Dove vai, Pensiero? Parte 4 di 9

Ma che senso ha?

  • Tiziano. Già, le promesse. Su cos’altro è basata la ricerca di consenso elettorale se non sull’elargizione di un ventaglio accecante di promesse tutte ben puntellate da un sistema di affascinanti intenzioni? Sapete come la penso a questo riguardo: da come mi si presentano i fatti, credo che attualmente io non possa fermarmi a pensare a ciò che i politici faranno; mi viene piuttosto più spontaneo e immediato prefigurarmi, in tutto il mare di promesse che ci sciorinano nei giorni precedenti le elezioni, ciò che essi non faranno. E, poiché amo vedere le cose in modo strettamente categorico senza peraltro trascurare i dettagli, vi dirò come immagino la situazione. Ecco, quel che i politici fanno o non fanno, ma pur sempre assicurando il risultato di deludere i propri elettori e di disamorare i cittadini nel loro atteggiamento verso la gestione politica della cosa pubblica, io me lo rappresento metaforicamente come una sequenza di intenzioni-azioni-realizzazioni che, fotografata dalla immagine che vado costruendo nella mia mente, verrebbe a somigliare molto alla coda di quei rettili, avete presente, che popolano l’isola di Komodo, quei grossi varani famelici che conservano intatte le terribili sembianze dei mostri del mesozoico. Dunque, immaginate questa coda che si diparte dal fondo schiena dell’animale: è grossa assai ma, più si spinge oltre in lunghezza, più si assottiglia. Ora provate a suddividere la coda in settori, facciamo diciotto. Quelli più vicini al corpo sono ovviamente più grandi, ma meno soggetti a mobilità; partiamo da questi numerandoli con 1, 2, 3 e così via fino a 18. Ne risulta che i settori più sottili, quanto più si avvicinano all’ultimo che porta il numero diciotto, sono quelli che vediamo dotati di maggiore mobilità, di maggiore spazio d’azione, ma anche, all’occasione, di maggiore penetrazione. Vengo al dunque e attribuisco a ogni settore qualcosa che avrebbe a che fare con il comportamento dei politici impegnati nella caccia di consensi elettorali. Le conclusioni, poi, le lascio trarre a voi, incluse le inferenze semantiche a cui ognuno di voi vorrà accordare la propria preferenza. Nel primo settore metto l’insieme delle idee che possono essere espresse, prodotte, elaborate. Nel secondo collocherei le intenzioni che sono l’elemento necessario per corroborare lo sviluppo delle idee messe allo scoperto. Il terzo settore corrisponde alla capacità di pianificare il comportamento che dovrebbe essere diretto da una corretta applicazione di intenzioni e idee. Il numero quattro conduce alla fase che vede l’edificazione di progetti. Ma necessita una buona dose di impegno in tale direzione, e questo è il settore numero cinque. Il sesto vede gli sforzi elargiti per tenere fede alle intese di cui i progetti si nutrono e, quindi, l’insieme delle azioni, dei comportamenti effettivi. Con il settimo settore assistiamo ai processi di sviluppo ai quali si è voluto dare forma; qualcosa sta andando avanti. In ottava posizione troviamo finalmente i prodotti seguiti agli sforzi prodigati, possiamo leggere con chiarezza i risultati raggiunti. Ora, come nono passo, occorre procedere a serie verifiche sia su ciò che si è fatto sia sui frutti che sono stati raccolti. Arriviamo così al punto dieci, dove andiamo ad analizzare le modifiche e le eventuali revisioni o correzioni di rotta che valutiamo necessario apportare alle linee di progetto apprestate all’inizio del percorso. Il settore numero undici ospita un fattore di fondamentale importanza per la fisionomia che tutta la sequenza andrà ad assumere: si tratta dell’uso che si vuole fare delle parole impiegate per cercare di comunicare contenuti mentali vincenti e per convincere chi sta in ascolto. Dodici: la coda, qui, si dà a muovere con maggior rapidità e agilità, in modo più sottile e meno prevedibile; entriamo nella galassia delle promesse, dei programmi faraonici e delle garanzie di attuazione. A questo punto l’ago della bilancia si sposta impercettibilmente dalla propaganda sfrenata alla gestione del voto ottenuto. Al numero tredici ci si rivelano atteggiamenti inaspettati o, meglio, indesiderati ma ironicamente puntuali: le promesse non mantenute, l’accampare giustificazioni con il caricare di torti chi occupava i posti di manovra in precedenza e che si sarebbe reso reo di danni pressoché insanabili, il ricorrere a manovre di dubbia trasparenza e di zoppicante correttezza etica, il mettere le cose in modo da “far apparire”. È la logica del “far finta”, detto in brevi termini. Ma poi c’è anche chi fa uso di tali manovre per il proprio tornaconto e agisce con l’inganno, e siamo al settore quattordici. Fatta l’abitudine a comportamenti di tal segno, si finisce non di rado con l’imbracciare l’arma dell’ipocrisia e di farla funzionare in modo del tutto spudorato: settore numero quindici. Al sedicesimo posto viene un connubio, quello che unisce all’inganno l’illusione, uno stato soporifero che annebbia la capacità di pensiero critico e blandisce la volontà. Si finisce la corsa con due momenti terribili: al diciassettesimo posto si instaura una sorta di tacito assenso, di artefatta soddisfazione che conduce, senza far rumore, al soggiogamento totale dell’opinione pubblica o, almeno, alla neutralizzazione delle sue espressioni più pericolose per lo “status quo”. Termino con il settore numero diciotto, dove si crea assuefazione. Qui la coda sferra colpi mortali, di una sottigliezza tale da impedire di udirne il fragore, ma devastanti su tutti i fronti.
