Dove vai, Pensiero? Parte 7 di 9

Ma che senso ha?

  • Almach. Fermati un istante, ti prego, mio buon Ottero. Hai portato in superficie qualcosa che mi riconduce all’ottimo poeta, il mio Leopardi. Fu egli a scrivere, questa volta nella veste del filologo, alcune considerazioni attorno al fenomeno dell’assuefazione, da te opportunamente menzionato, e al modo d’essere della gente all’ombra degli indirizzi di vita sociale imposti dai decisori politici[1]. Ne voglio citare alcuni concetti cruciali perché ritengo la cosa particolarmente attinente al discorso che andiamo sviluppando, sebbene il contenuto del mio intervento possa apparire alquanto estemporaneo.
  • Ottero. Credo sia del tutto lecito, cara Almach. A te la parola.
  • Almach. Obbligata. – Leopardi si riferisce in modo specifico agli Italiani, benché l’Italia, duecento anni fa, fosse rappresentata ancora da una popolazione eterogenea per lingua, cultura, educazione e da un assetto politico costituito da un agglomerato di stati, ducati, granducati, regni ognuno dei quali manteneva un proprio ordinamento giuridico in totale autonomia rispetto ai vicini e confinanti. Ma Leopardi dimostrò di possedere una invidiabile conoscenza delle tipologie diffuse fra la gente del suo tempo e curò una descrizione particolarmente avvincente di quale fosse la mentalità dei suoi contemporanei. Nonostante esordisse con il dire che gli abitanti della Penisola godessero, o avessero goduto, di un’alta stima da parte di popoli di altre nazioni europee, giunse a scoprire e a rivelare il vero carattere che si accompagnava alle tipologie e ai comportamenti degli Italiani del suo tempo. All’interno delle popolazioni italiche, in vero, si agitavano, già a quei tempi, tensioni negative alimentate da un senso diffuso di odio e di contrasto reciproco, di intensità tale da lasciare stupiti nel constatare che, a dispetto di ciò, la società continuasse a reggersi in piedi. Era veramente l’Italia, già due secoli or sono, il Paese dei miracoli. Neppure le disposizioni legislative si dimostravano gran che efficaci nella funzione di freno al dilagare della barbarie dei comportamenti. Il Poeta ricorda Orazio, per il quale le leggi non sono sufficienti se mancano i costumi e questi ultimi sono il precipitato e la discendenza diretta del sistema di opinioni coltivato dal popolo. Leopardi, il poeta delle illusioni, menzionando la forza dell’ambizione che muoveva i sentimenti degli antichi e il prestigio dell’onore, l’illusione del suo secolo, che dall’ambizione discende, non esita nel rimarcare la triste caduta dei princìpi morali i quali sono i vincoli inalienabili di coesione per una società compatta e sana. E sotto questo punto di vista scorge negli Italiani una predilezione tutta endemica per le apparenze, per gli intrattenimenti futili che non impegnano la mente, per i sollazzi di vario genere, ma non il desiderio di dedicarsi alla conversazione colta, allo scambio di idee, alla riflessione concettuale come diremmo con il nostro lessico. E questo non fa società, tanto che gli Italiani vanno avanti contenti del proprio solipsismo, ognuno a modo suo senza darsi pensiero del giudizio che altri potrebbero formulare su questo loro atteggiamento. Il loro vivere quotidiano non ha prospettive di progresso, di miglioramento, non si pone scopi precisi e scadenze da rispettare, è tutto un “cogli l’attimo e non pensare al domani”. Gli Italiani, nell’analisi che Leopardi va sviluppando, non hanno veri e propri costumi di vita, ma coltivano piuttosto usanze e abitudini. L’individuo, preso per sé, è per così dire autorizzato, alla condizione di non interferire con le regole imposte dall’autorità, a gestire la propria vita come più gli piace, a seguire le proprie inclinazioni e un’etica dettata da scelte interamente idiosincratiche. Ma c’è di più, e c’è di peggio, perché da questa scelta di vita viene stravolta la natura originaria e genuina degli Italiani. Essi, infatti, popolo vivace, sensibile, caldo per antico retaggio, sono sprofondati in un’indifferenza paurosa, ormai atavica, non più scalfibile, in una freddezza che è vero ghiaccio. E tutto questo per assuefazione, il tossico che porta con sé morte, gelo, aridità, insensibilità, calcolo, la negazione di ogni illusione e di ogni nuova apertura immaginativa. – Ma se, per un verso, è da dirsi che i contemporanei di Leopardi, di stanza nella Penisola, si trovavano a quei tempi in una posizione di inferiorità rispetto ad alcune nazioni europee, in fatto di acquisizioni culturali e di progresso, per altro verso, quasi paradossalmente, essi dimostravano, già allora, una netta