Ma che senso ha?
- Sirrah. Ma c’è chi si accontenta anche di meno. Faccio per dire, vero? Non fraintendetemi, resto in argomento. Il mio riferimento è per i manager italiani che, a fine 2013, erano i più pagati del mondo. Eccovi alcune cifre, poi potremo continuare a farci un cruccio delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali. All’epoca in cui, in Italia, c’era chi doveva farcela con meno di cinquecento euro al mese, certi senior manager della pubblica amministrazione centrale italiana si distinguevano per essere i più pagati dell’area Ocse. Lo rilevava la stessa Ocse ossia l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, comprendente 34 Paesi e sede a Parigi. Dunque quei magnati italiani godevano all’epoca di uno stipendio medio annuo pari a 650 mila dollari, oltre 250 mila in più dei secondi classificati, i Neozelandesi con 397 mila dollari, e quasi il triplo della media Ocse che si aggirava sui 232 mila dollari. In Francia un dirigente, a parità di livello, guadagnava in media 260 mila dollari l’anno, in Germania 231 mila e negli Stati Uniti d’America 275.000. Pare proprio che i soldi non manchino nel mondo, ce ne sarebbero anche tanti da sfamare chi non riesce a sbarcare il lunario e chi va costretto a rovistare nei cassonetti delle immondizie per mettere insieme (magari fosse!) il pranzo con la cena.
- Tosco. Quindici, venti milioni di euro all’anno? Bazzeccole! C’è chi non sa neppure quanti soldi possiede! Ma quel che qui m’interessa è la vergognosa contraddizione che da queste ricchezze si manifesta se solo facciamo un confronto con la povertà che cammina sulla stessa strada dell’esistenza a fianco dei ricchi, ma su una pista meno confortevole. State a sentire: accadde in Italia, fine 2012. I mass-media annunciavano che dal primo gennaio del 2013 sarebbero scattati gli aumenti del tre per cento per adeguare le pensioni al costo della vita. Con tale magnanima provvidenza le pensioni minime sarebbero passate da 481 Euro mensili alla favolosa cifra di 495,43 mentre le pensioni da mille Euro sarebbero salite a quota 1.025. Ma ci pensate che lusso, che scialacqueria? Quattordici e venticinque Euro di aumento mensili! Una vita da nababbi, questo ciò che la povera gente avrebbe dovuto pensare e accettare come un gran bene, una super-storica riforma sociale! La contraddizione? Eccola. Tre milioni al mese alla moglie separata. Un assegno da tre milioni di Euro al mese, vale a dire centomila Euro al giorno, a esclusione della villa di Macherio: così si chiudeva il caso relativo alla separazione non consensuale tra Veronica Lario e Silvio Berlusconi, un iter iniziato tre anni prima e i cui termini erano finalmente svelati dal “Corriere della Sera”. L’assegno di mantenimento, in cifre 36 milioni di Euro ogni anno, si richiamava all’articolo 156 del Codice Civile e alle sentenze della Corte di Cassazione che fissavano i parametri del mantenimento del tenore di vita a un livello analogo a quello goduto durante la convivenza[1]. Che se ne farà, la signora Veronica, di tutto quel denaro? Un “misero” assegno di mantenimento che vale la bellezza di oltre seimila “favolose” pensioni “rivalutate “ al 2013. E, se il marito separato può elargire una simile somma e mantenere un ritmo di vita da “mille e una notte”, quali saranno le sue entrate effettive? E quale il suo contributo all’erario? È ancora un mondo, questo?
- Tiziano. Una società che rispetti il senso della giustizia …
- Ottero. Della giustizia e della dignità, di’ pure!
- Tiziano. Sì, una società che rispetti il senso della giustizia e della dignità a esistere dovrebbe considerarle, queste contraddizioni, come uno dei primi problemi da affrontare e risolvere. Che dire, poi, dei cantanti di grido, quelli della musica di consumo intendo, degli artisti portati alla ribalta per far ridere la gente? Che dire degli atleti super pagati e, insieme, osannati come divinità?
- Mirach. A proposito, mi stai facendo tornare in mente l’affare “Raul”. Ricordate Raul?
- Tosco.Ah, quello del campionato di calcio, vero? Com’è già che era andata a finire la storia?
