Dove vai, Pensiero? Parte 15 di 20

Terre Amare

  • Sirrah. E i nostri poveri mari? Vogliamo dare un’occhiata a quel che succede abbastanza sovente nelle belle acque degli oceani? Sapete a cosa voglio accennare, le perdite di grezzo dalle cisterne delle petroliere in transito, ma anche altri dissesti ecologici per via di incidenti nel lavoro di estrazione. Vi porto il caso verificatosi nel Golfo del Messico nell’aprile del 2010. Una piattaforma petrolifera al largo della Louisiana fu devastata da un incendio e quindi andò a fondo. Il disastroso evento fu causa di morte per undici persone e del ferimento di altre diciassette, ma fu anche responsabile del dilagare di un gravissimo dissesto ambientale. La piattaforma era fornita di una quantità pari a due milioni e seicentomila litri di petrolio e riusciva a estrarre qualcosa come ottomila barili di greggio al giorno. In seguito al terribile incidente andarono riversandosi in mare mille barili di greggio nel giro di una giornata. I primi febbrili provvedimenti presi per arginare l’entità dei danni venivano in sovrappiù ostacolati dall’imperversare del maltempo. La Società “BP”, il gigante petrolifero britannico che gestiva la piattaforma presa in affitto, mise in azione una serie di robot sottomarini nel tentativo di ostruire il pozzo sul fondale e inviò sul posto una flotta di trentadue navi e cinque aerei per ripulire la macchia di greggio che rischiava di raggiungere le coste della Louisiana, nel momento in cui la medesima aveva già raggiunto una superficie che avrebbe superato quella della città di New York. Dai navigli veniva spruzzata sulla macchia una quantità prossima ai quattrocentomila litri di sostanze chimiche con la funzione di dissolvere il petrolio, mentre squadre specializzate si attivavano per disporre barriere galleggianti a impedimento del dilagare della macchia verso costa. Passavano le settimane e i mesi, ma le notizie non si facevano più confortanti: entrava l’estate 2010 e si veniva a sapere che una temibile quantità pari a centomila barili di grezzo si liberava quotidianamente dai fondali marini, mentre si dava per certo, con evidente preoccupazione, che l’ultima linea di difesa per contrastare la fuoriuscita della massa inquinante era crollata[1]. Poi la notizia, trascorsi meno di quattro mesi, della liberazione in mare di qualcosa come 4,9 milioni di barili di petrolio fuoriuscito dai fondali. Quindi, fate un po’ il calcolo: una porzione di oceano coperta da una coltre di greggio melmoso e, in sovrapposizione, una quantità enorme di additivi chimici per contrastarne la pericolosità; tutto insieme, un bel fiorire di delizie ambientali, non vi pare? Ed è soltanto uno fra i numerosi esempi che potrei annoverare[2].
  • Tosco. Be’, visto che ci sei, potresti proprio accennare almeno a quegli altri esempi…
  • Sirrah. Va bene, Tosco. Però fammi finire quel che stavo dicendo. Dunque, tre giorni dopo il grave incidente, come si temeva e si sperava non doversi verificare, la marea nera della “British Petroleum” giunse sino a lambire le coste della Louisiana, toccando con le sue propaggini avanzate il delta del Mississippi. Il rischio fu quello di un vero e proprio disastro ambientale che avrebbe potuto superare in distruttività tutti gli eventi simili precedenti e sarebbe potuto diventare il più minaccioso per gli effetti nocivi ai danni delle coste e dei fondali, con la previsione poco incoraggiante che ci sarebbero voluti cinquant’anni almeno perché l’intero ecosistema avesse potuto rimettersi in sesto. Si parlava, all’epoca, di stato di emergenza. Addirittura la Marina USA inviava navi e attrezzature per far fronte al pericolo incombente. Ma purtroppo si veniva scoprendo una terza falla nel pozzo petrolifero che giaceva sotto la piattaforma affondata, tanto che la quantità in barili di petrolio buttato ogni giorno in mare salì a cinquemila. Si profilò immediatamente un serio pericolo per gli allevamenti di gamberi, tanto che ne furono prelevati quanti più possibile prima che venissero contaminati dalla macchia nera. Neppure era trascorso un mese che le stime più nere dicevano di una quantità di greggio pari a settantamila barili, qualcuno asseriva trecento milioni di litri, al giorno, che venivano a frammischiarsi alle acque dell’oceano, e la falla continuava a rigurgitare, senza posa[3]. Poi la British Petroleum, trascorsi quasi due mesi di tentativi per arginare la falla, dichiarava che il nuovo sistema adottato per eliminare il grezzo dalle acque del Golfo del Messico sembrava essere efficace: sarebbe entrato in funzione un nuovo dispositivo in grado di bruciare completamente la macchia gigantesca. Due, infine, i sistemi messi in funzione, capaci di “trattare” una quantità di grezzo pari a ventottomila barili al giorno. Era