Terre Amare
- Almach. Dicevo, poco fa, dell’anno più caldo. Mi sovviene ora che la storia non terminò con il dito puntato sul 2014. A metà novembre del 2016 le fonti di informazione annunciavano la forte probabilità che il 2016 sarebbe stato l’anno più caldo mai registrato, con temperature globali anche più alte di quelle record del 2015. Dunque ogni anno peggio, la fiamma sotto il pentolone che ospita gli abitatori del Pianeta cresceva di volta in volta. I dati preliminari mostravano che la temperatura globale del 2016 era di circa 1,2 gradi centigradi al disopra dei livelli preindustriali. Questo lo sosteneva il World Meteorological Organization-WMO in un rapporto diffuso a margine della Cop22 in corso a Marrakesch. Tra i picchi registrati, quelli a Pretoria (Sud Africa, 42,7°), Phalodi (India, 51°), Bassora (Iraq, 53,9°) e Mitribah (Kuwait, 54°). Di più. A gennaio del 2018 si diceva che i tre anni precedenti, il 1915, il 1916 e il 1917 erano stati gli anni più caldi mai registrati. L’Organizzazione meteorologica mondiale evidenziava, nella fattispecie, il segnale di cambiamento climatico continuo a lungo termine, causato dalla crescente concentrazione atmosferica di gas a effetto serra e ponendo in risalto l’eccezionalità del grado di riscaldamento raggiunto. Se il 2016 deteneva ancora il record delle temperature, il 2017 fu l’anno più caldo senza il concorso di El Niño, fenomeno che notoriamente può aumentare di per sé le temperature globali annuali.
- Sirrah. Che fosse una buona notizia? Sentite. Si diceva, a novembre 2016 inoltrato, che la maggioranza degli americani era cosciente del fatto che i cambiamenti climatici rispondessero a realtà e desiderava mantenere gli impegni presi sulle sorti del Pianeta. Questo lo enunciava il segretario di Stato USA, John Kerry, parlando alla Conferenza ONU sul clima, in corso allora a Marrakesch. “Il mondo è più unito che mai – aggiungeva Kerry – non solo accetta la sfida, ma vuole mantenere gli impegni presi a Parigi”. Che fosse stata l’occasione buona per una svolta di salvezza?
- Almach. Mah, ci sarebbe stato da sperarlo, almeno a quanto nel periodo stesso veniva rivelato dalla tecnologia sulla cattura e lo stoccaggio del carbonio (in inglese CCS), che avrebbe consentito di rimuovere la CO2 dall’atmosfera per successivamente intrappolarla nel sottosuolo. Con tale processo si sarebbero potuti dimezzare i costi necessari a ridurre le emissioni di gas serra e dunque a mitigare il cambiamento climatico. Tuttavia emergeva il fatto che lo sviluppo del settore necessitava di politiche di sostegno. Tutto ciò stava scritto nel rapporto annuale del Global CCS Institute presentato alla Conferenza sul clima di Marrakech. Per la soglia di due gradi centigradi si stimava che nel mondo occorresse catturare 4 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno sino al 2040, mentre, a detta degli esperti, la capacità degli impianti a disposizione si arrestava sui 40 milioni di tonnellate appena, ben cento volte minore al fabbisogno immediato.
- Ottero. Non è catastrofismo e neppure allarmismo, è un semplice esame di realtà, dopo aver aperto occhi e consapevolezza a ciò che succede attorno a noi. I gas serra, annunciano le fonti di informazione, segnano un nuovo record e non c’è alcun segno di inversione di tendenza. Sono, queste, le valutazioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale che sostiene avere le concentrazioni medie di anidride carbonica a livello globale raggiunto 405,5 parti per milione nel 2017, con una progressione in continuo aumento. Nel 2015 si era arrivati già a 400,1 parti per milione. Senza tagli ai gas serra, afferma sul sito dell’Agenzia Onu il segretario Taalas, “i cambiamenti climatici avranno impatti sempre più distruttivi e irreversibili sulla vita sulla Terra”.
