Terre Amare
- Mirach. Sembra incredibile, eppure c’è da vergognarsi della nostra cosiddetta civiltà. Guardate quanti anni abbiamo scorso, ma nulla è cambiato, anzi, il cambiamento c’è stato sì, ma in peggio.
- Ottero. E poi, ancora, la Siria: “Medici e pazienti nel mirino”. “La nostra denuncia su quanto accade in Siria significa che purtroppo non viene da mesi rilasciata alcuna autorizzazione ufficiale a Msf per intervenire e che l’organizzazione deve trovare altri modi per soccorrere la popolazione attraverso missioni non autorizzate”. È quanto dice Sergio Cecchini, direttore Comunicazione di Msf. “E significa soprattutto che tutti coloro che in Siria cercano di portare assistenza medica sono visti come una minaccia, al punto che chi cura un paziente corre gli stessi rischi che incontrerebbe se partecipasse a un’azione di guerra”.[1]
- Tosco. Tutti dovrebbero sapere. Una parte, almeno, di volenterosi reagirebbe e prenderebbe provvedimenti!
- Ottero. Bravo, Tosco! Il primo passo per vincere le crisi sta nel conoscerle. “Perché partiamo dalla consapevolezza dimostrata dai fatti che il primo modo per risolvere un problema sia conoscerlo e farlo conoscere. Quando si dice dimostrato dai fatti è perché questo è evidente, per esempio nella lotta all’Aids. A garantire che i farmaci contro il virus raggiungano prezzi accessibili sono stati il ruolo e la copertura data dai media che hanno spinto le multinazionali farmaceutiche ad accettare di far produrre versioni generiche senza brevetto e quindi molto meno costose”. – “Poi c’è l’esempio concreto di questi giorni. Le condizioni dei rifugiati maliani in Mauritania, Niger, Burkina Faso: sono quei 160.000 che vivono in zone desertiche, a 50 gradi e oltre all’ombra, senza accesso all’acqua potabile, senza servizi di prima necessità. Parlare di questa situazione significa anche spingere altre organizzazioni internazionali a conoscere il problema e magari a mobilitarsi”. – “Non parlare di questa crisi significa accettare il fatto che probabilmente non sta succedendo niente, oppure che non c’è bisogno di nulla”, continua a dire Sergio Cecchini di Msf. – “Diciamo da otto anni che il silenzio può uccidere, da quando cioè pubblichiamo il rapporto sulle crisi dimenticate. E non solo perché come Msf la testimonianza fa parte del nostro lavoro, ma anche perché siamo convinti fortemente che è una visione miope il fatto di dire che gli italiani non sono interessati alle crisi dei Paesi lontani da noi”. Lo dice Kostas Moschochoritis, direttore generale Msf per l’Italia, “E questo possiamo sostenerlo stando al comportamento dei sostenitori e donatori non solo nostri, ma anche di altre organizzazioni umanitarie”. – “La gente è interessata alle crisi lontane perché sono argomenti che hanno conseguenze su tutti. Prendiamo la lotta alla pandemia Hiv, cui Unione Europea e Italia contribuiscono con i loro fondi. Perché non dobbiamo avere più notizie quando invece siamo in un momento cruciale di questa battaglia? Proprio ora che la scienza ci ha reso capaci di vincerla?”. – “E proprio adesso succede che i fondi disponibili per combattere l’Aids sono drasticamente diminuiti”. – “Perché gli italiani non debbono sapere che, in quanto a questa malattia, accade che paghiamo adesso o pagheremo per sempre? A loro di certo interessa”.[2]
- Tiziano. Dobbiamo stabilire una scala di priorità nel modo di pianificare la nostra azione sul corso naturale delle cose e nel selezionare obiettivi sostenibili? Siamo capaci di mettere in conto altre possibilità d’azione, che si pongano in alternativa alla direzione intrapresa qualora questa lasci trasparire qualche zona d’ombra troppo pericolosa? Per riportarci a un evento abbastanza recente, può bastare pensare al funzionamento dei cannoni per la produzione di neve sulle piste da sci in montagna. Già l’equilibrio, anche in ambiente alpino, se n’è andato a pallone. Già nevica in terre “saracene” e non in terre di inveterato clima alpino. E tutto questo fa presagire uno stravolgimento, lento vorrei dire, ma neppure tanto lento se ci è dato di avvedercene di anno in anno, della distribuzione geografica delle fasce climatiche.
