Ma che senso ha?
- Almach. Sarà per questo che nel 2017 si era constatato un aumento delle guerre nel mondo: si contavano nel numero di 378 in vivo, delle quali una ventina ad alta intensità. Accanto a queste, 186 crisi violente e record di spesa per gli armamenti. Era un allarme che proveniva dal sesto Rapporto sui conflitti dimenticati “Il peso delle armi” presentato da Caritas Italia. All’apice delle contraddizioni si rilevò che tra i sei Paesi massimi esportatori di armi, ben cinque erano membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu, che come finalità statutarie si pone l’obiettivo di farsi protettore della pace e dei diritti umani fondamentali. L’ipocrisia assurta a dignità politica. Di questo passo, dove andremo?
- Mirach. Su un piano non molto distante, consentitemi il riferimento, quello del consumo quotidiano in una pacifica società. Basta poco per sostentarsi, è necessario poco per star bene di salute. Ma, a un certo punto, qualcuno è giunto a sussurrare al nostro orecchio che no, così non può andare, che stiamo vivendo come miserabili, che avremmo molte più soddisfazioni e le potremmo avere con certezza se, e se, e se …, che abbiamo comunque bisogno di questo, e di quello, e che quell’altro è ormai stato superato, che non stiamo andando al passo con i tempi, che c’è chi guarda a noi dall’alto al basso, come a dei trogloditi, che chissà cosa diranno di noi i nostri figli, che il mondo non ha bisogno di disadattati né li vuole. Ecco, allora, scattare quel meccanismo infido che lava il cervello della gente costringendola, in modo sottile e spietato, ad adeguarsi alle nuove condizioni imposte da un modo nuovo di vivere. Gente che vuole sempre di più e, così alimentando le proprie ambizioni, si dà a una corsa sfrenata per andare oltre, per sorpassare, insofferente di vedere qualcun altro sulla propria strada davanti a sé, gente che si affanna sino allo stremo delle forze senza neppure sapere dove è diretta. Se soltanto sostasse un momento ad analizzare quest’ultimo punto, forse si porrebbe molte più domande, forse si accorgerebbe di averla smarrita quella strada sulla quale crede con ferma convinzione di rincorrere il benessere, di creare progresso.
- Sirrah. Ma ricordate quel venerdì del 2012, era il 21 settembre, stava per entrare l’autunno, e in tutto il mondo si celebrava la giornata della pace, mentre a Dalian, in Cina, si riunivano i Grandi per un Congresso, l’ennesimo congresso mondiale annuale sugli Oceani? Contraddizione stridente e soffocante: quale pace? In un mondo travolto da guerre e conflitti inarrestabili, e le acque degli oceani che rigurgitavano veleni, trasformandosi in cimiteri biologici. Tutto questo, perché ognuno di noi voleva passare davanti agli altri, diventare più potente, avere di più, illudendosi di essere immortale?
- Ottero. Così divagando attorno al concetto di avidità e derivati mi torna in mente Bertrand Russel[1] il quale ipotizza una posizione esattamente opposta a quelle che abbiamo definito corse sfrenate a sorpassare, ad avere di più, a dominare sugli altri e su tutto. Bertrand Russel argomenta lungamente attorno al senso dell’ozio e ne compone addirittura l’elogio – in un senso velatamente metaforico che non va frainteso, naturalmente – pur che se ne sappia fare un uso saggio. L’esaltazione della virtù del lavorare, del produrre era, secondo il grande filosofo, un mezzo efficace che i ceti abbienti da sempre hanno impiegato per abbindolare la gente semplice e umile, infarcendo i propri subdoli inganni con miraggi di felicità ultraterrene per meriti acquisiti, inganni ai quali facevano eco gli indottrinamenti delle religioni dominanti. Russel propone in alternativa a tale modo di vivere, quello di darsi da fare per assicurare la soddisfazione dei bisogni primari, dopodiché interpellare democraticamente la volontà popolare sulla possibilità di ridurre gradualmente il tempo da dedicare al lavoro nella considerazione se sia meglio poter disporre di maggior tempo libero oppure di una sovrabbondanza di beni di consumo.
