Terre Amare
- Mirach. Proprio bella questa, Tosco, ma vogliamo addentrarci anche nel contributo che le stesse guerre fra i popoli stanno arrecando a questo diabolico piano distruttivo? I bombardamenti in Afghanistan, di datazione tristemente recente, tanto per portare un esempio vicino alla nostra memoria, sono stati i diretti responsabili di un gravissimo inquinamento del terreno e hanno provocato la perdita della grande maggioranza di manifestazioni genetiche ivi prosperanti[1]. Guerre, con annessi e connessi derivati dalla produzione industriale, da affondamenti, perdite di idrocarburi, residui tossici e nucleari e quant’altro possa aver contribuito, nel corso dell’ultimo secolo, a vomitare veleni e rifiuti nell’ambiente rappresentano il braccio forte della spinta maniacale distruttiva che sta dilagando in misura paurosa su tutto il pianeta. Voglio invitarvi a fare un accostamento probabilistico, e vi porto un po’ indietro nel tempo, all’ultima glaciazione che ha interessato il nostro continente. Si parla di un periodo relativamente lungo che ebbe inizio circa settantamila anni fa e si esaurì all’incirca dodicimila anni or sono. Le condizioni climatiche furono tali che, dal combinarsi di elementi e situazioni particolari, si andarono liberando enormi quantità di gas dagli oceani. Possiamo soltanto immaginare che cosa sarà successo nell’atmosfera a quel tempo. Ma c’è sempre chi si avvantaggia della malasorte altrui: chi poteva ritenersi fortunato, in un simile disastro, parliamo di circa diecimila anni fa, erano i batteri, una popolazione che andava prosperando per il fatto che si nutriva di metano. Ebbene, perché ho tirato in ballo la glaciazione? Non tanto per il fenomeno climatico in se stesso, quanto piuttosto per gli effetti che ne sono conseguiti a danno della vita biologica. Effetti che potrebbero ripetersi oggi, senza bisogno di una glaciazione, e in tempi enormemente più ristretti. Dovete sapere, dunque, che, per riprendere tutto ciò che ho anticipato, rifiuti tossici per la serie, alcune rilevazioni attuali hanno stimato la presenza di metano nei fondali marini. Non tracce soltanto qua e là, ma qualcosa come diecimila miliardi di tonnellate. Uno stoccaggio immane che giace sotto le acque, ma non è detto che non possa essere rilasciato alla superficie, prima o poi, magari a seguito di un evento scatenante che al momento resta fuori della nostra immaginazione; non possiamo neppure escludere che questo evento risieda nel riscaldamento del pianeta che non sembra dar segni di inversione. La liberazione di questo gas avrebbe, inutile dirlo, effetti catastrofici a rapidissima evoluzione, vista anche la pericolosità del metano valutato nei termini di potenziale gas serra venti volte più nocivo dell’anidride carbonica.
- Ottero. È vero, ne è conferma la storica scoperta fatta dall’Eni che, al largo del Mozambico, ha individuato il più grande giacimento di metano mai trovato nelle ricerche pregresse. Il pozzo, chiamato “Mamba South 1”, ha incontrato una colonna continua di gas naturale ampia 212 metri in sabbie di età oligocenica, a una profondità dal livello del mare di 1585 metri, a quaranta chilometri al largo di Cabo Delgado. Si prevede che il pozzo raggiunga una profondità di circa 5000 metri e che il giacimento contenga 425 miliardi di metri cubi di gas naturale.
- Tosco. E tutto ciò non farà che mettere l’acquolina in bocca a un mucchio di gente. Possiamo immaginarci che cosa ne salterà fuori? Quanti stanno già preparandosi con i mezzi più convincenti per mettervi su le mani?
