Terre Amare
- Tosco. Pazzesco!
- Tiziano. Sarà, ma possiamo immaginare le conseguenze immediate e a brevissimo termine? A seconda degli elementi in cui c’immergiamo, vediamo spuntare, o ridursi, o scomparire organi, modi di entrare in simbiosi, capacità di movimento, ma anche desideri, volizioni, aspettative in men che non si dica. Come se ognuno di noi fosse programmato in modo tale da contenere, nella propria individualità psicofisica, tutte le possibilità in potenza di sviluppare dettagli adeguati alla situazione in atto, come dire essere dotati, in embrione, dell’intera gamma di organi appartenenti a tutte le specie di esseri viventi.
- Tosco. Fantascientifico! Ma dimentichi il fattore apprendimento. Dal modo in cui poni la questione saremmo una copia fedele di quei cartoni animati giapponesi che fanno di un essere umano un’astronave dopo un secondo e, dopo un altro secondo, un mostro dotato di armi terrificanti. In realtà, se al senso di realtà vogliamo conservare un po’ almeno di quel che gli è dovuto, nulla in un organismo si trasforma se non c’è stato prima apprendimento, e l’apprendimento richiede esercizio, e l’esercizio vuole tempo, molto tempo.
- Tiziano. Ora stai trascurando il contenuto del mio programma. Esso annovera anche il fattore apprendimento, senza dubbio, ma anche questo è stato compattato con una intensità energetica ad altissimo potenziale, tanto che la condizione “tempo” non vi è più implicata nei termini a cui siamo avvezzi. Tutto viene compattato infinitamente, anche lo stesso tempo se vuoi.
- Sirrah. Sta di fatto, in conclusione, che noi ci spostiamo sempre all’interno di un grande disegno. La nostra esistenza ha qualcosa in comune con il corso di un fiume. Quest’ultimo nasce da alcuni fiotti d’acqua sorgiva che scendono a valle per ricongiungersi tosto in un unico rivolo. Poi si arricchisce di successivi contributi idrici, muta forma, dimensione e dinamica. Qualcosa di simile accade se pensiamo alla crescente consapevolezza che noi acquisiamo nel corso della nostra vita. La nostra è una consapevolezza che, anziché scendere da monte a valle per crescere, percorre una scala ascendente, a iniziare da un supporto biologico, il cervello, per cangiare di stato e di funzionalità via via che attraversa i domini della mente, della psiche, dell’anima, sino a quello dello spirito.
- Tiziano. E allora porto in campo la questione dei replicanti. Mi pare importante, visto che ci siamo buttati nel mistero che avvolge tutta l’evoluzione. Compiamo dunque un balzo indietro nel tempo. Torniamo a quel brodo primordiale dentro il quale si suppone sia apparsa la vita organica. Un brodo fatto di acqua, anidride carbonica, metano, ammoniaca e condito con una abbondante dose di scariche elettriche. In quell’intruglio vennero formandosi gli aminoacidi, i blocchi costitutivi delle proteine, comprese le purine e le piramidine che furono i primi mattoni adibiti alla costruzione della famosa elica del DNA. A un certo punto della sequenza iniziale, ma proprio per caso, si formò una molecola replicante che contribuì a introdurre nel mondo in fasce una sorta di “stabilità” quale non si sarebbe mai vista prima di allora, un modo di essere di un genere del tutto nuovo. Ebbe inizio il grande e innovativo processo di replicazione. Ma, lungo il volgersi di questo processo, non mancarono le fughe dalla norma e fu così che iniziarono anche a verificarsi certi errori di replicazione in conseguenza dei quali vennero prodotte molecole replicanti in grande varietà. L’evoluzione non ha agito costruendo strutture secondo una previsione e una pianificazione dettagliate. L’evoluzione s’è introdotta nel caos e ha posto in essere la propria strategia privilegiata, quella della scrematura. È così che prese piede la selezione delle forme dotate di maggiore adattabilità all’ambiente circostante. Sì, perché il contesto naturale era quello che era, non poteva mutare in funzione adattativa – per adattarsi a chi e a che cosa, poi? – tirava avanti ubbidendo pari pari a leggi meccanicistiche senza dare a intendere di possedere un minimo di coscienza.
