Terre Amare
- Tosco. La rete è diventata irriconoscibile. Penso a una rete, in modo simile al puzzle di Tiziano. La natura, in tanto tanto tempo, aveva intrecciato una rete finemente organizzata e dotata di autoregolazione. I problemi emersero quando ci mise la zampa l’uomo. “Proviamo a cambiare questa maglia” – si disse – “avremo sicuramente maggiori vantaggi e più alti profitti”. I vantaggi arrivarono, puntuali. Ma, ciò che l’uomo non aveva visto né previsto o semplicemente non aveva voluto prendere in considerazione fu che lo spostamento della maglia, all’interno dell’economia organizzativa della rete, ricca dell’esperienza e della saggezza formatesi nel corso di lunghissime ere geologiche, divenne causa più o meno immediata dello spostamento, della modificazione di molte altre maglie, in ossequio al rincorrersi delle conseguenze portate in scena dalle leggi naturali. Tali modificazioni indussero l’emergere di problemi ulteriori, il verificarsi di danni collaterali che non sarebbero stati in minima parte compensati dai precedenti vantaggi di cui l’uomo aveva potuto godere. Una maglia dopo l’altra … reazione a catena: modifico qui, ma poco dopo mi tocca mettere un rattoppo là, non sapevo, non potevo prevedere che si sarebbe formata una falla, ma già si stanno verificando altri due strappi poco distante. È un bel correre, non si finisce più di mettere rattoppi. Andiamo avanti a toppe, a cuciture, non facciamo altro, ormai, che correre ai ripari d’emergenza, altro che vantaggi! I profitti che abbiamo tratto in un primo tempo sono svaniti come ghiaccio al sole e il loro valore aggiunto non basta più a riparare il danno causato. Anzi, abbiamo perso di vista il valore aggiunto e abbiamo inventato il disastro aggiunto. E la rete non sembra neppure più una rete. Era una bella rete, lo era! Abbiamo smembrato una maglia dopo l’altra. Ora è poco più di un groviglio appesantito da ingiurie di ogni genere. In tutta questa grande confusione una cosa è incontestabile: i ritmi di crescita, di consumo, di sfruttamento, di produzione di rifiuti hanno raggiunto dimensioni tali da assumere i connotati di un fenomeno ormai incontrollabile.
- Almach. E la grande intelligenza dell’uomo, alla quale ci richiamiamo di tanto in tanto, la sua smisurata capacità immaginifica e creativa non riusciranno a trovare una soluzione soddisfacente?
- Mirach. Ci fu una trasmissione radiofonica, tempo addietro, nel corso della quale gli ascoltatori erano invitati a mettersi in contatto telefonico con la sede emittente e a suggerire la “parola dell’anno” in occasione dell’entrata dell’anno nuovo, era forse il duemiladue. Fu composta una raccolta di definizioni veramente immensa, quasi tutte dal tono pessimistico. Chi diceva fratellanza, chi amore, comprensione, perdono, ma la stragrande maggioranza parlava di vergogna, di sfruttamento, di tutta una ridda di termini rievocanti i presagi più funesti per le generazioni a venire. Ascoltai alcune puntate di quella serie di trasmissioni, ma non vi partecipai. Ora mi torna in mente una “parola dell’anno” che ogni volta affiorava nei miei pensieri, che avrei voluto proporre e non proposi, che forse sarà stata detta da qualcuno ma che non udii.
- Tiziano. Sarebbe?
- Mirach. La peggiore, la più nera, la più cupa di tutte: “irreversibilità”.
- Sirrah. Oh, povera gente! Mi direte voi dove andremo mai a finire? Se non siamo capaci di fermarci, di dare una svolta decisiva ai nostri impulsi distruttivi, autodistruttivi, che ne sarà del nostro povero mondo? Eppure ci autodefiniamo così civilizzati, così tecnologicamente progrediti! Abbiamo dato forma a un mondo trasformato dalle nostre conquiste scientifiche. A che vale tutto ciò?