- Sirrah. Ora, caro il mio Tosco, lasciami terminare la mia disquisizione. È importante, perché nel 2015 eravamo ormai arrivati a una svolta decisiva nella nostra vita. Il petrolio facile ormai non esisteva più. Ce ne sarebbe stato sempre meno, proprio quando l’umanità correva per consumarne sempre di più. Avevamo ormai dilapidato la metà del petrolio esistente a partire da 150 anni addietro. Si calcolava che rimanessero un po’ meno di 100 miliardi di barili di petrolio a disposizione di tutto il mondo, ossia il fabbisogno per ulteriori quarant’anni. Nessuno se ne faceva preoccupazione perché era difficile immaginare un prossimo domani senza petrolio. Tutto derivava da lì, ma con la natura non era possibile negoziare. Porto l’esempio della Cina, il primo paese al mondo per emissioni di CO2; ebbene, questa nazione bruciava quasi otto milioni di barili di petrolio al giorno. Nel 2015 se ne producevano sul pianeta quattro miliardi di tonnellate l’anno, ma dalla diminuzione della disponibilità avrebbero avuto inizio molti mali. Tutti gli scienziati concordavano sul fatto che nel 2020 avrebbero avuto inizio le grandi carestie. Bruciare tutto il petrolio del pianeta è stato l’equivalente di un crimine contro l’umanità. Ora qualche parola sul caos climatico. Nel 2013 l’Artico aveva perso già una superficie come due volte la Francia. I ghiacci antartici, poi, potrebbero scomparire entro il 2030: una minaccia severa per la sopravvivenza degli animali che vivono in quelle regioni. Se, addirittura, fondessero tutti i ghiacciai che ricoprono la Groenlandia, il livello di tutti i mari salirebbe di sette metri, con conseguenze alimentari, abitative, sociali catastrofiche. Se ci spostiamo sull’Himalaya vediamo che i ghiacciai colà disseminati fornivano acqua, attorno al 2015, a ben due miliardi di persone ossia a un terzo della popolazione mondiale. Ma fino a quando avrebbero profuso acqua ai fiumi e alle sorgenti? Un loro esaurimento sarebbe la fine della vita per una sterminata fascia di esseri viventi. Il mare già stava diventando rabbioso e invasivo, arrivando a erodere le coste e a inghiottire intere isole. In India, Golfo del Bengala, entro dieci anni 70.000 persone saranno costrette ad abbandonare le proprie terre a causa dell’innalzamento del livello delle acque e, per i prossimi 40 anni, saranno 150 milioni gli emigranti che cercheranno nuovi lidi di sopravvivenza a causa dei cambiamenti climatici. L’erosione delle coste sulle sponde del fiume Brahmaputra costringeva alla fuga più di 30.000 profughi ogni anno. Se aggiungiamo a tutto ciò il cambiamento verificatosi nell’andamento dei Monsoni, allora non ci resta che farci tristi spettatori della crescente massa dei Profughi del clima. L’Europa non era immune a queste calamità; la costa francese della Camargue, per esempio, stava scomparendo con un tasso di erosione valutato il più rapido del mondo. Un po’ dappertutto, e in zone inusitate, imperversavano bufere, tornado, cicloni, uragani, tifoni di violenza, frequenza e pericolosità crescenti, talvolta di durata interminabile. Chi trova l’ambiente ideale per regnare indisturbata è, come sempre la siccità. Nel Mali la scarsità d’acqua era causa di morie di animali e di carestie particolarmente per i nomadi. I bambini crescevano in grave stato di sottosviluppo per via della malnutrizione. Nel Sael si vedevano stagni prosciugati e lande deserte ove sino a pochi anni prima lussureggiavano rigogliose foreste. Un fenomeno, questo, che dal 1984 continuava a imperversare, tanto da far dire ai locali “il sole sembra sempre più caldo e sempre più vicino alla Terra”. Per tentare di salvare il salvabile si è dovuto ricorrere a congegni aviotrasportati capaci di scaricare nelle nubi in altura, i cumuli-nembi a 7.000 metri, sostanze di forma cristallina contenenti cloruro di calcio e ioduro d’argento per la stimolazione della formazione di pioggia. Ora basta, c’è Tiziano che vuole dirci qualcosa…
- Tiziano. L’aria ci manca sempre più, i mari si sollevano, l’atmosfera si abbassa…
- Mirach. Pure questa ci voleva! L’atmosfera si abbassa? Qual è il nesso?
- Tiziano. Si abbassa, proprio così. Abbiamo più aria sporca da mandare nei nostri polmoni rispetto a un secolo addietro, ma ne abbiamo anche meno in quantità. Sembrerà una sciocchezza, ma i mezzi di trasporto stradale non danneggiano lo strato d’aria che ci sta sul capo esclusivamente con le emissioni gassose; lo danneggiano anche per sottrazione.
