Dove vai, Pensiero? Parte 14 di 20

Terre Amare

  • Sirrah. Io sono più pessimista. Le espressioni che odo, forse solo intuito femminile, non sono in grado di promettere, credo, nulla di buono per il nostro futuro e richiamano alla mia mente, questa l’immagine che mi si affaccia, la cacciata dal paradiso terrestre, di biblica memoria. O qui si tratta di una seconda edizione di tale cacciata oppure la prima, quella narrata nei Testi sacri, non c’è mai stata e questo nostro tempo sarebbe lo scenario della sua realizzazione. I tempi biblici, sappiamo, sono passibili di elevatissima estensione, ecco perché penso all’avverarsi di una vicenda dai risvolti tragici, precedentemente soltanto preconizzata. Con il nostro sistema di razzie e di mutilazioni stiamo rendendo la terra inabitabile. La conseguenza del nostro comportamento dissennato sarà l’estinzione della nostra specie. Non volevamo saperlo, eppure i nostri piedi poggiavano già sul paradiso terrestre. L’estinzione rappresenterà la cacciata definitiva, non solo dall’ambiente che ci aveva nutrito, ma anche dalla condizione di esseri umani che sarà persa per sempre.
  • Ottero. Paradiso terrestre o valle di lacrime, cacciata risolutiva o passaggio e rinascita, sta di fatto che, comunque la si veda, ci troviamo oggi in un bell’impiccio davvero. Ma, ora che rammento, abbiamo a che vedercela addirittura con i cannoni da neve. Scusami, Tiziano, io ti ho seguito poco fa, ma mi ero fermato anche ai cannoni per la neve. Non dovevi dirci qualcosa a proposito di questi cannoni?
  • Tiziano. Oh, certo. Mi sono lasciato prendere dalla foga, faccio ammenda. Sì, i cannoni, si rifà tutto a quel che ho appena raccontato. Anche lì c’è la mano dell’uomo e anche lì c’è la sua impronta. Per intanto, i cannoni che si usano per innevare le piste da sci sono degli spropositati divoratori di acqua e di energia, richiedono quindi un costo elevatissimo di esercizio. Rai3-Leonardo dichiarava, nel comunicato del 28 gennaio 2005, che la neve artificiale prodotta con i cannoni aveva un costo, già allora, da 2 a 3,5 Euro al metro cubo. In più, è da considerare il miscuglio di additivi richiesti, da mescolare con l’acqua, per favorire il congelamento di quest’ultima e il fissaggio dello strato di polvere ghiacciata sul fondo delle piste. Non ultimo, pensate dove arriva la fantasia della scienza, si è scoperta l’esistenza di un particolare batterio che, utilizzato anch’esso come additivo, favorisce la trasformazione dell’acqua nebulizzata in una nube ghiacciata che va a depositare sul terreno. Possiamo farci una vaga idea delle conseguenze che dovremmo attenderci?
  • Almach. Vero. Passato l’inverno, la neve fonderà e resteranno a terra tutti quegli additivi e lo stuolo di batteri. Ma, poi, la primavera e l’estate porteranno le piogge, questa dilaveranno i declivi e dissemineranno verso valle quelle sostanze.
  • Sirrah. Saranno sostanze inermi, innocue? Oppure l’agricoltura, i pascoli potranno subirne una compromissione a qualche livello di pericolosità per gli elementi terminali della catena, cioè per noi che consumiamo i prodotti dell’economia agreste e montana?
