Terre Amare
- Tiziano. Non per fare il catastrofista dell’ultima ora, ma sto per riferire un dato riconosciuto, purtroppo reale. All’inizio del nuovo millennio la nostra Terra non ce la fa a sfamare tutti, benché intere foreste siano state rasate al suolo per fare posto a colture di generi di prima necessità alimentare. Con i nuovi anni che iniziano portando il numero duemila ci accorgiamo che, nel corso di ciascuno di essi, sono ben undici milioni i bambini che muoiono per fame e, in aggiunta, per carenza d’acqua e infimo livello delle condizioni igieniche in cui vivono. Superfluo ricordare che il novantanove su cento di questi bambini è nato in paesi poveri. La cosa acquista maggiore drammaticità se si va a constatare che, di quei cento, almeno una ventina di bambini soccombono poco dopo essere venuti al mondo, nel giro delle prime settimane di vita. Ma poi ho anche appreso, visto che si parlava della scarsità di acqua potabile in ampie zone del nostro pianeta, che l’acqua potrebbe correre lo stesso rischio che è già stato individuato per i combustibili fossili: potrebbe venir meno, sempre meno, ma anche nei paesi ricchi voglio dire. Pare, infatti, che le falde acquifere, là dove l’agricoltura ha subìto un forte impulso grazie anche al progresso tecnologico, potrebbero avere soltanto più pochi decenni di vita, in conseguenza dell’estrazione selvaggia a opera di sistemi di pompaggio sempre più perfezionati, efficaci e quindi potenti. L’acqua, che è l’elemento più comune, più presente, più a buon mercato alle nostre latitudini, più usato quotidianamente, oggidì rappresenta, per una persona circa su sei in tutto il pianeta, un bene che viene consumato nonostante sia impregnato di elementi contaminanti. Sappiamo, l’uomo ha da sempre tentato di dominare la natura, di soggiogarne le risorse per uno sfruttamento immediato. Non ha mai guardato oltre oppure, se l’ha fatto, l’ha fatto con imperdonabile distrazione: ci sono altri fattori da considerare quando si decide l’impiego di una tecnologia nuova e più redditizia? Ci potrebbero essere, un domani, conseguenze collaterali e negative non previste in un primo momento? Ma poi, ricordo, era il 22 aprile del 2013, la notizia di una comunicazione diramata dal governatore di Bankitalia, Visco, secondo la quale le ultime stime elaborate nel 2010 dalla Banca mondiale davano la persistenza di un miliardo e duecento milioni di persone, parliamo del ventun per cento della popolazione mondiale di allora, costrette a vivere ancora con un dollaro e venticinque centesimi o meno al giorno. Ma, senza andare troppo lontano, in una potenza industriale come l’Italia, notizia della primavera 2013, oltre sette famiglie su dieci, il 71%, nel pieno della crisi da disoccupazione e pura sopravvivenza furono costrette a modificare quantità e qualità dei prodotti acquistati, eliminando anche le spese per visite mediche, analisi cliniche e radiografiche. Il 62,3% delle famiglie italiane si recava a fare la spesa in centri di distribuzione a prezzi più contenuti.
- Mirach. Il tuo accenno ai bambini che soccombono per la fame, Tiziano, mi riporta per un momento al rapporto emesso dalla FAO con il titolo dal significato assai palese “Insicurezza alimentare nel mondo”. Dai dati riportati in quel rapporto, riferiti a un monitoraggio eseguito fra gli anni 2010 e 2012, risultava che il 12,5% della popolazione mondiale, qualcosa che equivaleva a circa 870 milioni di persone, soffriva di denutrizione. La stragrande maggioranza di quelle persone, qualcosa come 852 milioni di individui, viveva nei Paesi in via di sviluppo. A vedere da quel rapporto i dati apparivano tuttavia migliori rispetto alle previsioni fatte, ma la tendenza positiva si era già fermata all’anno 2008. Da quel punto il miglioramento era rallentato e in Africa si registrò addirittura un regresso. Un altro resoconto, quello stilato da “Save the Children”, affermava che verso la fine del 2012 in tutto il mondo si contavano 171 milioni di bimbi malnutriti, mentre, per una contraddizione tanto assurda quanto drammatica, un terzo del cibo potenzialmente fruibile andava sprecato. E poi, ancora, uno degli ultimi rapporti dell’Unicef che, riferendosi alla fame nel mondo, denunciava a fine anno 2012 la presenza di 200 milioni di bambini malnutriti, mentre nel solo 2011 ammontarono a 2,3 milioni i piccoli d’uomo morti a causa della malnutrizione. Circa 40 milioni soffrivano di malnutrizione acuta, oltre 20 milioni con problemi di malnutrizione acuta grave, uno stato che prelude spesso alla morte. Bambini che per la maggior parte vivevano in Asia del Sud e nell’Africa Subsahariana. Era il 26% dei bambini entro i cinque anni di età, appartenenti a Paesi in via di sviluppo, a dare palesi segni di malnutrizione. Secondo quel rapporto per i bambini sottopeso si presentava una probabilità nove volte maggiore di premorienza rispetto ai loro coetanei ben nutriti.