- Mirach. E, infatti, eccola la notizia che non si lasciò attendere a lungo: il cambiamento climatico e i suoi devastanti effetti furono protagonisti di una mostra fotografica di Greenpeace Italiana al Museo di Roma in Trastevere. Nel medesimo periodo in cui si svolgeva la Conferenza sul clima Cop24 di Katowice, oltre 50 immagini andavano documentando l’impatto su paesaggi più o meno noti: Venezia e l’acqua sempre più alta, la siccità in Sicilia, la distruzione operata dal tifone Hayan nelle Filippine, il livello del mare sempre più alto nelle isole del Pacifico. Restava una sola soluzione: ridurre il riscaldamento globale abbandonando le energie fossili sostituendole con quelle rinnovabili.
- Sirrah. Non disperiamo ragazzi, non tutte le speranze sono andate in fumo. Pensiamo a che cosa accadeva alla fine del 2018. Era la metà di dicembre che il presidente cileno, Pinera, annunciava la ventura Conferenza sul cambiamento climatico nel 2019 proprio in Cile. Era stata chiamata Cop25, aggiungendo una sua previsione: “Avremo la tremenda responsabilità di guidare e avanzare verso un miglior controllo del cambiamento climatico e del riscaldamento globale seguendo i progressi fatti nella Cop21 di Parigi e nella Cop24 di Katowice”.
- Tiziano. Ehi, ragazzi, finalmente qualcosa si muove, sembra che da qualche parte si giunga a prendere consapevolezza di quel che accade nel mondo. Era il 20 gennaio 2018 e si diceva che il Commissario UE responsabile per l’ambiente, Karmenu Vella, avesse invitato i ministri di nove Stati membri, tra cui l’Italia, a riunirsi a Bruxelles due giorni appresso, il 30 gennaio con l’obiettivo di trovare soluzioni per affrontare il grave problema dell’inquinamento atmosferico in ambito di Unione Europea. Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Francia, Ungheria, Romania, Slovacchia, Regno Unito e Italia si trovavano ad analizzare procedure di infrazione per il superamento dei limiti concordati di inquinamento atmosferico.
- Tosco. Oso inserirmi in questo discorso, ragazze. Perché la Conferenza ONU Cop22 di Marrakech sul clima si chiuse nella notte tra il 18 e il 19 novembre 2016 con la decisione, adottata dai 196 Stati partecipanti, di definire entro la fine del 2018 il regolamento per l’attuazione dell’Accordo di Parigi. Tale regolamento avrebbe dovuto definire in quale modo i Paesi avrebbero monitorato i propri impegni per la riduzione dei gas serra. Il testo finale chiedeva agli Stati ricchi di continuare a lavorare per istituire entro il 2020 il Green Climate Fund per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo nella lotta al riscaldamento globale. La percepite, ragazze, la nota di solenne aporia? Concedersi due anni di tempo per definire i regolamenti. Perché non subito? E forse che una serie ben articolata di regolamenti all’uopo non era già disponibile sull’immediato, dopo tutto quel che s’era parlato nelle assemblee? I regolamenti, poi, non sarebbero stati seguiti da provvedimenti di fatto, ma avrebbero stabilito soltanto le modalità con le quali i Paesi avrebbero controllato il corso della fattibilità degli impegni presi. E chi avrebbe pensato mai a fare qualcosa subito?
- Almach. Un ennesimo spiraglio si apriva tuttavia verso la fine del 2018 con la Conferenza mondiale sul clima (Cop24) a Katowice, in Polonia, a muovere dalla domenica 2 dicembre, tre anni dopo l’accordo di Parigi. Erano riuniti 30 mila delegati provenienti da tutto il mondo, con il compito di decidere le azioni concrete contro il riscaldamento globale, nell’intento di contenere l’aumento della temperatura media planetaria entro i due gradi centigradi sino a fine secolo. Gli obiettivi erano assai chiari: adozione delle linee guida per attuare l’accordo di Parigi, aiuti finanziari ai Paesi poveri, impegno dei governi a ridurre entro il 2020 le emissioni di anidride carbonica. Con tutto ciò gli Stati Uniti d’America, uno fra i maggiori responsabili delle emissioni inquinanti, se non proprio il maggiore, già facevano sapere di non avere alcuna intenzione di aderire all’accordo di Parigi. Poco da sperare, dunque.
