Terre Amare
- Tosco. Mio Dio, già mi sento bruciare la gola!
- Mirach. E ne hai ben d’onde. Pensa che, già allo stato attuale, soltanto per mantenere la situazione ai livelli del “non-collasso senza ritorno”, sarebbe necessario ridurre drasticamente almeno del 60-70 per cento le emissioni inquinanti. L’equivalente del “fermiamoci tutti, si scende!”. – Volete dell’altro? Eccomi. Terminava quasi il 2009 che il problema veniva avvertito su grande scala con una priorità da far paura. Cinquantasei giornali di 45 diversi Paesi pubblicavano un identico appello ai grandi della Terra: l’urgenza di ricorrere all’adozione di misure efficaci per il clima. L’argomento fu sviscerato nel Vertice tenutosi a Copenaghen[1] dal sette al diciotto dicembre 2009. In quell’occasione ben 192 Paesi di tutto il mondo si erano riuniti a consulto per fare il punto sullo stato di salute del pianeta Terra, circondati da oltre cinquemila addetti ai lavori, tra osservatori e giornalisti. Si trattava della Conferenza ONU per il clima. Studiosi e politici si erano incontrati per definire una strategia globale che portasse alla riduzione delle emissioni di CO2 a partire dall’anno 2012. Si era anche stabilito quale sarebbe stato da considerare il punto di rottura del processo di riscaldamento planetario: guai a superare un innalzamento superiore a due gradi centigradi. L’Unione Europea aveva preso l’impegno per garantire una riduzione del venti per cento, ritenendo possibile innalzare tale soglia al trenta per cento, ma le si contrapponevano le proposte di Stati Uniti, Cina e Brasile, per le quali non venivano offerte sufficienti garanzie. Tutto, però, lasciava pensare che i tempi correvano e non sarebbe stato più possibile rinviare l’assunzione di accordi su obiettivi concreti per la riduzione dei gas serra. Il Protocollo di Kyoto di cui s’è tanto parlato, varato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005, prevedeva già una riduzione del cinque-otto per cento entro il 2012, fatto riferimento ai livelli del 1990, ma gli Stati Uniti non accettarono tale proposta. Sappiamo benissimo chi sono i maggiori inquinatori: la Cina, gli Stati Uniti, l’Unione Europea solo per iniziare. Ci pensate a un livello dei mari che saliva di tre millimetri l’anno? Questo perché dal 1990, in meno di dieci anni le emissioni dei gas killer sono aumentate del quaranta per cento. Con una prospettiva del genere, se per il 2050 non saranno scese dell’ottanta per cento, come minimo, rischieremo veramente di superare il punto di non ritorno. Continuo a parlarvi di Copenaghen. Sarà la preoccupazione, sarà un po’ la paura per le previsioni formulate, fatto sta che si volle tenere una riunione straordinaria nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 2009, per iniziativa dei membri europei della Conferenza. Vi furono invitati tutti i premier partecipanti al Vertice ONU sul clima. Ma i difficili accordi intercorsi fra le parti rimanevano appesi a un filo e si fu molto vicini al fallimento di un’intesa concreta. Prendeva voce il rappresentante della Danimarca facendo sapere che il proprio Paese avrebbe rinunciato alla stesura di una bozza di mediazione[2]. Angela Merkel, Cancelliere tedesco, per parte sua, restringeva assolutamente i tempi e parlava di ventiquattr’ore per assicurare il futuro al mondo: “Entro ventiquattr’ore dovremo dimostrare di aver capito, di essere stati capaci di trovare un accordo globale. Il mondo ha bisogno di cambiare”. La Merkel assicurava che l’Europa avrebbe mantenuto l’impegno di tagliare del venti per cento le emissioni di gas entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. Ma un delegato cinese la controbatteva comunicando che Pechino non avrebbe coltivato alcuna speranza in un accordo. La Cina si dimostrava oltremodo titubante. Sarkozy insisteva per mantenere in vigore a tutti i costi i precedenti accordi di Kyoto: “Siamo qui per prendere decisioni. Se