La prevenzione primaria delle difficoltà di apprendimento e di adattamento scolastico – Parte 5 di 7

Mario  Bruno

“L’unico tipo efficace di istruzione è
quello che precede lo sviluppo e lo guida”
L.S. Vygotskij

L’APPROCCIO  OPERATIVO           

Scuola prima della scuola: le cure materne e la prevenzione dei processi inibitori nel primo anno di vita del bambino

Scuola dell’obbligo: che cosa si può fare per i bambini con difficoltà di apprendimento scolastico?

I tentativi posti in atto non hanno mai risposto in misura esaustiva alle attese coltivate. Quasi sempre si spendono energie, tempo e risorse di vario genere per ottenere risultati assolutamente insoddisfacenti e non proporzionati agli sforzi investiti. Un motivo in più per pensarci prima.

Prevenire significa sfruttare il concetto di “plasticità” al massimo delle possibilità, e questo si persegue volgendo l’attenzione ai periodi esistenziali più favorevoli a interventi significativamente strutturanti: di qui, la priorità alla prevenzione primaria.

Ma “prevenzione primaria” significa partire dalla nascita, là dove la scuola non incide ancora sul potenziale evolutivo dei bambini. Eppure la scuola ha il dovere di intervenire anche in questa fase precoce dell’esistenza, soprattutto in questa fase. Come? Entrando nella sfera culturale dei genitori che si apprestano all’educazione dei bambini nella prima infanzia.

Una buona madre (per madre, in senso esteso, si vuole intendere “figura materna”, per cui si può ammettere l’assunzione anche di una figura che non sia necessariamente la madre naturale del bambino ma che, comunque, goda dei requisiti utili per offrire un buon livello di “maternage” nel rapporto di interazione e di mediazione con il bambino) nei primi mesi e anni di vita del bambino vale senz’altro più delle migliori istituzioni educative e di assistenza con tanto di programmi pianificati.

D’altra parte, sul versante delle incongruenze educative possono essere annoverati numerosi esempi di danni derivabili e derivati da un rapporto educativo precoce distorto nelle sue premesse e nelle sue realizzazioni.

Alcune esemplificazioni potranno meglio chiarire il concetto che vado analizzando.

È stato rilevato che la mancanza di competenza sociale in bambini di scuola materna si esprimeva attraverso due forme comportamentali: a) l’aggressività o la carenza di comportamento pro-sociale, che veniva interpretata in correlazione con il fatto di essere ignorati dai genitori; b) l’isolamento dal gruppo dei coetanei, che veniva posto in correlazione con un eccesso di comportamento autoritario da parte del padre o della madre del bambino. Entrambi questi fenomeni erano inoltre collegati allo stato emotivo della madre o del padre, alla depressione per portare un esempio (da una ricerca, G. Attili, 1989, in Psicologia Contemporanea, n° 110, 1992, pag. 57).

Bambini in età prescolastica con madre depressa presentano (rilevamento del 70% dei casi analizzati) disturbi emotivi e comportamentali. Sappiamo (Richman e Coll., 1982) che carenze linguistiche espressive verso i tre anni e ritardi in lettura a otto anni correlano con la depressione della madre durante il periodo prescolastico (sintomi depressivi: abbassamento del tono di umore, ansia, irritabilità, perdita dell’energia, crisi di pianto, idee di suicidio). Al contrario, la madre deve saper contenere il bambino e le sue ansie in caso di difficoltà, bisogno, sofferenza. Il comportamento delle madri depresse si risolve generalmente in una sorta di incompetenza reattiva della diade anaclitica, che può sortire conseguenze persistenti sullo sviluppo cognitivo e sul contenimento emotivo. Pertanto, una scadente integrazione interattiva può condizionare negativamente, nel bambino, le dinamiche di contenimento emotivo, di capacità cognitiva, di attenzione, di elaborazione del linguaggio, mentre l’emergere di ostilità può essere causa di disturbi mentali nel bambino e di negazione del contenimento emotivo (da Maggie Mills, Università di Londra).

