Dove vai, Pensiero? Parte 4 di 20

Terre Amare

  • Ottero. La tua analisi è perfetta, Mirach, ma lasciami aggiungere qualcosa. Ricordo che alla vigilia del Summit Onu 2011 sul clima, che si sarebbe tenuta a Durban in Sud Africa, il ministro italiano per l’Ambiente, Corrado Clini, aveva sottolineato la necessità di muovere “verso un’economia globale decarbonizzata” per “superare la contraddizione tra l’aumento della domanda globale di energia e l’urgenza di ridurre le emissioni di CO2”.[1] E subito il lunedì successivo, 28 novembre 2011, si dava il via al Vertice mondiale Onu di Durban sull’argomento “clima” con la partecipazione dei delegati di duecento Paesi e Organizzazioni non governative che si confrontarono, sino al 9 dicembre, su alcuni punti cruciali: il prolungamento del Protocollo di Kyoto che sarebbe scaduto nel 2012, il funzionamento del fondo verde per il clima, la lotta alla deforestazione, il trasferimento di tecnologie e investimenti cosiddetti “verdi” nei Paesi in via di sviluppo. Si poneva l’obiettivo indilazionabile di limitare entro i due gradi centigradi l’aumento della temperatura media globale. Intanto il Pianeta continuava a soffrire. Un contemporaneo rapporto Onu metteva in evidenza l’incremento degli eventi meteo estremi e contemporaneamente delle emissioni. E intanto, sul fronte finanziario, la crisi economica riacutizzatasi a fine 2011 con intensità crescente andava a pesare sui cento miliardi di dollari a cadenza annuale promessi ai Paesi poveri per lo stesso scopo di abbattere le emissioni.
  • Tosco. Già, ma la sapete l’ultima di quel periodo? Gli è che era appena iniziato il nuovo anno, il 2013, che in Cina scoppiava l’allarme inquinamento, a un livello tale di gravità da fermare le città. Si trovavano tutti in stato di allerta, con la nebbia che nascondeva diverse città del paese portando l’inquinamento a una soglia massima per via del diffondersi delle polveri sottili, le così dette Pm 25. Secondo l’agenzia Nuova Cina a Pechino l’indice delle polveri era salito fino a 456 microgrammi per metro cubo e alcune centraline avevano registrato valori fino a 900 microgrammi, quando la norma ne prevedeva non più di cinquanta. Sopra i 300 microgrammi per metro cubo sarebbe scattato l’allarme salute. Le autorità cinesi non trovarono soluzione migliore che quella di invitare la popolazione a ridurre al minimo le attività all’aperto.[2]
  • Mirach. Ancora una cosa da aggiungere: Antartide, scioglimento “turbo” ghiacciai Wais. È quanto si poteva recepire dai mass-media la vigilia del Natale 2012. I ghiacci dell’Antartide, si diceva, si stavano sciogliendo a un ritmo doppio di quanto si fosse potuto pensare. La preoccupante notizia, pubblicata su Nature Geoscience, era frutto di uno studio realizzato da un gruppo statunitense di ricerca, coordinato dall’Università dell’Ohio, su un confronto con i dati raccolti nel 1958. Nell’arco di appena 52 anni, nella regione occidentale dell’Antartide le temperature erano aumentate di 2,4 gradi centigradi, vale a dire tre volte tanto di quanto si stava verificando nel resto del Pianeta. Il rischio che si correva era dato dalla possibile perdita di un “freno” naturale per i ghiacciai interni, che rischiavano così di riversarsi nella massa oceanica. Le informazioni del momento si riferivano al complesso di ghiacciai chiamato Wais. Intanto accadeva di peggio: era il marzo 2015 che una serie di foto satellitari dell’Esa lasciava indovinare che in meno di 20 anni l’Antartide aveva perso il 18% della superficie ghiacciata. Fino al 2003 si era registrato un lieve incremento delle masse ghiacciate, ma da allora lo scioglimento intraprese una corsa inarrestabile. Fu un ricercatore della “University of California” a lanciare l’allarme: di questo passo nei prossimi 200 anni metà dei ghiacci si sarà sciolta e di conseguenza il livello dei mari si solleverà di molto. Poi, ancora, l’innalzamento record, registrato il 24 marzo 2015, della temperatura all’estremo nord dell’Antartide, a un livello di 17,5 gradi centigradi.
