Pensieri di corsa – Parte 1 di 4

Amore, Amore, Amore!

La breve riflessione che segue è tratta da un mio lavoro inedito dal titolo Dove vai, Pensiero? che vede impegnati alcuni amici nel penetrare a fondo una serie di problemi attinenti alla natura umana.

  1. Amore, desiderio, piacere, perdita, durata, ricerca, delusione, sofferenza. Abbiamo imbastito insieme una serie di affermazioni che non può fare a meno di creare qualche perplessità all’interno dei nostri interrogativi. Guardate il mondo: c’è un autoalimentarsi di dare-avere, in materia di amore, che lascia inorriditi. L’uomo che guarda la donna in diagonale, puntando alle forme che sporgono di profilo, come una S; la donna che fa di tutto perché l’armonia, la proporzione e il fascino esercitato da quelle forme facciano colpo sull’uomo. E tutto in omaggio a un copione integralmente prevedibile: di qua c’è qualcuno che non sa resistere alle violente spinte endo-ormonali e di là c’è chi gode nell’atteggiarsi a oggetto di conquista, albergando in sé un raffinato istinto di preda istigatrice. Lui che dice e ripete – ti amo da morire – mentre più correttamente sarebbe da leggersi nelle sue parole “ho una voglia matta di penetrarti e di saziare questo desiderio folle che mi fa uscire di senno”. Lei che si copre di orgoglio nell’essere riuscita a trasformare il predatore in preda senza lasciare a indovinare quale sia il peso, la profondità e la genuinità del desiderio che reca in sé. A quale vantaggio? Protezione, benessere, denaro, sicurezza, prestigio? Ma se poi, un bel giorno, il dispensatore di questi vantaggi si stanca, ciò che succede nella stragrande maggioranza dei casi, lei – o lui – che fa? E il sentimento che legava i due, quale destino avrà a seguire? Era oro a ventuno carati? Voi direte che il mio esordio su questo aspetto dell’amore è venato di pessimismo. Forse è meglio correggere l’opinione e pensare piuttosto che io vado cercando la genuinità e rifuggo da ogni cosa che volga al riparo nella mistificazione e all’uso opportunistico di maschere alla bisogna.
  2. Caro A, sono stato molto attento alle tue parole: quando hai fatto menzione di “violente spinte endo-ormonali” mi hai portato al fatalismo chimico al quale è subordinato il grande amore, compreso quello cantato dai poeti della passione struggente. Ecco che cosa mi hai indotto a pensare: non è da tempi lontanissimi che venne scoperto quello che fu poi bonariamente chiamato “l’ormone della felicità”; si tratta di un prodotto secreto dall’ipofisi, dal nome un po’ strano: oxitocina. Questa sostanza, pur essendo di genere oligodinamico, cioè attiva in piccolissime quantità nel nostro organismo, è capace, ciò nonostante, di produrre effetti sorprendenti, addirittura critici per la sopravvivenza della specie. È un fattore di attaccamento, nel senso che, entrando in circolo all’interno del complesso biologico, pone le condizioni adatte perché nelle persone, e per certi versi anche negli animali, si generino tenerezza, dedizione, amicizia, senso di benessere nel trovarsi con i propri simili. È anche un fattore di stimolo nel presentarsi delle contrazioni avvertite dalla donna partoriente, con la funzione di facilitare il travaglio del parto. Ma, ecco dove voglio arrivare: l’oxitocina influisce profondamente sulle aree encefaliche che presiedono al comportamento sessuale poiché sprigiona, al momento opportuno, tutta la sua potenza afrodisiaca, sia nell’uomo sia nella donna nei loro momenti di tenerezza, ponendosi come forte stimolo all’eccitazione sessuale sino alle scariche orgasmiche.
  3. Ma non lo sapevi ancora, B caro, che la felicità è femmina, e non solo nel genere del vocabolo? Il gene della felicità sta scritto nel Dna delle donne, soltanto delle donne, un po’ diversamente da quanto accade per la tua oxitocina. La cosa è stata scoperta negli Stati Uniti d’America e pubblicata sulla rivista Progress in Neuro-psychopharmacology and biological psychiatry. I ricercatori avrebbero identificato il legame tra il gene MAOA e la capacità del cervello di reagire a dopamina e serotonina, che inducono stati di benessere. Questo nelle donne, mentre lo stesso legame tra gene e felicità non si ritrova fra i maschietti: colpa del testosterone, forse, che tronca il legame tra gene e sostanze della felicità.
  4. Mi inchino alla completezza della dea femmina, onorata C. Ma la mia curiosità vuole ben altro. Ebbene, qualcuno di voi mi sa spiegare perché mai esistono in noi questi ormoni, questi geni? Da quali mani proviene il piano che ne ha creato l’esistenza? Lasciamo andare, ma, dite, se lo eliminassimo del tutto in tutte le creature? Un antidoto contro l’oxitocina, da inoculare alla nascita dell’individuo, in ciascun individuo: immaginate che cosa succederebbe? Che uomini e donne diverrebbero freddi come le statue che incorniciano il colonnato del Bernini a Roma, freddi e distanti gli uni dalle altre, estranei completamente a ogni desiderio che si accompagni a calore affettivo. Bel destino per l’umanità! Ecco, siamo esseri coscienti biologicamente robotizzati, detentori di matrici di comportamento che non possiamo scegliere né comprendere in vista di finalità a noi estranee.

