Ma che senso ha?
- Tosco. Stai a vedere che qui c’è ancora di mezzo il tuo Vate…
- Almach. Come no Toscuccio mio, e vedo che ne vuoi sapere di più. Allora, ascolta. Passo subito al sodo, senza preamboli, come fa il mio Giacomo Leopardi a cui mi riferisco. Dunque, nel momento in cui un individuo, non importa fare distinzioni di etnia o di cultura, è fatto entrare nella società, si dà quasi con certezza matematica che dovrà divenire un malvagio[1]. Ma Leopardi non vuole tacciare di malvagità la persona che si copre di un peccato, bensì chi prende una cattiva strada o la prenderebbe senza provare rimorso. E, se ammettiamo che possa essere così, dobbiamo anche ammettere che la vita più felice era quella dell’uomo primitivo, un’esistenza non all’insegna della società organizzata, ma della pura e semplice individualità. L’uomo, nel momento in cui viene al mondo, è ricco di tutto, ma impoverisce a mano a mano che cresce. Perché impara a volere di più, sempre di più, diventando incurante del trovarsi altri in condizioni disagiate, e allora crea alleanze, partiti, pur di ottenere condivisione alle proprie mire di prepotente ambizione. Dunque qui non si vede più dove sta l’amore per gli altri, come dire che l’anima dei partiti, delle fazioni, è l’odio. Ecco che, allora, religioni, partiti politici, il senso stesso di patriottismo così altamente declamato, tutto crolla e langue se non interviene la forza distruttiva dell’odio ad animarlo. La società di per sé non sarebbe così deleteria, se tale non la rendesse l’uomo con le proprie ambizioni. Si dà dunque il fatto che la società, così come la conosciamo oggi, rende gli uomini non già diversi e disuguali tra loro, cosa che ovviamente esiste in natura, ma, molto peggio, li fa dissimili, tanto che fra di loro non si riconoscono più. Fra tutti i viventi, ammonisce Leopardi, l’odio degli individui umani verso i propri simili perviene al più alto grado di intensità.
- Mirach. Capisco. Non per nulla il nostro è il pianeta delle guerre. Sono, queste, l’unico fenomeno umano che non si esaurisce mai.
- Tosco. Ma anche guerre interne, quelle, voglio dire, che si sviluppano in seno a un Paese per motivi politici, etnici, religiosi, come in Siria. Porto questo esempio perché ricordo aver soffermato l’attenzione su quel che accadeva in Siria nel 2011-2012 e oltre, per una rivolta contro il regime di Assad. Naturalmente, qui come sempre, i rivoltosi si ritenevano partigiani di una giusta causa, mentre per il regime non erano altro che ribelli fuori legge. Andava terminando l’estate 2012 che i mass media parlavano di 26.283 morti in Siria dal marzo 2011, la data d’inizio della rivolta. L’Osservatorio siriano per i diritti umani riferiva che di quelle vite spente 18.695 erano vittime civili, numerosi i bambini e le donne massacrati da armi impugnate da loro fratelli.
- Ottero. Le guerre … sulla guerra ci sarebbe molto da dire, se n’è detto già molto nei trattati e nei commenti storici … Sì, prevedo una facile obiezione: anche gli animali si fanno guerra. La fanno ma non la pianificano, non la dichiarano. C’è di mezzo il sostentamento, c’è di mezzo un territorio promettente ricco di risorse indispensabili al branco e all’individuo. Sono battaglie per la sopravvivenza, nel caso degli animali, non guerre. La ferocia, la rappresaglia, il calcolo subdolo, l’eliminazione spietata e inconsiderata sono prerogative esclusive di noi uomini. Prendetemi una guerra di aggressione che sia giusta, o santa, o umanitaria come chiamare la volete. Alle guerre di aggressione mi riferisco, intendete? Ne troverete mai una? Mi chiedo anch’io, come già ha osservato Ottero poco fa, c’è qualche animale che abbia mai architettato un genocidio a scapito di una popolazione di suoi simili? Noi, noi soli possiamo vantarci di tanto. Lo studio della storia inzuppata di intrighi di corte e di progetti malefici attuati da personaggi più o meno venerati, rispettati o temuti, non parla d’altro.