- Almach. Eh, sì. Mai come in queste situazioni risuonano di amaro sapore le espressioni in rima del Poeta:
“Di questa età superba,
Che di vote speranze si nutrica,
Vaga di ciance, e di virtù nemica;
Stolta, che l’util chiede,
E inutile la vita
Quindi più sempre divenir non vede” [1] - Mirach. Questo povero granellino di polvere sperduto in un’immensità senza confini! Qui qualcuno ci ha insegnato che si deve andare avanti a forza di gomitate, di calpestate, con gli occhi bendati e il cuore spento e ci ha detto che questo si chiama progresso.
- Almach. Il mio Poeta aveva individuato bene questa piaga dell’umano genere; anzi, ne aveva fatto il motivo di fondo per la scoperta del vero volto della natura, quello di una landa desolata dominata dalla sofferenza, dal malessere, dal tedio, dal dolore. Un dolore, il cui significato egli elabora portandolo da una dimensione individuale e umana verso l’invasione totale del contesto naturale e dell’Universo intero, dipinto efficacemente con una scena dai risvolti raccapriccianti. “Che cosa è la vita?” si domanda il Poeta. “Il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dorso, per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina, senza mai riposarsi dì e notte, uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso e quivi inevitabilmente cadere”[2]. E su di lui il fatale volgere degli astri, del tempo, dei capricci degli dei, di fronte ai quali le sembianze dell’uomo impallidiscono e sprofondano quasi nel ridicolo, come se l’uomo fosse un accidente non necessario, capitato lì per caso, ma anche un po’ ingombrante. Prendo ancora a prestito le parole del mio Poeta, attraverso le quali il Sole, che si rivolge all’Ora prima del giorno, esprime eloquentemente tutta la verace considerazione che egli va nutrendo nei confronti degli uomini: “Io sono stanco di questo continuo andare attorno a far lume a quattro animaluzzi, che vivono su un pugno di fango, tanto piccino, che io, che ho buona vista, non lo arrivo a vedere”[3].
- Tiziano. Ci adatteremo! Non c’è via di scampo. Ci adatteremo, scegliendo di cambiare o di scomparire. È tutto il mondo ad aver seguito da sempre questa legge. Lo faremo anche noi, ora, cacciando lontano la presunzione di voler comandare alla natura e adattandoci a obbedire alle sue leggi. Questo è l’ultimo insegnamento che l’evoluzione può offrirci. Guardavo, in un documentario, le trasformazioni anatomiche subìte da alcune specie animali in seguito all’adattamento ambientale. Pare che la balena conservi, nelle pinne natatorie, la conformazione scheletrica di arti un tempo adatti allo spostamento su una superficie asciutta. Alcuni tipi di uccelli selvatici hanno trattenuto una sorta di monconi d’ali del tutto inadeguati a consentire loro di volare. Classico esempio il kiwi che assomiglia a una palla pelosa fornita di becco e zampe. Si dice che l’assenza di predatori a terra, per queste specie, abbia reso inutile il cercare scampo verso l’alto, e quindi le ali sono venute meno. C’è, da qualche parte nel mondo, un’isola dal clima particolarmente freddo, eppure ospita animali che hanno essenzialmente bisogno di calore, come le lucertole, animali a sangue freddo. E il freddo fa sì che l’ambiente circostante offra scarse risorse per la stessa sopravvivenza. Ma le lucertole ci sono, e resistono. Perché sono nere, e con questo riescono a catturare il massimo di energia solare che è il carburante necessario per la loro locomozione. Anche qui, lotta per la sopravvivenza. Ogni adattamento è finalizzato in questo senso e ogni adattamento presuppone una particolare modificazione. Consentitemi una breve digressione. Io non credo in un’intelligenza che interviene per ogni caso a sé, ma in un’intelligenza che, all’inizio dei tempi, ha emanato un unico ordine: “tutti gli individui che si dimostrano adatti sopravvivono e trasmettono i propri geni”; è così che, in un gruppo di individui, il meno adatto fra i tanti poteva anche permettersi di superare, con fatica e fra mille pericoli, le difficoltà di adattamento. Nello stesso tempo ci doveva essere una corrente a due direzioni: l’organismo produceva sforzi per adattarsi e l’ambiente