- Tosco. Già, ma poi dove la metti la competitività di mercato? E coloro che hanno accumulato una fortuna in affari e capitali resterebbero inerti di fronte alle scelte che la maggioranza si appresterebbe a fare? Credi che tutti sarebbero contenti, guardandosi attorno, di contemplare una parità universale di benessere economico, sentendosi come le migliaia di api nell’alveare o come le formichine nella loro tana? Una decisione del genere toglierebbe di mezzo la pulsione umana di avidità? E, qualora ci riuscisse, credi che la cosa potrebbe durare a lungo? Oggi la nostra economia, e quella di tutto il mondo, è fondata sulla concorrenza, il che presume dover produrre di più, in qualità e prezzi competitivi, per esportare. Mica siamo più nel 1935, ai tempi in cui Russel scriveva certe cose! Non solo, ma c’è chi vuole dare un livello più alto al proprio tenore di vita, comprarsi un’auto più potente, sicura e accessoriata, possedere una casa più comoda e signorile, concedersi vacanze più fantastiche. È forse illecito tutto questo? Visto che non siamo api né formichine, penso proprio che il tuo filosofo si sia perso fra le dune dell’utopia.
- Ottero. Con la mia citazione ho certamente introdotto un paradosso, ma forse, proprio perché di paradosso si tratta, l’argomento credo diventi più interessante per noi se lo vogliamo osservare alla luce del punto di vista di Bertrand Russel.
- Tosco. E sia! Ma, prima, un attimo di pausa, prego, di riflessione su un aspetto del problema che con l’avidità, di cui molto abbiamo detto, ha a che fare, e non poco! Un comunicato di Televideo diceva testualmente il mattino di martedì 16 aprile 2013: “In Italia un quinto degli schiavi europei. In Europa vivono circa 24.000 schiavi, cioè persone che sono vendute o tenute in cattività per svolgere attività sessuali, lavori forzati o mendicare. È quanto emerge dal primo rapporto Ue sul traffico di esseri umani, dal quale emerge che oltre un quinto dei nuovi schiavi vive in Italia tra il 2008 e il 2010. Il 68% delle vittime sono donne, il 17% uomini, 12% ragazze e 3% ragazzi. Nel 62% dei casi si tratta di sfruttamento sessuale. L’Italia, Paese Ue dove il problema è più acuto, non ha ancora recepito la direttiva Ue, scaduta il 6 aprile. Dei 27 Stati Ue, solo sei lo hanno fatto.
- Ottero. Dunque è stata l’evoluzione storica a forgiare l’uomo come si presenta allo stato attuale. Anticamente l’essere umano era sì meno efficiente, ma anche meno schiavizzato dall’angoscia e più spensierato, più bambino forse. La schiavitù proviene dalla frenesia di lavorare sempre di più con lo scopo di accumulare, sottraendo così molto tempo prezioso che si sarebbe potuto dedicare a occupazioni piacevoli e gratificanti, alla cura di interessi creativi e di curiosità nel mondo della cultura. Sarebbe, la scelta di uno stile di vita elargitore di maggior tempo libero, un modo per diminuire le nevrosi da affaticamento, per eliminare in gran parte lo stress fonte di una miriade di mali, per ammorbidire di gran lunga e disinnescare le occasioni di conflittualità e per liberare un supplemento di energie creative, di fiducia in sé e nei confronti degli altri.
- Mirach. L’ozio è il padre dei vizi, si diceva anche. Ammettiamo pure che l’uomo, se volesse, grazie alla tecnologia, quella robotica in specie, avrebbe oggi tanto tempo libero quanto potrebbe desiderarne. E che se ne farebbe? La massa della popolazione sarebbe inghiottita tra le fauci di una noia mortale e andrebbe senza esitazione incontro a stati prolungati di depressione.