Allorquando si manifestano evidenti distorsioni del Sé, queste hanno la tendenza a permanere nel momento in cui la struttura psicopatologica dei genitori entra in risonanza con i particolari bisogni del bambino a certe tappe del processo evolutivo (9, 12, 18, 24 mesi). Esiste rispondenza tra determinate problematiche del Sé, la struttura dei genitori e le modalità interattive venute a instaurarsi (ne conseguono problemi di svezzamento, inappetenza la cui corrispondenza sul piano comportamentale si manifesta in casi di fobìa a carico dei figli di genitori ossessivi e in inappetenza e disinteresse al cibo per quanto riguarda i figli di genitori distimici (da AA.VV., in Età evolutiva, n° 32, 1989, pagg. 85/92).

Ai fini dell’integrazione è fondamentale che la madre sia capace di decodificare gli stati emotivi del bambino in modo corretto. La disponibilità affettiva della madre e le sue doti di generare “identificazioni proiettive” con gli stati emotivi del neonato sono il filtro e il veicolo che modulano le pulsioni del bambino (da Adriano Giannotti, Università La Sapienza, e Giuliana De Astis, Roma).

Le esperienze interpersonali precoci sono di importanza cruciale per lo sviluppo psicosociale del successivo periodo della vita. La qualità della relazione che si instaurava tra le madri e i loro genitori si sarebbe potuta definire predittiva (G.H.Jr. Elder, A. Caspi, 1986), in misura significativa, della relazione che le stesse madri instaurano a loro volta con i propri figli (si tratta di una sorta di trasmissione intergenerazionale, valutabile nell’entità del 32% e che richiama la necessità di un “training” alle future madri che hanno avuto rapporti negativi con le loro madri nel periodo infantile). Tali constatazioni farebbero emergere l’esigenza di un mutamento di stile educativo da un “parenting” restrittivo e conformista a un “parenting” più permissivo e affettuoso, non lassista e trascurato (da A.A. Vermulst, A.J.L.L. De Brock, R.A.H. Van Zutphen).

Esisterebbero possibili correlazioni precoci tra lo sviluppo cognitivo e le eventuali distorsioni di quello relazionale. Sarebbe infatti possibile, in quest’ottica, mettere in evidenza, ad otto mesi di età corretta, la misura in cui il tipo di rapporto stabilito all’interno della triangolazione genitori-figlio influenzi anche lo svilupparsi del rapporto con l’oggetto (da AA.VV., Istituto di Neurologia, Università Cattolica di Roma, in Età evolutiva, n° 36, 1990, pagg. 88/93).

Cure materne ed equilibrio evolutivo.

Secondo Margaret Mahler (1978) il bambino “emerge” nel vero senso della nascita psicologica dopo i primi 4-5 mesi di vita allorquando, da un tutto ancora indifferenziato e fusionale, germogliano e si vanno gradualmente configurando le connotazioni esistenziali dell’individuo.

Sono la personalità e gli atteggiamenti educativo-affettivi della madre a imprimere, in questo spazio evolutivo, particolare valore formativo nella relazione diadica. Così pure si rende indispensabile, soprattutto per quanto riguarda i primi periodi dell’esistenza, creare un clima interazionale all’insegna dell’armonia e dell’equilibrio emotivo-affettivo, in assenza dunque di interferenze legate al verificarsi di episodi deprivazionali o all’instaurarsi di comportamenti traumatizzanti. Al centro di tutto questo si pongono la capacità, la disponibilità della madre a rivestire pienamente il ruolo di “figura materna”.