- Sirrah. Come intenzioni, almeno, iniziavano bene. Il viceministro dell’ambiente polacco, Michal Kurtyka, aprendo i lavori della conferenza di Katowice dichiarava: “Siamo qui per consentire al mondo di agire insieme sul cambiamento climatico. Tutti i Paesi devono dimostrare creatività e flessibilità. Il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres conta su di noi, non c’è un piano B”. L’auspicio era che i lavori producessero una dichiarazione garante di una “giusta transizione” alle industrie alimentate con fonti fossili sulla strada del taglio delle emissioni di gas serra.
- Mirach. Ma già da subito, all’inizio, l’aria delle constatazioni in corso pareva farsi pesante. La strada da percorre, d’allora in poi, non lasciava dubbi: per scongiurare il rischio globale il genere umano avrebbe dovuto drasticamente ridurre i gas a effetto serra. Il segretario generale delle NU, Guterres, al centro della scena del vertice Cop24 delle Nazioni Unite, non risparmiava considerazioni veristiche nel rivolgersi ai delegati della Conferenza: “Il mondo è totalmente fuori rotta. Non stiamo facendo abbastanza anche se assistiamo a devastanti impatti climatici che causano caos in tutto il mondo. Non ci muoviamo abbastanza velocemente per prevenire un’interruzione climatica irreversibile e catastrofica”. Qualcosa, in verità, si stava realizzando: la Banca Mondiale annunciava di aver messo a disposizione dei Paesi in via di sviluppo 200 miliardi di dollari per il periodo 2021-2025, per aiutarli a gestire i cambiamenti climatici, il doppio rispetto al periodo precedente. L’annuncio, pervenuto subito dopo l’inizio della Conferenza Onu sul clima, in Polonia, inviava “un segnale importante alla comunità internazionale perché adottasse lo stesso comportamento”. I Paesi sviluppati, intanto, promettevano 100 miliardi di dollari per finanziare le politiche sul clima nei Paesi in via di sviluppo.
- Tosco. Oh, bella questa. Sennonché risultati poco incoraggianti giungevano mentre era in corso la Conferenza di Katowice sul clima, dicembre 2018. Li forniva SaveMedCoastes, un progetto presentato all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Si trattava dell’aumento del livello dei mari provocato dai mutamenti climatici, che metteva a rischio una superficie costiera pari a circa 5 milioni e mezzo di campi di calcio per 163 aree del Mediterraneo: Il responsabile del progetto, Anzidei, riferiva il 6 dicembre 2018: “Entro fine secolo potrebbero subire pesanti inondazioni Venezia, con un aumento annuo del livello delle acque di 85 cm, le Cinque Terre (60 cm), le spiagge di Lipari (130 cm)”.
- Sirrah. Poco di buono da sperare, se stiamo al rapporto Onu sulle acque mondiali presentato a Brasilia: entro il 2050 la carenza d’acqua potrebbe interessare, per almeno un mese all’anno, circa 5 miliardi di persone ossia la metà della popolazione mondiale stimata per quella data. Fra le cause della povertà d’acqua i cambiamenti climatici, l’aumento della domanda e l’inquinamento. A metà secolo potrebbero quindi aumentare fino a 2 miliardi le persone che vivono in aree dove l’acqua scarseggia.
- Mirach. E intanto nel mondo del benessere si continuava a fare spreco e scempio di alimenti. Soltanto in Italia, all’inizio del 2012, si calcolava che, a causa proprio degli sprechi di prodotti della cucina, veniva perso cibo per oltre dieci milioni di tonnellate che equivalevano a un capitale di trentasette miliardi di Euro andati in fumo. E tutto questo nel solo breve arco temporale di dodici mesi![1] Trascorsi altri due anni, poi, si veniva a sapere, era la fine del 2013, che a fronte del problema inerente al cibo sprecato si era deciso di indire una giornata di sensibilizzazione, precisamente per il 5 febbraio del 2014, contemporaneamente al varo di un Piano nazionale contro lo spreco alimentare che, nella sola Italia, incideva per lo 0,5% sull’andamento del Paese. Erano dati rilevati dall’Osservatorio Waste Watchers, secondo i quali ogni famiglia italiana buttava nella spazzatura in media duecento grammi di cibo per ogni settimana. Calcolando il recupero di tale spreco si sarebbe potuto realizzare un risparmio di 8,7 miliardi di Euro. Già si calcolava che ogni anno giacevano marcescenti nei campi 1,2 milioni di