Dove vai, Pensiero? Parte 8 di 9

Ma che senso ha?

  • Tiziano. E il clero, perché soltanto i politici, e non si va a vedere che cosa fa il clero in tutto questo bailamme? Una volta i preti parlavano di Dio, di Cristo, di amore, di perdono, di Vangelo. Ora parlano di diritti, di affari sindacali, di politica, occasionalmente di morale. Una volta tenevano buona la gente con la paura del sesso e dell’inferno. Ora hanno capito, mica son scemi, che il sesso comunque prevale e hanno fatto passare di moda l’inferno oppure sono scesi a patti col diavolo, elargendo concessioni sempre più comprensive col dire che questo o quello è sempre meno peccato, purché tu faccia così o cosà. L’inferno? All’inferno non ci credono nemmeno più i bambini, e i preti meno che mai, meglio fermarci alle cose di questa terra, quelle si vedono e si toccano e contano per davvero. Allora gli interessi, lo stato sociale, i diritti, quando va bene la famiglia. E poi l’amore, questa parola bistrattata e spalmata con disinvoltura a condire ogni cosa che si voglia mettere in risalto. Amore che diventa una patina, attraverso il dire mellifluo e il tono nauseabondo dei prestatori di voce della propaganda, da usare come additivo persino sulla pastasciutta, sull’olio per l’insalata, sui preservativi se chi fa propaganda ne avesse la faccia. Ma questi ultimi, probabilmente, non occorre reclamizzarli. Rivendicano, gli astuti imbonitori, l’amore su ogni cosa mentre ben sanno che la gente, la gioventù, l’amore hanno finito per considerarlo un prodotto di mercato che si acquista col denaro, che si consuma e si butta e si disprezza. Dov’è finito l’amore come dedizione, dono di sé, sacrificio? Pazzo chi crede ancora a queste cose, pazzo e fuori epoca. “Il mio Regno non è di questo mondo”, “Va’ e dài tutto ciò che hai ai poveri”, “È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago …” erano parole sacrosante, valori come pilastri di realizzazione umana. Quanto hanno resistito? La Chiesa cattolica, che spinge le folle ad amare e a donare e a perdonare e a dimenticare, non va forse sempre più facendo a gara, nell’imitarle, con le multinazionali che si reggono saldamente sulla garantita proprietà e sfruttamento di beni terreni? Se si privasse delle enormi ricchezze accumulate in secoli di storia oscura, e ne devolvesse il ricavato per lenire le piaghe che affliggono l’umanità, quanto bene concreto riuscirebbe a fare? E quale esempio d’amore, quale insegnamento genuinamente cristiano potrebbe in tal modo offrire al mondo intero? La Chiesa, fin dagli inizi, abbracciò la povertà per elezione. Povero Frate Francesco: lui aveva inteso bene il Vangelo. Ma li vedete i vescovi, pasciuti e raggianti, regalare le loro vesti e spingersi tra la folla recando la parola novella, coperti di un umile saio e, tutt’al più, sul dorso di un mulo? E il loro impero politico-economico-finanziario che fine farebbe? No, mai più!
  • Mirach. Io ci vedo un altro risvolto ancora, stando a ciò che s’è detto. Mi vien da pensare ai vescovi-conti, a certi santi della fede cattolica che, immancabilmente, provenivano da famiglie ricche e potenti, ma poi anche a santi e beati canonizzati nel luogo e nel periodo che le vicende politiche e le trasformazioni storiche dipingevano come più gravidi di criticità e quindi più degni di attenzione. Non entro in merito agli scopi. L’altro risvolto, quello che muove da un precedente suggerimento di Sirrah, ha anch’esso un nome: spartizione. Sapete, leggevamo sui libri di storia “l’ennesima spartizione della Polonia”. Povera Polonia, quanti colpi di forbice ha dovuto sopportare nelle sue carni macilente! Là dove qualche potenza metteva piede, ecco iniziare lo smembramento, il saccheggio, la spartizione. Ognuno voleva la fetta più grossa, e poi ci si faceva guerra proprio soltanto per quella fetta più grossa. Il concetto appreso di spartizione è sopravvissuto a lungo, anche in tempo di pace. Come non sarebbe potuto accadere! E fu accaparramento da parte dell’homo politicus. Questi, per assicurarsi il potere che vedeva a portata di mano, conseguito grazie alla schiera di satelliti ben pagati e asserviti alle sue mire, non avrebbe mai potuto pensare di prendere per sé tutto il tesoro. Determinazione fatale: i satelliti l’avrebbero aggredito e sbranato. E, dunque, che fare? Dare un pezzo a ciascuno, di modo che tutti, ricevuto chi più chi meno, fossero, se non proprio soddisfatti del bottino, almeno risarciti copiosamente, e la minaccia di rappresaglia interna debellata.