superiorità nel fare filosofia pratica. È il dramma dell’italico ingegno che rimase sopito da allora per troppo lungo tempo ancora. Il risvolto negativo che investe l’essere filosofi nella pratica, ma anche nell’intelletto, in misura notevolmente superiore ad altri popoli risiede in una sorta di abitudine, sotto le spoglie di opinioni e di sentimenti, a essere addomesticati, ad accettare di convivere con la cognizione della vanità di ogni cosa, che finisce a lungo andare per creare assuefazione. Leopardi vede in questo vezzo il veleno per una società vitale, poiché si lascia aperta la porta al disprezzo e all’intimo sentimento della vanità della vita, i quali agiscono come devastatori della moralità delle opere e veicolatori dell’immoralità e di ogni male. Perché è un vezzo utile soltanto a dar vita a una profonda indifferenza che oscura pesantemente tutto attorno a sé e agisce dissolvendo irrimediabilmente i costumi, i caratteri, la morale. Leopardi continua a dipingere la fisionomia degli Italiani del suo tempo considerando quanto fossero bravi nell’arte di ridere di tutto: della vita, degli altri e persino di se stessi. Ed è così che egli giudica la gente a lui prossima: i più cinici, sia fra i ceti agiati sia nell’umile popolo. Un cinismo esasperato che fa un tutt’uno della vivacità connaturata alle stirpi italiche, dell’indifferenza che si getta solitamente su ogni cosa e del riguardo assai scarso nutrito verso il prossimo. Sono tutti elementi che potrebbero essere valutati ora come conseguenze ora come cause della mancanza di spirito sociale. Si dà il caso, osserva ancora il Poeta, che nelle nazioni rette da un solido sistema sociale si usa ridere delle cose, a differenza del vezzo tutto italiano di ridere piuttosto delle persone, a maggior ragione se si riesce a farlo alle loro spalle. Gli Italiani amano la provocazione, il punzecchiamento, la persecuzione verbale che può infangarsi sino al limite della volgarità d’espressione e che sono, nessuno escluso, segni di disprezzo, sono segnali offensivi, sono colpi inferti contro l’autostima dei propri simili. Ora, un sistema di rapporti così inteso che cosa comporta nell’immediato? Comporta che, nella valutazione di Leopardi, mancando la sicurezza e la garanzia del reciproco rispetto, mentre ciascuno si getta nella mischia contro gli altri, la preoccupazione principale diventi quella di procurarsi armi efficaci per non farsi schiacciare, il corrispettivo del moderno “prepara la guerra se vuoi la pace”. Perché, con l’aria che tira, guai a mostrare debolezze, guai a scoprire un lato vulnerabile, pena attirare le aggressioni sempre più crudeli altrui. In una prospettiva diametralmente opposta stanno, invece, comportamenti conformi alla moralità, riconoscibili a prima vista per la stima coltivata nei confronti di sé – che poi diventa stima e rispetto per gli altri – per l’amor proprio sempre presente, per l’alta considerazione nella quale viene tenuto l’onore personale. Virtù sconosciute, osserva Leopardi, alla progenie italica la quale non amava né ricercava la conversazione su argomenti di genuino spessore culturale, ma a essa sovrapponeva un genere di conversazione che tutto aveva del conflitto senza limitazioni, diretto esclusivamente a disunire e a distruggere ciò che di umano risiede nel prossimo, responsabile, infine, del trionfo sia del male morale, sia della perversità dei costumi, sia dell’imperante egoismo e della dilagante misantropia. – Ho detto tutto, e ora guardiamoci attorno: è cambiato veramente in modo sostanziale lo stile di vita sociale da duecento anni in qua? Io credo che quella brutta piaga dell’individualismo, dell’egoismo, dell’indifferenza e dell’assuefazione ancora non sia stata sanata, e in qualche caso incancrenisca e si vada stabilizzando come male cronico.
  • Ottero. Sì, cara Almach, l’analisi del tuo poeta è ancora attuale, molto attuale. Guardiamoci intorno. Siamo i più bravi al mondo nelle dispute demolitrici e inconcludenti e siamo fra gli ultimi negli sforzi prodigati per incoraggiare la ricerca medica e scientifica. Siamo prontissimi ad additare piccole perdite in una gigantesca diga e trascuriamo alcune falle vistose che a poco a poco potrebbero costituire l’inizio del crollo totale della mastodontica opera. Il Paese è pieno di problemi: dalla violenza al lavoro alla salute, alla scuola, all’infanzia, agli abbandonati, ai malati, ai clochards, alle frodi grandi e piccole, alle puttane per le strade, alla velocità sulle vie di traffico e, poi, vi lascio andare avanti con l’elenco se volete, ne avrete sicuramente da scrivere per alcune ore.