- Mirach. E hanno incominciato molto presto a menarsi botte da orbi, i nostri antenati, non hanno perso tempo! A essere realisti sarebbe da pensare che i conflitti sono apparsi sulla terra degli umani da sempre, sin dall’apparizione di questa specie che ha imparato a guardare oltre la semplice e naturale soddisfazione degli istinti e dei bisogni vitali, rincorrendo miti di supremazia e di possesso. Tuttavia la storia non può riportarci molto indietro, poiché essa fonda le proprie asserzioni sul rinvenimento di reperti, di documenti comprovanti. Piuttosto recentemente c’è stata una stupefacente scoperta, a opera di certi archeologi americani, nelle zone confinanti tra la Siria e l’Iraq. In questo territorio, che oggi ospita la città di Mosul, famosa per essere teatro di altri conflitti, pare si fosse verificata, nella parte alta delle terre bagnate dal Tigri, la millenaria Mesopotamia, una guerra che, per la datazione che la collocherebbe verso il 3500 a.C., può essere considerata la madre di tutte le guerre. I popoli contendenti erano quelli i cui discendenti oggi occupano, appunto, la Siria e l’Iraq, gente del nord contro gente del sud, e pare che questi ultimi abbiano avuto la meglio, alla fine. La scoperta di cui ho detto si riferisce al rinvenimento, in una località posta a circa cento chilometri a nord-ovest di Mosul, di migliaia di proiettili ottenuti con l’argilla pressata ed essiccata. I rudimentali e primitivi proiettili venivano probabilmente lanciati con fionde e piccole catapulte. Ecco di che cosa erano capaci questi gruppi etnici belligeranti, prima ancora che apparissero le civiltà, a noi più note, degli Assiri e dei Babilonesi.[2]
- Tiziano. Constatiamo: presenza dell’uomo sul pianeta = deflagrazione di conflitti armati. Allora chiediamoci: perché le guerre? C’è di mezzo ancora l’homo politicus?
- Ottero. Come no! Ma, per capirci, per homo politicus vorrei che intendessimo, d’ora in poi, quello che è descritto dalle sue caratteristiche più evidenti oggidì, quello, cioè, che riesce a macchinare le cose per trarne un vantaggio riservato a una minoranza élitaria.
- Tiziano. Va bene, un profittatore vorrai dire!
- Ottero. Qualcosa del genere. Ma, dicendo “trarne vantaggio”, mi riferisco allo spostamento di un bene verso una zona a scapito di altre.
- Tiziano. Un po’ come il pluslavoro e il plusvalore nel senso che dava Marx[3] dell’uso che la classe dirigente faceva del lavoro prodotto dalla classe operaia.
- Ottero. Sì, può andare come accostamento. Ai tempi dell’analisi di Marx era così, tuttavia: o accettavi, se eri di famiglia operaia, accettavi di essere sfruttato o morivi di fame. Ora la maggior parte della gente manco se n’accorge di essere sfruttata. E lo è in modo sistematico. Le condizioni di vita sono migliorate. Tutti, o quasi tutti, godiamo di garanzie soddisfacenti; ognuno può permettersi anche un pizzico di status sociale in più rispetto a quel che generalmente si sarebbe atteso tempo addietro. Che cosa si può volere ancora? Lo stomaco è pieno e i comfort sono a portata di mano. Tutto questo fa sì che io abbia sempre meno bisogno degli altri, se non in un rapporto indiretto e impersonale che passa per il denaro. E così divento sempre più solo, e non me ne rattristo perché la mia camera è blindata e illuminata da lampade potentissime e lì dentro arriva tutto quello di cui necessito, e ancora un po’. L’uomo del volgo è silente, è ridotto al silenzio, è convinto di essere appagato e non protesta. Protestare? E di che? Ma se anche le condizioni più drammatiche e le situazioni più avvilenti vengono magicamente trasformate dall’homo politicus, dinanzi ai suoi occhi, in spettacoli addirittura divertenti, in farse politiche, in avvincenti e perversi confronti di idee scadute a fanghiglia e facili alla volgarità. L’homo politicus ha appreso con grande maestria l’arte di compiere saltelli senza bagnarsi i piedi. Non fa neppure ricorso alle blandizie per ingannare chi gli ha donato quei magici piedi con l’avergli accordato il consenso. L’uomo del volgo guarda, sorride, si diverte, si compiace, parteggia, si scalda, infine viene preso completamente nel vortice, si lascia incantare e non si risveglia. Così narcotizzato, manco più s’avvede del mare di ipocrisia nel quale è affondato: un’ipocrisia non camuffata, talmente sfacciata e mal dissimulata che ognuno finisce per accettarla, senza opinione e senza critica, nessuno si ribella più. Rubano, imbrigliano, tradiscono, offendono? Va bene così, facciano pure, pur che non entrino in casa nostra. Questa la morale del secolo, questa la filosofia dell’uomo qualunque calpestato nella propria dignità.