  • Tiziano. C’è stato anche chi, in ambito di ricerca scientifica, ha rilevato il manifestarsi di una nuova quanto sconosciuta piaga degli strati superficiali del terreno sui pendii scoscesi dei monti: lo scollamento. Pare che qualcosa sia intervenuta, negli ultimi tempi, a neutralizzare l’azione di compattazione delle zolle superficiali esercitata da una sorta di collante naturale. E il terreno, in molte zone, si va sciogliendo, come si scioglie il burro al sole, e larghi strati di copertura montana, aggiungendo a tutto ciò i colpi inferti da un diboscamento senza dubbio demenziale, franano, portando via con sé estese zolle fiorite, sentieri, risorgive. – Ma no, ma cosa dici – insorgono voci consolatorie da quella fascia di benpensanti che non vorrebbero mai che tali disastri fossero addebitati alle folli dissennate corse al progresso e ai consumi di chi più ne ha più ne metta – fa tutto parte dei cicli naturali – assicurano – soltanto fenomeni sporadici, nulla di allarmante, nessuno si crei crucci, nessuno si preoccupi. – Sino a quando i cosiddetti fenomeni sporadici svelano il loro vero volto e si presentano come catastrofi a pieno titolo. Nessuna paura, vero? Ma poi arriva, inatteso, uno smottamento di mostruose proporzioni, una collina intera che allenta la presa sul proprio manto di copertura naturale, e una valanga da apocalisse si abbatte a valle azzerando due villaggi e provocando più di duemila vittime[1]. Anche qui, come c’era da attendersi, maggiore imputato il demenziale ed esplosivo processo di deforestazione.
  • Ottero. L’Amazzonia, si diceva alla fine del 2013, tornava a piangere. Per la prima volta in un quinquennio la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana registrava una ripresa. Tra l’agosto del 2012 e il luglio 2013, stando a informazioni governative, gli alberi abbattuti ebbero a superare del 28% la soglia raggiunta l’anno precedente. Numerose associazioni ambientaliste vedevano la responsabilità, relativa alla ripresa della deforestazione, nella nuova legge federale sulle aree verdi, per la quale furono condonati gli abbattimenti abusivi fino all’anno 2008 e vennero ridotte le aree protette nei terreni adibiti a attività agricole.
  • Tiziano. E, come se non ce ne fosse stato abbastanza, il maggio odoroso del 2015 ci portava l’appello del WWF sul pericolo corso dal bacino del Congo: “Il 31 per cento delle superfici del pianeta è ricoperto da foreste, ma stanno scomparendo 13 milioni di ettari di bosco ogni anno: la deforestazione è un crimine contro l’umanità e la principale minaccia per la vita sulla Terra”. Il Bacino del Congo veniva considerato ormai compromesso, ultimo segnale di pericolo emerso da uno dei “cuori verdi” del mondo.
  • Almach. Il povero terreno non viene seviziato soltanto in questi modi. Sapete dell’ultima tecnomanìa che ha indotto a impiantare selve di pannelli solari per ricavare energia pulita?! Da una parte è un bene, ma per altro verso dà veramente a pensare. Ero davanti al televisore e guardavo una corsa ciclistica, una delle mie passioni: il Criterium International della Corsica, quello a cui partecipava il campione Cadel Evans, se ricordate. Ebbene, rimasi impressionata dall’estensione di terreno completamente ricoperto di pannelli solari così ravvicinati fra di loro da non lasciare filtrare di un centimetro i raggi di sole alla base. Che cosa significa questo? Io vi sto parlando di chilometri quadrati di superficie terrestre invasa dai pannelli solari e privata della naturale insolazione. Dunque luce e calore trasformati in energia, luce e calore regolarmente sottratti alle zolle di terra che dai tempi della creazione ne avevano goduto. Come è successo per i grandi laghi prosciugati, così accadrà per queste grandi estensioni di terreno. Si genererà uno scompenso termico su vasta scala che, se il fenomeno andrà a crescere come tutto lascia a credere, influirà negativamente sugli equilibri climatologici.