trascorso neppure un mese dal fatidico crollo che si diffuse una notizia poco rassicurante: il tappo adibito a contenere la fuoriuscita di petrolio non teneva; una perdita sospetta di gas metano induceva a pensare alla presenza di anomalie inspiegate alla base del pozzo, suffragata sinistramente dall’ipotesi che il grezzo iniziasse a tracimare da molti punti del fondo marino. Una emorragia diffusa del sottosuolo marino? Dove si sarebbe arrivati? Possiamo immaginarci, tra dissesto ambientale, fumo della combustione pilotata gettato ulteriormente nell’atmosfera, miliardi e miliardi di dollari stanziati per risarcire i danneggiati, quali grandi vantaggi ci vengono dalle nostre dissennate manipolazioni delle risorse planetarie? – Vengo a te, Tosco, non ti spazientire! Il disastro per perdite di petrolio, più grave che si fosse verificato prima di questo, lo si deve alla nave-cisterna Exon Valdez che nel 1989 riversò quarantamila tonnellate di greggio sulle coste dell’Alaska. Ma ancora nel 1968 una petroliera portava duecentotrentamila tonnellate di greggio che finì per scaricare sulla costa bretone. Altri incidenti: cinquantamila tonnellate sulla costa ligure nel 1991, ottantaquattromilacinquecento nel 1993 sulle Isole Shetland, tredicimila tonnellate di gasolio sulla costa francese nel 1999. E non sono tutti! Poco s’è parlato, e i mass-media ne diedero notizia soltanto nel giugno 2010, delle perdite di grezzo in mare nell’area del delta del Niger: in quella porzione di natura la fuoriuscita di materiale inquinante è stata quotidiana per lungo tempo, tanto che a giugno 2010 si calcolava una perdita di petrolio in mare equivalente a undici milioni di galloni all’anno, più di quattrocentomila ettolitri!
  • Tosco: E con questa, sarà finita… spero! Peraltro, quando si parla di emorragia del suolo terrestre, non c’è proprio da rallegrarsene: se fosse un sintomo di un morbo incurabile?
  • Sirrah: No, non è finita, Tosco, e nessuno ci potrà dire quando questa malattia del nostro pianeta, inferta dall’uomo, avrà termine. Tanto per dire, dopo i disastri a cui ho accennato, si continua a perforare i fondali marini, ed è del 24 luglio 2010 la notizia che la Cina si è resa responsabile di un disastro ecologico di notevoli proporzioni: una iniezione in un pozzo petrolifero sul fondo del Mar Giallo ha causato un’esplosione con la conseguente liberazione incontrollata di una marea nera che a quella data già andava a deturpare una superficie di 435 chilometri quadrati di acque.
  • Almach. E anch’io ho da aggiungere qualcosa, circoscritta all’Italia, senza andare in continenti lontani. Vi voglio parlare di un rilievo effettuato dal WWF: danni a metà delle coste italiane per scarsa tutela. In un secolo l’Italia ha perso l’80% delle dune, il 42% di litorali sabbiosi e la metà delle coste è compromessa. Erosione costiera, degrado, cementificazione selvaggia, inquinamento sono le principali minacce al profilo del Paese. È la fotografia scattata dal WWF nel dossier “Coste: il profilo fragile dell’Italia”, in occasione della Festa delle Oasi che si svolgerà il 20 maggio (2012). L’associazione, che denuncia come tratti di costa siano “spesso deturpati da agglomerati urbani, strade, porti, industrie e stabilimenti balneari”, dove vivono circa 18 milioni di persone, lancia una campagna per la tutela di tre aree, in Sardegna, Puglia e Veneto.[4]
  • Tosco. Oggi abbiamo, e lasceremo veramente in eredità ai nostri figli, aria, mari, laghi, terreni impregnati di scorie chimiche e radioattive, una bomba cosmica dalla lenta e inarrestabile esplosione.
  • Sirrah. Chiaramente. Oggi come oggi dobbiamo accettare il fatto, persino, che il nostro stesso organismo non è soltanto composto da materiale biologico.
  • Tosco. Sembrerebbe quasi buffo, se spogliassimo una simile constatazione del suo aspetto drammatico: i cannoni per la neve diventano biologici, mentre noi diventiamo una miscela di composti chimici.
  • Sirrah. In certe fasce della popolazione, infatti, sono state riscontrate tracce consistenti di atrazina nel latte materno. Pensate, un bimbo concepito oggi cresce, nella sua condizione fetale, assorbendo sostanze chimiche e, appena venuto al mondo, beve sostanze di sintesi. Ma non è abbastanza; versava la fine dell’estate 2008 e tutti i giornali e i canali di radio-tele diffusione davano notizia di una tragedia dalle dimensioni incalcolabili: il latte prodotto dall’industria cinese veniva lavorato con una sostanza altamente inquinante, la melammina. Nel giro di pochi giorni si era venuto a sapere di 53.000 neonati cinesi intossicati dal latte contaminato, 13.000 ricoverati e quattro già morti[5]. Che cosa ci si sarebbe dovuto aspettare ancora? – Hai ragione, Tosco: la distanza che ci separa dai cannoni da neve si sta accorciando.