- Tiziano. Ma c’è di più. Il 3 maggio 2013 i mass media davano notizia di 260 mila morti per fame in Somalia nel giro di soli tre anni. Tra il 2010 e il 2012 la carestia continuava a mietere strage fra le popolazioni somale: per la metà si calcola fossero bambini di età inferiore ai cinque anni. Un rapporto della Fao, l’agenzia Onu per l’alimentazione, rilevava che in alcune zone del centro e del sud della Somalia la morte aveva portato via il 4,6% della popolazione e fino al 18% dei bambini minori di anni cinque. Le più colpite furono le aree sottoposte al potere dei miliziani islamici Shabab i quali impedivano agli operatori umanitari l’accesso alle zone colpite. Siccità e guerra civile erano ancora fra le prime cause delle carestie.
- Sirrah. Sì, è vero, viviamo in un campo sempre più stretto e prima o poi finiremo con il divorarci l’uno con l’altro per sopravvivere. Un comunicato dell’estate 2012 dava notizia dell’Overshoot day, annunciando l’esaurimento delle risorse che il pianeta negli anni ci ha garantito. Il 23 agosto 2012 è stato dichiarato Overshoot day, ossia il giorno in cui si è passato il segno, quando il nostro consumo delle risorse del pianeta ha superato la capacità di rigenerarle in un intero anno solare. In otto mesi abbiamo esaurito quello che la Terra può darci e dunque da ora siamo “sul rosso”. Il comunicato proveniva dal Global Footprint Network, organizzazione no-profit che calcolava il rapporto tra l’ammontare delle risorse naturali e il fabbisogno richiesto. I risultati apparivano da subito sconfortanti: rispetto al 2011 eravamo entrati in riserva trentasei giorni prima. Se a quella data ci occorreva una Terra e mezza per sfamarci tutti, nel 2050 si prevede che ne occorreranno due.[1] Intanto si sa che, verso la fine del 2012, posando l’occhio soltanto sugli affari di casa Italia, la ricchezza delle famiglie italiane segnava un calo del 5,8% dal 2007 al 2011. In aumento peraltro era data la disuguaglianza all’interno del contesto sociale: il 10%, costituito dalle persone più ricche, deteneva il 45% della ricchezza globale mentre il 9,4% dei beni andava alla restante parte della popolazione. Nella fascia in rosso si poneva il 2,8% delle famiglie.
- Tosco. Incredibile, l’umanità del nuovo millennio raggiunge primati estremi: da una parte l’Overshoot day; dall’altra, proprio il giorno prima, il 22 agosto 2012, si era presentato come il giorno più caldo da sempre in Europa e in Italia, con quaranta gradi centigradi portati dall’anticiclone africano “Lucifero”.[2]
- Tiziano. Quando si parla di paradossi! Le informazioni di fine anno 2012 dicevano anche, fra l’altro, che nel mondo già si producevano alimenti in quantità sufficiente per sfamare 12 miliardi di persone, mentre la popolazione mondiale contava l’esistenza di 7 miliardi di umani. Il problema era ed è che il 50% del cibo viene sprecato, letteralmente “gettato” nei rifiuti, nonostante nella maggior parte dei casi sia ancora perfettamente commestibile. Lo rivela uno studio condotto in Gran Bretagna dall’Institution of Mechanical Engineers.