  • Ottero. Ma, sotto sotto, questo modo di fare e disfare le cose aveva un effetto “boomerang”, mi verrebbe da aggiungere. Il leader, cioè, dopo aver ammansito i pretendenti con regalie e benefici, sapeva che la quiete sarebbe durata poco, perché l’invidia fa guardare in alto e fa ribollire il sangue. Allora la politica della blandizie si trasformava in politica del “dictate”, della violenza. Così il più forte faceva e faceva sinché riusciva a sgretolare, pezzo dopo pezzo, le impalcature delle piccole potenze che gli roteavano intorno. L’obiettivo era la supremazia assoluta, oppure l’annientamento totale – dell’avversario, possibilmente.
  • Tosco. Sulla figura del leader avrei una mia interpretazione. In molti casi è stato proprio il leader a creare la propria situazione di supremazia, per volontà propria, per valore proprio, per doti specifiche proprie.
  • Ottero. Sì, non lo nego, ma ciascuno di questi leader non sarebbe stato tale senza l’ora e qui. Fossero nati in altra epoca e/o in un altro luogo, nonostante le medesime doti che hai detto, non sarebbero probabilmente emersi dalla mediocrità. Il genio necessita di uno “spirito del tempo” congruente con la sua stessa genialità.
  • Tosco. Approvo, approvo, ed è proprio qui che intendevo portarmi. Cioè a quell’altro tipo di leader, quello che di doti specifiche proprio non ne ha, e di doti generiche non eccelle. Ma può comunque possedere una qualità, un atteggiamento forse soltanto, una tonalità, un carisma se vi piace la parola, che in una determinata realtà storico-sociale e in un preciso momento combaciano con l’idea di necessità storica di quel momento. Può trattarsi addirittura di una persona emotivamente e psichicamente instabile, carente di giudizio, contraddittoria nei propri princìpi e nelle proprie valutazioni. Ma quella particolare dote che il leader detiene con palesata convinzione viene incontro al bisogno universale, intrinseco al volgo, di affidarsi a una guida. Nasce l’uomo forte, viene edificata un’impalcatura di personalità, attorno a quest’uomo forte, del tutto fittizia e ingannevole, ma unica nella sua esplosiva espansione nei confronti degli stereotipi collettivi. Questi ultimi, creati ad arte dagli acrobati della politica che sanno molto bene come si mettono morso e briglie allo spirito del tempo, assumono un volto caratteristico quasi in simbiosi e in sincronia con il volto che gli acrobati riescono a scolpire sulla persona del loro uomo forte. La storia va avanti, e cade, e si risolleva, e ricade, sulle illusioni che vanno formandosi attorno a queste impalcature di entità apparenti. Le sottili manipolazioni di pochi costruiscono questa terribile macchina. E, arrivati a tal punto, che cosa succede? Succede sempre la solita cosa. Chi ha costruito il proprio dio, investendolo di straordinari poteri, ora vuole essere come lui, più di lui possibilmente, vuole spodestarlo. La storia cade nel trabocchetto quando l’invidia e la cupidigia si associano alla forza e all’aggressione. L’impalcatura inizia a frammentarsi e il castello di fango si scioglie.
  • Sirrah. Insomma, ce l’avete tutti con i politici e con la gente di chiesa. Mi sembrano un po’ esagerate certe definizioni che ho udito. Forse vi hanno fatto torto, qualche prelato, non so. In fin dei conti, quando si tratta di aiutare chi soffre sono uomini di religione che fanno dono delle loro energie, dei loro averi, anche della loro vita, è successo.
  • Tosco. Certo, l’eccezione che conferma la regola. C’è chi crede nell’amore, quello vero, non quello del denaro, come Madre Teresa di Calcutta per fare un nome. A loro il massimo dell’ammirazione e del rispetto, ma sono le piccole frange di un enorme tessuto fatto per lo più di profittatori. Madre Teresa vendette l’auto di lusso datale in dono per devolvere il ricavato a beneficio dei poveri: sublime Vangelo! I suoi superiori si attaccano a Internet e ti costruiscono un mercato sfacciato. Ti vendono persino le omelie del Papa, on-line, se paghi un tanto. Vendono, vendono e incassano denaro, e accumulano, trasformando gli utili in beni azionari, immobili, fonti di ulteriore profitto. Vendono anche le indulgenze, le esequie per i morti, la consolazione per i disperati, venderebbero anche Gesù Cristo e sua Madre se mai riuscissero a metterci su le unghie. È andata così che, a partire da uno sparuto cenacolo di pescatori, sono arrivati a costruire un impero economico, ad accentrare potere e prestigio. Hanno potere su tutti, poveracci e arrivati, ma soprattutto sui primi, sui quali fanno leva insinuando convinzioni intessute non di prepotenza o di dominio, ma di paure subdole, striscianti che agiscono in modo impercettibile, sotto pelle. Ci sono dappertutto, dove la gente