falliremo sarà una catastrofe per tutti”. Il premier britannico Brown profetizzava: “Le future generazioni potranno provare gratitudine o vergogna per le scelte che oggi i leader mondiali sono chiamati a fare per fermare il riscaldamento del clima, che minaccia l’esistenza stessa del pianeta”. Gli Stati Uniti d’America si dichiaravano favorevoli all’istituzione di un maxi-fondo da cento miliardi di dollari da investire per i provvedimenti del caso. l’Organizzazione delle Nazioni Unite, compatta, ammetteva che non restava punto tempo per attendere ancora, avallando la sentenza del Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon: “Non c’è più tempo da perdere. Ormai è una corsa contro il tempo. I leader devono agire, ce ne sono più di centotrenta qui. Chi può riuscire a chiudere un accordo, se non loro? Restano appena ventiquattr’ore”. – Tirando le somme di quel meeting, si erano raggiunti impegni finanziari da parte dei Paesi ricchi per offrire aiuto ai Paesi emergenti: i già accennati cento miliardi di dollari per l’anno 2020. Ma gli impegni a ridurre le percentuali di gas inquinanti entro date precise, compreso il taglio globale del cinquanta per cento proposto entro il 2050 e avversato dalla Cina, non trovarono attuazione e scivolarono nell’oblio più assoluto. Si disse, cautamente, che l’accordo raggiunto non sarebbe stato vincolante, come dire “fate un po’ come volete, tanto non vi convinceremo, non ci convinceremo mai!”. Si rimandò il tutto al mese di giugno 2010, per una nuova riunione da tenersi a Bonn, con una ulteriore edizione a Città del Messico per la fine dello stesso anno. Manco a dirlo, forte delusione dei movimenti naturalistici: “Greenpeace” e “Amici della Terra” che avevano riposto grande fiducia in un decisivo punto di approdo alla luce delle decisioni concertate. – Uno studio “shock” condotto a cura dell’ONU rilevava l’insufficienza denunciata dalle offerte di riduzione della CO2 proposte sino a quel punto, stando alle quali avremmo avuto la certezza di un aumento medio delle temperature globali di tre gradi, un’ottima garanzia cioè di catastrofe. L’ultima bozza di accordo elaborata sino allora prevedeva la riduzione delle emissioni di entità tale da assicurare il controllo dell’innalzamento della temperatura media al di sotto dei due gradi centigradi, contemporaneamente alla provvidenza di un finanziamento a lungo termine per i Paesi in via di sviluppo, pari ai soliti cento miliardi di dollari da stanziarsi entro il 2020. Il 2010, poi, arrivò e vide ancora i Grandi inseguire quella che aveva tutta l’apparenza di star diventando una chimera, la questione climatica che imponeva un nuovo confronto al tavolo delle trattative per trovare una soluzione al sempre più spinoso problema ambientale del riscaldamento globale. Gli appuntamenti non mancarono: New York e Ginevra nel mese di settembre. Tianjin in Cina dal 4 al 9 ottobre, Cancun nel Messico in novembre-dicembre. Si tenne pure il preannunciato incontro di Bonn che si sarebbe dovuto svolgere come fase preparatoria alle successive sedute in Cina e in Messico. Ma Bonn non partorì alcunché di incoraggiante: un nuovo fallimento nel tentativo di ridurre le emissioni di gas serra; anzi, si parlò addirittura di un passo mosso all’indietro. I lavori dei 175 Paesi riuniti attorno al tema comune si ridussero a un appello rivolto alla riduzione delle opzioni che andavano accumulandosi in sovrabbondanza sul tavolo dei negoziati, un appello lanciato da Christiana Figueres, segretaria della Convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici (Unfccc), nulla di concreto, nulla di men che meno risolutivo dunque. Restava da stabilire con chiarezza e con fermezza chi avrebbe dovuto curare la riduzione delle emissioni di CO2 e in quale misura tale riduzione si sarebbe dovuta fissare. Ciò che ne seguì, a Bonn, contrariamente alle attese della Figueres, non fu altro che una