- Mirach. Questa non è una novità. È risaputo che le fasce climatiche non sono stabili nel corso evolutivo del pianeta. Le glaciazioni la dicono lunga sull’argomento. I deserti si sono spostati di latitudine, a ritmi ciclici di lunga durata ovviamente, e così pure le zone temperate.
- Tiziano. Sì, è vero. Anche il Sahara tante migliaia di anni fa era una zona fertile; lo dimostrano gli strati profondi del terreno che ospitano testimonianze di una vegetazione già rigogliosa. Ma, quel che intendo dire, è che oggi queste trasformazioni vanno galoppando e vanno, come pare, via via accelerando la corsa in cui sono lanciate, in modo inesorabile. Dove prospera il clima mediterraneo, con tutta la sua lussureggiante e “bella d’erbe famiglia e d’animali” molto presto, forse nel giro di pochi decenni, ci sarà la steppa, o la savana, chi può dirlo? Grandi laghi asiatici sono stati prosciugati dalla mano dell’uomo per l’utilizzo di enormi quantità d’acqua a scopi industriali, con la conseguenza di uno spostamento improvviso degli indici di influsso climatologico esercitato dalle grandi riserve d’acqua sull’atmosfera circostante, quindi sul clima. Il lago d’Aral, per fare soltanto un esempio. Il fabbisogno di ampie distese di terreno per coltivare cotone indusse a deviare il corso dei fiumi che vi affluivano e il ciclo di produzione causò il riempimento del bacino lacustre di pesticidi dannosissimi. Vi si trova di tutto oltre ai pesticidi: azoto, metalli pesanti e quant’altro. Il lago d’Aral è destinato a trasformarsi in una piccola pozzanghera circondata da veleni, con un contenuto d’acqua in maggior parte non potabile. Figurarsi le conseguenze per le popolazioni limitrofe: sono stati riscontrati sia un forte aumento dei casi di cancro sia gravissimi effetti sulla generazione a venire. Il 90% delle gravidanze sono dichiarate a rischio, il 99% delle gestanti sono colpite da anemie e il tasso di mortalità infantile ha subìto un vertiginoso incremento. Ma poi i grandi laghi, sistemi ecologici di enorme importanza per il sostentamento dei viventi, stanno morendo: il Lago Ciad, attorno alle cui sponde sono stanziate venti milioni di persone, negli ultimi trentotto anni ha visto ridursi le proprie acque del 95 per cento[3]. Dove non ci pensa la natura, con i suoi cicli epocali di lunga portata, arriva sempre e comunque la mano dell’uomo e, dove quest’ultima posa la propria impronta, lascia il segno, e quale segno!