  • Tosco. Hai detto velocità sulle strade?
  • Ottero. Sembra strano dire della velocità sulle strade. Ma è uno solo fra i tanti problemi da risolvere, e non l’ultimo né il minore. Si dice che si può portare il limite di velocità massima sulle autostrade a una soglia superiore di qualche decina di chilometri orari. Ma che, scherziamo? Ma vogliamo continuare a prenderci in giro? Autostrade. Velocità massima: 130 chilometri all’ora. Andate un po’ sulle autostrade e contate su cento auto che passano quante si avvicinano più ai 130 e quante ai 160 orari. Sappiamo tutti benissimo che non c’è un automobilista che rispetti i limiti. Perché consentire un elevamento della velocità massima? Perché si possa andare più veloci? Lo si fa già! Allora a che scopo questa nuova norma se tutti l’applicano fedelmente ormai da anni? Provate a lanciare sull’autostrada la vostra auto a 130 chilometri all’ora; tutti vi sorpasseranno e voi non sorpasserete nessuno o quasi. Provate a tenere i 50 orari dove c’è il divieto di superare quel limite di velocità: vi faranno i fari, di dietro, o vi indirizzeranno colpi di clacson irritanti, se siete abbastanza fortunati da non captare gesti eloquentemente volgari accompagnati magari da espressioni verbali adeguatamente gentili. Perché state intasando il traffico, per giove! In un contesto siffatto vigono, è vero, i limiti di velocità, ma nello stesso tempo questi limiti sono soggetti a due differenti versioni interpretative. Dall’automobilista medio sono considerati limiti minimi, non massimi: guai a stare al di sotto dei 130 sull’autostrada e, meno che mai, mantenere i 50 dove vige questa limitazione. – Ma torniamo ai problemi, scusate la digressione. I politici, dicevo, che dei problemi si dovrebbero occupare, non vanno oltre la vana discussione sui loro propri interessi che comunque non sono niente più che interessi privati o di parte. I problemi restino pure, chi si azzarda a toccarli! Tanto, c’è l’assuefazione e l’assuefazione è il precipitato necessario della politica dell’imbonimento. “Vi abbiamo dato la luce, il telefono, l’auto, la lavatrice, le ferie, l’assistenza medica, la pensione, ma che volete di più?”. Eh, già, proprio non possiamo, non dobbiamo lamentarci. Eppoi, i nostri politici – homines politici, intendete – sono un male necessario, sarà un po’ dappertutto così, anzi, c’è chi sta peggio, molto peggio. Lasciamoli fare, fin che la barca va… Il Paese dei miracoli! Siamo il Paese dei miracoli. Nonostante tutto… Ma come si potrebbe stare, quanto meglio si potrebbe stare se i politici facessero veramente i politici e non si comportassero come adolescenti rissosi più o meno rispettosi, fra di loro, delle buone norme di educazione e di stima reciproca? Non fate vedere, per favore, non fate vedere ai vostri bambini certe sedute delle Camere, dove i rapporti verbali precipitano con una rapidità e una veemenza tali da rasentare e, non raramente, cogliere in pieno l’ingiuria e la minaccia aperta.