- Mirach. Ma guarda, tutto questo mi fa venire in mente quell’esserino che ha incominciato a reggersi in piedi tanti tanti anni fa, quando nessuno se lo immaginava. Spiego subito. Stava per entrare la primavera del 2012 quando si sentì di una scoperta straordinaria: il più antico animale che vantasse di avere uno scheletro. Un’équipe di paleontologi di una università californiana ha scoperto, nelle zone meridionali dell’Australia, i resti fossili del più antico animale dotato di scheletro. Si tratta di un organismo marino dalle apparenze di una spugna. È stato chiamato “Coronacollina acula” e la sua esistenza risale a più di 550 milioni di anni fa, al periodo Ediacarano, poco prima della grande esplosione di vita e della diversificazione di organismi del periodo Cambriano (il periodo Ediacarano è il terzo e ultimo periodo geologico dell’era Neoproterozoica, subito prima del periodo Cambriano del Paleozoico. Si estende all’incirca fra i 635 e i 538,8 milioni di anni fa). Fino al momento della scoperta si era pensato che gli animali vissuti anteriormente al Cambriano fossero dotati esclusivamente di corpi molli. Il fossile di cui vi parlo presenta un corpo centrale da cui si dipartono quattro lunghi aghi di quaranta centimetri che rivestivano il ruolo di sostegno strutturale.[1]
- Tiziano. Gli esseri viventi, per quanto stiamo considerando, con ritmi di vita e di sviluppo estremamente più rapidi, flessibili e compattati rispetto a quelli dell’ambiente naturale, furono costretti ad adattarsi, a cambiare per non soccombere. E, lungo queste trasformazioni evolutive che andavano perfezionandosi di generazione in generazione, l’esigenza incombente di adattarsi scatenava una concomitante selezione, una vera selezione naturale, con l’eliminazione repentina degli individui e delle specie che non riuscivano ad attrezzarsi in modo adattativo all’ambiente. E fu un beneficio, nel senso che l’evoluzione, attraverso la selezione naturale, procedeva perfezionando l’esistente più adattato e incrementandone la diffusione. Ne trassero pertanto vantaggio alcuni fondamentali aspetti dell’esistenza, come la longevità, la rapidità di replicazione o fecondità, la precisione nella replicazione o fedeltà di copiatura.
- Tosco. Posso introdurmi? … Grazie. Anche su questo punto io incontro fondati motivi di insoddisfazione. Motivi legati al “perché” le cose siano andate in questo modo, qui, sul nostro pianeta. Le leggi che ci sono state rivelate dalla ricerca scientifica sono veramente mirabili. Nessun altro se non un vero genio dell’ingegneria evolutiva cosmica avrebbe potuto architettare un complesso così ben finalizzato di dinamiche. Ma è qui che mi alzo in piedi e grido a gran voce: quale volontà impone alla selezione naturale di essere quello che è? Potrebbe trattarsi, nel caso che ci interessa, di una norma casuale? Di una legge all’interno di un caos di leggi dove assumono dignità di ordinamento universale solo alcune fra esse, per un processo di adattamento e, a sua volta, di selezione fra leggi a un livello più alto di coscienza? Posto che sia, allora ditemi, chi ha stabilito che esistesse un caso e che questo contenesse leggi e quali e quante di queste leggi? È un caso che esista il caso? Ancora una regressione all’infinito?
- Tiziano. Mio Dio, se continui su questo tono, incomincerò a perdermi per davvero! Ora, ti prego, concedimi di riprendere il filo del mio ragionamento. L’adattamento, la selezione, dunque, diedero il via a una specie di competizione se così possiamo definirla. Il meccanismo della competizione, una volta innescato, fece sì che i replicanti, senza che se ne dessero ragione, iniziassero a cimentarsi in una dura lotta per l’esistenza.
- Tosco. Che ne sappiamo, oggidì, se i signori replicanti non fossero al corrente delle lotte che stavano ingaggiando?