- Ottero. Ma, poi, avete mai pensato al dirottamento della ricerca di produzione di energia sulle fonti alternative? Gran bella idea: eolico, fotovoltaico, biologico e via così. Ma io voglio comunicarvi una mia congettura, soltanto sul fotovoltaico. Il ventunesimo secolo iniziava con la proliferazione dell’industria produttrice di pannelli solari; in men che non si dica quei pannelli dai tetti degli edifici, dove in origine venivano installati, sono scesi a terra. Un numero crescente di proprietari terrieri ha pensato bene di investire sull’uso dei propri campi non già per incrementare l’agricoltura, ma per disseminarvi foreste di pannelli solari, proprio lì dove prima cresceva il grano o sorgevano altre colture. Vedevi crescere come i funghi vere colonie di centinaia di pannelli solari disposti in file ordinate e parallele, a copertura di centinaia di ettari di terreno, tutto per generare energia nuova, la sete insaziabile che insegue come una febbre il nuovo millennio. A parte il fatto che su scala mondiale stanno diminuendo le riserve di cibo mentre aumenta il bisogno di alimentazione, e che con questo metodo si sottrae giorno dopo giorno terreno alla produzione agricola, c’è dell’altro, qualcosa che possiamo soltanto immaginare. E mi spiego. Vi porto un momento nel deserto del Sahara, il più vasto deserto del mondo con il suo fronte di quasi quattromila chilometri in lunghezza e un’estensione da nord a sud tra i millecinquecento e i milleottocento chilometri. Sappiamo che aree di simile ampiezza, come altri deserti, come i mari, gli oceani, i grandi laghi e le grandi pianure, fungono da termoregolatori della temperatura globale e da stabilizzatori delle dinamiche responsabili della distribuzione dei climi. Immaginiamo di coprire tutto il deserto del Sahara con pannelli solari per ricavare energia. Certo ne avremmo abbastanza da soddisfare le richieste e le necessità di una gran parte della popolazione mondiale: a costo conveniente e in assenza di emissioni inquinanti. Tutto bene, per qualche mese, per qualche anno, ma poi qualcuno inizia a avvedersi che c’è qualcosa di cambiato, che il tempo non è più quello di una volta, che il clima ha mutato completamente caratteristiche, che un mucchio di generi necessari alla vita vede sovvertite le proprietà che possedeva e non riesce più a rispondere alle esigenze nutrizionali o di altro genere. Anche qui sono saltati gli equilibri, le condizioni meteorologiche si mettono a far pazzie, dove c’era siccità iniziano a imperversare uragani, dove l’acqua cadeva abbondante il terreno inaridisce sotto le saette infuocate di un sole perennemente arrabbiato. Sì, va bene, non siamo arrivati a quel punto, ma portate pazienza e vedrete come i terreni si coprono sempre più di ampie distese votate al fotovoltaico: è il mondo intero a ricevere un nuovo schiaffo dalla tecnologia e dalla sua presunzione di progresso.
- Tiziano. Un ulteriore esempio eloquente è fornito dalla presenza delle foreste pluviali. Appena un centinaio d’anni indietro nel tempo, a ridosso delle aree tropicali del pianeta si estendeva una ragguardevole fascia costituita da foreste pluviali, tanto estesa da interessare una superficie pari al dodici per cento dell’intero spazio planetario. Il “polmone” della Terra, si diceva, la grande riserva generatrice di ossigeno, ma anche l’habitat ideale per una ricca varietà di specie animali, oltre che vegetali. Nel volgere di un secolo all’uomo non c’è voluto molto per abbattere intere foreste. Legname per l’industria e campi per pascoli e colture. Tant’è che la percentuale di copertura boschiva s’è ridotta, dal dodici, al cinque per cento scarso … La Svizzera è piccola, vero?
- Tosco. Ora ci mancava pure la Svizzera. Ma che c’entra, se non sono indiscreto, la Svizzera?
- Tiziano. Oh Tosco, immagina la Svizzera, benché sia uno Stato di modeste dimensioni, immaginala completamente ricoperta di boschi. Una bella foresta per essere una foresta, non ti pare? Ebbene, la Svizzera c’entra nell’esempio che sto per fare, perché il nostro pianeta viene spogliato, ogni anno, di una estensione di copertura forestale pari a tre volte abbondanti l’intera superficie della Svizzera. Distruggiamo ogni anno circa centotrentamila chilometri quadrati di patrimonio forestale. O, espresso in altre proporzioni, ogni diciotto minuti secondi se ne fa in fumo o in segheria un pezzo di foresta grande come un campo di calcio.
- Tosco. Capisco, e mi domando: quante Svizzere ci restano ancora? Certo che, procedendo di questo passo, la superficie terrestre diverrà quanto prima simile a una enorme testa rasata.