  • Tosco. Mi attacco subito al tuo discorso, perché mi colpisce molto l’ardore delle tue parole, ma vorrei ribadire, se siamo tutti d’accordo, e aggiungere qualcosa, con riguardo a quel termine che hai espresso poco fa, Ottero. Vincere, questo hai detto, ecco la parola magica, la parola che tutto vale, che solo vale. Questi saltimbanchi delle preoccupazioni di cartapesta li vedi, anche quando hanno ormai conquistato la poltrona, seriamente assorti nell’impegno di sottolineare la propria credibilità, di norma a scapito di quella di altri. Hanno superato la prima grande fatica, quella del raggiungere il potere; poi devono affrontare la fatica di mantenerlo, questo potere. E di potere, in tale contesto, si può parlare soltanto nella misura in cui esso supera tutti gli altri poteri concorrenti, diventando quindi predominante e competitivo in assoluto. È difficile creare uno zoccolo duro che regga il potere acquisito. Da soli diventa pressoché impossibile, a meno che non si sia dei maghi. Il potere acquisito, nella sua prima fase di affermazione, è come una barchetta di carta caduta nel bel mezzo dell’oceano in burrasca: bisogna rinforzarla, sostenerla, crearle consolidamento intorno. E, dunque, sulla scena politica occorrono soprattutto alleanze, e le alleanze si suggellano con le coalizioni. Eccoli, allora, correre da ogni parte, tentare accordi, non di programma, che dico, ma di somma di forze, di accumulo di voti nel concreto. E tutto questo agitarsi, sebbene tu non lo veda fisicamente, lo puoi inferire con estrema facilità dai discorsi che vengono fatti. Esponenti politici di questa o di quella corrente, portatori di queste o di quelle convinzioni, si gettano precipitosamente in calcoli matematici, in valutazioni percentuali del famoso quorum occorrente per costruire una riconosciuta maggioranza, e allora si mettono insieme. Si mettono insieme anche senza guardarsi bene in faccia, qui ci sta a puntino anche il diavolo con l’acqua santa, si mettono insieme figure politiche fra le quali non sempre in precedenza era corso buon sangue. Si ritrovano a braccetto, comunque, e magari danno vita a un nuovo partitino dal nome bizzarro e con tanto di blasone, non meno bizzarro quello pure. E li senti parlare di “vincere… vincere, nient’altro che vincere”. Vincere che cosa? Vincere su chi, contro chi? Siamo ancora al tempo delle Crociate oppure più in qua, al grido di “Vinceremo…!”? Tutte le risorse, tutte le energie politiche, tutti gli immani sforzi, che immani lo sono davvero, datemi retta, per avere il potere e per consolidarlo, tutta l’intelligenza preziosa di cui dispongono quegli uomini, tutto ciò viene sciupato in una lotta per il solo vincere, e brucia tosto in una vampata come quella d’un fuoco di paglia secca. Eppure li abbiamo mandati lì noi, con il nostro voto. Per fare che? Per governare, accidenti. E quelli non fanno altro che azzuffarsi, litigare, insultarsi, denigrarsi, incolpare vicendevolmente oppure, diabolica impressione, fanno tutte queste cose come tanti bravi attori che recitano una scena e sono ben consapevoli di simulare. Una scena che serve a sbalordire, a generare tifo e ad attrarre tifosi, a stupire e a lasciare stupiti… perché non si volga il pensiero ad altro. E la gente, avvinta come per ipnosi, guarda fissa e contempla, beata e stordita ancora, l’abilità acuta e vuota di quelle persone nel creare rumore e nel negare sostanza alla realtà politica. Alla gente piace così, non c’è che dire! Ma chi governa, tutto sommato, che cosa dovrebbe essere chiamato a fare? A risolvere problemi, ribadisco. Ad affrontare e a risolvere problemi, perché questo è il vero compito dell’uomo politico. E perché egli non può farne a meno, perché i problemi ci sono, sono lì che ti prendono a schiaffi, non puoi ignorarne la presenza. Eppure certi “homines politici” riescono a superare l’abilità di un prestigiatore, sino a portarti, te compiacente, in una realtà virtuale perfettamente confortevole. Sono tanto abili da arrivare non soltanto a eludere il peso dei problemi, ma da evitarne la presa di coscienza meglio che se uscissero asciutti dall’attraversare una strada sotto un violento acquazzone schizzando acrobaticamente tra una goccia e l’altra senza farsene sfiorare. Non solo, ma arrivano anche al punto di esibirsi in veste di giocolieri, oltre che di acrobati: tanto fanno che tu i problemi proprio finisci di non vederli più, scomparsi, sono del tutto svaniti, non occorre neppure che tu ti dia la pena di pensarvici. Vogliamo aprire gli occhi, ragazzi? I problemi nella nostra vacillante società sono così numerosi, gravi e vetusti da farne, volendoli enumerare, un elenco di molte decine di pagine. Non dico nulla di nuovo, dopo che Ottero ce ne ha fatto una panoramica niente male, poco fa! Problemi che toccano da vicino lo stesso diritto a esistere, e a esistere con un minimo garantito di dignità, di sicurezza, di serenità. Ma si vede, ripeto, che a noi piace la sarabanda del “far finta” e c’è chi sa benissimo che cosa ci sia più gradita e si comporta dunque di concerto. Infine i problemi restano e, come bubboni purulenti, fanno infezione e si trasformano in agenti devastanti.
  • [1] La parte che segue ha come fonte: Giacomo Leopardi, “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”, rinvenibile sui siti web www.classicitaliani.it/leopardi/leo34.htm e www.classicitaliani.it/leopardi/leo35.htm

Immagine di Copertina tratta da Bēhance.

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