Ma che senso ha?
- Tiziano. Povere le mie convinzioni sul potere della democrazia nell’amministrazione del bene comune! Pare che il nostro pianeta possegga risorse sufficienti per soddisfare almeno tutti i bisogni essenziali di tutti i suoi abitanti. Ci sarà mai un luogo e un tempo in cui le cose verranno fatte con giustizia, equità, rispetto? Le intese comuni a che cosa servono?
- Sirrah. Le intese comuni … C’è un antico aneddoto che racconta qualcosa di curioso al riguardo: una disputa fra un servo e il suo padrone. Sentite …
- Padrone. Perché non hai eseguito il lavoro che t’avevo ordinato?
- Servo. Perché pretendi troppo, mi tratti come un mulo e mi paghi con un salario da fame.
- Padrone. Mi è sempre parso di vederti convinto nell’eseguire i miei ordini.
- Servo. Ti è sempre parso. Non sempre io ne sono stato convinto.
- Padrone. Ma almeno di una cosa devi essere convinto, del fatto che tu devi collaborare con me.
- Servo. Io mi sforzo di collaborare con te, ma tu non fai altrettanto nei miei riguardi.
- Padrone. Pensa alla bellezza del prodotto che tu fornisci con il tuo lavoro, alla sua utilità.
- Servo. Il prodotto, l’utilità, sono godimento per te, padrone. Per me sono fatica e sofferenza.
- Padrone. Tu lavori per il bene tuo. Il pane che mangi, non lo acquisti forse con il denaro che ricevi da me?
- Servo. Sì, padrone, ma il bene mio è una formica; il tuo una montagna.
- Padrone. Ne trai comunque dei vantaggi, non lo puoi negare. Senza questo lavoro morresti di fame come i cani randagi.
- Servo. Come i cani randagi.
- Padrone. Tu scordi, tuttavia, che hai pattuito un contratto con me, e per questo mi devi obbedienza.
- Servo. Il nostro contratto è per me un camminare in ginocchio, non su un cavallo bardato d’oro.
- Padrone. Non hai forse una coscienza? Sai che cos’è un dovere? Non puoi sottrarti a un dovere.
- Servo. Tutti abbiamo dei doveri. Tutti abbiamo dei diritti. Questo mi suggerisce la coscienza.
- Padrone. E ai tuoi figli, e a tua moglie, non ci pensi affatto? Di che cosa si nutrirebbero senza il denaro che ti proviene da me?
- Servo. Anche loro hanno diritto di vivere. Hanno anche diritto alla loro dignità.
- Padrone. Tu mi sembri sfrontato, arrogante. Tieni presente che ci sono leggi che ti costringono a compiere il tuo dovere nel migliore dei modi.
- Servo. Non le ho fatte io le leggi. Mio malgrado, le hai fatte tu, e quelli della tua specie, padrone!
- Padrone. Insisti. Nulla è peggio della caparbietà. Arrogante, caparbio e pure insolente! Non mi resta che punirti. Da domani lavorerai in catene!
- Servo. Sì, padrone, come tu vuoi. A te i forzieri, a me le catene.
- Tosco. Hai parlato di equità sociale, il mio lungimirante Tiziano? Ebbene, avrei qualcosa da dire io su tale termine. Voi tutti ricordate la grave crisi che, dopo la prima tornata del 2008, colpì un po’ tutta l’economia mondiale, ma in particolare la così detta Eurozona. E tutti rammenterete quanto si sprecarono parole sulla questione. C’era allora, ai primi di dicembre 2011, un tale Camusso, segretario generale della Confederazione lavoratori Cgil, che amava esordire con declamazioni del genere “Siamo ancora affascinati dalla parola equità”, mentre il saggio Presidente della Repubblica, Napolitano, auspicava che si adottassero misure in grado di conciliare il rigore con l’equità. Sì, perché il motto d’ordine lanciato dal Capo del Governo, Mario Monti, rifletteva austeramente concetti generali di rigore, crescita, equità. Bene, come no, ma rigore per tutti, crescita per tutti ed equità per tutti. Ma lasciate che mi fermi un attimo su quest’ultimo sostantivo, che la dice lunga sul che cosa si sarebbe dovuto fare in quei frangenti. Certo era necessaria una manovra finanziaria severa e definitiva per salvare l’Italia dallo sprofondare nella crisi economica e nella recessione. Ma la parola equità continuava a detenere due valenze di significato. I più deboli, quelli che vivevano con quattrocentottanta Euro al mese, digiunatori forzati, avrebbero forse visto raddoppiare il proprio introito. I più ricchi, quelli da cinquanta, novantamila o più Euro al mese, ne avrebbero risentito allo stesso modo di un beduino del deserto che aprisse l’ombrello per ripararsi da una bella nevicata che sta investendo l’Alaska. I benestanti non furono toccati o quasi. La Versaille d’Italia continuava a godere sulla pelle di tanta povera gente che non riusciva a sbarcare il lunario e annaspava per campare nella privazione e nell’indigenza più negletta. Vi pare giusto? Se c’è sproporzione nelle retribuzioni allora deve esserci sproporzione nelle misure da applicare per poter veramente parlate di equità. Ma le belle declamazioni dall’alto tornarono nel gran calderone dell’ipocrisia e l’equità si ridusse a un nuovo deplorevole infamante inganno.
