferatezza del carattere di Costantino nell’assumere decisioni estreme: non fece altro che mandare a morte il figlio, con il pretesto preso da Fausta la quale aveva esposto una denuncia per attentato al proprio onore. Ma non si fermò qui, e fece uccidere anche la moglie, nel 326, con l’accusa di adulterio.

Costantino, tutto sommato, è rammentato come il regnante che rese possibile il trionfo del cristianesimo nell’Impero. Dal 325 in avanti ai cristiani furono concessi numerosi privilegi: la libertà di culto, per ripetere, la restituzione dei beni confiscati, ma anche la dispensa per il clero dalle prestazioni obbligatorie, il diritto riconosciuto alla Chiesa di ricevere legati e donazioni, la soppressione della legge contro il celibato, una serie di benefici di ordine giudiziario, la protezione accordata ai cristiani, finanche la costruzione di basiliche e la realizzazione del pellegrinaggio da parte della madre Elena nei Luoghi santi. Si dice anche che una pseudo “donazione di Costantino” a un vescovo di Roma, Silvestro, nel 313, sia stata l’inizio dell’affermarsi del potere temporale dei papi e che a lui si debba definitivamente il trionfo del cristianesimo sul mondo pagano.

Costantino, infatti, si atteggiò decisamente contro il paganesimo e il giudaismo, si mosse per imporre il Credo niceno e per combattere l’arianesimo o, in altra occasione, l’ortodossia alessandrina. Ma neppure dopo la sua morte ebbe assicurata la pace e la concordia nei suoi domini. Aveva costituito una salda unità dell’Impero, ma, scomparsa la sua presenza, non tardarono ad avverarsi dissidi fra i suoi cinque eredi: i figli Costantino II, Costante e Costanzo II, e i due nipoti, Dalmazio e Annibaliano. Tra i successori designati imperversarono uccisioni e guerre. Ne furono conseguenze un nuovo indebolimento dell’Impero e la spinta in avanti delle invasioni barbariche.

Avevo iniziato questa breve dissertazione proponendomi di non disperdere i segni della penna in inutili interpretazioni e valutazioni dei fatti storici accaduti e richiamati in queste righe. Lo farò, ma non posso esimermi dal formulare una domanda, che, date le circostanze, rivolgo a me stesso, quella che si sofferma sulla pletora di contraddizioni apparse in misura sorprendente. Già a iniziare dal periodo veterotestamentario possiamo imbatterci in una serie di eccidi storici perpetrati da popolo contro popolo, in nome del “Dio degli eserciti”, scene che fanno rabbrividire al solo immaginarle. Non accenno qui a una descrizione possibile, già la si può trovare sulla mia trilogia Regno celeste, Impero terreno (IBN Editore, Roma 2020), e neppure ai tempi foschi dell’Inquisizione, delle persecuzioni e della lotta alle streghe di infausta memoria collocabili al seguito. Semplicemente vado a osservare quale possa essere stato l’impianto di una religione che, da una serie di atrocità primitive, si autoconvertiva in una religione dell’amore, voluta da un Dio che da sterminatore geloso del proprio popolo e dei suoi nemici si presentava in una versione rinnovata, padre amoroso e premuroso, disposto al perdono, alla misericordia, alla riconciliazione. Una divinità, dunque, che si avvale di uomini avidi, sordi ai suoi richiami, amanti dei beni concreti offerti dall’esistenza terrena, propagatori di parole magistrali e consolatorie, un mare di parole, tutte fine a se stesse.

Pare che nulla sia cambiato nel volgere dei secoli, là dove la forza bruta, la violenza, l’inganno, l’ipocrisia imperano sui percorsi dell’umanità intera, segnandone le sorti in forma sempre più discriminante e oppressiva. Siamo oggi tutti coinvolti in un bagno di sevizie psicologiche e di promesse fatue, buone solo per tenere a bada, per il maggior tempo possibile, la volontà di ognuno di noi e per dirigerla secondo particolari schemi preordinati.

Poi si parla di Dio, senza sapere minimamente che cosa si racchiuda in quel termine così vago e diafano, che cosa si voglia intendere nell’atto di nominarlo, senza pensare di avere o meno un interlocutore credibile, buttando al vento parole e incensi, ancora parole, e intanto quel Sublime che cerchiamo si va nascondendo sempre di più. Chiedo dunque venia a chi mi legge se sto estrapolando eccessivamente, ma poi penso: quale peso è possibile attribuire, in termini storici ed etno-evolutivi, a quel primo Concilio di Nicea che oggi il Pontefice va richiamando con un non celato senso di orgoglio, quando egli stesso, dall’alto del suo soglio pontificio, credo abbia la consapevolezza che Nicea-325 rappresentò una svolta epocale risolutiva, capeggiata e pilotata da un personaggio detentore di un enorme potere politico, padrone assoluto della situazione del momento, ma anche portatore di colpe imperdonabili? Senza di lui e della sua mano pesante nello scrivere il Libro della Storia, che cosa sarebbe avvenuta del Cristianesimo fino allora contrastato e perseguitato? Credo che Papa Leone debba essere di gran lunga assai riconoscente all’imperatore e alla sua creazione dogmatico-politica voluta con il primo Concilio di Nicea, terreno fertile per l’imposizione di un cristian-costantinesimo di così lunga durata.

Nel mio lavoro sopra citato credo di poter ricordare che anche su questo punto farei una variazione di nomenclatura: non più cristianesimo, ma costantinesimo o cristian-costantinesimo, come appena accennato. Che Sua Santità mi perdoni. Ho scritto quel che la mia mente elabora e che il cuore mi detta. Resto convinto, fatti tutti i calcoli, di una cosa: su questo nostro Pianeta del dolore, la Verità è quella cosa che in verità non si raggiungerà mai, e il dubbio è la forza che induce la mente a non arrendersi.

Immagine di Copertina tratta da Vatican News.

Lascia un commento