  • Sirrah. Diboscamento e cementificazione. Due fenomeni dovuti all’azione dell’uomo e galoppanti con un ritmo molto simile. A inizio anno 2012 veniva alla luce un dossier, opera congiunta della FAI e di WWF, concernente il vero e proprio consumo del suolo. Si parlava di cemento e proliferazione dei centri abitati che finivano per divorare interi tesori naturalistici, paesaggistici e terreni già adibiti a colture agricole per un’intensità di 75 ettari al giorno. Erano dati scaturiti in seguito all’effettuazione di un’indagine condotta su undici regioni italiane, l’equivalente del 44 per cento della superficie totale. Si scoprì che nel corso degli ultimi cinquant’anni l’area urbana era aumentata di tre volte e mezzo. In più, a muovere dal 1948 sino al 2012, furono registrati quattro milioni e mezzo di abusi edilizi, qualcosa come settantacinquemila l’anno. Andiamo ad aggiungervi l’estendersi del terreno adibito a cave e una diminuzione del suolo coltivato a tutto danno sia dell’economia sia della tutela del paesaggio.[2]
  • Tosco. Vuoi dire che la nostra amata Terra è destinata a trasformarsi in un pallone di freddo cemento? Ma guarda, proprio gli abusi edilizi, così hai detto, no? Ma pensateci un po’: quattro milioni e mezzo di abusi edilizi in 63 anni, mi risultano un po’ meno di settantacinquemila all’anno, ma questo non ha importanza. Quel che voglio dire è un’altra cosa: si tratta di circa duecento abusi al giorno sul suolo italiano. Va bene che l’Italia è relativamente grandicella e duecento attività costruttive sparse su tutta l’estensione geografica dà una densità abbastanza bassa. Ma comunque sono sempre duecento opere che crescono ogni giorno verso il cielo, quasi come funghi nel bosco in una notte d’estate. Sono cresciute così, quelle strutture murarie, dalla sera al mattino? Senza che nessuno se ne accorgesse? Ma, suvvia, non facciamoci prendere in giro! E nessuno ha mai segnalato la cosa? Nessuna denuncia? Così, alla luce del sole! Poi c’è da dire che una costruzione edilizia richiede del tempo da quando si scavano le fondamenta a quando viene ultimata. E in tutto quel tempo sono cresciute invisibili? Chi aveva la bacchetta magica? Non dico di più, non occorre. Voglio solo notificare che, per fortuna, le organizzazioni Fai e Wwf che tu hai citato, cara Sirrah, in quello stesso 2012 avevano lavorato duramente perché fosse raggiunta una moratoria all’edificazione di nuove strutture, perché fossero posti limiti all’urbanizzazione attraverso l’elaborazione di piani di tutela paesaggistica e di riutilizzazione agricola dei suoli per lavorazione-produzione di generi alimentari.
  • Ottero. C’è dell’altro, vado per associazione di idee. Sempre collegato allo sfruttamento delle risorse naturali. All’età del bronzo i giacimenti metalliferi si può dire fossero intatti. Poi, a mano a mano, l’uomo ha imparato a servirsi di quegli elementi duri e malleabili, trattandoli col fuoco per forgiare armi e manufatti. Ma non è ancora nulla. Il peggio è arrivato con l’industrializzazione, quindi in epoca molto recente. Soltanto cent’anni or sono lo sfruttamento delle giacenze di metallo si aggirava sui venti milioni di tonnellate. Era già una bella cifra, ma ancora la capocchia d’uno spillo rispetto all’ascesa vorticosa seguita all’invenzione di nuovi strumenti e nuove macchine per procurare sempre maggiore benessere. In appena un secolo quel consumo è salito a ben un miliardo e duecento milioni di tonnellate, un incremento, come dire, del seimila per cento. E con i metalli si costruivano le macchine, e le macchine muovevano bruciando carbone, poi gas e petrolio. E si andava progressivamente riempiendo l’atmosfera di anidride carbonica. Le stime riportate poco fa da Tiziano, sempre più vicine alla soglia fatidica di quattrocento parti di CO2 per un milione di parti di aria, non fanno che testimoniare di una crescente concentrazione dell’anidride carbonica. E queste emissioni hanno avuto, hanno, un effetto cumulativo tanto più pernicioso quanto più si bruciavano i tempi e la natura sempre meno riusciva a tenere il passo e a riconvertire il processo.