- Tosco. Ora stai a vedere che ci metti pure di mezzo la radice quadrata e i coseni. Mi vorrai dire che c’entra la sottrazione?
- Tiziano. Pensate a quante centinaia di milioni di pneumatici vengono gonfiati con aria a una pressione da due atmosfere in su e pensate se questa concentrazione d’aria compressa presa dall’esterno e buttata a forza dentro tutte quelle gomme d’auto e di mezzi pesanti non può essere causa di un ulteriore assottigliamento del già sottile strato di atmosfera che avvolge il pianeta. Non solo, ma l’aria che viene imprigionata negli pneumatici vi deve star dentro magari per anni e, in tutto quel tempo, s’impregna degli aromi non proprio salutari emanati dalle gomme. Poi un giorno, quando viene liberata dalla sua gabbia, e questo ha da accadere inevitabilmente nella vita di un mezzo di trasporto, se ne ritorna a volteggiare in libertà portando con sé all’aperto quegli aromi pestilenziali. E questo avviene ormai a ritmo continuo. E non è cosa di poco conto, tanto più a vedere dalla crescita dei consumi nel settore dei trasporti.
- Tosco. Non trascuriamo il criterio di compensazione. È vero che abbiamo compresso l’aria in un’infinità di spazi chiusi, ma per altro verso abbiamo anche riversato all’esterno una non indifferente quantità di aria nel momento in cui le invenzioni e la tecnologia hanno costretto l’uomo a creare spazi ancora chiusi, ma vuoti. Sto pensando a Edison. Dalla nascita della prima lampada a incandescenza[2] a oggi il progresso ha compiuto passi da gigante. Immaginiamo quanti milioni di lampade siano attualmente in funzione e in commercio. Da ognuna di esse è stata tolta l’aria, cioè all’interno del bulbo di vetro è stato fatto il vuoto. In caso contrario il filamento di tungsteno che vi si trova non raggiungerebbe mai l’incandescenza, ma brucerebbe con una fiammata istantanea al primo passaggio della corrente elettrica. Si è creato dunque un bel volume di vuoto che ha ridato all’atmosfera ciò che era dell’atmosfera.
- Tiziano. Di compensazione in compensazione, se vogliamo proprio andare per il sottile. Abbiamo già capito che ogniqualvolta l’uomo cerca una compensazione è perché l’equilibrio in qualche aspetto del mondo naturale ha subìto precedentemente dei grossi svarioni, per mano dell’uomo stesso come c’era da aspettarsi. Be’, concediamo la parte del leone per quanto attiene alla sottrazione d’aria al fenomeno meccanico della pressione negli pneumatici e controcompensiamo la liberazione di aria dalle lampade elettriche con una ricompressione della stessa in altre circostanze. Appartengono ai tempi abbastanza recenti gli equipaggiamenti delle auto con cuscini “air-bag”, l’utilizzo di una formidabile varietà di bombolette spray, gli impianti di condizionamento d’aria, l’impiego industriale di aria liquida, persino le bollicine dei fogli di plastica per imballaggio. Queste e tante altre invenzioni che ho dimenticato di elencare o che verranno presto realizzate dalla vivace e instancabile mente umana, sono veri contenitori di aria compressa, a detrazione dunque del volume esterno occupato dall’atmosfera che ci è vita e protezione.
- Ottero. Sicché dunque, noi ora abbiamo sopra il capo meno aria di quanta ne avrebbero avuta gli scalatori di tre o quattro generazioni fa che fossero giunti fin quassù!
- Tiziano. L’ho detto che poteva essere una sciocchezza. Per me tuttavia non è proprio così. Non foss’altro per il fatto che l’idea che ho appena espresso ne sta tirando in ballo un’altra di una qualche analogia. Ma quest’ultima è veramente un’idea balzana, non c’è dubbio.
- Mirach. Sentiamola, prima di giudicare.
- Tiziano. Ebbene, ha ancora a che fare con il concetto di sottrazione. Sto pensando all’acqua potabile. Ne consumiamo enormi quantità, ma poi la ritroviamo sempre, in maggiore o minore abbondanza, nelle nostre case.
- Ottero. Certo, è semplice. Perché l’acqua è un elemento interessato da un ciclo dinamico di continue trasformazioni. Fin tanto che ci sarà evaporazione dagli oceani continueremo ad avere acqua nei rubinetti. Non è come per i combustibili fossili, la cui formazione ha richiesto montagne di millenni.