  • Tosco. Sì, l’Antartide. E l’Artico? Rammentate che, subito trascorso il ferragosto 2016, le notizie diramate da una ricerca del National Snow & Ice Center americano rendevano drammatica la situazione anche al nord del Globo? I ghiacci perenni dell’Artico, si diceva, quelli che non si sarebbero dovuti sciogliere neppure d’estate, nell’ultimo secolo si erano dimezzati. Ai primi del ’900 erano in media 8,5 milioni di chilometri quadrati, nel 2016 appena attorno ai 4,5. La riduzione della calotta ghiacciata ha subìto un’accelerazione a muovere dagli anni ’70 e nel 2016 la sua estensione risultava la minore dal 1850. La ricerca citata diceva ancora: “Il tasso di riduzione dei ghiacci marini negli anni recenti non ha precedenti nei dati storici”.
  • Tiziano. Poi ci si mettono pure le montagne più elevate. Era dell’inizio 2013 la notizia del rischio “lago-bomba” sull’Himalaya. Un lago formatosi nella propaggine del ghiacciaio South Lhonak, in Himalaya, a settemila metri di quota, si diceva, aveva raggiunto un’alta probabilità di vedere spezzarsi gli argini a valle e quindi di diventare causa di enormi devastazioni nelle vallate sottostanti. Il pericolo era localizzato nello Stato indiano del Sikkim. A lanciare l’allarme fu l’agenzia Jans che supportava l’affermazione con l’opinione diffusa da scienziati indiani del Centro nazionale di prevenzione anticipata (Nrsc) di Hyderabad, i quali si erano avvalsi di studi satellitari. Lo studio veniva pubblicato sulla rivista Curren Science e indicava, con probabilità molto alte, che gli argini del lago avrebbero corso il pericolo di cedere e rompersi rovinosamente.
  • Ottero. Era la metà del mese di maggio 2013 allorché si raggiunse il record storico, per quell’epoca, delle emissioni di CO2, il più alto che si pensa essere stato registrato a partire da milioni di anni addietro. La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera superò la soglia fatidica di 400 parti per milione (ppm), cosa che non si verificava da tre milioni di anni, come riferiva Greenpeace citando l’ultima rilevazione della Noaa (National Oceanic and Atmosferic Administration) Usa: “Gli attuali livelli di concentrazione di CO2 in atmosfera furono raggiunti tra i 3,2 e i 5 milioni di anni fa – scrivevano gli scienziati – quando le temperature erano di 3-4 gradi centigradi più alte e le regioni polari più calde di dieci gradi. L’estensione dei ghiacci era limitata e il livello dei mari tra i 5 e i 40 metri più alto”.
  • Mirach. Già, si stava sollevando un nuovo allarme Onu per il clima mondiale. Il pianeta era entrato, si diceva, “in una nuova zona di pericolo” con il raggiungimento del picco di 400 ppm. La denuncia veniva da Christiana Figueres, responsabile dell’Onu per gli accordi internazionali in materia di emissioni, dopo la diffusione, il 10 maggio del 2013, dei nuovi dati forniti dall’agenzia Usa che tu, Ottero, hai nominato. Così la Figueres: “Il mondo si deve svegliare e prendere nota di ciò che questo significa per la sicurezza umana, per il benessere e lo sviluppo economico”.
  • Tiziano. Era la fine del mese di novembre 2013 che i soliti comunicati del malaugurio dicevano che i due terzi dei gas serra prodotti negli ultimi due secoli erano ascrivibili a una novantina di aziende del settore petroli, gas e carboni, combustibili fossili per dirla in breve.