- Ottero. È necessario ricorrere all’intelligenza, in ogni caso. Si dovrebbe mettere insieme all’organizzazione dell’aspetto economico anche quella del tempo libero, incoraggiando nella gente una spinta a istruirsi anziché ad accumulare beni materiali. Più istruzione significa più libertà, maggiore capacità di giudizio, maggiore realizzazione di sé, maggiore apertura mentale e spirituale.
- Mirach. Capisco cosa vuoi dire, condivido, ma vedi che non usciamo dall’utopia. Quante sarebbero le persone che, lasciate libere di scegliere, non abbraccerebbero una vita fatta di intensa produzione in senso di beni economici di consumo? Quante sarebbero le persone che, sapendo chiaramente che quella sarebbe la via e la condizione che permetterebbe loro di acquisire maggiore potere di acquisto, maggiore influenza sociale e di conquistare l’ammirazione degli altri, sarebbero disposte ad accontentarsi di un livellamento in fatto di disponibilità materiali?
- Ottero. Vado più in là, sempre nell’ambito del paradosso. Le supposizioni sopra esposte indurrebbero la nostra mente, cosa importantissima, ad acquisire poco per volta un atteggiamento contemplativo attraverso il quale raggiungere addirittura il piacere nell’uso del pensiero, ciò che oggi, per la maggioranza degli uomini, appare come un’ipotesi annebbiata. L’umanità deve capire che la liberazione degli impulsi distruttivi non ha mai portato qualcosa di edificante per la felicità degli individui e delle genti. Città costruite sulle rovine di altre città, templi edificati sui resti di altri templi, monumenti innalzati con pietre divelte da altri monumenti: a che cosa è valso tutto ciò? L’uomo non ha bisogno di questo frenetico fare e disfare; egli è piuttosto oppresso da una prima necessità, che è quella di riuscire a vedere se stesso in una prospettiva veritiera, di dare un volto agli scopi che giustificano la sua presenza nel mondo.
- Tiziano. Senza mezzi termini, lasciatemi dire che oggi siamo in balia della cleptocrazia. È vincente, in questa lotta a ingrandire, chi impara a rendere produttiva l’arte dello sfruttamento, della sottrazione, del prendere senza restituire in controvalore. In questo modo la logica dell’homo politicus insegna che i beni di consumo devono essere usati molto in fretta, che devono essere distribuiti con la parsimonia calcolata del mantenere gli alleati in questa impresa il più possibile meno arrabbiati e in grado di non nuocere. Perché gli alleati nel sottrarre hanno in mano una parte del potere. Sono anch’essi nient’altro che semplici strumenti. Quando non servono più, li si può buttare; ma, se dimostrano di essere ancora nelle condizioni di reagire, allora devono essere imboniti con una parte del bottino, per quel poco, almeno, che è necessario a colmare i loro bisogni più impellenti.