Tutto ciò significa anche che una madre emotivamente equilibrata, coscientemente orientata a valutare le proprie scelte, serena, intelligentemente disponibile e informata possa consapevolmente decidere di limitare, con opportune valutazioni, la durata del tempo da dedicare al proprio bambino, quando tuttavia riesca a garantire una presenza pregnante di apporto educativo intensamente significativo. Ciò che conta è che il bambino percepisca, a qualche livello di consapevolezza, il senso profondo inscritto nel rapporto di “maternage”, che giunga quindi a riconoscere quella figura umana e a privilegiarla su un piano costruttivo come punto di riferimento sicuro e stabile per l’elaborazione delle proprie operazioni mentali. Da qui la funzione insostituibile della figura materna quale universo capace di accogliere, all’interno della relazione primaria, i messaggi consci e inconsci del bambino, di elaborarli mentalmente, di restituirli al bambino in forma “vivibile”, cioè gradevole, accettabile e significativa. Il latte affettivo che è indispensabile per la sopravvivenza e l’igiene mentale del bambino, nel primo anno di vita in particolare, si riporta essenzialmente a sensazioni di sicurezza, di fiducia, di amore e di speranza. L’inconscio della madre ha nondimeno molta parte nella qualità degli esiti educativi che prendono forma lungo il processo evolutivo: pare che i fantasmi (la sfera delle fantasie vissute nell’inconscio) materni siano i primi responsabili del modo in cui saranno orientate la vita e le dinamiche psico-affettive del bambino (Maud Mannoni, 1976). In questo senso non sarebbe neppure da escludere che determinati ritardi o debolezze mentali in bambini di età scolare riconducessero l’euristica anamnestica alla tipologia personalistica dei genitori, segnata da vissuti di angoscia, disperazione, depressione.

Tutto pare aver inizio quando il bambino, nel periodo dell’allattamento, guarda il viso della madre (René Spitz, 1958) e in esso, di solito, egli vede se stesso (D.W. Winnicott, 1974). Se la madre riflette un suo particolare stato d’animo (ostilità, depressione) oppure la rigidità delle proprie difese, accade che il bambino sperimenti un primo episodio deprivazionale nel momento in cui non si vede restituito ciò che egli dà, poiché guarda ma non “si” vede. Questa non-rispondenza di significato induce l’atrofizzazione dell’incipiente capacità creativa contemporaneamente all’impossibilità, sperimentata dal bambino, di soddisfare il bisogno di sentirsi restituito il proprio sé dalla madre. Hanno indubbiamente importanza, quindi, già fin dai primissimi mesi di vita, il modo in cui il bambino viene tenuto in braccio e manipolato (“holding”), la qualità delle cure materne, la loro affidabilità e continuità.

Nel mezzo delle corse frenetiche e caotiche che il ritmo di vita attuale impone in modo quasi coatto e ossessivo, diventa sempre più raro per i bambini riuscire a stabilire con pienezza di significato una identificazione primaria privilegiata, anche a motivo del frazionamento o dell’alternarsi talvolta bizzarro di segnali gestaltici (i “volti” materni), induttori di confusione e dispersione del significato stesso.

La relazione madre/bambino, dunque, deve essenzialmente puntare su requisiti che riguardano la qualità, la stabilità, la disponibilità, l’accettazione, la continuità.

Detto in maniera sintetica, l’adulto che riveste il ruolo di “figura materna” dovrebbe in definitiva possedere e saper mettere in pratica determinate capacità fondamentali per sviluppare un rapporto adeguato con il bambino:

  1. saper osservare il comportamento del bambino;
  2. saper interpretare i suoi segnali;
  3. saper accogliere i segnali;
  4. saper fungere da “contenitore” per una ottimale elaborazione dei segnali trasmessi dal bambino;
  5. saper restituire i segnali dopo averli rivestiti di significato;
  6. saper fornire le risposte più efficaci nei modi e nei tempi migliori;
  7. saper organizzare l’ambiente in modo da facilitare al massimo e da rendere adeguatamente stimolante l’interazione;
  8. essere aperto verso l’acquisizione di conoscenze e competenze specifiche in materia socio-psico-pedagogica.

Un esempio circostanziato in merito a quanto sopra esposto può servire a sviluppare meglio il concetto di “stimolo”.

Nel corso dell’interazione diadica in funzione di stimolo è stato notato il ricorso a un comportamento genitoriale che può essere definito come “tema con variazioni” (Daniel N. Stern, 1985), in quanto le azioni dell’adulto sul bambino, compiute per gioco, venivano ripetute più volte e accompagnate da lievi variazioni nel linguaggio e nel paralinguaggio. Simile constatazione induce a inferire che, per mantenere vivo a lungo l’interesse del bambino, è necessario cambiare di poco, ma a brevissimi intervalli e in modo molto frequente, la presentazione dello stimolo.