  • Tosco. Già, e intanto sul clima, nel summit di Varsavia, veniva raggiunto in extremis un accordo, con la sottoscrizione di un testo che gettava le basi per l’appuntamento del 2015 a Parigi. Ma non tutto andava liscio, perché India e Cina, i maggiori inquinatori del mondo, con le proprie posizioni intransigenti misero un blocco alle trattative.
  • Almach. Hai detto 2015? Avevano dunque la fantasiosa speranza di poter attendere altri due anni quando i provvedimenti per salvare il Pianeta si sarebbero dovuti prendere già mezzo secolo prima?
  • Sirrah. Ma lo immaginate come potrebbe andare a finire? Stando alle notizie divulgate il 24 settembre 2013 si poté assistere a un vero e proprio allarme da parte dell’Onu in materia di clima: sarebbero rimasti dieci anni soltanto a disposizione dell’umanità per salvarsi da una catastrofe planetaria. Il processo di cambiamento climatico, diceva il quinto Rapporto diramato dall’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), la task force dell’Onu, era solo in ‘pausa’ e con tutta probabilità sarebbe tornato trascinandosi appresso effetti ancora più devastanti di prima. Il rapporto sollecitava i governi a correre ai ripari per porre fine, nel giro di dieci anni, all’aumento esponenziale dell’anidride carbonica. Il testo presentato era il frutto di sei anni di lavoro per opera di 209 scienziati coadiuvati da 1500 esperti. Oh, non finisce qui: il 28 dello stesso mese ecco un altro allarme Onu: aumenta il riscaldamento del pianeta. Una triste constatazione che poneva l’urgenza di decisive, drastiche riduzioni delle emissioni di CO2 e altri gas serra responsabili dell’innalzamento della temperatura globale fino a 4,8 gradi centigradi entro il 2100. Proiezione in ascesa anche per i dati relativi all’aumento del livello dei mari nella previsione da 26 a 82 centimetri negli anni che portano al 2100. È l’uomo, accusano gli esperti, il principale responsabile del cambiamento climatico che provoca disastri naturali, siccità, inondazioni.
  •  Mirach. Entrava la primavera del 2014 e un sentore di aria profumata riscaldava il cuore. Per poco, però: arrivavano puntuali le notizia dei mass media a spegnere il calore di quel sogno: l’inquinamento dell’aria in tutte le sue forme – riscaldamento dei locali e traffico stradale – ha ucciso sette milioni di persone in tutto il mondo nel 2012. A diffondere questa stima fu l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel ritenere che l’inquinamento non risparmia alcuno, né i Paesi sviluppati né quelli in via di sviluppo. La direttrice del Dipartimento di Salute pubblica dell’Oms, Neira, dichiarava che l’inquinamento dell’aria si poneva come il rischio ambientale maggiore per la salute.
  • Almach. Mi raccontava oggi[3], un uomo della montagna, che in certi siti della Val Pellice (Torino), dove anni addietro pascolavano armenti di mucche su prati ricchi di alte erbe e fiori profumatissimi, ora le mucche non ci sono più. Non ci sono perché il manto erboso è ridotto a una distesa quasi arida e avvizzita. È ridotto così da quando si sono moltiplicare rotte aeree sui suoi cieli. I fumi di scarico dei Jet hanno accumulato in sospensione nell’aria ogni sorta di particelle inquinanti e da quelle si sono originate piogge sempre più acide che hanno finito per atrofizzare la flora montana e le belle erbe di cui si nutrivano le mucche. Persino i pesci nei laghi un tempo cristallini d’alta montagna stanno scomparendo. Questi pensieri occupano le mie considerazioni oggi che è la giornata mondiale dell’ambiente, una giornata che viene celebrata ogni anno, il 5 giugno, a partire dal lontano 1972. Un’occhiata rapida e fuggevole sul nostro Pianeta ci avverte di un mare che sta minacciando di aggredire e invadere le coste in tutto il mondo. Su questi fatti si basava il problema individuato dalle Nazioni Unite come