Dove vai, Pensiero? Parte 10 di 20

Terre Amare

  • Mirach. Oh, ma come fa a trasformarsi un campo magnetico in corrente elettrica? E, poi, cos’è un campo magnetico, cos’è la corrente elettrica?
  • Tiziano. Tu mi sai spiegare come il panino di cui ti sei nutrita venga, a un certo punto del suo viaggio all’interno dell’apparato digerente, assorbito da certi villi intestinali e convogliato e destinato a trasformarsi, con assoluta precisione e determinazione, in tessuto osseo, muscolare, ematico, epiteliale e via dicendo?
  • Mirach. So che avviene, così la scienza ci istruisce, ma non so come avviene né in forza di quale diabolico piano.
  • Tiziano. Così è per il campo magnetico che diviene corrente elettrica. Per quest’ultima si dice che si tratta di un flusso di elettroni in fuga sulla pelle esterna del filo di rame. In fuga quando accendi la lampadina, vale a dire quando scarichi una differenza di potenziale elettrico, altrimenti stanno fermi, pronti a scattare come una batteria di centometristi sulla pedana di partenza. Ma non è comunque possibile vedere o filmare questa fuga di elettroni. Ne proviamo gli effetti, come quello di una scossa elettrica. Per quanto riguarda il magnetismo, poi, parliamo di forze, ed è qui che è riposta la mia idea. Dunque, in conclusione, noi tutti sappiamo che la nostra Terra è dotata di un grande campo magnetico: ecco, questo è il serbatoio; quando il nostro generatore è in funzione, io così vado congetturando, è come se risucchiasse dal grande serbatoio terrestre un sorso di magnetismo per trasformarlo in corrente elettrica la quale sarà a sua volta trasformata in lavoro o energia e quindi consumata. Ora, a furia di risucchiare, non avverrà, un bel o brutto giorno, che il gran pallone contenente tutto il magnetismo terrestre sarà svuotato? Si rigenererà? La rigenerazione, qualora sia ammissibile, sarà di breve ciclo come quella dell’acqua nelle sorgenti oppure di lungo ciclo come quella dei combustibili fossili? Se nulla si distrugge e tutto si trasforma, il potenziale magnetico terrestre verrà ridotto, via via, a qualcosa di inerte e quindi non riutilizzabile oppure consentirà l’avvio di un processo di riciclo?
  • Ottero. Tutto questo ha qualcosa di fantascientifico, è vero, ma neanche tanto a pensarci bene. Gira e rigira, sempre di sottrazione si tratta. Il problema sta tutto, e questo è reale, nel vedere se la fonte di energia è inesauribile, se il processo è reversibile e se la durata del ciclo di rigenerazione è alla portata temporale della vita umana. Se il riciclo è possibile, allora è d’obbligo impegnarsi a porre in atto le condizioni necessarie per la sua fattibilità. Se non lo è, è altrettanto d’obbligo pianificare i consumi in modo da rispettare l’entità delle risorse e da camminare pari passo con il loro ritmo di rigenerazione. L’idea della riserva planetaria di potenziale elettromagnetico non credo vada molto distante dalla realtà. Sto pensando all’energia pulita: eolica, fotovoltaica, idraulica, biologica o che altro. Sì, l’eolica e l’idraulica utilizzano la forza di elementi esterni, vento e caduta d’acqua, continuamente rinnovabili e disponibili, almeno fino a ora. Ma, con tutto ciò, nel bel mezzo del loro funzionare risucchiano senza sosta dal serbatoio magnetico terrestre trasformandone il potenziale in energia che finisce per essere scaricata in altre forme di energia, dinamismo, calore, luce e via di questo passo. Non c’è che dire, il consumo esiste. Sarà sostenibile? Sino a quando?
  • Almach. Non è detto che, per questo, il progresso debba temere un arresto drastico. Intanto non sappiamo se le risorse si esauriranno e, quand’anche le cose stessero così, non ci sarebbe dato indovinarne il momento preciso. Andiamo un po’ alla cieca, per così dire, come chi avanza e non vuol vedere dove lo porta la sua strada, per qualche arcana paura. Ma, nel corso del progresso, una cosa l’abbiamo imparata, ed è che ciò che non sta più nel reale può risiedere nell’immaginazione e da lì scaturire alla dimensione reale. Prima dell’invenzione/scoperta della ruota gli esseri umani non potevano pensare di trasportare oggetti di tanto peso a distanze notevoli. In modo simile per quanto riguarda l’uso della leva, la costruzione di natanti, lo sfruttamento di varie fonti di energia. Possiamo oggi dire che sia finita qui? Per ognuna delle tappe conseguite dal progresso ci sarà stato chi sosteneva a gran voce che si era raggiunto il culmine della perfezione nell’avanzare delle scoperte. Poi si andava a constatare che questo culmine altro non era se non un nuovo trampolino di lancio per ulteriori passi più lunghi, più ambiziosi, più spregiudicati. C’è da aspettarsi di tutto, al punto in cui ci troviamo.