- Sirrah. L’anno 2012 faceva apertamente segnalare le grosse contraddizioni nella distribuzione della ricchezza. In Italia le dieci persone più ricche possedevano un patrimonio che era l’equivalente di tutti i beni messi insieme appartenenti a tre milioni di poveri. Il rilevamento proveniva da uno studio pubblicato sugli Occasional Papers di Bankitalia, nei quali si leggeva che la ricchezza era sempre più legata ai patrimoni e che i giovani erano più poveri degli adulti.
- Almach. “… così va il mondo: – direbbe il mio Vate del tedio universale – il delitto e il vizio trionfa, i buoni sono oppressi, la felicità e l’infelicità sono ambedue di chi non le merita.”
- Ottero. E questa è la stipula di un’intesa. O così o peggio, per una delle parti. Per l’altra l’alternativa non si pone, il vantaggio c’è comunque. Quando hai il capitale in mano troverai sempre il morto di fame che arerà per te il tuo campo.
- Mirach. Ma perché il servo, nella bella storia che abbiamo ascoltato, si rassegna? Che cos’è la rassegnazione se non l’accettare di vivere come morti?
- Ottero. Il servo forse non si rassegna nel senso assoluto del termine. Forse sta facendo buon uso della propria intelligenza e dà a intendere di accettare una data situazione e un dato stato sociale, ma dentro di sé già sta pensando a riscattarsi.
- Mirach. Va bene, non si rassegna. Allora si adatta.
- Ottero. E non è un segno di intelligenza il sapersi adattare a circostanze mutevoli?
- Mirach. Si adatta, comunque e, adattandosi, stipula, almeno per un certo periodo, uno status quo di una polarità sociale e giuridica incontrovertibile. Tale periodo può durare anche una generazione e, nel giro di questo tempo, i suoi figli non potranno apprendere se non a essere chiamati servi, figli di servi, servi per sempre. La storia delle rivoluzioni che hanno portato in alto la dignità e i diritti della classe più misera che cosa ha prodotto fin qui che già non conoscessimo? Le sommosse plebee incutono sempre una gran paura nei potenti. Ma questi sanno bene che a ogni tempo debito c’è un rimedio adeguato. Quando lo spirito del tempo sollevava rivendicazioni nazionalistiche, scatenare un conflitto di enormi dimensioni alzando la bandiera delle ideologie imperanti era un modo efficace per dirigere le tensioni e le minacce di rivolta e scaricarle convogliandole su uno degli aspetti meno apprezzati della struttura sociale. Questo luogo comune da meno apprezzato diventava in poco tempo disprezzato, odiato, perseguitato e represso. Le manovre propagandistiche e la legalizzazione della violenza a senso unico rendevano di facile attuazione lo svolgersi di tale dinamica perversa. Con i regimi totalitari, manco a parlarne: l’uomo è schiavizzato in catene, come ai primordi dell’organizzazione sociale umana e, quando le catene non bastano più, c’è un proiettile a buon mercato sprecato per sfondare il cranio. Continuiamo a cercare di riscattarci, hai detto bene, Ottero. Ecco lo scopo della vita: il riscatto. Il debole, il misero che sono mortificati da un potente, stanno alla base di molti miti riguardanti un piccolo essere che viene depredato e se ne va ramingo: o rimane così, devitalizzato e rassegnato, sempre più povero e oppresso, preda della prepotenza altrui, o reagisce, e incomincerà a cercare di riscattarsi. Alfred Adler la dice lunga nella sua teorizzazione del Complesso di Inferiorità. La stessa nascita è una mortificazione: dal tepore del rifugio al frastuono gelido del mondo, sentirsi persi, cacciati, puniti e abbandonati. Il primo respiro, con il primo grido, è il primo tentativo di un riscatto dal rifiuto subìto. Perché mai, fra tutti gli esseri viventi, il figlio dell’uomo è l’unico che nasce piangendo, e piangendo disperatamente? È soltanto questione di apparato fonoarticolatorio? Poi il confronto con altre personalità che non ti permettono di fare quello che vorresti e ti impongono di fare quello che non vuoi: una partita persa, sempre e comunque. L’oppressione continua a pesare su di te. O te ne lasci schiacciare, e allora diventi succube, dipendente cronico e resti immaturo oppure reagisci, e diventi te stesso, cercando di riscattarti. Quando decido che ho terminato con i miei tentativi di riscatto, allora inizio con la morte. Non molto dissimile da quanto è dettato dalla legge della jungla. Termino di riscattarmi perché ho raggiunto il punto culminante della mia crescita, quel che sarà dopo non lo so. È una lotta dura, ingaggiando la quale sono costretto a risollevare continuamente il mento, se non voglio soccombere. E qualcosa mi fa sentire, con impeto irresistibile, che non voglio soccombere: devo riscattarmi.