- Tiziano. Perfetto, mi hai capito. Per il petrolio e per l’aria c’è una riserva, finita la quale …
- Tosco. … Addio suonatori!
- Tiziano. Potrebbe salvarsi un po’ l’aria, ma il polmone che dovrebbe garantirle la purificazione, sto parlando delle foreste, è caduto sotto i colpi delle nostre scuri.
- Mirach. Va bene, questo lo sapevamo. Dov’è l’idea balzana?
- Tiziano. Il magnetismo, perbacco, il magnetismo.
- Ottero. Il magnetismo? E perché il magnetismo?
- Tiziano. Perché la sequenza di rito è sempre la stessa: presenza sul pianeta, consumo per sfruttamento, rinnovo per trasformazione naturale, nuova disponibilità, nuovo consumo da parte degli uomini …
- Mirach. Vuoi essere più chiaro?
- Tiziano. Sta tutto nella catena della sequenza, si rompe un anello, oppure manca un anello, oppure l’anello presuppone un arco temporale che non è alla portata umana. L’anello mancante è il tempo di rigenerazione, come accade per il petrolio: non possiamo, dopo aver dato fondo alla riserva planetaria, attendere che i pozzi si riempiano ancora; occorrerebbero una serie di cataclismi e una lunga storia di ere geologiche. La questione è apparentemente semplice. L’energia elettrica che fa muovere il nostro mondo, da dove viene?
- Ottero. Be’, c’è un generatore che viene messo in moto da una forza d’altro tipo, poniamo dalla caduta d’acqua, e il generatore è costruito in modo tale che, quando il rotore gira all’interno di una sede circolare formata da speciali solenoidi, viene creato un campo magnetico.
- Mirach. Solenoidi!? E che roba è?
- Ottero. Immagina di avere un chiodo di ferro, lo ricopri ben bene con nastro isolante avvolgendo accuratamente il corpo ferroso con uno strato o due, poi gli attorcigli attorno un filo di rame isolato, cioè deve essere ricoperto da smalto isolante, per esempio, per impedire il passaggio di corrente elettrica, se ce n’è, all’esterno. Attorcigli a lungo, girando spira dopo spira in modo del tutto serrato, fino a ricoprire la lunghezza del chiodo; poi col filo di rame continui a avvolgere, salendo sul primo strato e ricoprendolo, spira dopo spira, nel verso contrario. Così, di seguito, uno strato sopra l’altro, a zig-zag. La cosa importante è lasciare liberi i due capi del filo, quello della prima spirale e quello dell’ultima, perché quei due capi saranno la sorgente dalla quale attingere l’energia elettrica che si crea nel campo magnetico.
- Mirach. Come l’acqua di una sorgente?
- Tiziano. Più o meno. Però, devo precisare. Se ho detto, poco fa, che si crea un campo magnetico nel momento in cui il rotore, nota bene, composto anch’esso da solenoidi, viene indotto in moto rotatorio, ora devo rettificare un po’ il termine “si crea”: meglio dire si “genera”, dal momento che la scienza è restia a immaginare che qualcosa si crei dal nulla, quando invece sappiamo che non esistono altro che trasformazioni, da uno stato all’altro, da una forma all’altra.
- Ottero. Non ci vedo alcuna idea balzana …
- Tiziano. Eccola qui che arriva. Bene, il rotore gira su se stesso all’interno del sistema di solenoidi. Ecco che, da questo contrasto di riferimenti, uno statico e uno dinamico costretti in un piccolo spazio capace di raccogliere queste differenze di moto, viene a formarsi un campo magnetico il quale, come dire, si tuffa dentro quelle spire di filo di rame e si converte, lì dentro, in corrente elettrica. Questa, a sua volta, può essere attinta ai terminali del sistema di solenoidi, quei due capi di filo di rame che avevamo lasciato liberi. Se colleghi questi due capi a una lampadina, mentre il rotore gira, la lampadina s’accende.
- [1] Da Leonardo, Telegiornale della Scienza e della Tecnologia di RAI3, 05 marzo 2003.
- [2] Thomas Alva Edison, 1878.
Immagine di Copertina tratta da Focus.