Appartenenza e Italianità (anche) nelle parole

Giornali, televisione, radio, pubblicazioni “on line” e altro che intervenga nella diffusione di informazioni riportano, assai spesso e a un ritmo crescente, quasi incalzante, un’espressione breve, laconica, carica di un’identità semantica che può lasciare perplessi almeno una parte dei fruitori di messaggi multimediali.

Mi riferisco all’uso di un termine verbale al quale ricorrono con disinvoltura opinionisti, critici, politici nel corso di interviste e con il quale stimano dare una definizione della Patria a cui apparteniamo, l’Italia. Ebbene, l’espressione è la seguente: “questo Paese”.

Può sembrare una banalità, una sottigliezza di oscuro taglio sofistico, ma se vi poniamo mente con una certa attenzione arriviamo ad accorgerci che non è così e che il sintagma “questo Paese” porta nella propria ombra significati più reconditi e meno esaltanti. Dunque è sul primo termine del binomio che desidero porre l’accento.

Come ognuno sa, l’aggettivo dimostrativo “questo” sta a indicare persona o cosa vicina nel tempo e nello spazio a chi parla e a chi ascolta. Può alludere, altresì, a cosa o persona appena nominata e già nota a chi parla o a chi ascolta. Tale la veste lessicale.

E non è tutto, perché il vocabolo trascina al proprio seguito altre sfumature di significato che spesso restano occulte, sfuggendo all’interpretazione, ma nell’insieme premono per emergere, inattese rivelatrici di intenzioni più o meno consce, più o meno palesate. Mi spiego: generalmente chi si serve dell’espressione “questo” abbinandola alla parola “Paese” offre la chiara impressione di qualcuno che, già estraneo e pervenuto dal di fuori, si riferisca al Paese di cui si trova al momento ospite e al quale rivolge il proprio apprezzamento. Posso recarmi in una qualsiasi provincia cinese, come diplomatico, poniamo il caso, e riferirmi a quella Terra con l’indicazione “questo Paese” o, se voglio usare maggior cortesia, con il corrispettivo “questo vostro Paese” che suona senz’altro più dignitoso e ossequiente. Ma sentire gente della nostra gente che, portando sulla scena del dialogo la propria Patria, le si rivolge con quell’altra espressione, “questo Paese”, agita in me una sensazione incresciosa e mi fa capire che ho di fronte perfetti estranei, o perché tali si percepiscono o perché l’italianità per loro è cosa di altri o d’altri tempi. Ciò che più ci è caro, peraltro, nel linguaggio comune si sottopone a regole ben precise: non dirò mai “questa moglie”, ma “mia moglie” o “questo figlio”, ma “mio figlio” e persino “la mia casa, la mia auto, il mio gatto” e via di seguito. È una questione di appartenenza o, almeno, di prossimità privilegiata ed esclusiva.

Una preghiera, allora. Se ci accingiamo a parlare della nostra amata Patria, con tutte le debolezze e le incongruenze che possiamo essere costretti a riconoscerle, mutiamo almeno la forma espressiva e, se proprio non vogliamo ricorrere al più genuino “il nostro Paese” testimoniando così la nostra sentita appartenenza con l’orgoglio che una storia di sofferenze e di progressi ci concede, abbiamo almeno la bontà di dire “questo nostro Paese”. Oppure stiamo zitti!