- Tosco. Offendono…?
- Ottero. Sì. C’è stato chi ha osato mandare pubblicamente e a voce alta il vessillo nazionale, simbolo sacro, “nel cesso” e poco dopo questo vergognoso crimine a offesa del simbolo di un popolo e della sua storia è stato accolto a giurare dinanzi a quel sacro vessillo, quindi a occupare uno dei posti di maggiore prestigio nella politica interna dello Stato, un posto di “onore” e a godere dei lauti compensi che la carica comporta. Cose da stridor di denti! Vergognose, intollerabili, da condannare con il massimo rigore! A calci nel sedere certa gente blasfema, altro che a servire lo Stato come serpe in petto allo Stato!
- Sirrah. Tuttavia mi pare un po’ vago parlare di homo politicus e affibbiare a tutti coloro che appartengono a questa specie l’epiteto di arrivista, perché è a questo che saresti dovuto approdare, o mi sbaglio?
- Ottero. Non ti sbagli affatto. Ma, va bene, usciamo pure dal vago ed entriamo nel concreto della elezione di un Presidente in una grande Nazione del mondo. Chi ci vedi in lizza? I soliti magnati della produzione, quelli che sanno incrementare il prodotto interno, quelli che detengono capitali da capogiro. E ciascuno di costoro spende cifre astronomiche per sostenere la propria candidatura, mettendo in moto una macchina propagandistica che è un mostro di persuasione sociale. Cifre che basterebbero da sole a salvare da morte per fame, per malattia, per indigenza e ignoranza intere popolazioni del terzo mondo. Cifre che sarebbero una provvidenza di valore incalcolabile per la costruzione di ospedali, di scuole, per il finanziamento di ricerche impegnate nello sconfiggere morbi incurabili.
- Mirach. Vero, mentre un miliardo di affamati si affacciano sulla scena mondiale e quaranta milioni di persone si trovano al di sotto della soglia economica di sopravvivenza[4]. Ho letto, fra l’altro, che c’è gente di un coraggio impareggiabile, quello di partecipare a uno di quei banchetti straordinari allestiti in occasione di simili programmi propagandistici per l’elezione del Presidente. Questi tapini, i quali si fanno invitare dietro pagamento solo per poter dire in ogni successivo giorno della loro vuota e povera esistenza “Io ero lì, io c’ero!”, arrivano a sborsare di tasca propria, per un pranzo al tavolo del candidato Presidente, il corrispettivo dello stipendio annuale percepito da un impiegato di medio livello.
- Ottero. Se basta. Ma credo che non sia sufficiente. Costa molto di più. Tuttavia, vedi, la cosa come va a finire? Il gioco lo fa la macchina propagandistica, almeno al novanta per cento. Vince chi ha più soldi da spendere. Non solo, vince chi ha saputo scegliere le persone più capaci nell’impiegare questi soldi in iniziative efficaci in quanto a seminare persuasione e a raccogliere consensi. In quel momento hanno la meglio la voce e la tonalità che vengono accompagnate alle promesse sciorinate. È quello il momento che conta, l’attimo vincente. Poi, se le promesse non verranno mantenute, allora si tratta di un altro discorso. Quel che conta è che l’affare ormai è concluso.
- [1] Da qui in poi il riferimento è per G. Leopardi, Zibaldone di Pensieri.
- [2] Dalle trasmissioni radiofoniche: “Prima pagina”, Radio 3, ore 7,30 del 17 dicembre 2005; “Giornale Radio 1”, ore 8 del 17 dicembre 2005.
- [3] Karl Marx. Il Capitale, 1867-1894
- [4] Dati trasmessi da GR3, Giornale radiofonico del 10 dicembre 2008, ore 6,45.
Immagine di Copertina tratta da Personajes Historicos.