  • Mirach. Sarà bene che l’uomo si dia una mossa, però, e che metta a dura prova la propria capacità di immaginazione, e che non perda tempo, perché sembra già abbastanza, anzi troppo tardi per ricorrere ai ripari inventando qualche ripiego miracoloso.
  • Sirrah. Eh, sì. Anche perché tutte le stime a lungo termine e le rilevazioni statistiche operate nel corso degli ultimi decenni non danno a sperare molto di buono. Era l’inizio della primavera dell’anno duemila che un comunicato scientifico forniva alcune misure della situazione relativa al progresso e alle sue conseguenze immediate sulla salute del pianeta. Questa povera martoriata sfera vagante nello spazio, chiamata a nutrire qualcosa come sei miliardi e oltre di persone, aveva fatto registrare un incremento della popolazione mondiale, nell’arco degli ultimi 170 anni, pari al 600 per cento. Il 2007 già registrava il superamento della soglia 6,6 miliardi di abitanti, con un incremento in corso di circa settanta milioni di esseri umani all’anno, tanto che tutto lascia prevedere il superamento dei nove miliardi per il 2050, due dei quali soltanto per l’Africa[1]. Di questi sei miliardi quasi la metà, paradossalmente, vive in stato di indigenza, privata spesso del minimo di calorie necessarie alla sopravvivenza. Un dollaro al giorno, si sente dire. Con il valore di un dollaro al giorno di reddito individuale devono campare una moltitudine di poveri cristi. Quelli che riescono a mettere insieme un dollaro al giorno, figuriamoci! Non parliamo poi dell’acqua da bere. In certi casi manca del tutto. E se ti rechi in quelle plaghe ti può capitare senza sforzi di imbatterti in bambini che si dissetano affondando le labbra in pozzanghere d’acqua sozza, putrida, ingoiando acqua e batteri e sporcizia e vermi tutto insieme. E gente che vive in uno spazio degno nemmeno di un canile, in una promiscuità paurosa, che deve pagare anche per depositare le proprie feci in qualche luogo di raccolta opportunamente organizzato da boss del basso profitto nelle paludi dell’emergenza.
  • Mirach. Ma non è finita: verso la fine di ottobre 2011 il mondo già tagliava il traguardo dei sette miliardi di abitanti, uno in più di dodici anni addietro e ben sei in eccedenza rispetto al 1800. Lo certificava l’Unfpa, il Fondo dell’ONU per la popolazione. Il genere umano invecchia in America e in Europa, mentre aumenta la popolazione giovane in Asia, in Africa e in America Latina. L’Unfpa prevede che nel 2050 la popolazione del pianeta superi i dieci miliardi di persone[2]. L’Asia resterà comunque il continente con il maggior tasso di popolazione del mondo, anche se nel ventunesimo secolo l’Africa farà grandi passi in avanti più che triplicando la popolazione che, ammontante a un miliardo di persone nel 2011, salirà a tre miliardi e seicento milioni nel 2100[3]. Una voce si è levata sulla questione scottante a cui ho accennato, quella di Giulia Vallese, responsabile del capitolo risorse e finanziamenti del Fondo Onu per la popolazione. La parola chiave – dice Giulia Vallese – è pianificare ossia investire in politiche sociali attraverso un programma radicale di pianificazione ambientale, sociale, economica e familiare. Il futuro collettivo, indica il rapporto Onu, dipende dalla riduzione dei gas serra e dei consumi eccessivi, da una maggiore equità sociale e dal rallentamento della crescita demografica. Investimenti, dunque, su istruzione, salute, occupazione giovanile e accesso equo alle risorse, se solo pensiamo alla disponibilità di acqua, bene divenuto sempre più raro e più prezioso, nell’anno 2011 con un consumo di 400 litri al giorno mediamente per persona negli Stati Uniti d’America, quando, in Etiopia, ogni individuo non ne ha a disposizione più di 8-10 litri. 
  • Tiziano. La vergogna delle più assurde contraddizioni. Sono venuto a sapere, per averlo letto in un rapporto, non rammento se della FAO o di altre agenzie similari, che per ogni due persone che non sanno come mettere insieme il pranzo con la cena, malnutrite quindi e disidratate, in certe parti del mondo, ci sarebbe almeno una persona, adulto o ragazzo, a rischio di infarto perché ipernutrita e obesa in qualche altra parte del pianeta.
  • Ottero. Era appena entrata la primavera del 2014 che un nuovo allarme veniva lanciato da Unicef e da Save the Children: si stimava che sarebbero stati circa venticinque milioni i minori privi del minimo di apporto alimentare a causa della siccità negli anni sino al 2050.