Quando le parole lasciano ombre

Si leggeva sulle fonti di informazione di tempo fa, con riferimento alla tragedia della casa travolta dal fiume e la insorgente polemica sull’abusivismo edilizio:

I vincoli? “Un falso problema. Basta costruire dove non si può” e il condono ischitano “era inaccettabile”.

Sarebbero espressioni del ministro dell’Ambiente, Costa.

L’enunciato “Basta…” può essere letto in due modi che si collocano ai poli estremi delle possibilità interpretative: “Basta”, nel senso che è l’ora di finirla con l’abusivismo oppure “Basta” nel senso che, per superare l’inghippo dei vincoli, è sufficiente costruire dove non si può.

È chiaro che la “forma mentis” di chi legge l’enunciato lo induce a optare per la prima interpretazione, ma ci potrebbe essere pure chi sia di primo acchito spinto ad abbracciare la seconda. Se, dunque, ci fermiamo alla prima interpretazione, com’è più naturale, allora si è portati a pensare che se ora “basta, è l’ora di finirla”, nella consapevolezza che stiamo parlando di qualcosa di illecito, perché mai fino a ora si è potuto fare? Nessuno sapeva che molte strutture abitative erano state costruite o venivano costruite o stavano per essere costruite “dove non si può”? Il condono, poi, “era inaccettabile”: fu applicato ugualmente? Esiste una soglia, all’interno del concetto di abusivismo, che stabilisca fin dove l’atto compiuto rientra nell’accettabilità o ne supera il limite se il luogo in cui vengono costruite case è un luogo “bandito”?

Qui non si tratta di stabilire quale fra le tonalità di grigio si attaglia alla situazione: o è bianco o è nero e le decisioni che ne scaturiscono non devono dare adito a dubbi o perplessità. La casa che doveva essere demolita sopravvisse per ben dieci anni alle tempeste dei “se” e dei “ma”; dovevano essere infine gli elementi naturali scatenati nella loro furia a prendere la decisione ultima che portò a una tragica conclusione.

Se una struttura deve essere demolita per la tutela delle persone, la cosa va fatta subito, in ogni modo. Ma, poi, le case non vengono su come i funghi di notte. Chi ha le mani in pasta sa del lecito e dell’illecito dei progetti edilizi in fieri; e sta a guardare! Perché?

Quando le parole si buttano a caso

Il segretario di Stato USA, Blinken, in una conferenza stampa in Israele afferma che il bilancio della guerra di Israele contro Hamas nella striscia di Gaza, nei confronti dei civili e soprattutto dei bambini, è “troppo alto”. Tanto si legge sulle fonti di informazione del 10 gennaio 2024. Altre volte, in numerose occasioni sull’avverarsi di fatti tragici, si sente ripetere il ritornello “troppi morti, troppe le vittime”.

Quasi ci fosse una soglia entro la quale potrebbe essere concesso di uccidere, ma senza andare al di là di un certo segno: è la guerra, siete autorizzati ad ammazzare quelli che considerate i vostri nemici, ma non esagerate, accontentatevi di una piccola carneficina, sarebbe troppo per l’opinione pubblica se esageraste.

Che cosa significa “troppi” nella accezione di un freddo computo matematico del termine medesimo? Un blitz, per essere accettabile, poniamo, potrebbe allora prevedere il macello di una vittima? Di dieci? Di cento? Quale sarebbe il limite oltre il quale si metta in questione il termine “troppi”?

Non pensano i signori della guerra che già la prima vittima degli scontri armati e dei bombardamenti rientra nel concetto dei troppi? Credono forse di possedere una bilancia che possa determinare l’entità delle vittime, tale da potersi accettare sino a un supposto quantitativo?

Viviamo purtroppo ormai su un mondo che ci diventa sempre più stretto, dove il sospetto paranoico e l’avidità di conquista mettono gli uomini costantemente gli uni contro gli altri e non pensiamo che tutto sta muovendo verso una catastrofe planetaria sul piano dell’alimentazione, della fruizione di acqua e di risorse, del degrado ambientale e dello stravolgimento degli equilibri? Sarebbe l’ora, ed è già molto tardi, che tutti comprendessero il dramma che ci aspetta e si riunissero per collaborare, non per massacrarsi a vicenda, ma pare proprio che l’uomo porti nel proprio DNA individuale e sociale la spinta all’autodistruzione.

Immagine di copertina tratta da Complex Forma Mentis.

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