modificava la struttura del patrimonio genetico dell’individuo consentendogli sia di perfezionare la propria individuale dotazione sia di trasmettere alla prole questa spinta evolutiva a perfezionare gli organi nella forma e nella funzionalità che meglio sarebbero servite per realizzare l’adattamento. Anche questo flusso a doppia direzione deve essere stato stabilito dall’intelligenza primordiale: un flusso graduale che migliorava le possibilità di adattamento di generazione in generazione. La vita è sempre stata un prepotente tentativo o, meglio, la risultante di una serie soverchiante di tentativi di adattamento all’ambiente esterno. Ambiente di qual fatta sia. Sono stati addirittura trovati batteri in piena vitalità in profondi solchi del pianeta, dove le terre si confondono con il magma vulcanico, a temperature altissime che, se ci investissero, ci ridurrebbero istantaneamente in una nuvoletta di vapore. Adattamento, mutazioni genetiche e capacità mimetiche sono tre aspetti della spinta che muove ogni specie, sia vegetale sia animale, a creare le condizioni per sopravvivere, non importa gran che se a scapito di individui di altre specie.
- Ottero. Hai fatto bene a puntualizzare “individui”, poiché hai toccato un tasto assai delicato che non può fare a meno di richiamare un rapido confronto fra l’uomo e gli animali. L’uomo, la storia racconta, è diventato un artista del massacro, proprio nei confronti dei propri simili. Non ci sono che massacri nel ciclo evolutivo della specie umana, veri olocausti perpetrati in tentativi di eliminare intere etnie. Gli animali, al contrario, non dimostrano intenzione alcuna di prendersela con una specie; il genocidio, come si dice e come si addice se riportiamo la situazione alla nostra specie, non è prerogativa degli animali. Fra gli animali vengono sacrificati molti individui, questo è vero, ma si tratta pur sempre di un sacrificio necessario a mantenere l’equilibrio nella catena alimentare. La natura è organizzata in modo tale che, là dove è richiesto siano sacrificati numerosi individui, contemporaneamente si verifica una proliferazione nelle nuove nascite talmente sovrabbondante da rimpiazzare le perdite e da richiedere uno sfrondamento consistente a vantaggio della sopravvivenza della stessa specie che, peraltro, funge da nutrimento ai predatori.
- Tosco. Avrei le mie belle riserve da fare, almeno su due punti di ciò che ho sentito. Tu, Tiziano, parlavi di una “spinta” che “creerebbe” le condizioni per sopravvivere. Io, già su questo piano, non mi ci ritrovo. Mi vuoi spiegare che cosa intendi per “creare”? E in quanto a te, Ottero, non condivido la tua opinione ottimistica sulle finalità che guidano l’aggressività degli animali. Ti do subito una motivazione: i leoni maschi si divertono a stanare i cuccioli di ghepardo quando la madre si allontana in cerca di nutrimento, li raggiungono e li ammazzano, poi li lasciano lì, non li divorano, manco li assaggiano. Però li ammazzano. Esiste un motivo logico, naturale, morale diremmo nei nostri termini che giustifichi un simile comportamento? Un altro esempio, un po’ meno cruento, si riferisce ai cavalli allo stato brado. Nello Stato del Wyoming ha ripreso vita una popolazione, già portata all’estinzione per intervento dell’uomo, di cavalli che vivono allo stato selvaggio. Bisogna vederli, questi bellimbusti, nel momento della lotta: si affibbiano morsicate di tale violenza da portar via pezzi interi di tessuto. Non solo, ma conoscono alla perfezione dove si trovano i punti deboli sul corpo dell’avversario: i tendini delle zampe e le ginocchia. È lì che cercano incessantemente di colpire, pare sappiano che un morso in quelle zone fa cadere irrimediabilmente il rivale, con poche possibilità di risollevarsi. Dobbiamo credere che siano informati della relazione causa/effetto? Si tratta di apprendimento? Di istinto? Non ci troviamo qui di fronte alla manifestazione di una chiara intenzione di nuocere gravemente a un simile con il metterlo definitivamente fuori combattimento? Comunque, chiedo scusa, non voglio una risposta subito, è preferibile che riprendiamo il filo del discorso da me interrotto.