- Ottero. Sono tutte cose che ci fanno sempre più essere in balìa dei cambiamenti climatici. Non quelli ciclici naturali, caratterizzati da estese fasce epocali, ma quelli repentini e incontrollabili che impediscono alle creature di scoprire strategie nuove di adattamento. Sappiamo del ritirarsi dei ghiacciai, sappiamo del ridursi dei ghiacci nelle calotte polari. Sappiamo della desertificazione incombente. Non sono fenomeni che ci lasceranno a lungo immuni da conseguenze drammatiche, lo possiamo vedere già sin dai nostri tempi. Ebbene, è stato valutato il peso che lo spessore del manto nevoso giacente sulle Alpi europee e asiatiche avrebbe sul clima e sulla vita biologica anche a notevole distanza. Uno studio basato su ipotesi da non scartare sul piano scientifico ha dichiarato che lo spessore di tale manto nevoso sarebbe capace di influire addirittura sulla quantità di fauna ittica presente nel Golfo Persico. Ecco il ragionamento: se i monti disponessero di minori riserve nevose l’energia solare attratta alla superficie e riflessa nell’atmosfera subirebbe una riduzione. La terra delle montagne, liberando maggiori estensioni dalla copertura nevosa, sarebbe oggetto di un riscaldamento precoce e, nella stagione estiva, diverrebbe più calda dell’acqua che si trova nei mari. La differenza di temperatura fra ambiente montano e ambiente marino innescherebbe una conseguente differenza di pressione che andrebbe a interessare le aree occupate sia dalle terre emerse sia dai mari. Nella fattispecie avremmo un’area di pressione più bassa sull’India e una di pressione più alta sul Mare Arabico. Questo sbilanciamento, a sua volta sarebbe causa dell’intensificazione dei venti e delle piogge. I Monsoni si farebbero sempre più violenti e, durante l’estate, darebbero origine a un incremento del fitoplancton. Non è soltanto fantascienza, avvertono le osservazioni di taglio scientifico con il ricordare che nel volgere dei sette anni che vanno dal 1998 al 2005 la concentrazione del fitoplancton, nel Mare Arabico, è aumentata del 350 per cento. La conseguenza è facilmente intuibile: tanto più da banchettare, tanti più pesci. Ma è a questo punto che la catena si rompe: non passerebbe molto tempo che, a motivo della eccessiva sovrappopolazione nelle acque marine, queste ultime, seppure più ricche di cibo, finirebbero per scarseggiare della necessaria quantità di ossigeno, e la stessa sovrappopolazione finirebbe per trasformarsi in causa di una rapida scomparsa della vita ittica.[4]
- Tiziano. In termini molto più seri e pessimistici, non ci sarà più posto per una grande quantità di specie animali.
- Sirrah. Io so, tuttavia, dell’esistenza di certe etnie che, in modo del tutto opposto, cercano di conservare la natura e i suoi millenari equilibri. Nel mare di Giava, per dirne una, poco al largo e a ovest di Sumatra, a due gradi appena a sud dell’equatore, si trova una piccola isola. Il suo nome è Siberut e il suo interno è simile a un paradiso terrestre. Su questa isola vive una tribù o, meglio, una famiglia estesa di aborigeni, i Sakudai. Dico una famiglia perché il loro numero è ormai ridotto agli estremi, sono qualcosa come poco più di una trentina di individui. I Sakudai hanno conservato intatta la primitiva armonia con gli elementi naturali, vivono delle risorse offerte dalla foresta, frutta, semi e un po’ di cacciagione. Sebbene la loro esistenza rivesta, per noi, caratteri ancora marcatamente primitivi, i Sakudai sembrano vivere felici, facendo della loro esistenza quotidiana un motivo perenne di occupazione nel desiderio, nella cura assidua di voler piacere, ciascuno di loro, alla propria anima.
- [1] Come nota precedente.
- [2] Da Televideo del 18 maggio 2012.
- [3] Da Mondo possibile, Rivista trimestrale del VIS, cit.
- [4] Notizia diffusa da Leonardo/TG3, “Telegiornale delle Scienze e della Tecnologia”, RAI3, 03 Maggio 2005.
Immagine di Copertina tratta da Wired.