- Ottero. A ben vedere, non c’è altro che ingiustizia in questo povero mondo, e l’uomo comune, quello che è lì, a metà fra lo schiavo e il padrone, quello che vivacchia, ecco, lui, non sfugge a un atteggiamento per un verso obbligato ma di cui è poco o nulla consapevole. Mi riferisco all’assuefazione. Riprendo questo termine già sollevato in precedenza proprio perché l’assuefazione è uno degli ultimi apprendimenti attuati dall’uomo, il più pernicioso e infido nello stesso tempo. Non voglio dire dell’assuefarsi a stare nell’acqua o a sopportare il veleno dei serpenti. Intendo assuefazione come abitudine stabilizzata, accompagnata da caduta della sensibilità e da intorpidimento dell’emotività, alle ingiustizie, alla violenza, allo sfruttamento. Non ci riescono più con le guerre – lo spirito del tempo non accorderebbe il proprio assenso. Non ci riescono più con le catene, c’è una somma di diritti che tutela la minima dignità dell’uomo. Ci provano, allora, con l’inganno. E come ci riescono? Chi? Ma chiunque, anche uno di noi. Dal più eminente politico al più venerato religioso al più sconosciuto popolano. Ci riescono facendoci credere quello che vogliono loro, non perché si tratti di qualcosa facilmente credibile, ma perché sfoderano le armi subdole della blandizie, della convinzione adulatoria, della induzione di bisogni non percepiti, della persuasione occulta che fanno cadere come lava bruciante sul mito della credulità popolare. Di qua, allora, vedi maghi e indovini che racimolano miliardi approfittando dell’imbecillità o della incontenuta disperazione di molti disgraziati. Di là vedi politici che disertano il lavoro, ben sapendo che il profumatissimo stipendio continuerà regolarmente a scivolare nelle loro tasche, con tutti gli annessi e connessi, a cadenza ben nota.
- Tosco. Che c’entrano ora i politici?
- Ottero. Non tutti, già s’è detto, ma una buona maggioranza certo. Mai visto in tivù la panoramica delle sedute alle Camere? Quanto astensionismo? C’è un dibattito per il varo di una normativa con segnate valenze sociali: quattro sedie occupate, qua e là, e il resto tutto vuoto; un vuoto agghiacciante, e si sta per decidere qualcosa che riguarda da vicino la gente comune, i cittadini. Ma per altra via, se c’è da dibattere questioni interne ai partiti, se c’è da discutere sull’eterno rivolgimento di alleanze, se c’è da prendere a pretesto un motivo qualsiasi per cercare di screditare e di rovesciare un avversario, se c’è da pigliarsi a pesci in faccia in una sequela poco più che masturbatoria di addebiti e insulti reciproci – e va già bene se non si viene alle mani – allora, lì, ci sono tutti. È questo che interessa ai politici – pardon, agli “homines politici” – la sedia del potere, il rafforzamento di quel possesso, la lotta con gli avversari camuffata da declamate nobili intenzioni, le coalizioni che vanno e vengono come la tela di Penelope, il correre su e giù per acquisire o acquistare favori. I problemi della gente? Macché problemi, quelli mica esistono, fantasie, fantasie, ma lasciateci lavorare, non vedete quanto siamo occupati a discutere? Non osservate in televisione il nostro cipiglio, il nostro sguardo serio, preoccupato, la nostra grinta accigliata mentre stiamo compiendo il nostro dovere, per voi? E accade che li cogli nel bel mezzo dei loro confronti verbali, così convinti, così infervorati che manco s’accorgono di essersi persi nella discussione a tal punto da soverchiare l’uno la voce dell’altro e da finire con il vociferare, ciascuno, addosso a se stesso. Già, e nessuno, dico nessuno parla dei problemi dei cittadini. Perché, qualora se ne parlasse, si creerebbe un minimo di consapevolezza e qualcuno, auguratamente, si farebbe prendere dalla vergogna e penserebbe probabilmente a formulare una qualche bozza di piano di intervento.
Immagine di Copertina tratta da Il Cielo su Milano.