ulteriore sterile proliferazione delle proposte cadute sul tavolo dei confronti. Tutto dunque sarebbe dovuto slittare alle successive Conferenze indette per settembre 2010 a New York e a Ginevra, per il 4-9 ottobre a Tianjin in Cina e, per concludere, a Cancun. Di toni dichiaratamente negativi furono gli apprezzamenti espressi dal delegato USA Jonathan Pershing e dal delegato belga, quest’ultimo di turno alla presidenza dell’Unione Europea. Ma chi più da vicino veniva interessato dall’andamento delle trattative erano i Paesi meno sviluppati e quindi più soggetti a rischio di devastazione, quelli che stavano in attesa degli aiuti promessi da quei trenta miliardi di dollari per il 2012 sino al tetto dei cento miliardi per il 2020 e dal contemporaneo trasferimento di tecnologie adeguate. Ma intanto si affacciavano già sulla scena i segni di oscuri presagi, come quello enunciato da una Organizzazione sui cambiamenti climatici, la Ipcc: pur ammettendo una decisiva riduzione delle emissioni di CO2 a partire dal 2018 e un loro effettivo azzeramento o quasi per la fine del secolo, la temperatura globale sarebbe ugualmente aumentata di due gradi nel 2100. Il leader di Ipcc, Erich Röckner affermava infatti che, date le dinamiche di progressione protratte per così lungo tempo e divenute per molti versi inarrestabili e non di rado irreversibili, sarebbero occorsi addirittura secoli per arrestare tale processo evolutivo – farei meglio a definirlo involutivo – e assicurare una certa stabilità all’intero assetto climatico del Pianeta. Eppure Christiana Figueres aveva richiesto, a Tianjin, di onorare gli impegni assunti con il Protocollo di Kyoto a partire dal 2012 e di farlo con praticità e concretezza, formulando risposte valide sul piano politico, scientifico e tecnologico per non vanificare i pochi vantaggi raggiunti sino a quel momento. Poi Cancun, Messico, fine 2010, per ribadire quanto compreso negli impegni di cui s’è detto. Subito però apparve che il contenuto dell’incontro si risolveva, ancora, in dichiarazioni altisonanti di obiettivi da raggiungere, senza però che vi si attribuisse un carattere vincolante. Dichiarazioni, dunque, rimaste fine a se stesse. Pareva proprio che decisioni di una qualche attendibilità dovessero una volta in più slittare per un rimando al Vertice da tenersi a Dubai, nel 2011. Sorse tuttavia la preoccupazione per le piccole isole sparse negli oceani e nei mari, come le Maldive, minacciate di sommersione a motivo dell’innalzamento progressivo del livello delle acque, livello che stava crescendo di una misura doppia rispetto a quanto era avvenuto nel ventesimo secolo. Furono ripresi i criteri di risanamento dell’atmosfera terrestre, previsti dal Protocollo di Kyoto, riferiti alla riduzione del cinque per cento delle emissioni di gas-serra in trentasette Paesi industrializzati, dai quali proveniva il ventisette per cento di tutte le emissioni. Una percentuale, questa, che saliva al quaranta per cento inglobando i due maggiori inquinatori, USA e Cina, e a quasi l’ottanta per cento con l’aggiunta di India, Brasile e Sud Africa. Nel complesso le risultanti dei lavori di Cancun parlavano ancora di obiettivi semplicemente da elaborare, di un progetto, quindi, ancora fondamentalmente perso nell’incertezza, a fronte del traguardo fissato per l’anno 2050: non solo abbattimento delle emissioni di CO2, ma anche robusti provvedimenti volti alla riforestazione di ampie aree spogliate sulla superficie del Pianeta. Eppure la condivisione totale sugli impegni da prendere e da onorare non si ebbe mai: ora la Bolivia che accampava dubbi di ordine politico-economico, ora Paesi assurti a grandi potenze come Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, senza escludere il Brasile, che vedevano nei termini degli accordi una minaccia e un freno per lo sviluppo dei loro sistemi economici interni. Ma ho pronunciato anche la parola “incertezza”, e