Questo comportamento dell’adulto, al di là dei risvolti ludici o soltanto apparentemente emotivi, si rivela adeguatamente sintonizzato a una tendenza fondamentale della mente infantile, che è quella di attribuire ordine al mondo oggettivo attraverso la ricerca di costanti. I bambini, dunque, osservando un comportamento complesso e procedendo a un primo processo di estrazione di particolari nella scelta degli attributi significativi legati a quel comportamento, imparano a identificare le caratteristiche costanti delle azioni nell’ambito diadico.

Lo scopo di questo modo di rapportarsi al bambino sarebbe quello di garantire una efficace regolazione del livello di eccitazione nel bambino. Ne deriva che, all’interno di un rapporto di per sé assolutamente interindividuale ristretto e specifico, l’intensità dello stimolo e la gamma di variazioni entro la quale lo stimolo viene modulato devono essere adattati al livello effettivo di eccitazione del bambino e alla sua presumibile direzione di interesse.

Quanto accennato può essere dedicato a un’età che va dai due ai sei mesi all’incirca, in quella fase nella quale Daniel N. Stern ravvisa la formazione di un “Sé nucleare” in una prospettiva soggettiva relativa all’organizzazione profonda di un senso del Sé e che si connota forse come la fase più esclusivamente sociale della vita.

La problematica delle inibizioni.

Direttamente implicate nel concetto di deprivazione sono le apparizioni di inibizioni di ordine cognitivo e affettivo, massicciamente coinvolte nelle sindromi di insuccesso scolastico.

Le ricerche di orientamento psicoanalitico riscontrano in un meccanismo di difesa mobilitato dall’Io contro l’angoscia di castrazione e il senso di colpa, la rimozione, la responsabilità di certi atteggiamenti successivi di abbandono e di rinuncia a indagare il mondo del sapere (Sigmund Freud, Il piccolo Hans – Cesare Luigi Musatti, Trattato di Psicoanalisi), in maggior misura qualora la rimozione sia indotta ad agire in modo eccessivo, violento e traumatico.

In una fase evolutiva precocissima accadrebbe che il risentimento e i sentimenti ostili originati dall’impossibilità di avere una risposta all’ondata di problemi e di interrogativi che investono il bambino sul piano dei suoi vissuti prelinguistici, associati all’incapacità di comprendere le parole e il linguaggio degli adulti, si pongono come fattori innescanti delle inibizioni della pulsione epistemofilica (Melanie Klein, I primi stati del conflitto edipico). In un linguaggio un po’ esoterico si può dire che per il bambino di tre o quattro mesi di vita, spinto da una divorante curiosità ad esplorare, a conoscere nel contesto di una situazione orridamente affascinante, si vanno fondendo, in un tutto fantasmatico dai tratti sconcertanti, la pulsione a sapere, il desiderio di possedere e il senso di colpa, con conseguenti gravi pericoli per la stessa integrazione dell’Io minacciato dall’angoscia persecutoria dominante (Melanie Klein, Le influenze reciproche nello sviluppo dell’Io e dell’Es – Contributo alla teoria della inibizione intellettiva).

Su questo versante della teorizzazione attorno alle dinamiche dei processi inibitori si ipotizza che lo stesso momento dell’allattamento possa costituire una fonte di alternative per certi versi condizionatici del successivo sviluppo dell’attività psichica. Sarebbero le primitive identificazioni proiettive indirizzate al seno materno a sollevare fantasie generatrici di angoscia persecutoria e responsabili dell’inibizione dello stesso desiderio di suzione. Se i meccanismi attivi in tale situazione, che Melanie Klein chiama “schizo-paranoidei” (Sulla osservazione del comportamento dei bambini nel primo anno di vita), operano in misura eccessiva, diviene importante il modo in cui l’atteggiamento materno riesce a esprimere tutte le sue possibilità di elaborare oppure di enfatizzare le angosce persecutorie e depressive (sospettabili queste ultime nell’accertamento di una suzione molto lenta e in un precoce e intenso interesse per la madre o per altre persone). Da siffatta circostanza può derivare l’inibizione ad assumere cibo in forma sublimata, il cui equivalente a livello mentale può risolversi in un disturbo dello sviluppo intellettivo.