tonnellate di prodotti ortofrutticoli, nello stesso tempo in cui due milioni di tonnellate si “perdevano” nell’industria agroalimentare e altre 300 mila tonnellate se n’andavano dopo essere pervenute alla distribuzione. Ad agosto del 2016, poi, si diffondeva la notizia che in Italia gli sprechi alimentari costavano 12,5 miliardi di Euro, equivalenti a risorse perse per il 54% al consumo, per il 15% nella ristorazione, per l’8% in agricoltura e per il 2% nella trasformazione. In media, nel corso di un anno, ogni italiano gettava nella spazzatura 78 kg di alimenti. E dire che stiamo vivendo in un mondo sempre più affamato. Entrava la primavera del 2018, profumata, lieve e ricca di speranze, che un rapporto della Fsin, la rete di informazione sulla sicurezza alimentare, elaborato dalla Unione Europea e da agenzie dell’Onu, presentato a Roma nella sede della Fao, sulla situazione della fame nel mondo, parlava di un aumento del rischio per la vita degli umani. Ben 124 milioni di persone in 51 Paesi si trovavano in una situazione di crisi alimentare, bisognose di un’azione umanitaria urgente. A far arretrare il Pianeta, dopo anni di politiche foriere di un primo tenue miglioramento, erano stati i cambiamenti climatici e i conflitti deflagrati in numerose parti del mondo. Andava terminando il mese di luglio 2018 allorché si ebbe notizia di uno squilibrio pauroso riguardante le possibilità di alimentazione per tutti. La chiamarono Earth Overshoot Day, la data alla quale la richiesta annuale della popolazione terrestre sulla natura superò quella che gli ecosistemi terrestri sarebbero riusciti a rigenerare in quell’anno. Il mercoledì 1° agosto 2018 è stata una data tristemente passata alla storia del Pianeta: l’umanità aveva ormai utilizzato la disponibilità delle risorse naturali che sarebbero dovute bastare per l’intero anno. Non è stato mai così presto da quando il mondo è andato per la prima volta in overshoot nei primi anni ’70, è l’allarme lanciato dal Global Footprint Network, organizzazione di ricerca internazionale. Era come se l’umanità avesse sfruttato 1,7 Terre. I costi di questo eccesso ecologico globale furono la deforestazione, la perdita della biodiversità, il surriscaldamento, la siccità. Fame e sete per di più: il 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, si calcolò che un miliardo di persone non aveva accesso all’acqua pulita. Allarme clima 2018. Si legge dal rapporto internazionale State of the Climate pubblicato dall’“American Meteorological Society” e redatto dall’Agenzia USA per l’Atmosfera e gli Oceani con il contributo di 500 scienziati in 65 Paesi: i gas a effetto serra nel 2017 hanno toccato nuovi livelli record nel mondo: la media di concentrazione di anidride carbonica sulla superficie terrestre è schizzata ai massimi storici, con il tasso di crescita di CO2 “quasi quadruplicato dagli anni 1960”. Che dire? Mi torna in mente l’immagine orrenda delle madri ebree, con fra le braccia e per mano i loro bimbi, che venivano spinte verso le camere a gas nei campi di sterminio nazisti. Vi si avviavano per lo più coscienti, con la morte nel cuore e la disperazione sul viso. Per noi, oggi, è quasi la stessa cosa, ci avviamo a una camera a gas planetaria ridendo, folleggiando e inneggiando al bel vivere, ma la sorte non sarà dissimile… solo questione di tempo!
- Almach. E la biodiversità è uno dei primi anelli della catena dei viventi a esserne compromessa. Lo comunica il rapporto WWF Living Planet Report 2018 sulla biodiversità del Pianeta. Ne vanno di mezzo il 60% dei vertebrati in un ciclo temporale di circa cinquant’anni: “Tra il 1970 e il 2014 sono diminuiti del 60% mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi. Sono oltre 8.500 le specie a rischio di estinzione, minacciate soprattutto da sovrasfruttamento e modifiche degli ambienti naturali, in particolare dovuti all’agricoltura. Altre minacce derivano dal cambiamento climatico, dall’inquinamento, dalle dighe e dalle miniere. Negli ultimi 50 anni il consumo delle risorse naturali è incrementato del 190%. Occorre un Global Deal secondo il WWF, limitando il riscaldamento globale e ripristinando i sistemi naturali persi”.
- [1] Da Televideo del 09 gennaio 2012.
Immagine di Copetina tratta da ICRI.