questo è a motivo del non essere stata data una soluzione alla questione che avrebbe dovuto rivestire di vincolo giuridico le misure che la Conferenza aveva indicato come indispensabili per conseguire i risultati attesi. E questo al cospetto di alcune dichiarazioni della NASA secondo le quali nel periodo che intercorse fra gennaio e novembre del 2010 si registrarono le temperature più calde dell’arco riferito agli ultimi centotrentuno anni. Le quattrocento parti per milione di CO2, definite come soglia critica da non superarsi, subirono un rapido avvicinamento poiché nel 2010 se ne facevano registrare ben trecentonovanta, altissime se confrontate alle duecentottanta che vigevano anteriormente all’età industriale. E, dunque, le previsioni che potevano discendere da tali constatazioni dicevano poco di confortante, poiché se il trascorso ventesimo secolo aveva fatto registrare una crescita della temperatura globale planetaria pari a 0,7 gradi centigradi, se fosse perdurato il ritmo attuale di progresso nelle emissioni si sarebbe arrivati al 2100 con un aumento di 6,4 gradi ossia l’equivalente di un disastro ambientale senza precedenti e senza rimedio. E intanto trascorrevano anni di calura eccezionale, come il 2003 e il 2012 allorquando in agosto, dopo lunghe scorrerie di numerosi anticicloni africani verso l’Europa, i mass media adottavano una terminologia del tutto nuova: condizioni di onda di calore, tempesta di caldo, bolla di calore africana, con temperature superiori alla media stagionale di almeno dieci gradi dilaganti fino alla Scandinavia. E il fenomeno doveva ripetersi ai primi di luglio del 2015 con temperature fino a 45 gradi in Europa e grandinate di eccezionale devastazione sulla Gran Bretagna. Poi arriviamo alla fine del 2012 e siamo raggiunti da un allarme diramato dalla Banca Mondiale: nel 2060 avremo un pianeta Terra rovente. Sì, perché la temperatura della Terra sarà salita di ulteriori quattro gradi centigradi e questo assumerà la forma di un vero cataclisma per i Paesi poveri. Si tratterà di un aumento superiore al livello di guardia dichiarato dalla comunità internazionale. Come conseguenza si avranno ondate di calore estremo, una brusca riduzione delle scorte alimentari e un aumento dei livelli dei mari da cui deriverà un serio rischio di esistere per milioni di persone. Poi l’allarme Onu sul clima, era il 24 settembre del 2013. Un allarme che avrebbe lasciato un lasso di tempo pari ad appena dieci anni per salvare l’umanità dall’estinzione totale. Il processo di cambiamento climatico si riteneva, a quella data, trovarsi in “pausa”, con la probabilità, tuttavia, che si sarebbe presto risvegliato per produrre effetti ancora più devastanti di quanto era occorso in precedenza. A tali conclusioni perveniva il 5° Rapporto che l’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), la task force dell’Onu che nel 2007 vinse il Nobel per la Pace con Al Gore, era sul punto di rendere pubblico. Il Rapporto sollecitava i governi a correre ai ripari per frenare, nei dieci anni che sarebbero seguiti, l’aumento esponenziale della CO2. Il testo compreso nel Rapporto era frutto di sei anni di lavoro che impegnò 209 scienziati coadiuvati da 1.500 esperti. Qualche dettaglio in più, scusatemi. Sempre dal medesimo Rapporto veniamo a sapere che le malattie gravanti sul mondo moderno, ossia la fame, la povertà, i disastri da inondazioni, da ondate di caldo, da siccità e da guerre, sono destinate a un inesorabile incremento negli anni a venire, tutto ciò a causa del riscaldamento globale del Pianeta e dei cambiamenti climatici conseguenti alle attività umane. Il rapporto completo sarebbe stato reso pubblico verso il mese di marzo 2014.[3]
[1] Notizie diffuse su Televideo del 7 dicembre 2009.
[2] Informazioni tratte da Televideo del 18 dicembre 2009.
[3] Da Televideo del 04 novembre 2013.
Immagine di Copetina tratta da Informazione Ambiente.