- Tiziano. Non lo sappiamo. Però tu sei proprio incorreggibile! Io sono arrivato fin qui per preparare la strada a una considerazione che ritengo importante, sconcertante per certi versi. Ed è questa. Se a questi replicanti voglio affibbiare il nome di “geni”, nel senso di geni portatori di DNA, occorre allora affrettarsi a dire che i nostri corpi sono le macchine adibite ad assicurare la loro sopravvivenza. Semplice, tu porti i geni tramandati da generazioni e generazioni; sono sempre quelli, e tu li trasmetterai ai tuoi figli. Le generazioni sono scomparse; noi, organismi biologici, scompariremo. I geni restano. Cambiano soltanto dimora, o veicolo, e approfittano e fanno buon gioco di quella pulsione libidica inconfondibile e sempre vincitrice che domina l’esistenza di ognuno di noi per farsi trasferire e continuare a vivere.
- Mirach. Formidabili, questi geni! Figuratevi cosa ne dice l’ultima scoperta. L’ha fatta uno studio canadese e riguarda le prestazioni fisiche di ognuno di noi, che possono essere pesantemente condizionate dal lavoro di due geni: qualora vengano disattivati, questi due demonietti diventano causa di una drastica riduzione delle centrali energetiche, quelle che hanno avuto nome di mitocondri, alloggiate all’interno delle cellule dei muscoli e adibite a bruciare gli zuccheri per generare energia e produrre movimento. L’équipe di ricercatori, con a capo Gregory Steinberg, è riuscita a individuare nei muscoli di topo due geni essenziali per il verificarsi del movimento, i quali servono a produrre un enzima sempre attivo durante l’esercizio fisico, chiamato Amp-chinasi (AmpK)[2].
- Tosco. Ma quel che hai detto tu, Tiziano, non succede solo per i geni. Curiosamente accade anche per le tracce magnetiche impresse su un nastro o per le tracce laser incise su un CD: possono essere trasmesse, duplicate a volontà. È curioso per il fatto che gli uni, geni e tracce magnetiche, sono come i caratteri informativi; gli altri, corpi e supporto informatico, sono i veicoli e custodi. Organismi e CD sono fatti di materia e la loro sostanza cade con immediatezza sotto i nostri sensi. Geni e tracce magnetiche sono impalpabili, non possono essere trattenuti tra l’indice e il pollice della mano. Corpi e CD si trasformano, non si distruggono e non svaniscono nei loro elementi base. Geni e tracce magnetiche sopravvivono. Questa è la cosa formidabile, non è vero? Qualcosa che fa pensare all’immortalità dei geni, dal momento che essi se ne infischiano persino qualora non vengano trasmessi per decesso dell’individuo che ne è portatore o, addirittura, per estinzione della specie. I mammut che proliferavano nel quaternario, calcoliamo attorno a un milione di anni fa, si sono estinti da un bel pezzo. Si direbbe che la protospecie, estinta, non potrà mai più dar segni di vita. Ma non è precisamente così. Riuscendo a estrarre, da una carcassa di mammut ben conservata dai ghiacci, un lembo di materia organica che contenga un filamento di DNA e procedendo con l’inseminazione in vitro su ovuli di elefante, è possibile dare la vita a una creatura ibrida, mezza elefante e mezza mammut. Attraverso una serie di replicazioni, nelle quali uno degli elementi della coppia è sempre l’individuo con la maggioranza dei tratti somatici del mammut, dopo una serie di generazioni si ha buona probabilità di ottenere esemplari quasi del tutto identici ai loro progenitori del quaternario. Prova efficiente della sopravvivenza dei geni. Non hanno fretta, loro. Possono attendere.