- Ottero. La realtà, la sopravvivenza dell’individuo e delle specie, la lotta per la vita, gli altri, la ricerca di potere, di supremazia, già! Il problema si ripresenta, comunque lo si voglia rivoltare, nel suo assurdo mistero. Ed è una cosa per gli animali che lottano e un’altra per noi che siamo pervenuti al massimo grado della consapevolezza. Vediamo, sentiamo, percepiamo delle cose, ed è tutto illusione.
- Sirrah. C’è un’idea che li lega. L’idea, simbolo, principio, presupposto fondante dell’umanizzazione. Prendiamo la fede in una religione: il collante è un’idea di appartenenza a un progetto di vita che conduce alla salvezza o all’illuminazione o alla saggezza o alla verità. Per altro verso, se guardiamo a qualsivoglia credo politico, vige un’idea di parte che riesce a infondere sicurezza, sostegno, speranza, fiducia per il benessere di un popolo. In una riunione simposiaca, poi, come una cena fra amici, un festeggiamento, una ricorrenza, troviamo un’idea che accomuna persone in un clima disteso e piacevole, amicale per l’appunto. La prima idea, quella legata alla fede religiosa, può durare una vita; la seconda può mutare a seconda del presentarsi di determinati eventi storici; la terza, infine, gode di una durata limitata. Ma l’uomo, da quando è uomo, si è evoluto per un’idea che ha prodotto comunanza d’intenti e proiezione di energia e volontà. Nell’animale forse c’è solo l’idea per la sopravvivenza della specie, e non sempre.
- Ottero. Non so fino a che punto possa esserci attinenza, ma io in tutte queste elucubrazioni di cui si va parlando da un po’ a questa parte ci farei entrare alcune riflessioni di taglio filosofico. Ora sto pensando a Arthur Schopenhauer[4] e alla sua visione allargata della realtà, che può essere veramente pertinente al nostro scopo: il mondo diviene e cambia; la Volontà è. Tutto quel che crediamo esista, in quanto siamo convinti cada sotto i nostri sensi, per la verità, se vogliamo dar credito a quanto riferisce Schopenhauer, non è altro che oggetto in rapporto al soggetto, una forma di intuizione; in definitiva noi non recepiamo che rappresentazioni, le quali devono inevitabilmente passare sotto il giogo del principio di ragione. E il principio di ragione rappresenta il modo costante con il quale la realtà ci appare, tanto che non potrebbe esistere alcunché di materiale oltre i limiti della rappresentazione del soggetto.
- Tosco. Ma io volevo intendere ancora altro, lasciatemi spiegare. Andatelo a dire che io sono una cosa sola con tutti gli altri, andatelo a dire al mondo del quotidiano, che pullula di arrivisti i quali, per raggranellare pezzi di potere, fanno a gomitate, a spallate, a calci e pugni e non esitano a calpestare i cadaveri che la lotta ha seminato sul terreno. Il nostro è un pianeta strano: ospita una razza, quella umana, che è anche la più evoluta così si dice, e che continua a esistere e a crescere nonostante le contraddizioni interne. Contraddizioni, proprio, perché ognuno di noi vive in collaborazione con gli altri ma poi, in ultima analisi, ciò che lo spinge a operare in un certo modo e non in un altro è sempre un’unica e preponderante pulsione: l’egoismo, una forza che si definisce, nei termini coniati da Schopenhauer, come il precipitato a livello comportamentale delle tendenze perverse dell’uomo, della sua malvagità.
- [1] Giacomo Leopardi, Il pensiero dominante.
- [2] Giacomo Leopardi. Zibaldone.
- [3] Giacomo Leopardi. Operette Morali. “Il Copernico”.
- [4] Danzica, 1788 – Francoforte sul Meno, 1860.
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