  • Mirach. Ma a un certo punto si è parlato del record delle emissioni di CO2 per un tasso che si avvicinava al 6% nell’anno 2010. L’emissione di anidride carbonica aumentò nel 2010 precisamente del 5,9% rispetto all’anno precedente, toccando un livello mai raggiunto prima sul pianeta, vale a dire 33,5 miliardi di tonnellate. Lo afferma un rapporto del dipartimento dell’Energia Usa, aggiungendo che i maggiori responsabili sono Usa e Cina, che da soli producono la metà della CO2 aggiuntiva emessa. Il livello complessivo raggiunto nel 2010 è più alto di quello a cui ricorse la commissione internazionale di esperti sul clima (Ipcc) per descrivere lo scenario peggiore del cambiamento climatico[3]. Per meglio precisare giungeva di lì a poco una ulteriore conferma in quanto a anidride carbonica, metano e protossidi di azoto dispersi nell’atmosfera terrestre: l’Organizzazione Meteorologica Mondiale rendeva noto, verso il compiersi del 2011, essere stato raggiunto il picco di concentrazioni di gas serra nell’aria che ci sovrasta. Nel solo 2010 sarebbero stati emessi oltre 500 milioni di tonnellate di CO2, per un incremento del 30% nell’insieme dei gas serra liberati nell’atmosfera, fatto riferimento all’anno 1990. Cento stazioni di rilevamento impiantate su tutto il pianeta hanno scoperto che abbiamo raggiunto, a fine 2010, la soglia – terrificante direi – di 389 parti per milione.[4]
  • Tosco. Ma la sapete una delle ultime? Su Facebook avevo trovato una breve ma significativa riflessione, così diceva: “Buon 2013 a tutti. In ritardo? Allora, buon 2014. Se buono potrà essere. Sì, perché, se proprio vogliamo prestare ascolto alle notizie mass mediali di stamane, veniamo a sapere o, meglio, sentiamo ribadire per l’ennesima volta, che il 2013 è stato l’anno più caldo e con i mari più alti. Non ci sono precedenti per quanto riguarda il livello raggiunto dai gas serra nell’anno che volge al termine. È un allarme diramato dall’Onu. La Terra, si dice, rischia in futuro di trasformarsi in una landa arida e di cedere all’acqua degli oceani grandissimi lembi di territorio. Il 2013 viene ora visto come uno tra i dieci anni più caldi registrati da quando si iniziò a impiegare le moderne tecniche di misurazione, vale a dire a muovere dal 1850. In 163 anni, continua il Rapporto dell’Onu, il livello dei mari su tutto il Pianeta ha raggiunto un nuovo record e sale ormai a un ritmo progressivo di 3,2 millimetri l’anno. Si può fare qualcosa? Sì! E, allora, che cosa spettiamo?”
  • Tiziano. Non solo anidride carbonica, ma anche composti azotati, anidride solforosa, piombo, cloro, benzene e quant’altro!…22 Aprile 2008: appuntamento battezzato “Giornata della Terra”; tutti i “grandi” si occupano, si preoccupano, si sprecano in declamazioni senza che ne vengano risultati, si piangono l’un l’altro sulle spalle. Lo stesso giorno un comunicato radiotelevisivo[5] informa che ogni ventiquattr’ore liberiamo nell’atmosfera settanta milioni di tonnellate di inquinanti di vario genere. E il mondo si affretta nella sua agonia, mentre qualcuno fra i più accreditati scienziati docenti universitari consiglia l’umanità di lasciare la Terra per colonizzare la Luna, Marte o qualche altro pianeta extrasolare, con una raccomandazione che pare suonare come un imperativo: non attendere più di duecento anni!
  • [1] La notizia è del 17 febbraio 2006: la tragedia si è verificata nell’isola di Leyte, al centro dell’arcipelago delle Filippine.
  • [2] Da Televideo del 1° febbraio 2012. I dati provengono dal dossier “Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare”.
  • [3] Da Televideo del 8 novembre 2011.
  • [4] Da Televideo del 21 novembre 2011.
  • [5] “Leonardo” – RAI 3 – Il TG della Scienza e della Tecnologia.

Immagine di Copertina tratta da GeoPop.

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