Terre Amare
- Sirrah. Intuizione biblica: Dio creò il primo uomo soffiandogli in corpo l’anima. Ecco che cosa sono i geni: la traccia materializzata dello spirito di Dio.
- Tosco. Intuizione materialistica. L’uomo discende dalle scimmie, per evoluzione, e qui vi chiedo: Quanti e quali elementi del genoma animale subirono una mutazione? Sirrah mia cara, guarda quanta strada ha percorso la legge dell’evoluzione. Una volta c’era il lupo, poi una linea evolutiva che ha deciso di prendere una certa direzione ha fatto sì che alcuni lupi diventassero cani. Chi ci ha messo mano? Lasciamo stare il vetusto scontro di interpretazioni che poneva, da una parte, l’uomo come addomesticatore del lupo e, dall’altra, il lupo come attore principale di una sorta di patto di mutuo soccorso con l’uomo, divenuto necessario, su scala evolutiva, alla sopravvivenza. Fermiamoci piuttosto al fatto che, comunque, a un certo punto della storia dei viventi si verificò qualche mutazione genetica e si andò sviluppando una particolare tendenza di adattamento a condizioni esistenziali mutevoli che portarono alla trasformazione del lupo in cane. Se andiamo più a fondo della questione vediamo, poi, che le leggi evolutive hanno esteso l’intrinseca iniziale influenza a migliaia di tipologie viventi. Ma quel che urge, in questo preciso momento, è il comprendere quale sia stato l’aspetto assunto dall’andamento evolutivo nel caso dell’uomo. Se ne son dette tante, ma qualcosa che riesca a soddisfare la frenesia di sicurezza sull’origine della nostra specie si trova ancora a una distanza inconcepibile da noi. Tant’è: ci sono scimmie che sono rimaste scimmie, se vogliamo dar credito alla teoria dell’antropomorfizzazione delle proscimmie più antiche sulla scala dell’evoluzione e nel volgersi di una lunga storia che ha portato sino a noi. E questi esemplari esistono tutt’oggi. Ma apparve, un giorno, una linea evolutiva che si separò sostanzialmente da quella comune ai primati e che sviluppò la capacità di pensare per astrazione. Un milione, due milioni, tre milioni di anni fa? Non fa differenza. L’importante sarebbe sapere che cosa successe nell’istante in cui qualcosa si ruppe dalla linea generale di sviluppo e di lì emanò una propaggine, un virgulto, forse sarebbe più appropriato dire un innesto da cui si formò l’essere dotato di mente autoriflessiva. Le mutazioni genetiche, i polimorfismi condizionati al bisogno di rispondere alle richieste ambientali, di adattamento dunque, sono fattori che ritroviamo inscritti nel criterio più generale di evoluzione: l’essere primigenio che si è diversificato in innumerevoli espressioni. Sì, è vero, anche soltanto nel mondo delle scimmie, tenendo fermi i criteri comuni a tutti gli esemplari dell’ordine, criteri che concorrono alla formazione, a uso e consumo di noi umani, del concetto di scimmia, non possiamo fare a meno di scoprire differenze di notevole rilievo: dalla tenerezza degli oranghi all’aggressività dei mandrilli e di certi ceppi di scimpanzé, alla falsa mostruosità dei gorilla, alla diffidenza, sospettosità, arguzia, coordinazione sociale presenti in varia misura tra generi e specie. Ma sempre di scimmie si tratta. Nessuna, fra esse, allo stato attuale delle cose, riuscirà mai a leggere un articolo di giornale e a comprenderne il significato. Per quel primate che è diventato noi, invece, è andata così, è andata che, al punto in cui siamo giunti, la nostra stessa mente di esseri pensanti non solo è riuscita a creare un arsenale di tecnologie che ne rappresentano ora la protesi operativa, ora il prolungamento e il potenziamento in fatto di possibilità realizzative; non solo, ma anche è arrivata a stabilire un intreccio complesso di relazioni, di interdipendenza con la dimensione cosiddetta cibernetica, tale da far sorgere profondi sospetti su quale sia la direzione che va prendendo la storia del mondo: quella pianificata dalla mente oppure quella impostata da combinazioni fra volontà e tecnologia al punto che la prima finirà per trovarsi in subordine e soggiogata alla seconda in termini di necessità e in un movimento senza ritorno? Dunque, un virgulto, una gemmazione di serie inedita, qualcosa di diverso dalle mutazioni genetiche e dall’adattamento, qualcosa che ha richiesto una specie di innesto, come ho detto prima, un innesto che presuppone una mano esterna. Non mi viene da pensare ad altro.