- Almach. Mi rifaccio ad alcuni dati apparsi nell’autunno 2011. Si diceva: al mondo trecento milioni di bambini non verranno mai visitati da un sanitario. Tanto proclamava una denuncia di “Save the Children” nel rapporto denominato “Accesso vietato”. Ogni anno – aggiungeva il rapporto – muoiono otto milioni di bambini prima di compiere i cinque anni di età, uno mediamente ogni quattro secondi. Non sarebbero stati sicuramente tanti, se si fosse provveduto a garantire loro le dovute cure igieniche di prevenzione e di trattamento in terapia. Per assicurare un’assistenza sanitaria di base sarebbero occorsi 23 operatori sanitari ogni 10.000 persone, quando invece la sproporzione faceva registrare le cifre di 1,5 in Somalia contro gli 88 della Norvegia. Un quarto del peso conseguente alle malattie su scala mondiale gravava sull’Africa, ma nel continente erano attivi soltanto il 3% dei medici, delle infermiere e delle ostetriche di tutto il mondo, per lo più concentrati nelle megalopoli urbane. I bambini soccombevano in seguito a patologie prevenibili e curabili, come le complicazioni pre e post parto per il 21%, la polmonite per il 18%, la malaria per il 16%, la diarrea per il 15%. L’organizzazione “Every One”[3] vedeva “Save the Children” nel proposito di salvare la vita di due milioni e mezzo di bambini entro il 2015 in 38 Paesi poveri. Mentre ogni giorno 22.000 bambini continuavano a morire per varie cause, tutte legate alla povertà e all’abbandono. Ebbi ad ascoltare un intervento di Valerio Neri, il direttore di “Save the Children”, in pieno tumulto di crisi valutaria in Italia: “Il mondo ha investito grosse risorse per salvare le banche e non trova i soldi per non far morire i bambini?”.[4] Ma vediamo quali sviluppi ebbero gli studi sul fenomeno “povertà”. Nella primavera del 2014 già si contavano, nella sola Europa, 27 milioni di bambini a rischio di povertà. Questo come conseguenza della crisi e della mancata ridistribuzione delle risorse che, a muovere dal 2008, avevano prodotto un milione di bambini poveri in più nella nostra Europa. Save The Children, nel primo rapporto sulla povertà minorile nei Paesi Ue28, accennava a quei 27 milioni di bambini a rischio. L’allarme riguardava tutti i Paesi, compresi i nordici. In Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Slovenia, Germania, Olanda, Svizzera, Repubblica Ceca la percentuale dei minori a rischio andava dal 12 al 19%. In Italia già era al 33.8%. In Grecia, Ungheria, Lettonia dal 35 al 41%; in Romania e Bulgaria al 52%.
- Ottero. Mi spingo più avanti, al 2012. Trovo una serie di notizie[5] dove si parla di crisi umanitarie e del silenzio che uccide, e cito testualmente: Uno squilibrio nell’accesso all’informazione tra crisi e crisi, tra Nord e Sud del mondo. Una disuguaglianza che deriva dalla copertura dei media e che dà la misura per mobilitare risorse e aiuti. Crisi dimenticate perché poco si fa sapere di popolazioni che soffrono in vaste aree del pianeta. Questo può fare la differenza fra vita e morte. – Stupisce la tendenza al provincialismo dei mezzi di informazione, in un mondo sempre più globalizzato. Per questo organizzazioni umanitarie come Msf (Medici senza Frontiere) provano a dare voce a chi non fa notizia solo perché è lontano dai nostri occhi. – Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Bahrein, Sudan e Sud Sudan, Paesi flagellati da guerre ed emergenze nutrizionali, Aids e malattie tropicali. Su questa crisi umanitaria raramente si accendono i riflettori del mondo, Italia compresa. Nel 2011, secondo il rapporto di Msf sulle crisi dimenticate, i media nazionali hanno dedicato molto più spazio alle nozze reali britanniche (413 notizie) che a tutte queste emergenze messe insieme. – Persino l’influenza stagionale ha avuto più titoli e pagine rispetto alle emergenze sanitarie nei Paesi in via di sviluppo. – Solo 5 i servizi dedicati alla Repubblica Democratica del Congo nel 2011, secondo l’Osservatorio di Pavia che ha curato il rapporto, 10 alla Costa d’Avorio, 14 quelli sull’Aids, nessuno sulle malattie tropicali neglette che falcidiano la popolazione dei Paesi in via di sviluppo. – In ombra anche il Bahrein con 24 notizie, di cui ben 7 dedicate al G. Premio di Formula 1 e alla