  • Sirrah. Stava terminando l’anno 2005 che leggevo alcune terribili rivelazioni da un notiziario diramato da “Medici senza Frontiere”. Qui la contraddizione è di una dimensione spropositata, da far sprofondare nella vergogna più infida anche gli scettici a oltranza. Si parlava di far conoscere al mondo i risvolti dolorosi di certe situazioni in cui versano popolazioni da sempre sofferenti di povertà. Dunque le cose stavano così, si riferivano a un’indagine svolta nei mesi di luglio e agosto del 2005, per l’appunto, sulle proporzioni fra varie tipologie di notizie diffuse via radio e televisione nelle ore di punta, cioè quando la gente, seduta a tavola, si appresta ad ascoltare i notiziari quotidiani. Reti nazionali e private, senza distinzione, accennarono alla gravissima crisi nutrizionale che andava dilagando nel Niger e vi dedicavano una porzione pari a meno dello 0,1 per cento (0,0726%) del totale riservato alla trasmissione, quanto equivaleva a 19 minuti primi su quasi 436 ore di notizie radio-tele trasmesse. Così poco tempo da dedicare per richiamare migliaia e milioni di menti distratte e per favorire un minimo di riflessione su mille e mille vittime di questa che è soltanto una fra le innumerevoli tragedie dell’umanità ai primi passi del terzo millennio. Ben altro trattamento veniva riservato a spargere voci, pettegolezzi, interviste, dichiarazioni su aspetti dell’umano vivere, disarmanti per leggerezza e vanità. Basti dire che per mandare in onda notizie riguardanti il mondo dei “Vip” e dei “gossip” sono state accantonate, sul totale che prima ho accennato, la meraviglia di 11 ore e 35 minuti. Persino gli animali domestici hanno avuto la loro parte: due ore e 15 minuti. Mi si chiederà: ma abbiamo già troppe sventure, viviamo in un mare di guai e di brutture; occorre passare e ripassare il dito sulle piaghe? Non è meglio se ci occupiamo di cose meno tristi e più benefiche per il morale? Già, già, ci si occupa allora dell’isola dei famosi, delle storie di vita e d’amore di belle ragazze, del ruttino del gatto di casa ipernutrito, mentre, fuori della porta di casa… A “Port au Prince”, la capitale di Haiti, esiste una bidonville, è soltanto una delle più grandi fra le tante. Porto questo esempio, ma sapete benissimo che è un esempio soggetto ormai a una generalizzazione a livello globale sul pianeta. Sappiamo che gli abitanti della bidonville in causa faticano a sopravvivere più che a vivere: l’ormai proverbiale scarso dollaro al giorno, guai ammalarsi perché l’assistenza sanitaria è privilegio esclusivo di chi ha denaro per pagare, guai alle donne che hanno complicanze da parto, perché per coprire la spesa di un parto cesareo dovrebbero stare un anno senza mangiare. Qui la malasorte colpisce un quarto di milione di individui, ma che cosa dobbiamo dire dei trecentocinquanta milioni di persone colpite da malattie tropicali di svariata natura e destinate a soccombere? Calpestiamo il suolo di un pianeta che detiene il primato delle vergogne: una triste serie di crisi umanitarie terribili e ignorate. Un pianeta che ospita conflitti armati ed emergenze sanitarie in Congo, in Cecenia, nell’India nord orientale, in Somalia, in Colombia, nel nord Uganda, in Costa d’Avorio, nel Sudan meridionale, nel Niger, nel Medio Oriente e nella stessa Europa, soltanto per citare alcuni esempi endemici di cui si fa scarsa menzione o non se ne fa proprio.[4] Il nostro silenzio è terribilmente complice, la nostra paura lo mantiene in vita e lo alimenta e più sentiamo dire e più siamo portati a creare distanza tra noi e una realtà che incute troppa paura, che non vogliamo riconoscere né sottoporre a riflessione.
  • Almach. E intanto, trascorsi altri mesi e mesi in attesa che qualcosa cambiasse, subito tornano alla ribalta le notizie più sconcertanti per una umanità che ha sempre più sete di giustizia. Eccole: non è ancora terminato l’inverno 2013-2014 che si viene a sapere di 6,6 milioni di bambini che nel mondo muoiono ogni anno prima di aver compiuto i cinque anni di età e, tra loro, sono 2,9 milioni quelli che soccombono nell’arco dei primi ventotto giorni di esistenza, un milione nel primo giorno di vita. Lo comunicava il rapporto Ending Newborn Death di “Save the Children”. Ci sarebbero, tra l’altro, ben quaranta milioni di donne che affrontano il difficile momento del parto prive di un aiuto qualificato, mentre per due milioni di loro il travaglio si compie nella solitudine più assoluta. A quel tempo in Europa poteva morire un bambino su mille nella fase neonatale, ma in Africa e in alcune parti dell’Asia i casi erano quintuplicati.
  • [1] Da Mondo possibile, Rivista trimestrale del VIS, cit.
  • [2] Da Televideo, 27 Ottobre 2011.
  • [3] Da Televideo, 31 Ottobre 2011.
  • [4] Dati tratti da msf news, Periodico di Informazione di Medici Senza Frontiere, n° 1, 2006.

Immagine di Copertina tratta da Studenti.it.

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