- Almach. Genesi: altra intuizione. C’è chi, dissertando attorno all’esistenza e alla natura dell’anima umana, ne sostiene l’immortalità e la trasmigrazione o reincarnazione lungo la via del proprio processo di perfezionamento. Geni e anima paiono godere entrambi dello stesso requisito, l’immortalità, ma sono fra loro simili anche nella ricerca instancabile di corpi che servano loro da veicolo per proseguire sulla strada intrapresa. Non vi pare che esista, in fondo, una curiosa affinità fra gli uni e l’altra? E se fosse possibile pensare a entrambi come a qualcosa sorretta dal medesimo supporto vitale?
- Tiziano. Tutto questo sarà molto poetico, ma mi è di poca consolazione. Sapete qual è la cosa formidabile? È che, mentre questi geni percorrono sentieri diversi e non invecchiano, ma restano sempre uguali come la goccia d’acqua dalla nube al mare, il nostro corpo, con la sensazione di solcare una propria via, di invecchiare e di essere destinato a decomporsi, sviluppa, insieme alla propria crescita biologica, una coscienza. Ciò significa che l’individuo dispone di certi gradi di libertà nel modo di far crescere, se non altro, la propria coscienza. I geni, come un treno sui binari, non hanno gran che scelta. Prendiamo in considerazione un calcolatore digitale. A monte c’è sempre un programmatore che esercita il proprio controllo sulla macchina predisponendola con l’inserimento di un programma. Qualcosa di simile la fanno i geni i quali agiscono sul comportamento degli organismi fisici predisponendoli verso una direzione anziché verso un’altra e senza intervenire ulteriormente per apportare correzioni di rotta.
- Ottero. Così dicendo dài a intendere che i geni non corrispondono al programmatore. Anzi, essi paiono presentarsi come una porzione di programma. Il programmatore della macchina può imprimere variazioni al programma installato, lo può sostituire. I geni eseguono il loro compito specifico, con precisione assoluta, e niente di più. A meno che sopravvenga un episodio mutazionale. Allora è la stessa struttura genetica a mutare carattere e a distribuire ordini di natura diversa. Sappiamo che le mutazioni corrispondono sempre a eventi casuali. E siamo tornati al dilemma precedente. Caso intelligente o caso diretto da una “volontà”?
- Tiziano. Grazie delle puntuali constatazioni, mi tornano utili per proseguire sul filo del ragionamento. Siamo dunque d’accordo nel sostenere che i geni non esercitano un controllo diretto su ciò che l’organismo fa istante per istante. Hanno già inserito tutte le istruzioni nell’organismo, la cui sede elaborativa è il cervello. E il cervello potrebbe essere visto nella luce di un organo costruito dai geni, come un calcolatore costruito dall’uomo, perché decida, al posto loro, giorno per giorno il da farsi. E questa sarebbe una conseguenza della lentezza da parte di chi immette le informazioni. Il calcolo di una semplice radice quadrata di un numero di otto cifre, eseguito carta e matita, richiede un tempo considerevole; con un piccolo calcolatore da taschino si impiega un breve attimo appena. I geni, stando al paragone, sono anch’essi molto lenti, lavorano di “carta e matita”. Essi operano controllando la genesi delle proteine, e questo è un processo che necessita di un tempo considerevole: ci vogliono ben nove mesi per costruire un organismo umano che sappia respirare autonomamente. Per altro verso, quando si tratta di operare una scelta fra due o più alternative, quando è chiamato in causa il comportamento in parole spicce, è richiesta rapidità. L’uomo dapprima costruisce il calcolatore e lo carica con un programma specifico. Gli ci vuole molto studio per arrivare a tanto, e molto tempo a disposizione. Ciò fatto, sarà il calcolatore a utilizzare memorie e processi di calcolo, pressoché istantanei, vicariando elaborazioni che il suo costruttore potrebbe attuare soltanto con grave dispendio di energie e di tempo, senza contare i rischi di errore dovuti a distrazione, affaticamento o episodica indisposizione. E i geni, eccoli qua, che cosa fanno di tanto diverso? Costruiscono, prima, un veloce calcolatore esecutivo, il cervello, programmandolo in anticipo con “regole” e “suggerimenti” ai quali il cervello farà ricorso per far fronte ai problemi da risolvere.