Facile diventa, per questa via, l’apparizione di inibizioni della capacità di amare e di mantenere salde relazioni oggettuali, come pure un drastico impoverimento di tutta la vita di fantasia, mentre rischia di venir bruscamente interrotto il processo di formazione dei simboli. Ne può conseguire, al limite, l’inibizione in blocco di ogni interesse e di ogni forma di sublimazione. Non solo, ma dall’equilibrio e dalla pregnanza emotivo-affettiva del rapporto primario viene elaborato il grado di fiducia essenziale e vitale per il bambino, in stretta dipendenza quindi dalla qualità delle cure materne verso la formazione del senso di identità personale (Erik Erikson, 1974).

Il secondo anno di vita

Oltre il primo anno di vita la relazione madre-bambino subisce un’importante evoluzione fra i diciotto mesi e i tre anni di vita del bambino, nel momento in cui le esperienze preverbali del bambino lasciano gradualmente spazio all’universo oggettivo-verbale (R. Mucchielli, A. Bourcier, 1974) e vengono stabilite le basi che permettono alla relazione Io-ambiente di realizzare una progressiva differenziazione.

Anna Freud trovò che gli interessi e le predilezioni individuali della madre hanno la funzione di stimolazione sul bambino: le attività che il bambino intraprende in età precoce, se sono consumate in un clima di amore e di approvazione da parte della madre, vengono privilegiate dal bambino, ripetute, investite affettivamente e finiscono per costituire uno stimolo per lo sviluppo ulteriore (in “Trattato di patologia dell’apprendimento”, a cura di S. Sapir e A. Nitzburg, Roma, Armando, 1976).

Malauguratamente, però, possono verificarsi perturbazioni nella relazione madre-bambino con gravi risonanze sullo sviluppo e sul comportamento generale del bambino. È probabile, in tali casi (R. Mucchielli, A. Bourcier, 1974), che il danno vada a interessare le basi evolutive della lateralizzazione, della stabilità motoria, della comunicazione, dell’interazione socio-affettiva, dell’integrità sensoriale e neuromuscolare, del livello di sviluppo intellettuale e generale. Tutto ciò con maggiori probabilità a fronte di situazioni distimiche strutturatesi nel periodo critico situato fra i diciotto mesi e i tre anni di età del bambino.

Il pericolo che può correre un bambino affidato alle cure di una madre con disturbi di ordine psico-emotivo risiede nella possibilità che il bambino assimili l’atteggiamento materno e riproduca comportamenti di tipo deviante sia per imitazione sia come risposta paratimica a una dinamica negativa stimolante.

Le esperienze che il bambino dovrebbe poter vivere.

L’orientamento generale delle cure da apprestare al bambino nel corso del suo primo anno di vita può essere ricondotto al concetto fondamentale di “sviluppo assistito” (Jerome Bruner) e può avvalersi di particolari tecniche come la “discriminazione senza errori”, il “modeling”, la ripresentazione dello stimolo in situazioni di “fading”, il rinforzo positivo, la proposta di attività piacevoli in quanto a ludicità, movimento, variabilità, attrazione.

Alcune delle attività da proporsi potrebbero essere:

  • letture di fiabe,
  • giochi con scatole di varia forma,
  • manipolazione di oggetti di varia dimensione e morbidezza,
  • ascolto di segnali musicali pluritonali e pluridirezionali,
  • facoltà di movimento e di eteromanipolazione,
  • interazione linguistica e mediazione verbale circa i comportamenti e gli atteggiamenti assunti dal bambino e dall’educatore,
  • stimolazioni cinestesiche, di orientamento, di equilibrio, di calore, di sensibilità tattile,
  • uso dello spazio circostante,
  • opportunità di strisciamento e di procedimento “carponi”,
  • opportunità di esplorazione, di uso degli oggetti transizionali,
  • elargizione di opportunità per la sperimentazione di attività adeguate in relazione alla sequenza dei sotto-stadi dello sviluppo sensomotorio,
  • evitamento di forzature in merito ai ritmi evolutivi e di apprendimento,
  • concessione al bambino della facoltà di sottrarsi alle stimolazioni,
  • atteggiamento genitoriale di “contenitore”,
  • adozione di tattiche e strategie educative efficaci.

Immagine di Copertina tratta da LegaNerd.

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