miserabile soffre, dove le alte personalità decidono. Pare agisca nel ceto civile una sorta di ancestrale paura nel lasciarli a parte, perché si occupino della salvezza delle anime. Salvezza delle anime? Ma che dico! Ci credono, loro? E s’infiltrano in ogni anfratto sociale galvanizzandone l’attenzione, e giocano sul carisma che viene loro riconosciuto per manipolare astutamente la situazione del momento e ridurla a vantaggio degli interessi della propria casta. Sentendomi dire queste cose, non indugerebbero a bruciarmi vivo, com’era loro uso quando i codici civili non avevano la potestà di impedire misfatti di tal genere. Loro, che costruivano un paradiso governato da vescovi conti e un potere temporale amministrato da nobili famiglie annoveranti ciascuna il proprio santo o il proprio beato. Già, i santi e i beati, quelli che oggi vengono elevati agli onori degli altari per risarcire le popolazioni oppresse marginalmente collocate e sofferenti soprattutto su piano etnico-politico. Vuoi fare carriera, emergere? Buttati nelle mani del clero e ne avrai la certezza. Ma, non scordare, se sei politico devi sostenere la causa che sostengono loro, anche se tu non ne sei convinto; se sei cantante devi cantare i versi e osannare i motivi che vogliono loro, devi fare molto ricorso alla parola amore, alla parola famiglia, alla parola felicità; se sei scrittore puoi comporre libri e poesie a volontà, ma tratterai argomenti, svilupperai concetti e userai espressioni che siano di loro assoluto gaudio. Non dubitare, farai carriera, sicuramente. Ma provati a toccare certi tasti, la povertà, la spoliazione, il dono completo di sé … versetti satanici edizione locale!
  • Ottero. Io direi che sei andato un po’ oltre ciò che si voleva argomentare. Puoi pensarla come vuoi, ne hai diritto. Io, tuttavia, vorrei tornare a un motivo che s’era sfiorato, ed è quello della crudeltà nei fatti bellici. Lasciamo i preti ai preti, lasciamo che i morti sotterrino i loro morti, se ti va l’espressione e, piuttosto, vorrei sapere che cosa ne pensate dei responsabili delle grandi stragi portate a termine nell’ultimo conflitto mondiale, lì eravamo giunti, vero?
  • Tiziano. I criminali di guerra, vuoi dire!?
  • Ottero. Proprio. Se ne sono visti in ogni continente, in ogni epoca, ma limitiamoci alla seconda grande guerra. Restringo il campo e porto l’esempio sul vertice del nazismo. S’è fatto un gran parlare delle mostruosità perpetrate da Hitler. Ma sarà proprio tutto vero?
  • Mirach. Che intendi con questo! Vuoi negare l’evidenza, vuoi controbattere la consistenza di fatti vissuti e documentati? Non ci sono forse prove che parlano da sé della ferocia di Hitler?
  • Ottero. Oh, sapevo che avrei fatto scattare la molla. Una premessa, allora: desidero affrontare l’assurdo, stravolgere l’insieme delle valutazioni storiche che conosciamo, per guardare i fatti, per un solo momento, da un’ottica diversa, quella delle mille probabilità. Attenti bene, non voglio fare apologia, ci mancherebbe altro! Soltanto una parentesi di “brainstorming”. Con questo non voglio dire che Hitler sia stato immune da misfatti obbrobriosi, non vado a giustificare la presenza storica della sua persona e dei suoi crimini soltanto perché così sarebbe stato stabilito da una mutazione deformata dello “Zeitgeist”, lo spirito del tempo come lo definiscono gli storiografi, e neppure voglio tentarne una specie di riabilitazione. Le mie sono soltanto pure considerazioni. Le fosse comuni, i campi di sterminio, i genocidi razzisti bastano da soli a marchiare per l’eternità la losca figura del dittatore.
  • Mirach. E allora?
  • Ottero. E allora sto pensando di immedesimarmi nel personaggio. Quali erano le intenzioni di questa figura nella Germania di quel tempo? Hitler era partito, io credo, dal desiderio di riscattare il suo paese dall’oltraggio e dall’umiliazione, così nel suo modo di valutare, conseguiti alla conclusione del primo grande conflitto. Riscatto ed espansione verso est. Era l’epoca dei nazionalismi imperialistici, segnata da spinte al colonialismo di prepotente impronta epocale.
  • Mirach. L’odio contro gli Ebrei dove lo metti?
  • Ottero. Fu una cosa diabolica ma, anche qui, io non me la sentirei di fare del capo del nazismo l’unico vero responsabile in assoluto dei terribili misfatti perpetrati.
  • Mirach. E l’ambizione di Hitler non la consideri?
  • Ottero. Certo che sì, ma si dà il caso che i tentativi di Hitler, all’inizio, vennero contrastati dai suoi stessi connazionali.
  • Mirach. Contrastati fa un bel dire. E la notte dei lunghi coltelli [1] già l’hai scordata?
  • [1] Wiessee (Monaco), 30 giugno 1934

Immagine di Copertina tratta da NPR.

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