  • Almach. Aggiungerò a queste declamazioni la versione offerta dal mio Poeta il quale, a ben vedere, deve essere abbastanza conosciuto dai politici se costoro hanno appreso dalle sue parole “gli uomini sono come i cavalli: per saperli dominare e nello stesso tempo ottenerne la stima bisogna saper sparlare, fare bravate, lanciare minacce e far molto chiasso”.
  • Mirach. Il truogolo. Niente meglio del truogolo, dove le bestie affondano il muso e si fanno largo a zampate. Più si è forti più si mangia, e più si mangia più si diventa forti.
  • Sirrah. Sto pensando a ciò che proviene da questo irrefrenabile appetito, che in definitiva è un impulso a spartire. Spartire vuol dire possedere in più; questo significa aver sottratto ad altri, per beni e per diritti; e sottrarre è reato, in quanto è rubare, furto a tutti gli effetti.
  • Ottero. Un passo indietro, per favore. Le guerre, allora, come sono state concepite a partire dalla fine dello scorso millennio. Le guerre, portate qui o là non fa grande differenza, con la disinvoltura la più sfrenata, con la declamazione di diritto la più inattaccabile, non hanno mantenuto fede ai loro princìpi che, in prima interpretazione, sarebbero dovuti essere umanitari. Poi erano i civili a soccombere, per il fuoco delle armi e per le conseguenze immediate alla devastazione massiccia delle aree abitabili. E chi esportava le guerre, ditemi?
  • Tiziano. Le Nazioni più equipaggiate, più tecnologicamente avanzate, più ricche, più forti.
  • Ottero. Quelle che producevano di più su scala industriale, dunque.
  • Sirrah. Forse è solo perché quelle Nazioni possedevano i mezzi per scatenare guerre “umanitarie”.
  • Ottero. Già. Ma quando gli stessi responsabili politici degli Stati presi d’assalto, forti dell’aver sposato la causa dei loro stessi assalitori, a questi ultimi chiedevano la cessazione dei bombardamenti perché, al punto in cui erano giunte le vicende belliche, apparivano del tutto inutili nel loro perpetuare stragi di civili e di contesti abitativi, ecco che si faceva orecchio sordo a tali richieste, e le bombe continuavano a cadere a tappeto.
  • Tosco. È chiaro. C’era da smaltire una scorta di materiale bellico il cui acquisto e i cui costi correlati erano stati materia di contrattazione tra l’homo politicus e le multinazionali dell’industria bellica.
  • Almach. Qualcosa di affine succedeva anche per i prodotti dell’agricoltura, su un piano produttivo collaterale. Latte vaccino, arance e frutta d’altro genere venivano buttati, distrutti in grande quantità. La logica perversa era quella imposta dall’esigenza commerciale di mantenere una certa soglia nei prezzi di mercato.
  • Mirach. Non farne dono a chi stava morendo di fame, no? Doppia perversione!
  • Ottero. Sapete, con l’equivalente in costi di costruzione, di manutenzione e di esercizio di una sola portaerei militare, quanti ospedali potrebbero essere edificati? Il costo delle guerre di ogni tempo e di ogni luogo, se l’homo sapiens l’avesse saputo, voluto dirottare verso scopi umanitari, sarebbe valso a erigere il regno dell’Eden, a fare della Terra un paradiso terrestre.
  • Tosco. Non c’è dubbio. Inoltre, se posso dire, c’è un’altra dimensione malefica che va a inserirsi in questa dinamica, quella dei bisogni indotti. “Io sono una nazione potente. Io vanto il diritto di salvaguardare la pace e di portare la civiltà nel mondo. Io sono autorizzata (da chi? dal popolo? da Dio? da me stessa?) a far rispettare questo diritto e a usare la guerra come mezzo risolutivo per riuscirci”.