- Mirach. Si era al tempo del campionato europeo di calcio, a incipiente millennio. Si giocavano le eliminatorie per le semifinali. Quel giorno, in lizza, si trovavano in campo Francia e Spagna. Stava per finire la partita, era molto prossimo il novantesimo minuto e la Francia conduceva per due a uno. Manco si trattasse di una beffa, un giocatore della squadra francese mica commette una scorrettezza che costa alla Francia un calcio di rigore? Immaginatevi la tensione, gli spettatori e i tifosi che, nello stadio e davanti alle tivù, balzano in piedi urlando, chi di sorpresa, chi di gioia, chi di disperazione, chi di delusione, chi per un crollo della primitiva euforia. All’ultimo minuto, si trattava di dare il pareggio alla Spagna. Nervi tesi, silenzio di gelo, brevi attimi che non scorrono più. Il compito di tirare in porta a chi poteva essere affidato? A Raul, naturalmente, al campione, non poteva esserci dubbio. E Raul prende la rincorsa, tira, il pareggio è lì a poche frazioni di secondo … sbaglia, sbaglia clamorosamente. Questo succede anche al calciatore più pagato del mondo. Raul riceveva, all’epoca, uno stipendio pari a dodici miliardi e mezzo di lire italiane l’anno.
- Tosco. E, aggiungo io, a una competizione televisiva nel marzo 2005 veniva rivelato lo stipendio degli ultimi dèi della ribalta: venti milioni di euro all’anno a un ragazzo che fa i miracoli con le motociclette. Questa è la vera vergogna della nostra sedicente civile società! Un operaio dovrebbe lavorare per più di cinquecento anni al fine di raggiungere il guadagno realizzato da quel calciatore in un solo anno di attività! E più di milleseicento anni per uno stipendio annuo del mago della moto.
- Mirach. Se andassimo a scavare più a fondo ne vedremmo delle belle: “stars” dello spettacolo che, quella cifra, la mettono insieme in poche serate di esibizione. Al confronto, Raul è ancora un poveretto che si accontenta di spiccioli. E, più in là, gli ultramiliardari che probabilmente non sanno neppure a quanto ammonti il loro capitale, e tutta la sarabanda dei possidenti, costituita da una netta minoranza fra gli abitatori del pianeta, detentrice tuttavia della stragrande maggioranza dei beni che la natura ha messo a disposizione degli uomini. Pochi eletti sguazzano nell’oro e negli agi, ben protetti nel loro tempio edificato sul sangue, sul dolore, sui cadaveri di una sterminata schiera di disgraziati.
- Sirrah. Certo che, se andiamo oltre, se andiamo a vedere come vivono o, meglio, sopravvivono certi esseri umani di paesi fra i più disastrati del mondo, ci si sente rivoltare dentro le budella nel mettere in risalto le loro situazioni drammatiche e disperate a fronte del benessere, della sontuosità, del lusso e degli sprechi di pochi fortunati.
- Mirach. Cani, sono cani! Non è meglio di un cane chi accaparra solo per sé, schifato della miseria che lo circonda.
- Tosco. Peggio! Al loro confronto i cani potrebbero dirsi privilegiati. Certi cani sembrano quasi persone, ma ci sono molti uomini che non riescono a somigliare neppure a mezzo cane!
- Sirrah. Sembra che a capo di tutto esista un solo comandamento. E questo comandamento ha un nome: avidità. Non è una cosa attribuibile agli animali, in genere. Fatta qualche eccezione. Alcuni predatori, infatti, pare uccidano le loro vittime per il puro gusto di uccidere, di giocare forse. Possiamo catalogare questo tipo di comportamento con le categorie che abbiamo creato: può essere sadismo, curiosità, piacere, divertimento, mantenimento in esercizio a spese altrui, ma non possiamo in alcun modo parlare di avidità. L’avidità è un requisito elettivamente umano. La tigre che uccide la preda per il gusto di uccidere, o altro come ho appena accennato, non lo fa per accumulare ricchezze, non lo fa per aumentare il proprio prestigio o il proprio potere sugli altri, non ne ricava alcun vantaggio di valore aggiunto, diremmo in termini economici o aziendalistici. L’uomo, invece, sì. L’uomo guarda sempre oltre, e in alto, e non ne ha mai abbastanza. Un solo esempio? Prendiamo la politica, perché noi apparteniamo alla specie dell’uomo politico, cosa che è estranea a qualsiasi altra specie vivente. Il senso politico è nato dall’aggregazione degli individui in gruppi e dalla partecipazione della comunità a forme di comportamento rivolte a scopi condivisi convergenti verso la costruzione del bene comune.
- Mirach. Non solo gli uomini. Anche fra gli animali si verifica una sorta di aggregazione per scopi di sopravvivenza del clan. Nei lupi, per esempio, si sviluppa tutta una dinamica di gerarchie volta a stabilire la linea generazionale del branco. Il più forte domina sugli altri, per vigore fisico, per carica aggressiva e per ascendente d’autorità: è il primo a nutrirsi della preda cacciata, è il detentore del potere sull’harem delle femmine, è il garante del livello qualitativo nella prosecuzione della specie. Fra gli animali, e non solo fra gli animali, si fa strada una selezione fra i più deboli e inadeguati sulla eliminazione dei quali si innesta con prepotenza la vigoria riproduttiva del gruppo.