- Almach. Abbiamo veramente trasformato il mondo sociale in una trappola. Avere o essere? In queste due alternative risiede l’intero problema. Avere significa aggirare la trappola, lasciando o augurandosi che altri vi incappi. Chi anela ad avere è colui che non ha scoperto il proprio vuoto interiore, ma ne è divenuto schiavo. Le sue ambizioni sono alte, ma il vuoto interiore che lo domina rimbomba con toni assordanti e indecifrabili, spingendolo a gran forza nella palude di un’angoscia insopportabile. Un vuoto che si cerca di colmare con il soddisfacimento illusorio delle ambizioni in senso orizzontale, su una dimensione materiale che richiede accumulazione di ricchezze su ricchezze. Ma per questa via il vuoto non viene colmato. La sua voce roca ulula rabbiosamente dal profondo e non si fa capire, non si lascia interpretare, ulula e basta. E allora altre ricchezze, altre sottrazioni, altro sfruttamento. È quel che la maggioranza di noi ha fatto finora, senza mai chiedersi il perché, senza mai prefigurarsi le conseguenze. Lasceremo ai nostri figli un mondo spogliato, mefitico, inospitale e invivibile, ma noi abbiamo goduto e, godendo, crediamo di essere stati grandi. La trappola scatta per chi non conosce l’avidità, per l’uomo semplice ma consapevole e capace di usare il pensiero, l’immaginazione, la contemplazione. È l’uomo che non cerca di espandersi sulla dimensione orizzontale dei beni materiali, ma si eleva verso l’alto. La sua è una crescita interiore, una ricerca continua in se stesso e di se stesso. La sua è una realizzazione in senso verticale. Non lo porterà a diventare padrone di molte risorse terrene come promesse di un benessere caduco. Lo porterà a vedere se stesso negli altri e gli altri in se stesso. È la strada della considerazione, dell’attenzione, della lungimiranza, del rispetto, dell’amore. Di chi sarà il mondo? Ma forse è una domanda mal posta, perché il mondo non sarà mai di nessuno. Non è la natura ad appartenerci; siamo noi ad appartenere alla natura. Il mondo, nella luce di realtà fisica, naturale, sopporterà sino a un certo limite. Quando deciderà che ce n’è abbastanza, sarà allora che manifesterà la sua ribellione e gli ci vorrà ben poco per disfarsi dell’uomo e di tutte le sue nefandezze. La vita sulla terra è iniziata senza l’uomo; andrà avanti, nostro malgrado, senza l’uomo. Non è il mondo né il benessere da esso derivante che dobbiamo assoggettare. È quel vuoto dentro di noi, è quell’angoscia che ci attanaglia alla gola e allo stomaco, è la paura di vivere ciò con cui siamo chiamati a confrontarci. La nostra esistenza è una condizione di perenne ed estrema precarietà. Quand’anche diventassimo ricchissimi e potentissimi non avremmo aggiunto una virgola all’anelito a quella felicità che cerchiamo incessantemente. Le invenzioni, la frenetica attività della nostra mente, le scoperte strabilianti, il progresso, a che sono serviti, a che serviranno? I grandi potentati della Storia hanno fatto parlare molto di sé, hanno realizzato opere mirabili e prodotto notevoli mutamenti in una varietà di ambiti. Che ne è di loro? Scomparsi, vaporizzati nel nulla. Fra centomila anni nessuno parlerà di Giulio Cesare o di Giorgio Washington o delle fortune dell’Agha Khan. A che è servito tutto questo? A preparare la strada per un mondo progredito, quello di cui godiamo oggi, quello che sta agonizzando nei suoi ultimi spasimi per le ferite infertegli dalla sua stessa progenie, perché bruciato, perché spogliato, perché avvelenato, perché privato delle foreste, dilavato, disintegrato? E, dunque, noi che ci stiamo a fare in un mondo così miseramente ridotto? Per preparare un maggiore benessere per i nostri figli, che diamine! Dovranno esserci riconoscenti, i nostri figli, o non ne avranno l’opportunità, o non ne avranno il tempo?! E guardiamoci bene intorno: siamo così soli! Soli in uno spazio dalle dimensioni inimmaginabili, soli in mezzo a una moltitudine di nostri simili, soli di fronte a noi stessi, soli con noi stessi. E il vuoto prolunga le proprie metastasi impadronendosi di tutto e di tutti, perché è il vuoto il vero padrone di questo mondo e di tutto ciò che gli sta intorno. Il nostro sentire di esserci in questo vuoto immenso può essere null’altro che una scintilla effimera, un errore casuale nella progettualità di un universo sconosciuto, una “mutazione” episodica di un ordine occultato ai nostri limiti di conoscenza, un epifenomeno del tutto imprevisto e imprevedibile nell’architettura di quel piano abissale, senza un perché, senza uno scopo, senza un significato.
- [1] Bertrand Russel, Elogio dell’ozio, Milano, Longanesi & C., 1963, 2^ ediz. Gennaio 2005, Trad. it. di Elisa Marpicati.
Immagine di Copertina tratta da PosterLounge.