obiettivo su cui lavorare nell’Anno Internazionale 2014. Il superamento delle 400 parti per milione di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre significò – come avvertì Legambiente – che il riscaldamento globale della Terra sarebbe stato più veloce del previsto e avrebbe provocato, come in effetti dimostrò, alluvioni, desertificazioni, scioglimento dei ghiacci. L’estremizzazione dei fenomeni meteorologici causati dall’innalzamento della temperatura, a cui stiamo rapidamente andando incontro, è causa ormai di disastri a tutte le latitudini e dà come diretta conseguenza una popolazione sempre più numerosa di profughi ambientali. Soltanto nel 2012 nel mondo sono state 32,4 milioni le persone costrette a abbandonare la propria abitazione a motivo di disastri naturali. Il dato, non ancora riconosciuto istituzionalmente dall’Onu, emergeva dall’ultimo Rapporto della “International Displacement Monitoring Centre” del mese di maggio 2013. Secondo l’Unhcr, l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, entro il 2050 si raggiungeranno tra i 200 e i 250 milioni di rifugiati ambientali.
  • Sirrah. Resto in argomento per quanto riguarda il 2014. A metà anno si calcolava che, con i circa tremila migranti soccorsi nei primi giorni di giugno di quell’anno già si contavano quasi 47 mila gli arrivi via mare nel corso dell’anno. Si trattava del decuplo rispetto al 2013 quando, nello stesso periodo, erano arrivati 4.800 migranti. Veniva superato il totale dei 43 mila pervenuti nel 2013, così a metà anno 2014. Ricordo che gli sbarchi record risalivano al 2011, allorché si raggiunse la soglia di 63 mila. Oltre il 90% dei barconi con a bordo migranti erano partiti dalla Libia. Le nazionalità più presenti erano l’Eritrea con 14 mila migranti, la Siria con 6.700, il Mali con 4.300. Le strutture di allora accoglievano, su tutto il territorio italiano, oltre 32 mila persone. L’ondata di sbarchi sembrava inarrestabile a ridosso delle coste siciliane. Erano oltre 2.300 i migranti soccorsi dalle navi della Marina Militare e dalla Guardia Costiera. Circa 400 profughi eritrei ed etiopi sbarcavano a Porto Empedocle; altri 611 provenivano dall’Africa sub sahariana, dal Magreb e dal Medio Oriente con la Sfinge della Marina; 513 persone approdavano a bordo del pattugliatore Orione. Poi 367 a Palermo, 266 a Catania, 191 a Trapani. A centinaia erano le donne e i bambini. Dall’inizio dell’anno, ormai, si calcolava fossero giunti in Italia oltre 50 mila immigrati.
  • Almach. Da alcuni giorni, corrente la primavera inoltrata del 2014, a Bonn stava lavorando sul problema “Ambiente”, sotto l’egida dell’Onu, una Sessione intermedia dei negoziati sui cambiamenti climatici, con il concorso di 195 Paesi. Sennonché di queste cose non si parlava da ieri soltanto, ma da quasi un ventennio ormai. Si iniziò con il Protocollo di Kyoto nel 1997 a cui seguì, dopo una serie di incontri tra esperti, la Conferenza di Bali nel 2007: si trattava ormai del tredicesimo incontro in argomento di cambiamenti climatici. Poi il Vertice di Copenaghen nel 2009, l’anno seguente a Bonn, Città del Messico, New York, Ginevra, Tianjin in Cina, Cancun nel Messico. Quindi a Panama nel 2011, a Varsavia nel 2013, a Lima dove si tenne la ventesima sessione della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, verso la fine del 2014. Ma siamo sempre qua, a constatare, ad analizzare, a fare statistiche e a goderci un macabro spettacolo la cui voce si fa sempre più roboante di rovina. Noi ce ne andremo, ma… chi e con che cosa resterà?

[1] Da Televideo del 28 novembre 2011.

[2] Da Televideo del 13 gennaio 2013.

[3] Era il 5 giugno 2014.

Immagine di Copetina tratta da NOAA.

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