- Tiziano. Avvincente precisazione. Ebbene, la selezione naturale favorisce, premia i replicanti esperti nel costruire quelle macchine dalle quali avranno come ritorno una buona garanzia di sopravvivere. I geni, dunque, danno forma ai corpi organici e li usano come pietre di guado. Guadando molti fiumi, si assicurano la sopravvivenza. Ma non vi sembra un tantino demoniaca la cosa? Questi scaltri geni ne sanno veramente una più del diavolo e vedono davvero lontano, sono intelligenti, non c’è che dire. Tuttavia, anche qui mi vado domandando quale sia lo scopo di questa diabolica macchinazione. Mi chiedo dove vogliano arrivare questi geni o, sarebbe meglio dire, dove vuole arrivare quella “volontà” che, a sua volta, ordina loro di comportarsi in tal modo. Torniamo dunque alle solite questioni: Chi ha voluto i replicanti, chi ha stabilito che esistessero, che fossero fatti in quel tale modo, che agissero così e cosà? E chi ha voluto la selezione naturale? Nuovamente il caso? Ma, dico, il caso può per se stesso esprimere un atto di volontà? Sappiamo quanto complessa sia, nell’insieme dei suoi costituenti e nella sua struttura di funzionalità, la vita organica. Se lancio in aria una monetina ho una probabilità su due che esca croce e una probabilità su due che venga testa. Ma questo non significa che, dopo cento lanci, io abbia ottenuto ricadute con testa per cinquanta volte e con croce per altre cinquanta. Le formule statistiche del calcolo di probabilità confortano le mie previsioni in modo davvero molto improbabile. Potrebbe uscire cento volte la modalità “testa” e sarebbero probabili chissà quante successive sfumature di combinazioni. Così con una monetina a due facce. Figuriamoci con un organismo vivente.
- Ottero. E se usciamo dal nostro piccolo pianeta? Con tutta la nostra scienza e la nostra tecnologia avanzata non abbiamo ancora il benché minimo segno dell’esistenza di uno, di un solo pianeta ospitante esseri viventi. Siamo così soli nel buio siderale che la domanda “perché noi?” viene quasi da sé. Perché noi, proprio su questo granellino invisibile? Perché una serie di coordinate geodinamiche e planetarie si sono trovate in equilibrio incrociato e hanno dato come risultante l’insieme delle condizioni adeguate ad accogliere la vita organica? Pare tutto architettato “ad hoc”: distanza dal sole, rotazione, rivoluzione, inclinazione dell’asse terrestre, acqua, atmosfera, strato di ozono, campo magnetico, fonti di sussistenza. Tutto bene, ma queste condizioni erano lì ad attendere quell’aminoacido lasciato cadere distrattamente dalla coda di una cometa vagante, oppure la loro sinergica presenza è avvenuta per caso? Ma ce ne vuole di sfacciata fortuna per assistere alla preparazione casuale di un ambiente così ben regolato, per assistere alla caduta dal cielo di elementi primordiali con tutti i requisiti essenziali per consentire l’apparizione della vita organica e per vederli alimentare in gestazione prolungata dalle acque tiepide, al punto giusto, di un oceano caotico. Altro che le due facce della monetina! Allora il “caso” è intelligente, non mi si dica. O è mosso da un’intelligenza preesistente, e allora non è più “caso”. Comunque sia, ne passò del tempo, e la formazione di strutture sempre più efficienti e specializzate si occupava di creare forme capaci di trasmettere i propri caratteri, era come ossessionata dall’idea che questa apparizione dotata di dinamicità e di autosviluppo dovesse essere incoraggiata a ogni costo. Apparvero i geni, e i geni costruirono le macchine/corpi. Facevano questo senza peraltro leggere un piano d’azione, senza mantenere in vista una linea di progressione previsionale. Molto più semplicemente essi procedevano lungo un percorso, quasi questo fosse stato già segnato, sostando per un certo lasso di tempo in organismi che, a motivo del loro nascere e perire, fungevano da veicoli del momento. Sono astuti, i geni, se ne scendono e se ne salgono da un organismo all’altro come su altrettante carrozze di un treno, cambiano treno, prendono la metropolitana, poi un taxi e s’imbarcano su un aereo di linea per continuare, da un’altra parte, il loro viaggio. E non invecchiano. Fanno una miriade di esperienze di veicoli diversi che lasciano dietro di sé, a marcire, come relitti affondati negli abissi marini, non prima di aver trovato il modo per salire su un veicolo fresco e promettente di sicura e garante stabilità. E poi, via, altre pietre di guado, altri balzi in avanti. Il mio corpo, che so, potrebbe portare i geni di “Lucy” o di uomini o di ominidi ancora più antichi. Tutti noi siamo veicoli/custodi di replicazioni ulteriori dei replicanti primordiali.
- [1] Da Televideo dell’11 marzo 2012.
- [2] Da Televideo, 07 Settembre 2011.
Immagine di Copertina tratta da Stanford Med.