- Ottero. Non c’è dubbio. Ma di una certa catena si tratta, di una catena che riproduce se stessa mantenendo alti gli standard di adattabilità. L’uomo politico ha valicato i limiti di questa catena. L’uomo politico ha compreso che il proprio potere può allargarsi al punto di sovrastare il resto dei simili e di generare influenza sull’intero spazio ecumenico eliminando o anche non eliminando gli individui deboli o disadattati, senza porre confini alle proprie mire di grandezza. “Diventerò il padrone del mondo”, è la frase ricorrente di molti racconti più o meno fedeli alla realtà degli eventi terreni.
- Tiziano. Non c’è che dire, Dunque, secondo te, l’uomo politico sarebbe un’ulteriore espansione dell’homo sapiens sapiens.
- Ottero. Esatto. Un’espansione e un’aberrazione dell’homo sapiens. Perché l’uomo politico è nato da un’esigenza di tutela e di garanzia del bene comune, ma poi i suoi intendimenti sono degenerati nel senso del profitto particolare. In modo del tutto – apparentemente – legale, intendiamoci. L’uomo politico è simile a quell’abile danzatore che guada un fiume a saltelli, zigzagando e sfiorando con la punta dei piedi le poche pietre affioranti, guadagnando la sponda opposta senza mai bagnarsi i piedi. Non solo, ma, nel bel mezzo di quei saltelli, trova anche il modo di sfrecciare qualche gomitata non vista o di elargire qualche indicazione fuorviante, in modo da far cadere in acqua i propri avversari, e poi magari servirsi delle loro teste come pietre di guado. È un gioco, il gioco del vince chi arriva per primo alla riva senza bagnarsi i piedi. Perché, chi ha i piedi bagnati è chi ha violato palesemente le norme giuridiche, questo è comprensibile, no?
- Tiziano. Ovvìa dunque, dobbiamo forse dire che tutti coloro che fan politica sono disonesti? È questo che vai insinuando?
- Ottero. C’è una differenza fra dire “chi fa politica” e dire homo politicus. Puoi fare una buona o una cattiva politica, una onesta o una disonesta politica, ma questo implica tuttavia che sei impegnato in qualche corrente in quel dato momento attiva nella tua società. “Homo politicus” è un’etichetta che si porta dietro un’accezione assai diversa. Non sto insistendo sul valore originario di tutta una serie di comportamenti attribuibili a questa figura; sto insistendo, mi pare sia chiaro, sui tratti modificati di questa figura, modificati in seguito alle aberrazioni di cui si è detto. E, dunque, l’homo politicus è diventato il furbo, lo scaltro, il prevaricatore, l’opportunista, il giocoliere della parola, abile a tal punto da esibire con sorprendente naturalezza e disinvoltura l’arte sopraffina di dimostrarti il vero di una qualsiasi cosa e nel medesimo tempo, all’occorrenza, il suo contrario. Come la bandierina del campanile che volge verso dove spira il vento. Anzi, che dico, no: come la bandierina che decide di puntare verso la direzione che essa stessa ha scelto e verso la quale convince o costringe il vento a soffiare. Ed è così che si è costruito un volto dotato di cento maschere, ma anche munito di corazza capace di opporre resistenza alle accuse più schiaccianti e di rimbalzarle al momento opportuno. Con una vita comoda e facile, per giunta, perché il suo strumento di battaglia è la lingua, non le braccia. E la lingua non ha pesi da portare né pesi da sopportare. In tal modo riesce ad acquisire consensi; e i consensi gli danno potere; e il potere gli permette di accumulare risorse, denaro e altri consensi; e col denaro riesce a cambiare quel che vuole a proprio esclusivo vantaggio. Se non proprio a cambiare, riesce a creare le condizioni per gettare in una luce diversa l’oggetto delle controversie e dei rischi in cui stava per inciampare.
- Sirrah. Questo significa che stai facendo una bella distinzione. – Ci sono anche gli onesti.
- Ottero. È vero, e non sono pochi, per buona sorte di tutti. Ma gli onesti sono come gli elementi di edificazione. Tutti insieme costituiscono un cantiere, e ognuno di loro è l’argano che solleva le arcate di un ponte, la mente che progetta una linea ferroviaria, l’operaio che usa la saldatrice, il muratore che incolla mattone a mattone. I disonesti sono lo stormo di caccia bombardieri che passano sopra il cantiere e lo annientano con una pioggia di ordigni dirompenti.
- Almach. Ma pensate un po’, forse o senza forse l’uomo che precedette l’istituzione delle società non era così perverso, forse era tutt’uno con il corso naturale degli eventi, anche se più simile agli animali che non a quello che siamo diventati noi oggi.
- [1] Da Televideo del 29 dicembre 2012.
Immagine di Copertina tratta da Homo Politicus.