sua cancellazione, 41 le notizie sull’emergenza nutrizionale nel Corno d’Africa, 44 sul Sudan. L’Aids è ormai invisibile; se ne è parlato soprattutto in relazione ai viaggi del Papa. L’influenza stagionale è stata invece “coperta” dai tg con 92 servizi. – Lontano dagli occhi, lontano dal cuore? Pare valere sempre di più per i media. – Per i tg conta più un morto “nazionale” che 5 in un Paese europeo, 20 in Egitto, 500 in India e 1.000 in Cina, secondo Mario Morcellini, nel suo contributo al rapporto di Msf. La diffusione delle notizie è peraltro influenzata da fattori tecnologici e logistici, come la presenza di uffici e di corrispondenza. Là dove questi non esistono e dove non ci sono inviati è più difficile avere notizie attendibili, malgrado il recente “giornalismo” delle nuove tecnologie e dei social network che ci fanno giungere voci dai Paesi “non mediatizzati”. Poi, ancora e tristemente, il Sud Sudan: un flusso di mille rifugiati al giorno, dove mancavano ripari, acqua potabile e cibo, e con la stagione delle piogge alle porte. Si trattava di una “crisi umanitaria annunciata”, quella denunciata da Msf in Sud Sudan, in particolare negli Stati di Upper Nile e Unity dove, secondo l’Ong, a contare dal novembre del 2011 erano giunti, in sette mesi, 150.000 rifugiati dal Sudan. “L’acqua si sta esaurendo e in 35.000 ne rimarranno privi”, raccontò Chiara Burzio di Msf, rientrata a fine giugno 2012 dal campo di Jamam nell’Upper Nile. Il direttore di Msf, Moschochoritis, chiedeva alla comunità internazionale una risposta concreta all’emergenza in Sud Sudan.[6]
- Almach. Già, “neglected”, il cui corrispondente in italiano, negletto, non è di uso corrente; vuol significare qualcosa come “volutamente trascurata”. Le malattie tropicali “neglette” sono causa ogni anno nei Paesi in via di sviluppo di milioni di casi e centinaia di migliaia di decessi. La realtà, nuda e cruda, sta in questo: sono pazienti troppo poveri per rappresentare un mercato attraente, tanto che resta ancora molta strada da percorrere per sconfiggere malattie quali la leishmaniosi viscerale, la malattia del sonno, il Chagas e l’ulcera di Buruli. Ed è per questo che Msf chiede maggiori investimenti in strumenti diagnostici e farmaci di sicura efficacia. – Servono aiuti urgenti per i 160.000 rifugiati dal Mali in Burkina Faso, Mauritania e Niger, prima che arrivi la stagione delle piogge. Questa gente ha poca speranza di tornare nel proprio Paese, gravato dall’instabilità permanente. – “Gli aiuti internazionali forniti a queste persone non sono sufficienti”, denuncia Msf che chiede all’Alto Commissariato dell’Onu e al Programma alimentare mondiale di aumentare e accelerare nel provvedere gli aiuti. L’insicurezza alimentare è una minaccia sia per i rifugiati maliniani che per le comunità ospitanti, che già soffrono per la loro parte a motivo della scarsità dei raccolti. – L’ondata di migranti in fuga seguita alla Primavera araba non ha rappresentato una crisi dimenticata (1.391 le notizie sul tema) ma preoccupa il modo in cui è stata presentata, secondo Msf. Troppo spesso gli sbarchi a Lampedusa sono stati definiti “emergenza” mentre le condizioni sanitarie dei migranti sono state poco trattate. Il dato più sconcertante, come rilevato dall’indagine sulle edizioni serali del 2011 dei Tg Rai, Mediaset e La7, è che nei servizi è praticamente assente la voce dei migranti, solo il 14% contro il 65% dei politici. Colpisce anche il lessico “da guerra” usato dai tg italiani per raccontare gli sbarchi a Lampedusa in seguito ai moti esplosi nel Nord Africa da febbraio a ottobre 2011. Ecco alcuni dei termini più usati: “invasione”, “occupazione”, “tregua”, “bomba”, “polveriera”, “esplosione”. Usati ancora in modo errato i termini profughi (15%) e clandestini (12%). Nelle indagini utilizzate, rileva infine Msf, i bambini che approdano sulle coste italiane sono mostrati in video senza il volto nascosto.[7]
- [1] Da Televideo del 24 agosto 2012.
- [2] Da Televideo del 23 agosto 2012.
- [3] Ciascuno di noi, ognuno.
- [4] Da Televideo del 10 ottobre 2011.
- [5] Da Televideo del 18 maggio 2012.
- [6] Da Televideo del 29 giugno 2012.
- [7] Da Televideo del 18 maggio 2012.
Immagine di Copertina tratta da Studenti.it.