  • Tiziano. Ma, poi, le grandi città? Cosa accade nelle grandi città? Accade che, a ritmi di volta in volta più stretti, viene dato l’alt al traffico perché la presenza nell’aria di micropolveri sature di particolato tocca livelli di concentrazione pericolosi e intollerabili per l’apparato respiratorio umano. Pensiamo soltanto allo scorrere di milioni di pneumatici che lasciano tracce sull’asfalto, che si logorano nelle sterzate, nelle frenate liberando particelle killer, non ultimo l’amianto, per i polmoni. Pensiamo allo stesso asfalto che, sotto l’azione abrasiva del traffico, concorre a liberare nell’aria sostanze polverose nocive di finissimo taglio, così piccole da infilarsi nei più minuti fra gli alveoli polmonari sino a ostruirli. Pensiamo ai gas da traffico che respiriamo: biossido di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio, benzene, diossine, idrocarburi policiclici e aromatici, ed è tutto un fiorire di zefiri infernali che gridano minaccia alle cellule organiche.
  • Ottero. C’è un composto chimico che la fa da killer per eccellenza a danno della salute degli uomini, degli animali e dell’ambiente in genere. È il bromuro di metile. Questa robaccia viene impiegata per disinfettare i terreni adibiti a coltura. Viene sparsa abbondantemente in modo da produrre una massiccia fumigazione del suolo. Oggi ce n’è così tanto nelle zolle e per aria dal far rizzare i capelli al solo pensarci. Il bromuro di metile aggredisce, negli esseri viventi, soprattutto il sistema nervoso centrale. A danno dell’ambiente è da dirsi che questo composto concorre a distruggere lo strato di ozono che ci protegge dai raggi ultravioletti.
  • Tosco. Quelli non erano i CFC?
  • Ottero. Lo erano, e il danno che potevano fare lo hanno fatto, con tutte le conseguenze che sappiamo. Ma il bromuro di metile li ha superati in rapidità d’effetto e in potenzialità di devastazione, poiché la sua azione distruttiva è pari a cinquanta volte quella dei cloro-fluoro-carburi. Calcolando che a fine millennio si buttava ai terreni di coltura, da un po’ tutte le parti di questo povero vecchio mondo, una massa di circa ottantamila tonnellate di bromuro di metile, se fosse possibile eliminare del tutto questa terribile minaccia, con l’interdizione d’uso della sostanza in campo agricolo, si avrebbe un notevole regresso del processo di distruzione dello strato di ozono, qualcosa, si è calcolato, approssimativamente pari al quarantadue per cento. E non sarebbe poco, tanto per iniziare.
  • Mirach. A proposito di quel che state dicendo, non è che il mondo della scienza abbia ignorato questi pericoli. Nel 1987 era stato siglato, a Montreal, un protocollo con il quale si sanciva, da parte di 160 Paesi, l’eliminazione graduale del bromuro di metile. A Montreal si è discusso ancora nella prima metà del mese di dicembre del 2005, ma qualcuno ha fatto orecchie di mercante: da notizie radiodiffuse[6] e come da previsioni annunciate, sappiamo che gli Stati Uniti d’America coltivavano l’intenzione di utilizzare, ancora nell’anno 2007, una quantità che raggiungeva le 6.500 tonnellate di questa sostanza micidiale i cui danni superavano di gran lunga, come si è detto, le conseguenze già perniciose che derivano dall’impiego industriale dei gas serra.
  • Tosco. Tanto per iniziare, sai che cosa ne penso? Che nessuno si muove, si fanno tante parole e tanti piagnistei ma poi le cose non si spostano di un millimetro. Anzi, sono sicuro che gli scienziati stanno già mettendo a punto un disinfettante nuovo, mille volte più potente e mille volte più disastroso.
  • Ottero. Mi auguro che la tua previsione non si avveri. Tuttavia ci sono Paesi che primeggiano nella stolida gara del business dei sotto-primati. Uno di questi è l’Italia, così piccola ma così solerte nell’uso del bromuro di metile: è il secondo consumatore al mondo di questo composto chimico, subito dopo gli Stati Uniti, naturalmente.
  • Tiziano. È stato calcolato che ognuno di noi porta, all’interno del proprio corpo, una serie, per approssimazione, di circa cinquecento composti chimici di sintesi, e non del tutto innocui. Alcuni di questi composti rivelano un notevole tasso di tossicità. Questa è una condizione attualissima, una condizione che non era dato conoscere, né pare esistesse, prima degli anni venti del ventesimo secolo.
  • [1] Notizia diffusa da Radiotremondo, ore 6,50 del 21 giugno 2010.
  • [2] Notizia diffusa da “Televideo” il 27 aprile 2010.
  • [3] Da “Leonardo”, il Telegiornale della Scienza e della Tecnica, RAI3, 24 maggio 2010.
  • [4] Da Televideo del 30 aprile 2012.
  • [5] Notizie diffuse negli ultimi giorni dell’estate 2008. Le cifre riportate provengono da Televideo in data 23 settembre 2008, ore 9.
  • [6] Dalla trasmissione Leonardo di RAI3, del 05 dicembre 2005.

Immagine di Copertina tratta da Focus.

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