- Ottero. Dunque si sta parlando di simulazione. Ho la sensazione che esista una gerarchia di entità dotate di volizione, coscienti di finalismo a vari gradi di chiarezza e con vari gradi di libertà d’azione, che puntano a delegare l’esecuzione di ordini creando sottosistemi capaci di simulare. La simulazione sarebbe, peraltro, un procedimento molto utile ed economico per l’adozione di comportamenti efficaci. Un procedimento di gran lunga superiore a quello “per tentativi ed errori”, in quanto fa presa sulla capacità previsionale, sull’immaginazione, sullo scambio di ruolo o di punto di vista, sulla costruzione mentale di un modello che consenta, a noi umani, di analizzare in anticipo gli eventi e le conseguenze possibili delle nostre scelte. Inoltre, dimostrando di essere più rapida e più sicura rispetto all’assunzione volta per volta di un problema e del modo di risolverlo, la simulazione offre il grande vantaggio di evitare una stragrande quantità di errori di percorso. La capacità di simulazione ha seguìto, anch’essa, un suo percorso evolutivo: pare abbia raggiunto il suo culmine di perfezione e di efficacia nella coscienza soggettiva. In tale percorso amo distinguere due fasi significativamente importanti. La prima è quella attraverso cui il cervello opera come simulazione della realtà circostante e si esplica mediante l’edificazione di strutture neuronali percorse da circuiti di natura elettrochimica i cui prodotti attivi sono le rappresentazioni, la simbologia semantica, gli schemi di memoria, il pensiero, le tinte emozionali e la comunicabilità di referenti mentali. La seconda appare quando la prima perviene a un elevato grado di completezza, tanto da essere posta di fronte al problema grandioso della comprensione di un modello del cervello stesso. È a questo punto, al punto di transizione dalla prima alla seconda fase che avviene una vera e propria trasformazione dinamica e strutturale delle funzioni mentali, ed è qui, così credo, che nasce la coscienza.
- Tiziano. Facciamo il punto della situazione, penso sia doveroso, perché mi sta venendo difficile seguire una descrizione siffatta su un piano ideativo siffatto. Vediamo. I geni dettano i criteri secondo i quali devono essere costruite le macchine che garantiranno la loro sopravvivenza. Dunque stabiliscono anche i criteri con cui deve formarsi il sistema nervoso. Fatto questo, sarà poi proprio il sistema nervoso ad assumere le decisioni riguardanti ciò che l’organismo deve agire in ogni frazione della vita. I geni impostano la strategia d’azione generale. Il cervello, di conseguenza, eseguisce materialmente. I geni opererebbero, scusatemi l’esempio becero, ora come i pezzi di un aviogetto, ora come quelli di un asciugacapelli. Ognuno dei due oggetti ha una sua funzione specifica: non mi servirò di un aviogetto per asciugarmi i capelli nel mio bagno e non attraverserò l’Europa a bordo di un asciugacapelli. Per quanto si faccia, le due distinte funzioni non saranno mai interscambiabili. Ognuno dei due strumenti è tecnicamente programmato per comportarsi in quel modo e non in un altro per il quale non sia attrezzato. Il cervello fa di più, molto di più. Esso, attraverso l’apprendimento e la simulazione, prende decisioni strategiche in quantità crescenti, come se rendesse omaggio a un’istruzione di carattere generale che lo costringe a fare del suo meglio per la solita onnipresente storiella: la sopravvivenza dei geni. Allora mi chiedo: ma che razza di cosa sono questi geni? Vado a sfogliare un’enciclopedia affidabile e leggo la definizione: sono particelle biologiche che hanno sede nei cromosomi; sono dotati di una struttura chimica rappresentata dalla catena degli acidi nucleici. Lungo questa catena le molecole dei nucleotidi si succedono formando combinazioni svariate e, in tale succedersi, danno forma alle lettere e alle parole utilizzate dal codice genetico. Strutture chimiche di tale fatta possiedono una proprietà fondamentale, che è quella di autoriprodursi, di ripresentarsi in copie identiche fra se stesse e identiche all’originale nel corso del processo di proliferazione cellulare.
- Almach. Ecco qua, siamo arrivati al concetto di clonazione. Non è di clonazione che si tratta? Abbiamo fatto tanta strada per riuscire a clonare organismi viventi, mentre i geni, da sempre, se ne vanno per il mondo duplicandosi in copie perfettamente identiche e facendosi beffa delle nostre scoperte dell’ultima ora. Morale della favola, nessuno mi sa dire dove sta, e che volto ha, quella “volontà” che stabilisce l’andar così delle cose? Ciò che appena appena credo di aver capito è che una qualche cosa che “vede” e che “vuole” deve esserci. Al caso ci credo fino a un certo punto. Ho capito che la volizione è una specie di configurazione assai complicata. Quanto mi piacerebbe vederla in viso, scoprire di che cosa è fatta! Deve essere, penso, una complessa organizzazione interna con una lunga storia che ne descriverebbe il suo apparire e il suo affermarsi. E il suo compito potrebbe essere quello di tuffarsi nel caos e di pescare tendenze, selezionare tendenze vaganti per poi imprimere loro una direzione prefigurata, codificarle quindi e indirizzarle verso la strutturazione e l’organizzazione di configurazioni interne specializzate e consegnate al futuro dell’evoluzione. Una sfrondatura pianificata, ancora, la scelta di concepire i modi migliori per dare vita ai mondi migliori.
Immagine di Copertina tratta da Focus.