  • Tiziano. Questo è il messaggio esplicito che la grande Potenza lancia al mondo e che la maggioranza acclama. Ma, andando avanti, c’è un messaggio implicito, non declamato: “Io esibisco, per tutti voi, la dimostrazione schiacciante della mia superiorità militare, della mia supremazia economica e produttiva; qualcuno oserebbe contraddirmi? Ci provasse solo! Vedete di che cosa sono capaci le mie armi? Io posseggo ordigni di potenza sufficiente a mettere a tacere e in ginocchio il mondo intero in men che non si dica. E, perdiana, se date ascolto al fragore delle mie bombe – basta tenere accesi i televisori, non sarete informati che di quello – il vostro pensiero scivolerà via molto celermente da quell’altra questione mia interna, più o meno personale, imbarazzante, compromettente oppure da quell’affare internazionale il cui peso stava per soverchiarmi e gettarmi seriamente in crisi. Avrete altro di ben più tragico, e pericoloso e minaccioso per voi stessi, in cui impegnare la vostra attenzione. Ah, dimenticavo; io lascerò nei dintorni delle zone che ho raso al suolo le mie bancarelle, sopra vi troverete tutte le indicazioni che vi servono: missili a lunga gittata a prezzo di favore, testate nucleari a costo concorrenziale, semoventi celeri e distruttivi come mai avete avuto occasione di vedere, caccia supersonici inintercettabili, navi inaffondabili e, a volontà, un corredo di armamenti individuali che farebbero invidia al “Rambo” più spietato. Se i vostri acquisti saranno incoraggianti, il mio mercato verrà attrezzato in modo che siate più comodi nel ritirare la merce. Perché, ricordate bene, di questa merce, voi ne avete e ne avrete bisogno. Non potete farne a meno. Vi ho dimostrato quanto le mie armi siano efficaci, ma con questo vi ho anche dimostrato che intorno a voi si annidano covi sparsi di nemici, pronti ad aggredirvi, pronti a mettere le mani sulla preda prima di voi. Ci avete pensato?”.
  • Tosco. Senza dichiarare in modo palese che il traffico di armi è una fonte di reddito che può stare comodamente sul gradino più alto della scala dei profitti illeciti. Conosciamo purtroppo una varietà molto estesa di traffici contro l’umanità e contro l’habitat. Sappiamo fin troppo bene dei traffici di droga, di organi umani, di pezzi d’arte, senza parlare dei traffici vergognosi nel mercato del sesso, con l’adescamento e il coinvolgimento orrendo di bambini. Non è sulla gravità di queste cose che voglio fare il punto, ma piuttosto sulla rapidità e sulla facilità di propagazione di queste sozzure. Droga, sesso, appalti truccati e via dicendo possono ancora, in qualche misura, essere arginati e contrastati. Molti Stati ci stanno provando. Per il traffico d’armi le cose non vanno allo stesso modo. Qui basta buttare l’occhio dove giace una possibile fonte di ricchezza, prendiamo il petrolio come esempio per tutte. Occorre appena scoprire un piccolo focolaio latente, una piccola scintilla che cova nel silenzio, qualcosa che sappia di motivazione dinanzi all’opinione pubblica, magari su uno sfondo sociale, etnico, culturale, religioso o linguistico. E se questi motivi non reggono si può sempre inventarne di nuovi, pur che siano terrificanti. Tutto può andare bene per far divampare l’incendio. Non c’è bisogno di molto, occorre soltanto un pizzico di quella perversione che l’homo politicus sa sfruttare a buon mercato. E il mercato si apre. Ma è un mercato di armi, non un mercato di droga o altro. Quando la droga o l’alcool o un virus che non perdona uccidono, uccidono individui, magari ceppi interi, ma poi finisce lì. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Con le armi la musica è tutt’altra. Le armi servono per ammazzare e, quando casca il morto, in una di due fazioni contrapposte dove già la scintilla iniziale gemeva in attesa di essere liberata in una fiammata si susseguono, in brevissimo tempo, lutto, indignazione, odio, propaganda e antipropaganda, prese di parte sempre più integralistiche, voglia di vendetta, rappresaglia, risposta violenta. È il gioco delle faide, da lì in poi non occorre alcun altro sforzo, la ruota si mette a girare da sola, a velocità crescente. Ed è un gioco che non si ferma più. Anzi, per sostenerlo, dall’una e dall’altra parte diventa necessario attrezzarsi meglio, sia per reggere le aggressioni avversarie di ritorno sia per trovarsi preparati ad aggredire. La prima uccisione è buon motivo per la seconda e questa, assieme alla prima, per tutte le successive. E, per portare avanti queste faide, occorre essere armati. I grandi produttori non devono temere: il mercato è destinato ad autoalimentarsi.

Immagine di Copertina tratta da PosterLounge.

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